richard strauss

Ascolto Strauss, che accettò Hitler e ne trasse vantaggio. Ascolto gli ultimi lieder, ed è tangibile la sua malinconia di fronte alla fine del bello, della cultura tedesca sotto i bombardamenti, della vita. Sento che questa malinconia comprende cose e uomini assieme. Ciò che c’era non ci sarà più, nessun nuovo compenserà l’annientamento. Eppure era chiaro, insito fin dall’inizio che il reich avrebbe distrutto oppure sarebbe stato distrutto. Perché Strauss non vide? Ascolto il suo stupore dolente di essere stato privato della vita consona al genio, ma della vita altrui perché prima non è importato? Per convenienza, o incapacità, anche l’arte diventa cieca e i grandi cadono in misere pozzanghere. Resta arte, anche se proviene da chi non capì o non volle capire, e perse poi (l’arte dei vincitori non ha problemi)? Sì ma così si rivela il limite dell’arte, la sua imperfezione e approssimazione. Il genio non muta, ma si stacca dall’uomo quando non vede la realtà nel suo divenire (uno scopo dell’arte è cogliere il muovere della storia e l’assoluto insieme) e si induce al compromesso, alla connivenza. Perde la purezza in cambio del potere e del denaro. Non sempre e non tutti, ma è forte l’attrazione del successo, dell’adulazione e dell’assoluto per decreto. Ed è il limite dell’arte che nasce dall’uomo: l’uomo stesso. La natura non ha di questi problemi, frequenta il reale e l’assoluto, assieme. 

un dialogo solipsistico

Oggi mi sono sentito offeso. E lo dico a me perché se parlo con chi mi offende questo direbbe che non esisto, che sono uno zombie.

Come mai? Prova a cercare dentro le ragioni dell’offesa. Cos’è che ti fa male?

Credo sia la mancanza di rispetto, la protervia. Tu sai che non condivido quello che accade per fare un nuovo governo. Non ero neppure d’accordo sul governo Letta, figurati adesso per il modo e la maggioranza che viene scelta, ma l’incontro(?) Renzi- Grillo mi avvilisce. Mi dice che quelli che si oppongono, che pensano di cambiare le cose restando nelle regole democratiche sono degli illusi. Che io sono un illuso. Mi chiedo perfino se sono conservatore, se non capisco davvero quello che accade. Eppure sono immerso nella realtà, la cerco e devo fermarmi nei giudizi, perché mica accetto facilmente che un milionario mi faccia la paternale, mi dica cosa non va in questo paese. Tu sai che di alcune cose ho un minimo di conoscenza diretta. Ebbene si spacciano idee che non hanno alcun riferimento con la realtà, i mi piacerebbe con il reale. Si parla di green economy senza conoscerne consistenza, possibilità di occupazione, realtà economica. Si parla di cose sovvenzionate che vengono spacciate come modelli principali di crescita. E chi paga se non i consumatori, i cittadini. Si parla di uscita dai mercati come fossimo nell’800, di schiavitù dell’uomo alla macchina. Se una persona non ha mai visto una fonderia non può capire che le macchine lì sono il modo per rendere compatibile il lavoro immane, il pericolo che esso contiene, che l’uomo senza macchine è schiavo della fatica, che questo accade in ogni parte del mondo e che casomai bisogna inventare cose nuove per creare lavoro non togliere le macchine. Se una persona conosce ciò di cui parla per averlo sperimentato, non dice sciocchezze, casomai migliora il modo di lavorare. Ma vedi che mi monta la rabbia e non sono sereno?

E ti sei chiesto perché ti sale la rabbia, il rifiuto?

Credo di averlo capito oggi, pensandoci dopo l’ incontro e il comizio successivo travestito da conferenza stampa. E’ l’impotenza, il buttare all’aria la possibilità di una protesta che costruisca. A me non piace distruggere, mi piace costruire, modificare le cose, renderle conformi all’idea di giustizia ed equità, e il costruire non ha scorciatoie, neppure chi demolisce ci crede perché per ogni cosa che sparisce bisogna fare la fatica di rimpiazzarla con altro. Ci sono gesti e modalità d’agire che mi ricordano l’assalto ai forni del pane. Quando la gente ha fame abbatte barriere, regole e la farina viene buttata per strada, il pane nel fango, perché non si può passare dalla fame all’indigestione. E’ la cultura della rabbia e dell’attimo, mentre io penso che per cambiare le cose occorra costanza, forza nel tempo, rigore dopo aver davvero capito come le cose funzionano. Ma così mi pare di giudicare le persone ed io non voglio giudicare chi protesta, solo sento che vengo violato anch’io che mi oppongo. Penso a come si sono comportate persone come Gramsci o Pertini, i tanti che con un regime vero hanno cercato prima attraverso le regole e poi attraverso il pensiero strutturato di cambiare le cose. Cambiando le abitudini, le persone, cercando una giustizia che fosse tale. Ma qui neppure ci si ricorda di ciò che è stato, di queste persone che si opponevano nel rispetto della casa comune, anzi vengono messi in disparte, derisi come incapaci nel modificare davvero le cose. Collusi perché il mondo non è mutato. 

Forse ti dà fastidio il turpiloquio, la violenza del linguaggio, il fatto che non ci siano proposte, ma ultimatum.

Può essere anche questo, ma in fondo ne ho vista di violenza a partire dalla fine degli anni ’60. Ci sono stato in mezzo. Sai proprio in questi giorni c’era l’anniversario del comizio finito male di Lama alla Sapienza, con gli insulti degli indiani metropolitani e degli autonomi, la cacciata di Lama che diceva che non bisognava dividere lavoratori e studenti, e poi la conquista del palco, la sua distruzione da parte di chi contestava. Cos’è rimasto di quegli anni, di quelle persone? La cronaca, non un gesto successivo, un’opera che ci abbia resi diversi davvero, niente che potesse mutare il Paese, perché non c’era una proposta, c’erano velleità e voglia di rompere uno schema, ma quale fosse quello alternativo era un desiderio. Comunque a me non interessa il passato, è questa incapacità di rispettare la casa comune che mi mette in difficoltà. Mi chiedo quali siano i limiti della democrazia, se essa possa contenere la sua distruzione e ammetterla come forza positiva. Insomma mi sento vecchio e conservatore con il mio oppormi democratico, con il rispetto delle regole, e questo mi mette in un profondo disagio. Ho l’impressione che i giornali per conformismo e interesse spicciolo, una parte non piccola di altri interessi anche economici, liscino il pelo al gatto perché quando l’attenzione è sullo show passano sotto silenzio ben altre cose.

Insomma ti senti arruolato tra i governativi.

Peggio, mi sento arruolato tra gli stupidi, tra quelli che non capiscono, tra gli utili idioti di qualcosa che pensano di combattere e questo mi interroga e infastidisce profondamente. Devo togliermi dalla testa che in realtà sono persone privilegiate che cercano di conquistare il potere per imporre le loro regole, e che queste non sono migliori di quelle che ci sono. Perché questo è un giudizio, e i giudizi non servono a capire cosa c’è sotto, da dove nasce la rabbia. Oggi ha detto che non è democratico, che vuole una dittatura morbida. Sono impaurito da queste affermazioni, dal fatto che non ci sia un contraddittorio, una qualsiasi comunicazione. Mi inquieta che si dica, noi e voi, ma voi non esistete, dovete morire perché solo così potrà nascere il nuovo. Io non sono voi e se penso in maniera diversa continuo ad essere noi, questa è la società, non la democrazia, la società. Per questo mi fa paura il dividere tra amici e nemici, perché c’è chi ci crede e la cultura del nemico rende fragile la democrazia anche quando sembra forte. La democrazia non ha antidoti contro la violenza di massa che non rispetta le regole comuni. E non è solo la crisi che rende questo terreno, fertile per le avventure, è lo scarso senso del bene comune. Il fatto che l’evasore additi il privilegio, che il comportamento deviante voglia che la sua condotta sia riconosciuta come prevalente. In questo le responsabilità della sinistra, parlo di quella perché Berlusconi e la destra hanno favorito questo processo di relativizzazione del giusto, del privilegio come norma, ci sono e sono importanti. Dov’era la sinistra quando già c’erano i segni del disastro, perché non si è fatto tutto quello che si poteva fare? Per paura di essere moralisti? Perché comunque i privilegi si sono spalmati in talmente, tali e tante, forme che toccarli poi davvero significava mettere in discussione il proprio elettorato? Credo che  nei comportamenti che hanno ignorato, girato la testa altrove, ci si sia giocata una grande occasione di riforma in senso giusto ed efficiente del paese, ma detto questo come posso pensare che l’unico modo per uscirne sia demolire tutto? Comunque se questo è il ragionamento che prevale, se questa è l’opposizione, mi sento inutile. Inutile a una possibilità di cambiamento. E questo mi offende ed avvilisce. Ecco questo è il sentimento, oggi mi sono sentito offeso ed avvilito nel mio impegno contro questo stato di cose. 

non è normale

Uno fa il caporeparto. Arrivi prima degli altri. E’ così se vuoi che il lavoro inizi. Arrivi e trovi il titolare impiccato nel capannone. Corri, cerchi soccorsi, gridi, chiami al telefono, cerchi di capire se è vivo, aspetti che arrivi qualcuno e non sai che fare, come tirarlo giù. Poi arrivano, l’ambulanza, ci provano e intanto arriva anche la polizia, anche i giornalisti arrivano e tutto prende un percorso burocratico, ti fanno domande, chiedono l’ora, chi c’era, un sacco di cose. E tu invece pensi a cosa ha pensato lui prima di scalciare la sedia, quanto solo è stato in quei momenti in cui c’erano tutti nella sua testa e nessuno contava abbastanza, pensi a quando ha deciso che vivere era troppo.

Uno fa il poliziotto, ti chiamano, arrivi e trovi il ferito, il morto. Non ci si fa mai davvero l’abitudine, diciamo che non fa impressione, non tanta almeno e questo sembra abitudine, ma sono tutti diversi e così ti fai domande. Perché? Poi arriva il giudice, e questo aiuta, ti dice cosa vuol sapere e quindi cosa devi fare. Anche il mestiere aiuta, perché ne hai visti altri, ma le domande uguali disegnano persone diverse. Cerchi di metterli in una casella conosciuta. Funziona, aiuta a trovare le cose comuni, però non è mai davvero lo stesso. Guardi l’espressione, il volto, forse vorresti leggere qualcosa di una storia, ma questa è letteratura, c’è la pietà invece. La pietà aiuta a distinguere gli uomini, chi non ha pietà è una bestia.

Uno fa il portantino. Volontario. Un giorno alla settimana. Ti pare di fare qualcosa per gli altri. Lo fai e speri sempre che non sia grave. Poi ti mettono dentro l’ambulanza, arrivi, ti rendi conto e anche se il medico ci prova, spesso hai già capito. Ci speri, i miracoli succedono. A volte. Continui a sperarci e poi ti arrendi. Fai il tuo lavoro dopo i poliziotti, le fotografie. Intanto pensi che poteva non andare così, che la vita è importante, che ormai sono troppi, che non dipende da te ma qualcosa si dovrebbe fare. Sei sconsolato, correre non è servito a nulla. Adesso toccherà ad altri. E’ bello quando qualcuno nasce o si salva, poi no, non è bello, ma qualcuno lo deve fare.  

Uno sente la notizia da un amico. Sa che conosci l’azienda, i titolari. Ti dice che si è suicidato in fabbrica, pensi che l’hai sentito da poco, che ci si è fatti gli auguri e guardi subito il giornale sul web: è il fratello. Lo conoscevi poco, ma il resto lo conosci bene. L’azienda, l’innovazione costante, le macchine inventate sul posto, i prodotti di punta, la crescita e poi il cambio euro dollaro, la concorrenza cinese, il mercato che non perdona, gli stabilimenti che si chiudono, le banche che non finanziano, la crisi che cresce anche se i prodotti sono nella fascia più alta del mercato. Conosci il luogo, il lavoro e le persone, quanto è successo ti prende e non sai come partecipare. Scrivi un messaggio. Pensi che per molti è quasi concepibile, logico in un mondo che non perdona: o successo o niente. Ma hai fatto anche il sindacalista, hai difeso gli operai, hai cercato giustizia ed eguaglianza, però i padroni non li hai mai odiati. Venivano in trattativa, s’incazzavano, ma lavoravano anche loro, erano avversari. Cercavi anche allora di capire dove chiudere, fin dove si potesse arrivare senza rompere. L’economia non è il regno dei desideri. Forse per questo pensavi che senza toccare il mercato, la finanza e i meccanismi dell’economia, non sarebbero cambiate le cose. E hai sempre pensato che quelli che s’ammazzano sono quelli che non hanno portato via i soldi e le aziende, che le hanno tentate tutte, che si sono mangiati il lavoro di una vita. Ne hai visti altri, troppi che conoscevi, che a un certo punto non ce l’hanno più fatta. Ti prende la sensazione che stia traboccando qualcosa che si porta via gli uomini, che ci sono troppe falsità sul valore della vita, che la giustizia e la solidarietà perdono terreno. Per questo hai una grande tristezza e volevi scriverla nel messaggio al fratello, ma non ci sei riuscito e ti pare che attorno si sia fatto più buio. 

alcuni audaci in tasca l’Unità

Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.

fatto di cronaca

Nel vicolo dove abitava mia cugina, era accaduto qualcosa di terribile. Lei ne parlava a bassa voce, voleva proteggerci, noi bambinetti, più abituati alle favole e le corse che alla realtà. E poi il fatto non era accaduto nel vicolo, ma in montagna. Nel bosco.

La montagna e il bosco, per me, bambino di città, erano una illustrazione di sussidiario, un manifesto di vetrina invernale. E la fotografia che c’era sul giornale la vedemmo quasi di sfuggita. Era una di quelle foto di allora, fatte di pallini con tonalità di grigio, che mostrava delle lenzuola bianche stese a terra, tra quelli che si intuivano alberi. A lato, il bordo di un’auto, poi il titolo, quello che mia cugina aveva solo sussurrato, attutendolo: Ragioniere stermina la famiglia e si suicida.

Loro abitavano in fondo al vicolo, in una villa con giardino protetta da un cancello oscurato da lamiera grigia. Noi giocavamo spesso lì vicino, era il luogo dove non destavamo preoccupazioni e il cancello faceva da porta per il calcio. Ogni tanto l’auto arrivava, suonava il clacson, il cancello veniva aperto da un cameriere, l’auto entrava e tutto si chiudeva. Quando accadeva, noi ci fermavamo, attratti da quella vista preclusa, ma alla fine della villa conoscevamo solo la forma di casa squadrata, la ghiaia del cortile, i grandi alberi dello sfondo, il cameriere con quella buffa giacchetta a righe e lui che guidava. Ci pareva anziano: non aveva neppure 50 anni quando si suicidò dopo aver ucciso tutti.

A quei tempi le notizie erano pudiche, il suicidio peggiore dell’omicidio, mia zia parlò di dissesti finanziari. Disse proprio così: dissesti finanziari e fece seguire il commento esplicativo: el se gera rovinà (si era rovinato). Non capivo bene quella parola, che evidentemente era stata letta sul giornale, ma già il fatto che qualcuno si fosse rovinato sembrava più una ferita grave a sé che qualcosa che avesse a che fare con il denaro. Mio zio aggiunse: el gera falio (era fallito). E così finirono i discorsi, nessuno rispose alle nostre domande e non se ne parlò più. Anche tra noi non ne parlammo più, però rimase un’aria di sospensione su quel luogo e facevamo fatica ad andare a giocare sul fondo del vicolo, così spostammo i giochi verso il Prato, sotto il portico.  

Non ho mai capito quelle morti, mi sembrava tutto così assoluto e relativo, come esistesse un mondo parallelo in cui quelle cose avvenivano e però non era il mio. Mio padre, tempo dopo, parlando d’altro, disse che ci si uccideva per onore. Sembrava che questo, nei dissesti, riparasse i debiti, ma non salvava la famiglia dalla miseria. Registravo ciò che mio padre diceva, come fanno i bambini che tacciono finché la testa lavora e collega, e il pensiero tornava sul vicolo. Quei due ragazzi, la moglie, le lenzuola della foto sul giornale. Mi pareva tutto sbagliato: non gli era stato chiesto nulla, qualcuno aveva deciso per loro ed erano spariti dalla realtà pur continuando ad esserci nel pensiero.

Anche adesso, e accade spesso, quando passo davanti al vicolo, il pensiero torna e ho la sensazione di una ferita nel giusto, di aria che manca. Poi il pensiero va altrove, ma una lapide che ricordasse quelle morti ingiuste io la mettterei.

anziano pensionato

La locandina del giornale locale riporta: nei guai anziano pensionato disturbava commessa. Rivedo il titolo al bar e , incuriosito, cerco l’età del vegliardo: 62 anni. L’articolo non spiega molto, pare che l’anziano pensionato cercasse di conquistare la commessa, avendo male interpretato la sua gentilezza.

Mi colpiscono tre cose: l’età, il pensiero dell’eterna giovinezza del fascino, il bisogno di attenzione.

Per i giornali l’anziano comincia ben prima dell’età Fornero, sono rimasti a due generazioni fa quando uomini e donne sessantenni erano ormai vecchi. Ospiziabili. Non è necessario correggere nulla, anche se è più difficile leggere: anziana pensionata disturbava commesso. Le donne sono effettivamente differenti, ma per gli uomini la società contiene una generazione che a 60 anni non esce dal lavoro, e neppure da vita e sentire. Le donne, pur avendo analoga vita e sentire, hanno uno stile differente, e questo ancora una volta fa pensare. 

Il pensiero di essere attraenti è una gran cosa, fosse solo in termini di autostima. Don Giovanni non muore mai e sulle panchine ha sempre imperversato, oggi di più. Solo che non si limita ad esercitare sulle panchine, ma ovunque. Diciamo che c’è un po’ di confusione tra teste che, giustamente si sentono attive, e questa giovinezza protratta che sembra non finire. Pare esista solo il biasimo sociale nei comportamenti fastidiosi, e néanche tanto, visto che i modelli divistici e culturali, infrangono in continuazione i vincoli di età, a far da discrimine. Mentre credo che la cosa dovrebbe ritornare nei canoni della consapevolezza e dell’educazione sentimentale, magari fondando sulla gentilezza i rapporti e lasciando ai singoli il compito di dire se la cosa è opportuna oppure no. Forse il problema vero è che in tutti i rapporti bisogna essere in due e che questa percezione non è sempre presente, e naturalmente nella parte più debole si preferisce confondere qualunque attenzione, fosse solo per un narcisismo persistente che ha bisogno continuo di verifiche. La cosa in realtà comincia presto, e continua, e si rinfocola secondo un ciclo, è mia opinione, dove ad ogni età sociale, subentra, dopo una prima paura, la consapevolezza di non corrisponderle perché i segnali che arrivano dal corpo e da ciò che si fa sono differenti. Insomma ci si sente più giovani e attraenti di quanto si è.

Il bisogno di attenzione è comune a tutte le età dell’uomo, ma con gli anni aumenta e fa perdere la cognizione reale di sé. Per cognizione reale, intendo quella legata all’età vera, al proprio corpo com’è, che cose come lo star bene e la vigoria fisica sembrano invece confondere. Dovrebbe essere una cosa bella, un godersi la vita più a lungo. Le età hanno bellezze proprie, e non poco intense, se si riesce a coglierle. Una donna nell’età di mezzo, ha una bellezza particolare, lo stesso vale per l’uomo, ciò che dovrebbe essere un piacere è un peccato diventi un problema.

Mi sto chiedendo se mi sto consolando: sono più vecchio dell’anziano pensionato e guardo pure le donne, per strada, al bar, ovunque. Sorrido. Per fortuna non hanno scritto, un vecchio pensionato, o peggio hanno puntato sul laido individuo, che a una cert’ora, è sempre in agguato sulle scrivanie dei giornali per fare un titolo da locandina. Insomma è andata bene.

p.s. magari ridiamoci un po’ su, ma Leporello racconta i sogni maschili come fece Fellini in 8 1/2

bombe d’acqua: che assurdità

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Ci risiamo. Quattro regioni a rischio. Sott’acqua i soliti noti e qualche new entry. Solo che non è novembre, è febbraio e di solito in questi mesi gela, ma non piove. Ciechi col bel tempo e non anfibi. L’amara constatazione è che non siamo gechi, anche se qualcuno comincia a sperarlo. I titoli dei giornali sono, al solito, privi di influenza, narrano di cause e di realtà che assumono i contorni dei telegiornali, realtà gridata, quindi irreale se non ci riguarda. Passiamo alla prossima notizia. Se questo paese è preda della natura non è mica un caso, solo che tra due giorni non farà più notizia e si tornerà alla legge elettorale. La stampa che è riuscita a far dimettere un presidente della Repubblica non riesce a far emergere la necessità di curare il giardino di casa.

La pioggia spruzza il vetro. Sotto il ponte, un’acqua marrone, carica di terra, sommerge gli alberi e le erbe delle golene. Gli occhi misurano la scala altimetrica, mancano almeno 4 metri. Qui. L’ondata di piena, la seconda, arriverà stasera e gli argini non hanno mica sempre la stessa altezza. L’acqua scorre, lo scirocco ci sta graziando. E’ un moto lento che trascina con insistenza. Un tirare irresistibile. Oltre ci sono gli sbarramenti aperti, l’acqua defluisce. Gli uomini sugli argini guardano il cielo e l’acqua. Le cose si congiungono, non c’è alcuna fatalità, e tutto ha una relazione. Penso. Come quelle villette così carine e addosso all’argine. Com’è che le vendevano? Vista fiume, tra l’acqua e il verde. E quei condomini anonimi di 2o anni fa, riempiti quando tutto cresceva, pieni di garage sottoterra dove non occorre la piena per tirar fuori le auto. Han sempre avuto problemi, ma i costruttori si sono dileguati, sciolti nei fallimenti.  Bisognerebbe spostare le cose dagli scantinati, oppure si rischia, andranno a letto con la solita apprensione, gli abitanti, frustrati dal fatto che con il sole nessuno li ascolterà.

C’è qualcosa di malsano in tutto questo. Questa è terra di fiumi, sempre si è andati sotto fino a metà’800, poi non più. Bastava fare e regolare i fiumi pensili, pulire i fossi, far sgrondare i campi. La baulatura, parola bellissima, serviva non poco perché si sapeva cosa c’era sotto e quanta acqua riceveva. Poi i campi sono spariti e quello che è rimasto ha coltivazioni stanche e violente che poco si curano delle baulature. Fare opere grandi e piccole, non si fanno né le une né le altre, ci si affida alle idrovore. Poi qualcosa accade altrove, un muovere d’aria, mai casuale, uno scaldare di co2 in eccesso, e i terreni impermeabili, i fiumi tombinati, i fossi interrotti sfiottano in una forza indifferente e tranquilla d’acqua che ci riporta a noi, all’insipienza, all’incapacità di porre le priorità. Non impariamo, insisti pure acqua marrone, rifaranno gli argini, il minimo che serve per un po’. Non impariamo, aspettiamo che ci vada bene o tocchi a qualcun altro. E’ la logica della bomba d’acqua, un caso che non è un caso, che colpisce e poi si spera non ritorni. 

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Parli della difficoltà di distinguere tra un ministro di destra e uno di sinistra. Nelle cose, dici, sono uguali, e la politica delle larghe intese è stata il disvelamento che di fronte ad una crisi capitalista, dove chi ha i soldi ne fa di più e pagano tutto i deboli, la risposta è stata flebile, conservativa, come si dovessero al più attenuare le perdite di uguaglianza. Ché poi non c’è mai stata l’ uguaglianza, ma almeno prima era un tendere che motivava scelte e politiche. Insomma non è la destra ad essere in crisi e la differenza tra sinistra e destra è un problema della prima.

Messa così, non solo ti devo dar ragione ma mi togli la speranza che esista una sinistra che non sia marginale. Lascio perdere il velleitarismo, l’incapacità di cogliere la realtà che sento nei si potrebbe, che circolano e sono scambiati per azione reale. Lo so che c’è una differenza tra il sogno e ciò che ora possiamo sognare, mi accorgo che il discrimine vero non è l’ho etichetta del sogno ma i suoi ingredienti di realtà ovvero ciò che ne resta nel confronto con il reale, a partire dall’economia. Sull’eccesso e sull’appiattimento ai condizionamenti della presunta sinistra non posso che darti ragione. E qui viene un però, non ci credo più agli intellettuali e ai piccoli gruppi che fanno analisi nitide e poi non riescono a superare il divario tra pensiero e azione collettiva, e soprattutto non hanno la capacità di trovare grandi contenitori comuni per idee semplici. Questo erano i grandi partiti della sinistra del passato, obbiettivi semplici, comprensione e futuro. E chi ha capacità di capire, deve capire come unire nella propria diversità. Finché resto nel Pd, devo considerare che questo partito sia riformabile dall’interno, che un progetto di cambiamento possa essere costruito altrimenti non resta che il caniscioltismo. Abbiamo entrambi l’età per sapere di cosa parliamo e conosciamo i fallimenti del chiudersi nella propria ragione. Per costruire strade nuove servono analisi taglienti e vere e poi il valutare che la differenza tra sinistra e destra passa per cose semplici, tutelando e indicando come cambiare questa economia che esercita il suo potere sui deboli. Non mi piace la scelta verso l’individualismo, più per necessità che altro, continuo a pensare che si potrà cambiare, che serve un minuto di più dell’avversario, che essere di sinistra ora, significa dire ciò che si pensa e farlo.

Certo ho dubbi anch’io e spesso sono stanco, quando penserò che non è possibile, che bisogna lasciar fare alle cose, mi tirerò in disparte, ma per ora ci provo. Non ci sono alternative. Va bene discuterne, facciamolo quanto serve, non abbiamo le stesse idee, ma sono contento di parlarne e per le riflessioni che mi provochi. Grazie.

i grandi davvero

La grandezza di una persona si vede dalla sua consapevolezza del limite. Gli altri non si accorgeranno di questa fatica del superarsi, vedendo il risultato, presi dalla meraviglia, dal nuovo e l’ inaudito e parleranno con le parole dell’agiografia, del tutto eccellente, ma non è stato sempre così e la grandezza è passata attraverso errori, scontentezza di sé, instancabile rifarsi. Ciò che è grande si ripete, ma non è mai eguale ed esso stesso addita chi lo affianca nella grandezza, chi lo seguirà. Sono i nani che strepitano per farsi notare, chi è grande può frequentare il silenzio. A chi ha la fortuna di vivere quando ci sono grandi uomini, dovrebbe essere dato discernimento, giusta distanza, compartecipazione nel comprendere ciò che accade. Perché non è facile partecipare della grandezza, esserne mutati, sentire che essa ci parla oltre le opere e spinge anche noi a superarci. 

idee confuse sull’Ucraina

Confesso che da giorni inizio a scrivere queste righe. Le guardo e poi ricomincio insoddisfatto. Cos’è che vorrei dire? Chiunque scriva dovrebbe chiederselo. Anzitutto penso che quanto accade è complicato e che parte da un pregiudizio più che dall’oggettività, cioè che i nostri criteri vadano bene ovunque, poi che nell’est europeo ci sono non pochi movimenti nazionalisti e di destra estrema che da noi sarebbero tenuti a bada, in terzo luogo che l’Europa, ancora una volta, si dimostra inefficiente, sia in politica estera che nelle politiche economiche collettive, e infine che l’ Ucraina un po’ la conosco per esserci stato cinque volte. Detto questo sono al punto di prima. Così parto dalla fine.

Chi ha avuto modo di arrivare in Ucraina di giugno, venendo in auto da sud, ricorda le distese di grano tra le città e i villaggi. L’oro che si muove all’unisono con un vento piatto, un soffio lungo che rasenta il terreno scuro, quasi nero. E’ il vento che arriva dal mar Nero, da Odessa, è caldo e sa di terra grassa, la stessa che ti mostrano prendendola nella mano destra e sbriciolandola nel palmo. Una terra densa di umore vitale, calda. Da sempre una benedizione: è la più fertile terra al mondo. L’Ucraina è grande davvero e ospita più popoli, dal mar Nero alla Bielorussia è un susseguirsi di pianure in cui molti hanno dilagato fino al limite dei Carpazi. Anche le religioni hanno corso parecchio, il cristianesimo in particolare. Ci sono ortodossi fedeli al patriarcato di Kiev, ortodossi fedeli al patriarcato di Mosca, cattolici Uniati, cattolici vari, protestanti, ecc.  Noi stiamo andando verso Lviv, la città che guarda la Polonia, e che è forse la più ucraina delle città, anche se a 120 km da Cracovia. Un punto di snodo prima dell’oriente russo. Lviv ha più nomi, Lvov per i russi, Lemberg per i tedeschi, Leopoli per noi, qui c’era il comando dell’Armir, per poco è stata pure italiana. Fa un po’ ridere pensare come un posto sia a seconda del principe di turno, tedesco, austriaco, polacco, russo, addirittura italiano. Chissà cosa pensano gli abitanti di tutto ciò. I buoni, bravi borghesi che si irritano solo se i commerci vengono toccati, se i privilegi cessano, se la libertà non serve davvero a fare i propri affari. Lviv è più città assieme, poco bombardata, conserva l’impianto medioevale e rinascimentale. In centro c’è ancora la sede dell’ambasciata di Venezia, che non è stata trasformata in boutique, ma è una casa in cui qualcuno abita. Molti non sanno che qui doveva arrivare un corridoio europeo per merci e persone, il Lisbona- Kiev, che non andava a Kiev ma si congiungeva a Lviv con un altro corridoio europeo che dal nord della Francia andava verso Mosca. Insomma un incrocio senza semaforo, dove tutto doveva arrivare e mescolarsi, ripartire, e alla fine non è ancora arrivato nulla. La sensazione è quella di essere in mittel europa, siamo in Galizia e l’impero austroungarico prima della fine nel 1918, ha costruito parecchio. Però se si guarda con attenzione si vede che le anime sono parecchie, Ucraina anzitutto, poi polacchi, russi, tedeschi, ebrei aschenaziti, gente del Baltico. Gli ebrei, oltre 200.000, tra residenti e immigrati furono sterminati dai nazisti, che cominciarono ad esercitarsi già dalla notte dei cristalli, uccidendo e dando fuoco alla sinagoga rosa, ma nonostante di ebrei ce ne siano pochi, si sente che esiste qualcosa di inconfondibile, di culturalmente importante che proviene da loro. La sera arriva presto a Lviv, le luci si accendono nelle strade piccole nel centro, illuminano i colori pastello delle case. La scelta dei colori sembra un togliere dalla pelle il buio, un ribadire il primato della luce.

Ero Lviv quando cominciò la rivoluzione arancione. Non la riconobbi e la presi inizialmente per una processione. C’era una lunga fila di persone che andava attraverso il viale della Libertà verso una piazza del centro, davanti stendardi religiosi, santi e madonne nere, icone tenute alte con le braccia, pope, turiboli e incenso. Dietro una folla a segmenti, gruppi folti, uno spazio, bandiere con scritte per me incomprensibili, bandiere nazionali, poi di nuovo un gruppo folto. Quando la testa arrivò davanti a un monumento si fermò e tutti assieme cominciarono a scandire slogan. Il clima si scaldò e un amico mi prese finché fotografavo portandomi alla sede della stampa estera. Parlo di Lviv e di quei giorni perché tutto iniziò da lì e successivamente è stato un continuo ribaltare di posizioni, con l’Europa incapace di dire altro che le solite litanie sulla democrazia, ma senza soldi la democrazia non vive. E così veniamo ai nostri giorni. La Russia di Putin ha messo sul tavolo 14 miliardi di dollari, in gran parte come forniture di gas, e in Ucraina adesso è -20, eppoi in contanti. L’Europa non ha messo sul tavolo nulla oltre l’inizio di un processo di adesione. E’ chiaro che quando il pil del paese è fatto per oltre il 50% di rimesse degli immigrati, oltre la povertà conseguente, la tentazione di spostarsi tutti verso dove pare ci sia il benessere è forte. Non è questo che ha motivato il percorso della razza umana dall’Africa fino alle estreme propaggini del mondo? Ma in un mondo governato, come si può non mettere logica ai processi, come si può pensare che non ci siano interessi forti strategici nell’area, come si può ignorare che quando si è in una zona d’influenza l’economia sarà sempre costretta dentro vincoli, con difficoltà a crescere? Eppoi se le elezioni, pur validate come democratiche hanno dato un risultato, come possono le democrazie ribaltarlo se non è soddisfacente? E’ accaduto in Egitto, sta riaccadendo in Ucraina, continuerà ad accadere, ma se investe ad esempio la Spagna con i processi autonomistici, che accadrà? In Ucraina sono presenti più partiti, non è una repubblica comunista, non pochi di questi partiti sono nazionalisti, altri rappresentano una destra estrema, da sempre presente nell’est europeo. La storia degli alleati del nazismo dimostra che il terreno era fertile, anche i pogrom di Lviv ebbero protagonisti locali. Già la contraddizione dell’Ungheria dovrebbe inquietare l’Europa, eppure sembra ci sia un distogliere lo sguardo, un combattere partite che poi i cittadini europei non saranno in grado di sostenere. Dal basso costo del lavoro agli aiuti economici allo sviluppo e alla gestione dello stato, ben superiori alle capacità comuni di tenuta in una economia che non ha prospettive comuni, ma nazionali. Il benessere della Germania resta tedesco, l’impoverimenti degli stati mediterranei è affar loro per gran parte. Quindi mi stupisce che si siano perduti almeno 10 anni per non analizzare un problema, quello dei confini dell’Europa, soprattutto ad est e non agire di conseguenza. Deficienze gravi di politica estera comune, di politica economica comune. Ecco perché guardo con preoccupazione quanto accade, perché non è una crisi governata, perché la piazza ha ragioni che dipendono dalla miseria e dalla speranza di superarla, ma non da un progetto politico economico. Dire che ci sono ultras del calcio, partiti nazionalisti, destre xenofobe accanto a patrioti che vogliono una indipendenza regionale piena, non basta. Guardare le immagini e pensarle nelle nostre piazze, incute paura. Sapere che ci saranno colloqui tra Unione Europea e Russia non basta. Sorprende infine il ruolo degli Stati Uniti, ben presente a Lviv con una università, che oscilla in politica estera, tra principi e convenienza. Se l’obbiettivo è dare fastidio a Putin, allora tutti sono usati, gli ucraini per primi, ma il risultato di tutto questo sarà una mossa di scacchi che non risolve una partita irresolvibile.

P.S. Di quelle piazze di Kiev, oggi piene di barricate di neve e mezzi bruciati, ho presenti gli alberghi da realismo socialista, le chiavi tenute al piano dalle portinaie che si svegliavano quando arrivavi, i casinò improbabili nella sala da colazione, le piazze e i viali, gli spazi scenografici da regime, poi l’ingresso dell’occidente con i marchi del commercio mondiale: abbigliamento, cibo, automobili, orologi ed elettronica. La sensazione era quella di una città che faceva fatica, dove il lavoro mancava, dove lusso e povertà si misuravano mostrandosi, non sapendo le ragioni dell’uno e dell’altra. Sono impressioni di una città visitata per lavoro, dove si vedono cose più che uomini, si sentono progetti più che idee, dove la misura economica travolge tutto. Però c’era un malessere che le prospettive non cancellavano, quello di essere usciti da un regime e di non vedere ancora i vantaggi della libertà. Su questo mi fermo a pensare perché insegnare la libertà non è semplicemente introdurre l’economia di mercato.