curricula vari 2

C’erano due tavolini sotto il portico, col piano tondo d’alluminio, uno di fronte all’altro, con due sedie ciascuno. Quelle sedie di tubolare di ferro verniciato, con i braccioli e le stecche di legno per la seduta e l’appoggio della schiena. Sarebbero stato il luogo ideale degli amori incipienti, degli sguardi e delle parole a bassa voce condite di sorrisi e invece erano la sosta del prolungato bere serale. Un litro, qualche bicchiere in più per chi passava. Vino rigorosamente rosso, poco artefatto, con un piattino per il mezzo uovo e l’acciughina, il tutto condito di parole, soprannomi, motti di spirito e richiami a chi, conosciuto, passava nella piazza antistante. Chi conosceva Freud taceva. Rideva e basta, imparando l’autoironia e il limite del dileggio. Davanti c’era il Pedrocchi, caffè storico da signori, anche se il lato in vista era quello delle due ali che abbracciavano la piazzetta racchiusa dai leoni di pietra. Insomma il luogo del farsi vedere della borghesia cittadina, ma anche il lato della sala verde, riservata agli squattrinati e ai discorsi infiniti sulle politiche cittadine, nazionali e mondiali.

Sono stato svezzato in questi luoghi e in quell’osteria, la domenica ho imparato a crescere, in mezzo al fumo e ai giochi di carte, conoscendo la malinconia del dì di festa che se va. Lo dico per sincerità, perché la formazione è tutto ed è ciò che decide se si sarà un imprenditore di successo o un operaio, un medico o un avvocato oppure un candidato imputato. E’ nei luoghi che hanno costruito i corpi, reso importante il vino, le parole da dire, l’arte di interrompere i discorsi che fanno male che ci si forma. E si impara a giocare a tombolon o a tressette, ad arrabbiarsi buttando per aria le carte e poi a farsela passare subito, riprendendo a giocare. E’ in questo mescolare nel lessico materno e poi da finto adulto che si univa ciò che la scuola insegnava in altra lingua e con ben altro pudore. Ma soprattutto si imparava a non vantarsi troppo, a tacere quando era tempo, a raccontare bugie sostenibili. E quello bravo raccontava balle ma veniva creduto perché non eccedeva. Un’arte. Una classroom in cui l’economia (che consiste in ciò che uno sa di avere in tasca e che pensa di poter raccontare di avere) veniva fusa con la formazione delle menti e dei corpi per farne un tutt’uno e sapere quando era l’ora di andare.

Così ho imparato la chimica, prima d’essere interrogato e poi sono uscito a incontrare quel mondo affine, ingegnandomi a non mostrare la passione per ciò che leggevo e non era la pagina sportiva. Così ho appreso che la parola ha un luogo in cui deve essere giustamente inserita per avere più significato. E che ci sono cose che è meglio tenere per sé. Ora non posso chiedere di fare il chimico e neppure vantarmi di qualche successo nel settore, però il vino adulterato e quello che fa male, ho imparato a riconoscerlo. E così le parole quando diventano acide e il discorso pericoloso lo sento subito, così potrei offrirmi come buon esperto di modesti pericoli nelle relazioni, ma dubito sia un mestiere. C’è troppa supponenza nel potere vero o fasullo, e in chi lo esercita, per cui penso che sia poco richiesto e tantomeno pagato chi può suggerire alternative all’arroganza. Per questo sono disoccupato in ciò in cui sono stato formato e devo usare altri poveri talenti per mettere assieme il pranzo con la cena (leggera).

Quindi caro Signore, le chiedo di considerare questo curriculum per ciò che vale e non come una richiesta di assunzione, anche perché ciò che lei potrebbe offrirmi è un inquadramento e questo, glielo debbo dire, è cosa che non sopporto.

curricula vari 1

La luce entra da una finestra sempre aperta in fondo al corridoio. Scandisce le ore della notte e del primo giorno con la volubilità delle nuvole. A Teti alloggiavo fuori comune, dalla finestra entrava il fresco della notte e al primo accenno di chiarore, il suono dei campanacci delle pecore che svegliavano il giorno. Occuparsi di sviluppo territoriale portava in territori bellissimi e devastati. Il mio compito era rendere interessante il degrado, vederne l’evoluzione e fattibile la rinascita. Nel mio biglietto da visita avrei dovuto mettere: realizziamo sogni per rendere ricomponibile, il dissipato. Era il quinto lavoro fatto, nella vita fare più cose nel tempo mi sembrava naturale. Quello è sembrato il punto d’arrivo, una passione che cresceva. Poi è rimasta solo la passione e il lavoro un desiderio. Lo paragonavo al volare di coriandoli nel carnevale della fretta. Ma questo non lo pensavo allora, dopo ore d’auto e di boschi, di sughere e di parole che costruivano progetti da trasferire sulla carta e poi da portare in giro per l’Europa. Pensavo che un’unica passione, vera, assoluta, profonda, sarebbe stata il compiersi dell’indole, la logica conclusione di una aspirazione negata.

La luce ora riempie il corridoio, apre il giorno senza progetto. Offresi pensieri liberi che possano costruire valore compatibile con la dignità del lavoro, che rispettano l’ingegno del mettere assieme, immaginano l’unicità del costruire in luoghi dove si attraversi una foresta, anche modesta, per andare al lavoro e tornare ad una casa. Il tutto serenamente.

due qualsiasi, felici

La porta era di vetro racchiuso in riquadri di legno,
aprendo, tintinnavano allacciati, allegri omini in ceramica.
È dolce il suono del caolino, lieve di bianco e d’ossa cave d’uccello,
suona al cuore e allieta gli occhi,
ma ditelo piano, perché sorprende i pensieri molesti
e li caccia distanti dai corpi.
Oltre la porta c’era il sorriso di chi vende,
e su lunghi banchi di pallido acero,
eserciti di figure e di tazze, di piatti e zuppiere,
colorati d’azzurro, di verde ridente,
di candide eleganze e rossi sfacciati.
E il colore del tuo viso riluceva,
diventava il sorriso del bello
scivolando tra fragili cuori,
miniature d’amanti, servizi di borghesi o di re.
Eran cose da tenere e incartare con cura,
seguendoci per vivere assieme le sere d’autunno,
nei piccoli sorsi di calde dolcezze e profumi.
Di tutto ciò che potevamo permetterci,
due,
per i giorni e le notti,
per ogni mattina che s’apriva chiedendo il buongiorno.
Due, per ogni pensiero che portava lontano.
Due, per insegnare al cielo e all’aria come essere casa.
Uscendo, tintinnava la porta dei piccoli omini sonagli,
noi due qualsiasi, felici,
la mia mano cercava la tua nella tasca del rosso cappotto.

l’incompiuto

Nobilitare l’incompiuto e costruire la realtà imperfetta. Vivere il momento e poi il successivo, attendendo o precedendo, sempre gironzolando intorno al pendolo di ciò che accade. Spostare il limite fino al quotidiano lasciarsi andare, punteggiato dal dover rincorrere, fare, sostare e ricondurre tutto nel vivere che accuratamente cancella l’orizzonte. Un presente fatto di presente, di affetti immediati, amori che attendono, dolcezze, abbandoni.

Grace Paley dovreste leggerla, lasciare che attraverso le sue parole, entri la relatività del lasciarsi, la marginalità orgogliosa fatta non di appartenenza od ostentazione, che l’ essere e il dire sia così fluido che quasi incespica nei troppi pensieri e risponde subito, pensa, corregge e tace, e diventa testimonianza d’uno scavare interiore. Gli americani sono fatti così, viaggi, polvere, case e cattivo alcool oppure stanziali in giardinetti e case di periferia. Una realtà masticata come tabacco e poi sputata, come le parole per non essere troppo soli, ficcati in uno spazio che non è mai giusto come misura.

La vita è una miniera da cui si estrae ganga confusa con poco materiale prezioso, ma l’evidenza del buco che cresce, del togliere giorno per giorno, lo nota solo il minatore. E così la terra diventa imperfetta, come noi, apparentemente più povera. In realtà è trasformata in altro che prima non era. Portare questo scavo in noi significa accettare lo scarto, l’imperfezione, il dolore quieto del togliere e la preziosità del trovare ciò che prima era sepolto. Parlare o stare in silenzio allora si confonde con l’apparenza destinata a tutti, elargita senza fretta e senza scopo, mentre tra le domande o le parole buttate per caso ( e caso mai non è) c’è questo muoversi saputo, scavato, estratto, vagliato e tenuto.

Tutti hanno un segreto, pochi hanno chi lo può sentire, condividere e farlo diventare incompiutezza manifesta. Ovvero occasione di fare e costruire qualcosa che riguarda un passato da far coincidere con un pezzo di vita che non guarda oltre ciò che lo attornia. Un pezzo di vita che è miliare per un futuro ricordo, ma adesso è un fiducioso abbandonarsi. Come dopo l’amore, ancora l’amore che continua e scorre quieto, che segue la mano che accarezza e gli sguardi che salgono piano come le voci, verso il soffitto e poi ricadono in tiepida pioggia dorata.

la tazza

Dalla gentilezza di una barista d’ hotel è arrivata una tazza per un bere lungo e caldo. Ha la forma aggraziata di chi è stato pensato per essere marchio riconoscibile di un luogo e di un pensiero d’impresa. La bocca, più larga del fondo, invita a sorseggiare. Il manico più ansato e profondo, a tener tra le dita il contatto con il calore. Il colore, bianco e azzurro pastello sembra posato da una pennellata larga e vogliosa di trama, ma ha una storia già in testa perché s’interrompe per lasciare posto all’ansa del manico che dev’essere bianco su bianco. La impreziosisce e rende inequivocabilmente femmina, il rosso bordo, una traccia che può simulare un rossetto corallo carnoso lasciato apposta e spalmato per essere condiviso.

Ha la presenza sommessa di chi aspetta la fine di una lettura, l’alzar d’occhi sorpreso dalla stanza e ancor preso dalla storia. Il bisogno di qualcosa di caldo che accompagni e racchiuda i pensieri ha allungato una mano. Ha cercato la tazza fumante, che ama quel silenzio e profumando l’aria. Il sapore si sofferma in bocca nei piccoli sorsi e ora gli occhi cercano. Manca solo una finestra con i vetri incorniciati nei riquadri di legno, il mare poco lontano che s’abbruna, mentre piccole creste d’onda rabbrividiscono di spuma alla sera. Dentro e fuori e poi ancora più dentro, i pensieri si sono arresi, abbandonati in balia del sogno e della realtà che parlottano tra loro.

la crisi occulta del noi

Il liberismo è una prigione dolce. Si alimenta di privilegi, rende naturale la diseguaglianza, fa dimenticare l’ingiustizia. Rende gli uomini soli, trasformando il rapporto tra io e noi in un solo contenitore: se stessi. Scompone le agende delle priorità, affievolisce l’etica e la compassione. Colloca l’uomo in secondo piano, lo rende accessorio non solo del produrre ma anche condizione del benessere di altri uomini. Realizza il desiderio e il piacere attraverso le cose, ne vuole il possesso e non si limita agli oggetti ma in esso racchiude gli uomini e poi i sentimenti. Non abbiamo più ideologie che almeno indichino l’avversario e che così che facciano emergere l’antidoto e neppure ciò che implica una dialettica e un confronto. Così si perde la speranza di un cambiamento, di un futuro che ricomprenda la sconfitta dell’egoismo. Noi viviamo in una parte del mondo in cui le ingiustizie più acute non hanno la misura sconfinata di altre ben presenti nei Paesi oggetto di guerra, di dominio, di sfruttamento illimitato delle risorse e dell’uomo e questo dovrebbe essere un vantaggio per elaborare un mondo diverso che sia esteso alle altre parti meno fortunate, ma non è così. Una sinistra che non immagina più un futuro differente, che accetta come naturale la scomparsa del “noi”, diventa parte integrante del sistema non il suo elemento di contraddizione che lo cambia. Anche ora, nella pandemia che sembra rendere tutti uguali, le differenze si accrescono. Nella cura, nella possibilità di isolamento, nella disponibilità economica, nelle ricchezze che crescono ancora senza limite a vantaggio di pochi che con i mezzi per combattere il virus traggono profitto. I sistemi che più si spostano verso il liberismo spinto lasciano le persone a se stesse. In essi si cura solo di chi può pagare perché questo alimenta il lucro sulla salute. Non esistono più diritti fondamentali, un accesso alla salute che guarda solo all’essere persone, ma è la disponibilità economica a fare la differenza. Questo si proietta in avanti e andrà a generare il nuovo ordine mondiale. Dovremmo chiederci se è questo il mondo che vogliamo, se è in esso che l’uomo può realizzarsi e progredire. La crisi occulta del noi è l’asservimento dell’io, la sua riduzione a dipendenza, perché ci sarà sempre qualcosa in grado di comprarlo o di ridurlo al silenzio.

tra pioggia e portici

La pioggia aveva spinto tutti sotto i portici. Chi col bicchiere in mano, altri con la compagnia dell’affanno d’una corsa recente, pochi con la cartella o un fascio di giornali. Bagnati i maglioni a righe grosse, i capelli e il viso, la barba; la pioggia era un gel che s’era abbarbicato ai peli. Bagnati gli impermeabili, fastidiosi gli ombrelli che non si sapeva mai dove mettere e appesi al braccio gocciolavano nelle scarpe. Imperava su tutto una musica nuova e insieme antica: un vociare sovrapposto, come di animale che dorme e alita rumoroso, risuonando riflesso dalle volte a botte o a crocera dei portici. Tutti avevano da dire e tutti nello stesso tempo, così s’incagliavano i discorsi, le voci si alzavano e spezzavano i ragionamenti. Nessuno ascoltava davvero, neppure quelli zitti, tutti presumevano e andavano alle conclusioni non dette e replicavano. Ciò che non era ancora detto diventava asserzione senza padrone. E così tutti avevano da dire, o assentivano o negavano in un muoversi di mani e di teste davvero singolare, da studiare in una specialità comunicativa nuova, ovvero quel dire contemporaneo e sovrapposto di teste e bocche e braccia che erano in competizione verbale ed esprimevano un senso e uno stile che ricomprendeva un’età. 

Le ragazze erano parte di questo mescolarsi di voci e bagnato. Meglio attrezzate, con cappucci e impermeabili di nylon, si esponevano di più, erano impavide, consce e già pronte ad andarsene per loro conto a casa di qualcuna. Non avevano bisogno dei maschi, non di tutti. Di quelli interessanti sì, e forse di qualcuno in particolare, ma era cosa loro. Avevano idee e consapevolezze nuove, libertà inusitate che stupefatti capivamo in un senso semplice: era finita un’idea su cui non avevamo mai riflettuto, quella dei vantaggi dell’essere maschio e il nuovo, loro, ci ricomprendevano in modo diverso. Questo ci confondeva, ma anche affascinava profondamente, come un’avventura di cui non vedevamo il limite. Era un orizzonte senza una linea che lo contenesse con infiniti colori che ne descrivevano la voglia di andarci. Comunque, le ragazze, se ne sarebbero andate, tutte o quasi, e chi restava si sarebbe ricomposto e ammucchiato a discutere e bere, finché finiti i soldi, sarebbe rimasto il parlare, il freddo incipiente e la pioggia, e il restare, perché le case a cui tornare non sembravano mai accoglienti ma erano una tana. Un rifugio, per poche ore e poi fuori di nuovo, all’aria, alla pioggia. Immemori e colpevoli degli impegni non onorati, delle fatiche evitate, alla ricerca del desiderio che diventasse concretezza e poi fare, essere, soddisfazione, dubbio, novità e problema. Animali senza una traccia da seguire che non fosse quella usata per anni e poi arricchita in aggiunte di amici, di bere, di fumo, di discorsi senza limiti che comprendevano l’utopia e la ragione. Parole, approfondimenti, incazzature e rotture infinite, in un prendersi e lasciarsi che spingeva in avanti il discorrere e l’andare in una specie di formalizzazione di ciò sarebbe accaduto. Un flow chart delle azioni essenziali di quella nostra età, per poi raccontarlo e capire che era un non essere mai andati via, ma solo un argomento e un sogno da realizzare in una vita ancora aperta e piena di possibilità. Un luogo del tempo, della stagione, del ridere e della miseria della condizione giovanile. Questo era il tema che assorbiva tutto: la miseria della condizione vissuta, con libertà piene sulla bocca dei più vecchi e invece piccole prigioni da cui fuggire per chi era consapevole che era prima di tutto un esercizio verbale. Una costruzione di mondi possibili, di speranze e di delusioni infinite che si spaccavano in mille maledizioni e poi ricominciavano daccapo.

 

altra spiaggia altro mare

Le pietre sembravano tartarughe assopite nella spiaggia. Le parole dei pochi seduti sulla terrazza, s’ammucchiavano in malo modo, interrotte da silenzi erano fiotti per riempire l’aria. L’aria separa, a volte più del vetro o di un muro, dipende da quanto ci si potrebbe abbracciare, ma questo accade ad alcuni e di rado. Davanti, e a fianco, giaceva la sabbia che teneva ben strette le conchiglie, rimasugli di cose e piccoli pezzi di vetro levigati, da far rilucere al bisogno. Sulla diga passeggiavano, illudendosi d’aver spartito il mare. Nei cuori c’erano sentimenti misti e vari, distratti dal luogo. Quasi nessuno guardava nel posto giusto e di ciò che mancava sembrava non ci fosse speranza di ritorno. Le meduse pulsavano tra le pietre frangiflutti, e a parte qualche bimbo che le additava era come non ci fossero. Eppure mai si erano viste così tante e così vicine. Un pittore dipingeva un capanno con una grande rete. La rete, ironica, lo guardava invitandolo a contare l’aria e a raccontare i fili che cambiavano colore perché in mezzo c’era il sole e nubi assortite come i pensieri di ciascuno. Ma le nubi avevano l’ordine e l’armonia dell’innocenza e così passeggiare era prendere possesso di qualcosa che fatalmente si sarebbe perduto. Ma così distratti e leggeri, a nessuno sembrava di perdere nulla e badava solo a scansare persone e qualche temeraria bicicletta impegnata a non andare in mare.

mantra della strada e della pazienza

Faccio finta di sapere, ma non so che fare,
il tempo è un lento appuntire di matite
Sono pronte a scrivere parole che restano segni,
e ai miei piedi, e sul tavolo di legno
s’accumulano trucioli e fragili pensieri.
Passerà, basta avere pazienza e cercare degli amori la forza,
passerà e si ricuciranno gli squarci di solitudine nei corpi. Resteranno cicatrici da scorrere col dito, ma non faranno così male e passerà.
Passerà mi dicevi ed era già passato.
Vorrei avere la tua pazienza quieta, Nonna,
quella che dopo aver la vita districato,
scioglieva nodi
e per la fiducia teneva il necessario.
Cps’era rimasto?
Un ago da lana, poco cibo, qualche dolcetto,
molto amore e il pensiero di ciò ch’era stato.
Memoria dolce che rendeva indifferente la strada e la fatica,
e il tempo, pazienza e l’ utile annodare.
Oh, non mancava nulla e tutto procedeva,
come gli pareva, così sembrava,
ma era l’affidarsi a sé e all’amore che guidava.
Manca il diario di bordo,
tengo a memoria, come tu facevi
e sento il fluire di ciò che consegue
ma non sono bravo, imparo,
trovo il bandolo e non so che fare, ancora.
Della pazienza, sento i tesori per acquietare il cuore,
conservo piccole dolcezze,
m’affido alla docile lama per appuntire matite e colori.
Ne nasceranno segni, poi parole.
Di molto m’importa e ho bisogno:
hai ragione pazienza è non è attesa
ma è la strada per l’amore
che tutto tiene assieme e rassicura.

mi accorgo

Mi accorgo che penso alle stesse cose, che il mondo si restringe anche se ne sento la sua complessa grandezza. Non basta cogliere ciò che accade nel mondo, nei fatti che accadono, nella politica vicina o lontana. Non basta perché sono gli uomini che sfuggono. Diventano numero, entità trascurabili di fronte all’insieme che è molte volte più grande e interconnesso.

Mi accorgo che nella pandemia non basta pensare a non essere contagiato, alle precauzioni da prendere. Ho letto prima che scoppiasse il contagio, un libro sull’epidemia di “spagnola”, le precauzioni erano le stesse, l’ignoranza nelle terapie, uguale, la diffusione paragonabile. Come non fosse bastato un secolo per capire di più. Non capisco cosa non sta funzionando, se non che ora la comprensione delle persone sul pericolo è diminuita. C’è anche un confronto impari tra l’economia e la malattia per cui si giudicano compatibili le morti rispetto al danno economico e le morti diventano numero. Accade anche con gli incidenti sul lavoro, come essi fossero parte di un sistema che comprende che una persona non torni a casa, che i figli non abbiano più un padre, che gli amori si spezzino. Quindi quelli che vengono chiamati “danni collaterali” non hanno una discussione, una presa di coscienza vera, sono accettati purché accadano al altri. Come l’ingiustizia o la povertà, o la diseguaglianza e non basta dare un secondo giro di chiave alla serratura perché esse scompaiano. È necessario capire cosa non funziona e perché, ma soprattutto pretendere che i valori che si proteggono vengano enunciati nelle loro priorità e che di questi si renda conto. Questo ci insegna la pandemia e solo così potrà mutare la vita quotidiana che avremo poi: non essere più numeri e danni collaterali.

Mi accorgo adesso che è più facile isolarsi, che il sentire personale appanna quello collettivo, persino l’odio è un fenomeno del singolo che ciascuno interpreta a suo modo. Non è il contrario dell’amore, ma un modo per certificare la propria esistenza e allora diviene meno chiaro cosa significhi difendersi. Diventa ancora meno chiaro cosa significhi vivere assieme, con-vivere, e cosa questo comporti nelle relazioni tra persone.

Mi accorgo che la fiducia viene dissipata di continuo e sostituita dalla speranza prima di diventare delusione e infine senso d’essere stati traditi. Il mondo si regge sulla fiducia, i rapporti personali si reggono sulla fiducia, lo stesso amore si regge sulla fiducia, se c’è la necessità di una verifica continua allora significa che la fiducia non c’è più. Ripristinare la fiducia è la necessità di un consesso sociale, che comprende tutto ciò che lede il rapporto sino al tradimento, ma al tradito può essere chiesto di riconfermare sempre la fiducia, oppure c’è un limite a questo?

Mi accorgo che ciò che vale per noi, per me, vale ovunque, che esiste un’etica innata basata sulla sopravvivenza e sulla trasmissione dei valori vitali. Tutto ciò che devia può essere perdonato, ma è il tempo che non può essere fermato e il tempo include l’esperienza. Ogni volta sarà al tempo stesso nuova, più facile e più difficile. Nuova perché si pensa che non sarà come la volta di cui abbiamo ricordo. Più facile perché già abbiamo esperienza del buono e del bello e questa è una base di partenza importante che si mescola al nuovo. Più difficile perché l’esperienza lascia tracce e diffidenze e quando si compie il salto verso la fiducia piena, un tradimento sarà ancora più doloroso e grave.

Mi accorgo che l’alternativa è chiudersi nelle case, nelle passioni, nei piccoli gruppi. Mi accorgo che la dimensione familiare diventa preponderante perché lì la fiducia sembra più facile, l’amore una costante che varia ma che c’è, i rapporti sono più conosciuti e veri. Mi accorgo che tutto questo ci chiude in un piccolo mondo che sbarra le finestre. La dimensione diviene il vicino, il caseggiato, il quartiere. Già la città è troppo grande e ricca di complessità incontrollabili.

Mi accorgo che la dimensione della città senza una azione esterna che ne tenga assieme i rapporti, diviene l’anomia e spesso la contrapposizione tra persone che neppure si conoscono. Si include sino all’esaurimento del mondo personale e collettivo prossimo poi il resto dell’umanità diviene numero, privo di vita e sostanza intellettiva. Il numero così sentito non può darmi nulla e può togliermi tutto. Questo processo traccia una scissione tra il personale e il collettivo più ampio, tra sentimenti e indifferenza, tra passioni e atonia. L’amore diviene innamoramento, si destabilizza dopo la felicità iniziale e non diviene progetto comune, la solidarietà traccia perimetri precisi e oltre diviene rifiuto, le passioni sono disgiunte dal loro effetto personale e sociale di cambiamento radicale. Non c’è una redenzione, ma doveri che portano verso adempimenti, il contrario della passione che non basta mai, non si colma mai.

Mi accorgo della solitudine, dell’incapacità della comunicazione profonda, della fatica di mantenere un’assenza di giudizio per vedere le persone. Mi accorgo della fatica dell’attesa, dell’insoddisfazione che precede il desiderio, dei succedanei che riempiono i tempi del disamore, dell’ inutilità non dell’inutile ma del presunto utile.