fatto di cronaca

fatto di cronaca

Nel vicolo dove abitava mia cugina, era accaduto qualcosa di terribile. Lei ne parlava a bassa voce, voleva proteggerci, noi bambinetti, più abituati alle favole e le corse che alla realtà. E poi il fatto non era accaduto nel vicolo, ma in montagna. Nel bosco.

La montagna e il bosco, per me, bambino di città, erano una illustrazione di sussidiario, un manifesto di vetrina invernale. E la fotografia che c’era sul giornale la vedemmo quasi di sfuggita. Era una di quelle foto di allora, fatte di pallini con tonalità di grigio, che mostrava delle lenzuola bianche stese a terra, tra quelli che si intuivano alberi. A lato, il bordo di un’auto, poi il titolo, quello che mia cugina aveva solo sussurrato, attutendolo: Ragioniere stermina la famiglia e si suicida.

Loro abitavano in fondo al vicolo, in una villa con giardino protetta da un cancello oscurato da lamiera grigia. Noi giocavamo spesso lì vicino, era il luogo dove non destavamo preoccupazioni e il cancello faceva da porta per il calcio. Ogni tanto l’auto arrivava, suonava il clacson, il cancello veniva aperto da un cameriere, l’auto entrava e tutto si chiudeva. Quando accadeva, noi ci fermavamo, attratti da quella vista preclusa, ma alla fine della villa conoscevamo solo la forma di casa squadrata, la ghiaia del cortile, i grandi alberi dello sfondo, il cameriere con quella buffa giacchetta a righe e lui che guidava. Ci pareva anziano: non aveva neppure 50 anni quando si suicidò dopo aver ucciso tutti.

A quei tempi le notizie erano pudiche, il suicidio peggiore dell’omicidio, mia zia parlò di dissesti finanziari. Disse proprio così: dissesti finanziari e fece seguire il commento esplicativo: el se gera rovinà (si era rovinato). Non capivo bene quella parola, che evidentemente era stata letta sul giornale, ma già il fatto che qualcuno si fosse rovinato sembrava più una ferita grave a sé che qualcosa che avesse a che fare con il denaro. Mio zio aggiunse: el gera falio (era fallito). E così finirono i discorsi, nessuno rispose alle nostre domande e non se ne parlò più. Anche tra noi non ne parlammo più, però rimase un’aria di sospensione su quel luogo e facevamo fatica ad andare a giocare sul fondo del vicolo, così spostammo i giochi verso il Prato, sotto il portico.  

Non ho mai capito quelle morti, mi sembrava tutto così assoluto e relativo, come esistesse un mondo parallelo in cui quelle cose avvenivano e però non era il mio. Mio padre, tempo dopo, parlando d’altro, disse che ci si uccideva per onore. Sembrava che questo, nei dissesti, riparasse i debiti, ma non salvava la famiglia dalla miseria. Registravo ciò che mio padre diceva, come fanno i bambini che tacciono finché la testa lavora e collega, e il pensiero tornava sul vicolo. Quei due ragazzi, la moglie, le lenzuola della foto sul giornale. Mi pareva tutto sbagliato: non gli era stato chiesto nulla, qualcuno aveva deciso per loro ed erano spariti dalla realtà pur continuando ad esserci nel pensiero.

Anche adesso, e accade spesso, quando passo davanti al vicolo, il pensiero torna e ho la sensazione di una ferita nel giusto, di aria che manca. Poi il pensiero va altrove, ma una lapide che ricordasse quelle morti ingiuste io la mettterei.

2 pensieri su “fatto di cronaca

  1. Sarebbe giusto ricordare quelle persone che non hanno avuto la fortuna di riuscire a salvarsi da un attimo di follia di qualcun altro, avendo come unica colpa quella di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Grazie per questo post Will. Buona serata

  2. Da piccola udii i miei genitori che parlavano sottovoce, convinti di non essere uditi, della scomparsa improvvisa e volontaria di una persona conosciuta.
    Ricordo ancora la forte e profonda impressione che mi fece il comprendere la modalità con cui costui aveva compiuto il gesto suicida.
    Alcune cose non si dimenticano, è vero Will, passassero anche 50 anni …

    Comunque, anche se con la tua riflessione c’entra fino ad un certo punto, non sono mai riuscita a comprendere come si possa non pensare a chi rimane, al trauma inflitto e alle inevitabili, strazianti e senza risposta domande che chi resta si porrà per tutta la vita, sentendosi in colpa per non esser riuscito a capire e ad aiutare in tempo.
    Probabilmente la disperazione e il dolore di chi lascia è incolmabile e non interessa più nulla di nulla e nemmeno degli altri.

    Nonostante tutto e comunque … che sia un luminoso fine settimana, Will,
    ciao
    Ondina

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...