sulla chimica del bacio

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Agostino guidava e cantava, orribilmente stonato, “guidare nella notte a fari spenti per vedere se poi è tanto difficile morire”. E spegneva i fari. E mentre dietro, le ragazze, lanciavano urletti di paura, lui affermava che c’era il plenilunio e si vedeva. Ma poi i fari li riaccendeva, perché tra occhiali e strada tortuosa non ci vedeva un accidente. Stavo al suo fianco, nella 600, privilegio infausto dei lunghi, ero inquieto, ma più per gli ormoni che rimbalzavano un po’ ovunque dentro, che per i colpi di testa del mio amico. Noi studenti di ingegneria chimica, le ragazze immerse nelle lezioni di lettere. Quell’anno più che analisi e geometria frequentavo volentieri filologia romanza e letteratura italiana. Per interesse, perché mi piacevano le lezioni ma anche perché lì c’erano le ragazze. Molte ragazze. E andava bene così, dava una leggera ebbrezza spacconcella parlare, sia di letteratura, che di chimica generale. Eppoi si occupava l’università molto di più volentieri a lettere che a ingegneria. Forse non avevo le idee chiare, non quelle che servivano nella vita codificata, ma il sangue correva veloce, e tutto sembrava mutare, mentre il mondo era all’unisono con me.

Con Agostino percorrevamo l’altopiano in auto e a piedi, m’ero invaghito dell’amica bionda, facevamo il bagno in pozze d’acqua verde e ferma, tra ranocchie e fango, facendo i nudisti sulle rocce piatte. Per dirle tutto il mio amore, avevo scoperto i sonetti di Shakespeare, glieli mandavo in lunghe lettere in cui c’erano considerazioni poetiche e garbate profferte, non ricevevo risposta, ma attribuivo alle poste il ritardo. O forse non sapeva scrivere a tono intendo, e la mettevo solo in imbarazzo. L’altopiano l’ho conosciuto così, attraverso i racconti del padre della ragazza, un marxista fuori luogo, lì erano tutti democristiani, e lui era pure carabiniere. Camminando di giorno e andando a ballare la sera, dormendo in tenda, prendendo il sole, ingozzandoci di polenta, formaggio e funghi. Avevo dei calzoni attillatissimi e senza tasche, camicie fantasia altrettanto attillate e la sera un freddo boia sulla pelle esposta.  Ci furono dei baci, non erano i primi, ma capii finalmente che la chimica aveva un senso. Se un bacio apre qualcosa le reazioni avvengono appena le labbra si toccano, se invece tutto resta quieto, allora magari ci sarà altro, ma non la magia che ci si aspettava. Lì in fondo non accadeva molto di quello che attendevo, lei era distante e poco interessata. Io, un po’ tonto, insistevo con Shakespeare e con la Dickinson, mentre sarebbero servite la Valduga,  la Merini, la Gualtieri , ma non c’erano ancora alla ribalta. Però la chimica dei baci mi aveva già detto tutto e la poesia, oscuramente lo sapevo, sarebbe servita a poco. Ma già allora pensavo che la parola contenesse ben più del significato apparente e quindi un pezzo di chi la pronunciava. Vero, ma questo accade solo con chi la pensa allo stesso modo e la bionda pensava ad un altro. La lezione di chimica generale dei sentimenti fu che ciò che non scattava con i baci difficilmente avrebbe avuto altri catalizzatori, non i miei almeno.

Imparavo, continuavo a camminare, a leggere Shakespeare, che mi faceva comunque bene, e vivevo l’estate che sembrava infinita, con un tempo che si srotolava e si riavvolgeva come una molla pronta a scattare. Tutto era memorabile, tornavo a casa per due giorni, mi rifocillavo di leccornie casalinghe, ripartivo. Agostino cantava Battisti, lo cantavamo tutti, io un po’ meglio, e stesi al sole sembrava che tutto quello che sarebbe venuto poi sarebbe stato nelle nostre mani. Sembrava, e forse a lui è andata così, per me la vita ha preso tante e tali svolte che nulla di quello che immaginavo allora, si è poi verificato.

Penso a quei baci senza rimpianto, non era cosa, anche se ci misi un po’ a capirlo. Sono ripassato per quei luoghi la scorsa settimana, molto era ancora riconoscibile e mi ha sorpreso che neppure la nostalgia della giovinezza mi prendesse, mi sono chiesto dove fosse finita lei, la bionda, sapevo che poi era scesa in città e che faceva l’insegnante.  Ma era solo una curiosità, meglio non incontrare il proprio passato, ci deluderebbe. La chimica dei baci invece m’ha fatto pensare ben di più, chissà perché non l’ho capita subito allora e perché a me sembrava avesse a che fare con Shakespeare, e poi anche con la Valduga. Questioni di piccole reazioni forse. Pensieri oziosi tra le foreste di abeti, mentre andavo con i fari ben accesi. 

déjà vu

La sensazione m’ha preso finché impastavo il salame di cioccolato: avevo già vissuto quel momento. Era stato in tempo diverso dove qualcosa di piacevole e qualcuno m”attendevano fuori di una cucina. Adesso era questa cucina. Sono cose che non durano a lungo, la razionalità fa strage di sensazioni, ma tanto è bastato perché continuando a lavorare, rimanesse un retrogusto di indecisione. Cos’era accaduto? Allora ero io, come adesso, ma diverso. Di certo più giovane, in altro posto, forse stavo facendo la stessa cosa, ma non mi pareva. E’ stato come un singulto di passato, poi diventato essenza, non era una sostanza con tutte le sue noie e ripetizioni, una sensazione bella e basta, come un pezzo di realtà espunta dai contesti.

Ho letto articoli su queste sensazioni “fasulle” del già stato, del riconoscere luoghi in cui non si è mai stati, del riprendere situazioni che ci sembra di non aver mai vissuto. Gli articoli spiegavano tutto, anche come il già vissuto, per analogia, si traspone e diventa sensazione reale di un altrove. Spiegavano che questo sentire non aveva relazioni, se non combinatorie, con la nostra vita e metteva in relazione connessioni tra un passato e un presente senza portare con sé il resto delle storie già vissute. Tanto che così erano ricordi senza contesto. Insomma, ciò che avevo letto mi diceva che prendevo degli abbagli e che sommando sensazioni mi raccontavo una storia. Dopo aver ricordato gli articoli e ragionato, m’è venuta una piccola malinconia perché quella sensazione l’avevo ancora eppure me la stavo sottraendo, come il rifiuto d’un sogno. Una deprivazione della bellezza di quel moto di cuore che, assieme alla sensazione di aver già vissuto, nella stanza a fianco collocava una persona, un affetto, un moto d’amore che altro raccontava. Ho anche pensato che in effetti molto si spiega, ma molto resta insoddisfacente nella sua razionalità e che se un amore, un affetto che nasce sono impalpabili, pur essendo moto d’ormoni, stimoli elettrici e piccole chimiche trasformazioni, la sensazione di un piacere annunciato e di un déjà vu che si ripeteva era un irrazionale moto del cuore da tenere ben stretto. E qui la storia finisce, ma la sensazione è rimasta, e così stasera le ho scritto.

Già che ci sono allego la ricetta del salame di cioccolato che stavo facendo:

250 gr, di biscotti secchi sbriciolati,

70 gr. di mandorle a pezzetti,

30 gr di burro a pezzi,

40 gr di cacao amaro in polvere,

un etto di cioccolato amaro sciolto a bagno maria con un po’ di latte,

poco zucchero, a me piace amaro.

Si impasta bene con le mani e poi si compone un cilindro su un foglio di alluminio. Si avvolge il tutto e gli si dà la forma di salame. Poi si mette in frigo. Non è garantito che nel farlo vengano dei piacevoli deja vu, ma se accade potrebbe essere allucinogeno.

 

argini

La malinconia tradisce il viso che s’adegua,

e a mente viene il fiume di pianura,

che talvolta esonda,

e poi  tranquillo torna, riprendendo vita

e corso.

Ma c’è pazienza in lui ,

e tenta,  s’impone, finché vince 

oppure si riduce in rivoli di misera cosa

sapendo ci sarà tempo per un’altra prova.

E mentre noi innalziamo argini

agli stimoli che  scuotono le vite,

e li reputiamo poco educati e confacenti,

quella forza si disperde e s’aggroviglia,

per poi fluire infine

altrove che da noi.

la lettura per l’estate

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Cominciava appena dopo il Santo, il tempo sconfinato dell’estate. Era finita la scuola, i verdetti si sarebbero visti a giorni, ma la porta del far nulla operoso era già spalancata. C’erano quartieri della città, anche in centro, che erano un paese. I ragazzi sciamavano assieme. Poco divisi per età, quasi tutti ruotavano attorno al patronato e ai campetti dove si giocava a carte e a calcio. Io abitavo in uno di quelli ed eravamo bravi ragazzi. Anche quelli che eccedevano nelle sciocchezze, lo erano, c’ avrebbe di lì a poco la vita a separarci. Il discrimine era il censo e i 15 anni, chi continuava ad andare a scuola, chi al lavoro, chi stava bene economicamente e chi no, chi cresceva in mezzo alle timidezze dell’età e chi le avrebbe superate d’ un balzo e magari finendo in riformatorio.

In quell’estate che sta cominciando, ho 13 anni da poco. Luglio sembra lontano e settembre in un altro anno, fa molto caldo e si va a nuotare alla Rari Nantes, la sera si esce fino a tardi, i pomeriggi sono un prato infinito di possibilità e di noia. Ho già l’abitudine di leggere assai. Molto Salgari e molta fantascienza. la biblioteca Salani, i classici per ragazzi, che rileggo, i promessi sposi di mio fratello, che mi sembra un bel romanzo, London, Stevenson, Verne, Dumas, Molnar, qualche inglese strappalacrime, insomma una macedonia di parole. Ho amici coetanei e più grandi. Gli amici a quell’età insegnano perché si ha fame di apprendere. E apprendo, quello che mi fa bene e anche altro. Funziona l’emulazione oltre che la competizione. Si prova fino appena oltre il limite del coraggio.

Ho un amico parecchio più grande che mi da lezioni di francese. Studio niente, solo quello che m’interessa. E i “risultati” si vedono. Basterebbe poco, ma a me sembra tanto. Da lui sento che andrà in montagna. I democristiani andavano in montagna, i comunisti al mare. Io andavo al mare, ad agosto, i miei erano comunisti. Mi dice che porterà con sé, due romanzi grossi. Di quelli che si leggono d’estate. Dice proprio così. Fino a quel momento non ho fatto differenze, a me interessano le storie e se durano più a lungo, meglio. Capisco che crescendo, possono cambiare gli usi del tempo: romanzi brevi durante l’anno, lunghi e impegnativi d’estate. Il tempo della lettura per chi fa il suo dovere è nel riposo. Io che il mio dovere non lo faccio proprio, leggo seguendo la voglia. E’ quasi una lezione di morale applicata all’età, il premio ce lo si elargisce dopo aver fatto ciò che si deve. Insomma scopro un controllore interno che prima non mi pareva esistesse. Devo dire che il controllore ha funzionato come voleva, poi, negli anni, forse era guasto. Il mio amico leggerà Il cardinale di Robinson e forse un nuovo libro di Cassola: la ragazza di Bube, oppure il romanzo di quel tedesco comunista: il tamburo di latta di Grass

Ci sarà da riflettere e discutere. Così dice. Mi piace questa idea che finita l’estate si possa discutere di quello che si è pensato dopo aver letto, ma non è il mio caso. E mi vergogno un poco a dire che leggo gli orrori di omega, il pianeta impossibile, le sirene di Titano, fanteria dello spazio, ecc. ecc. e che mi piacciono pure molto. E così non lo dico.  La sua casa è fresca, è dentro un vecchio palazzo. Mi pare che con quel fresco potrei anche uscire di meno, se avessi da leggere. Si potrebbe essere autosufficienti con la fantasia, se si avesse da leggere. Rimugino. Mi piace questa idea dei libri grossi, ma non durerà molto in testa, perché quell’estate è speciale, per il sole, le corse, il mare, i giochi, i pensieri nuovi.

L’estate attende appena fuori. Predomina il caldo e la pelle che si abbronza, i giochi di carte che fanno un po’ adulti, il molto parlare assieme prima dei silenzi dell’adolescenza, il gioco. L’ultima estate bambina prima dei pensieri più ricchi di desideri difficili da maneggiare. Però, da allora, in estate leggo un grosso libro. Li leggo tutto l’anno, ma quello d’estate è quasi un rito, come ci fosse qualcosa che mi riporti ad allora, all’imparare a pensare e poi discutere. Come una spinta in avanti in mezzo all’ozio e al far nulla. Un tempo utile a me. E a chi sennò?

incontri inattesi

Ho visto l’altro me, ed era ben più vecchio. 

M’ ha sorriso con un cenno, ma subito s’è perso,

chi aveva salutato?

Come i capelli, il completo chiaro e grigio,

un po’ slacciata la camicia,

la pancia prominente, la camminata lenta,

era come allora, 

solo invecchiato.

M’ha sorriso e ha proseguito,

m’ha sorriso e s’è voltato,

scegliendo con circospezione i ciottoli,

gli occhi a terra ha riportato.

Qualcosa gli era sfuggito,

forse se l’è chiesto o forse c’era abituato, 

così ha proseguito,

scuotendo un po’ la testa ad un pensiero dileguato.

Mi sarebbe piaciuto vedere un lampo,

un abbraccio,

del comune allora, un segno,

ma non c’è stato modo,

ché oltre l’angolo ormai era sparito.

Come il tempo, 

che a volte ci riconosce

e a volte scrolla il capo

pensando d’essersi sbagliato.

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

l’irriformabilità del reale

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Perché ci si rifugia nella poesia, in quella di senso e sentire, in particolare? Credo sia perché ciò che c’attornia si rivela irriformabile, oltre la nostra portata di formiche volenterose. E’ una presa d’atto che ci fa tornare a noi, chiudere qualche finestra, concentrarci su ciò che ci accade. Accade a noi, non a tutti, portando la dimensione del disagio e del dolore in un ambito che almeno è finito. E come tale rassicura. E’ il nostro perimetro. E questo diviene anche il luogo delle speranze che perdono il noi, il collettivo, e si confrontano con la propria condizione, con quell’io, arduo e complicato, ma pur sempre disponibile in termini di distanza.

La poesia acuisce la vista su di noi. Permette confronti di sentire, colloca l’amore, la gioia, il dolore, in ambiti che fanno parte dell’esperienza. E sollevando il velo in noi, la poesia, ci accomuna tra quelli, che noi pensiamo, indeterminatamente pochi, ma ci toglie dalla solitudine in cui ci confina l’inanità del mutare le comuni sorti.

Se sento sono ancora vivo, potrò riaprirmi verso l’esterno quando questo sarà alla mia portata, intanto sento, ascolto, faccio. L’essere vivi è una grande preoccupazione di chi sente la solitudine, e gli suscita invidia chi non sente e capisce, come pure il superficiale che è immemore di ciò che prova e fa provare. Ma non ha alternative, chi sente, non sarà mai né insensibile, né superficiale. La via d’uscita dal sentir troppo ciò che avviene nel mondo, e nella coscienza della propria impotenza nel mutare la realtà, è di tanto in tanto, tornare a sé, riposare. La poesia è un gran modo di ritrovarsi e porta energie finché la buriana sarà passata, ed essa, la poesia, farà capire come poi uscire nuovamente. Tutto ciò non esaurisce il senso di colpa di chi conosce dov’è il campo di battaglia, e se di qualche compromesso si fa ragione, resta la percezione che oltre il proprio essere, altri ce ne sono e che il non curarsi di loro lascia una sottile vergogna. Anche nell’impossibilità.

il racconto della vita cheta

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Mi sembrava solo una piccola paura quella tua commiserazione al mio parlare di vita cheta. Cose da vecchi le mie attese e argomentazioni, ribattute con frasi secche e brevi come vi fosse un giudizio. E il considerare irridente che ad un certo punto l’energia, assieme ai desideri, latiti. Una volta, forse punsi nel vivo, quando emerse quell’acronimo così banale, da necrologio, per chiudere il discorso. Mi parve un fallire delle parole, il non riuscire a spiegare ciò che pensavo, ma in realtà non c’era la comunicazione giusta, agivano attese che non trovavano risposte ed ero io a non capire, a non curarmi della necessità che se si vuole un dialogo lo si deve caricare su di sé, portare all’interesse vero, non a quello superficiale del momento. Ricordo che argomentai dicendo che i desideri sono così superficiali nella loro presunta profondità… Ma in realtà, questo dire, era la dimostrazione che non capivo e che l’incomprensione può diventare giudizio e isolamento. Un non curarsi perché autosufficienti.

Parlavo di vita cheta come un obiettivo, un farsi del vivere finalmente equilibrato, a me che di squilibri ne avevo avuti sempre in abbondanza. Era un desiderio di tenere le energie nel corso guidato e confacente, non in gabbie, e neppure lasciate brade. Insomma il non essere prigioniero di me stesso, ma signore del mio tempo e non a disposizione d’altri. E argomentavo, come mai si dovrebbe fare, iniziando le frasi con la negazione, come a tracciare perimetri nella mappa del ragionamento che lo portassero dentro confini ben netti. In realtà era solo incapacità d’esprimere meglio un sentire che si precisava dicendo, una necessità di forza, non di debolezza. Ho sempre dato una primazia al pensare, al governo di sé come elemento consapevole d’onnipotenza, ben sapendo che questa condizione è un concorso di utili amici, di presenze che aiutano le nostre libertà. E così il pensare di avere un positivo dialogo con le passioni e i desideri, con le forze immediate del sentire, m’è, pian piano, sembrato essere uno stadio più alto del vivere, una dimostrazione di forza che indirizza e non di debolezza che soggiace. In questo avevo visto, e vedo, la libertà del sentire a lungo, del permanere dell’emozione, che s’abbandona fiduciosa quando sa che di essa resterà traccia. Foss’anche l’annullamento di sé.

Allo scrollar di capo, alle obiezioni senza pazienza, opponevo così il mio giudizio, ovvero, ch’era incapacità di comprendere la tua, e mi figuravo l’esempio di chi conosce il moto per davvero e sa che la lentezza esige assai più energia della velocità. E il movimento lento della danza più grazia e potenza della piroetta. Quando è chiaro dove andare, dicevo, l’energia si pone al servizio del camminare. E questo pure riguardava i sentimenti dove non è il fuoco d’un momento che poi dura, ma lo scavare sino al midollo del sentire. Sembrava che confrontati, i nostri, fossero mondi così distanti, ed era solo un diverso guardare. Il mio che partiva dal particulare e cercava di trarne significato più grande, racconto d’altre cose e per questo aveva bisogno del suo tempo e della sensazione gioiosa che si prova nelle lotte dei bambini quando le braccia stringono l’altro e le forze si confrontano, ma l’una imbriglia, sinché l’altra s’abbandona, finalmente ad un comune essere assieme. E l’altro modo, invece, ben più sbrigativo, dove la sostanza era il fare in fretta, il seguire il momento, che momento non è mai, ma bensì l’espressione di bisogno. E non era l’individuazione di questo bisogno la domanda che ci si poneva, ma piuttosto la sua soddisfazione. La velocità questo in fondo è, argomentavo, ossia la soddisfazione d’una necessità che non pensa perché comunque non cammina con altri, e neppure con sé, ma fugge. Ancora mi veniva il parallelo con l’esistenza bambina quando il correre non ha un senso se non nella competizione, e il toccarsi o il fuggire è un gioco dove alla fine ci si trova con le guance arrossate, e il corpo pieno di sudore che sino ad un attimo prima è stato felice e adesso vive ancora della traccia di quella felicità, ma già subentra uno sconcerto. E la domanda è: e adesso?

Di tutto questo ragionare, in fondo così semplice, avrei dovuto dar forma in parole piane dicendo che per me la vita cheta, non era un riposo, ma il dominio delle passioni accessorie per condurle in poche grandi, e che queste contavano davvero, perché finalmente eran divenute certezze. Certezze di metodo, non di momento, e come tali destinate a durare. C’era un esempio che mi ripetevo, ed era collegato al durare delle cose e di noi con esse, ed era raffigurato nel lavoro paziente che diventa arte e lucentezza, lo stendere infinite mani di colore sino ad ottenere una lacca, oppure il piegare il metallo e batterlo su di sé per cambiarne proprietà ed accrescerle sino a un taglio ineguagliabile, o ancora l’esercizio del ripetere calligrafico, che sembra inutile nella sua presunta eguaglianza e invece, a chi sa vedere, testimonia la differenza che s’avvicina all’idea di perfezione. Era tutto così importante nella mia testa e così dimostrativo di ciò che pensavo che poi nel dirlo, si sminuiva e così mutava in giudizio nel non essere compreso. Allora diventavo ben più importante di te, e del tuo non comprendere m’importava poco, certo che il mio modo di vedere il mondo fosse l’unico per me possibile. Non capendo, allora, che aggiungere modi di vedere, e restar se stessi, era la maniera per arricchire ciò che si vedeva e si era.

piccoli nodi

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Appena sopra la scala, all’inizio del corridoio su cui si affacciano libri e stanze, c’è un tappeto da preghiera mal riuscito nella sua forma un po’ trapezoidale. Di certo si potrebbe rimettere in sesto, basterebbe tirarlo bagnato e poi pazientemente attendere.

Quando lo pensavo, mi venivano a mente le rocce mammellari levigate dai fiumi tra cui son nate civiltà e tappeti, e questi, con sapienza ancestrale, venivano stesi dopo essere stati lavati. Prodigi di piccoli nodi, lisciati dall’acqua, dal sole, dalla piccola polvere che era odore di erba e di terra, di caldo e deserto, di piccoli semi e di lieviti, a trovare la propria dimensione e lucore. Quel tappeto da preghiera rimandava a un telaio artigianale, anche nei suoi colori ingenui, che oscillavano tra figure geometriche ammiccanti figure. Ed era il cenere che passava per il nocciola e puntava al rosa ciprea e al rosso in una tavolozza anch’essa ordine, oppure era viceversa, ed erano i colori che si riversavano nella geometria, con il rosso che confluiva in piccole linee attraverso i nocciola, gli azzurri, i blu, nel grigio soggetti alla forma e alla linea. Pensieri oziosi, ma i particolari piccoli evocavano la figura umana interdetta, e come l’occhio cerca forme nelle nubi, o nelle venature del legno, la testa si perdeva in un riposo inusuale privo di pensieri. Meditare sulla forma.

Mi piaceva quel tappeto così irregolare e morbido, senza ricercatezze estreme, ingenuo eppure sapiente. Favoleggiavo di ginocchia e talloni che l’avessero calcato nell’inchino che raccoglie il corpo in posizione fetale. La preghiera come un ritornare alla madre. Ed io che non sapevo bene cosa significasse pregare, ne rispettavo il contenuto e la forza intuita nella forma. Un affidarsi alla sensazione della propria misura. Mi era chiaro e più pregnante quell’Inshallah che sperava fidente e riportava tutto a un ordine benevolo. E la regolarità apparente dei disegni era annuncio di un meditare, di un vedere oltre, mentre il perimetro della forma parlava al nostro limite, il bacino più largo accolto alla base del trapezio. Anch’esso un richiamo alla mediterranea dea madre.

Come una geometria elementare, come un disegno su una lavagna di tanti anni prima, spiegato da una voce calda e calma. E maestra era la vita, ora, da molto tempo.

geografia

c’è un luogo della mente,

e a lui ritorno

dalle geografie del corpo,

dove tutto edifica e coincide.

E doline ed erba,

alberi e case,

mescolano il fumo di legna

con le nubi.

Così labbra, pelle, brividi

e piccole gocce di sudore,

s’uniscono con i pensieri radi,

e la sera non ha malinconie,

nel scegliere la notte che già vede il giorno.

Tutto non ha fretta

mentre cerca il suo luogo,

perché sentire è pensare

in altro modo,

e, fatto per noi strano,

mentre toglie un’abitudine,

aggiunge una strada

la curiosità d’andare

e diverso senso.