non è normale

non è normale

Uno fa il caporeparto. Arrivi prima degli altri. E’ così se vuoi che il lavoro inizi. Arrivi e trovi il titolare impiccato nel capannone. Corri, cerchi soccorsi, gridi, chiami al telefono, cerchi di capire se è vivo, aspetti che arrivi qualcuno e non sai che fare, come tirarlo giù. Poi arrivano, l’ambulanza, ci provano e intanto arriva anche la polizia, anche i giornalisti arrivano e tutto prende un percorso burocratico, ti fanno domande, chiedono l’ora, chi c’era, un sacco di cose. E tu invece pensi a cosa ha pensato lui prima di scalciare la sedia, quanto solo è stato in quei momenti in cui c’erano tutti nella sua testa e nessuno contava abbastanza, pensi a quando ha deciso che vivere era troppo.

Uno fa il poliziotto, ti chiamano, arrivi e trovi il ferito, il morto. Non ci si fa mai davvero l’abitudine, diciamo che non fa impressione, non tanta almeno e questo sembra abitudine, ma sono tutti diversi e così ti fai domande. Perché? Poi arriva il giudice, e questo aiuta, ti dice cosa vuol sapere e quindi cosa devi fare. Anche il mestiere aiuta, perché ne hai visti altri, ma le domande uguali disegnano persone diverse. Cerchi di metterli in una casella conosciuta. Funziona, aiuta a trovare le cose comuni, però non è mai davvero lo stesso. Guardi l’espressione, il volto, forse vorresti leggere qualcosa di una storia, ma questa è letteratura, c’è la pietà invece. La pietà aiuta a distinguere gli uomini, chi non ha pietà è una bestia.

Uno fa il portantino. Volontario. Un giorno alla settimana. Ti pare di fare qualcosa per gli altri. Lo fai e speri sempre che non sia grave. Poi ti mettono dentro l’ambulanza, arrivi, ti rendi conto e anche se il medico ci prova, spesso hai già capito. Ci speri, i miracoli succedono. A volte. Continui a sperarci e poi ti arrendi. Fai il tuo lavoro dopo i poliziotti, le fotografie. Intanto pensi che poteva non andare così, che la vita è importante, che ormai sono troppi, che non dipende da te ma qualcosa si dovrebbe fare. Sei sconsolato, correre non è servito a nulla. Adesso toccherà ad altri. E’ bello quando qualcuno nasce o si salva, poi no, non è bello, ma qualcuno lo deve fare.  

Uno sente la notizia da un amico. Sa che conosci l’azienda, i titolari. Ti dice che si è suicidato in fabbrica, pensi che l’hai sentito da poco, che ci si è fatti gli auguri e guardi subito il giornale sul web: è il fratello. Lo conoscevi poco, ma il resto lo conosci bene. L’azienda, l’innovazione costante, le macchine inventate sul posto, i prodotti di punta, la crescita e poi il cambio euro dollaro, la concorrenza cinese, il mercato che non perdona, gli stabilimenti che si chiudono, le banche che non finanziano, la crisi che cresce anche se i prodotti sono nella fascia più alta del mercato. Conosci il luogo, il lavoro e le persone, quanto è successo ti prende e non sai come partecipare. Scrivi un messaggio. Pensi che per molti è quasi concepibile, logico in un mondo che non perdona: o successo o niente. Ma hai fatto anche il sindacalista, hai difeso gli operai, hai cercato giustizia ed eguaglianza, però i padroni non li hai mai odiati. Venivano in trattativa, s’incazzavano, ma lavoravano anche loro, erano avversari. Cercavi anche allora di capire dove chiudere, fin dove si potesse arrivare senza rompere. L’economia non è il regno dei desideri. Forse per questo pensavi che senza toccare il mercato, la finanza e i meccanismi dell’economia, non sarebbero cambiate le cose. E hai sempre pensato che quelli che s’ammazzano sono quelli che non hanno portato via i soldi e le aziende, che le hanno tentate tutte, che si sono mangiati il lavoro di una vita. Ne hai visti altri, troppi che conoscevi, che a un certo punto non ce l’hanno più fatta. Ti prende la sensazione che stia traboccando qualcosa che si porta via gli uomini, che ci sono troppe falsità sul valore della vita, che la giustizia e la solidarietà perdono terreno. Per questo hai una grande tristezza e volevi scriverla nel messaggio al fratello, ma non ci sei riuscito e ti pare che attorno si sia fatto più buio. 

5 pensieri su “non è normale

  1. Qualcuno mi ha chiesto in questi giorni come si fa a mettere un “non mi piace” ad un post …
    Ecco qui ci starebbe bene solo quello.
    Che però sarebbe riferito al fatto tragico che hai descritto, Will, al dolore, alla solitudine, alla disperazione che descrive, eh!
    Perché sono troppe le cose che non mi piacciono in questi ultimi anni e che portano verso scelte (troppo) definitive e senza speranza (che naturalmente mi astengo dal giudicare)

    😦

  2. troppo lungo leggerlo oggi. Comunque buon Valentino.

    p.s. ho scritto un post con Nota sull’Amore. Forse ricordando la lettura di Sthendal potrà anche piacerti. Saluti e baci

  3. C’è molta confusione nelle teste, Marta. Abbiamo perso i legami tra noi, sembra normale ciò che non lo è. Impressiona che bisogni arrivare ai suicidi per capire ciò che accade.

  4. Non mi piace scrivere di queste cose, Ondina, ma è ciò che sento. Ho abbandonato un riserbo che di solito mantengo, perché credo che tacere non sia giusto. Non cambierà nulla, ma dirlo è importante e se molti lo facessero forse il problema della crisi non sarebbe solo un titolo sul giornale.

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