idee confuse sull’Ucraina

idee confuse sull’Ucraina

Confesso che da giorni inizio a scrivere queste righe. Le guardo e poi ricomincio insoddisfatto. Cos’è che vorrei dire? Chiunque scriva dovrebbe chiederselo. Anzitutto penso che quanto accade è complicato e che parte da un pregiudizio più che dall’oggettività, cioè che i nostri criteri vadano bene ovunque, poi che nell’est europeo ci sono non pochi movimenti nazionalisti e di destra estrema che da noi sarebbero tenuti a bada, in terzo luogo che l’Europa, ancora una volta, si dimostra inefficiente, sia in politica estera che nelle politiche economiche collettive, e infine che l’ Ucraina un po’ la conosco per esserci stato cinque volte. Detto questo sono al punto di prima. Così parto dalla fine.

Chi ha avuto modo di arrivare in Ucraina di giugno, venendo in auto da sud, ricorda le distese di grano tra le città e i villaggi. L’oro che si muove all’unisono con un vento piatto, un soffio lungo che rasenta il terreno scuro, quasi nero. E’ il vento che arriva dal mar Nero, da Odessa, è caldo e sa di terra grassa, la stessa che ti mostrano prendendola nella mano destra e sbriciolandola nel palmo. Una terra densa di umore vitale, calda. Da sempre una benedizione: è la più fertile terra al mondo. L’Ucraina è grande davvero e ospita più popoli, dal mar Nero alla Bielorussia è un susseguirsi di pianure in cui molti hanno dilagato fino al limite dei Carpazi. Anche le religioni hanno corso parecchio, il cristianesimo in particolare. Ci sono ortodossi fedeli al patriarcato di Kiev, ortodossi fedeli al patriarcato di Mosca, cattolici Uniati, cattolici vari, protestanti, ecc.  Noi stiamo andando verso Lviv, la città che guarda la Polonia, e che è forse la più ucraina delle città, anche se a 120 km da Cracovia. Un punto di snodo prima dell’oriente russo. Lviv ha più nomi, Lvov per i russi, Lemberg per i tedeschi, Leopoli per noi, qui c’era il comando dell’Armir, per poco è stata pure italiana. Fa un po’ ridere pensare come un posto sia a seconda del principe di turno, tedesco, austriaco, polacco, russo, addirittura italiano. Chissà cosa pensano gli abitanti di tutto ciò. I buoni, bravi borghesi che si irritano solo se i commerci vengono toccati, se i privilegi cessano, se la libertà non serve davvero a fare i propri affari. Lviv è più città assieme, poco bombardata, conserva l’impianto medioevale e rinascimentale. In centro c’è ancora la sede dell’ambasciata di Venezia, che non è stata trasformata in boutique, ma è una casa in cui qualcuno abita. Molti non sanno che qui doveva arrivare un corridoio europeo per merci e persone, il Lisbona- Kiev, che non andava a Kiev ma si congiungeva a Lviv con un altro corridoio europeo che dal nord della Francia andava verso Mosca. Insomma un incrocio senza semaforo, dove tutto doveva arrivare e mescolarsi, ripartire, e alla fine non è ancora arrivato nulla. La sensazione è quella di essere in mittel europa, siamo in Galizia e l’impero austroungarico prima della fine nel 1918, ha costruito parecchio. Però se si guarda con attenzione si vede che le anime sono parecchie, Ucraina anzitutto, poi polacchi, russi, tedeschi, ebrei aschenaziti, gente del Baltico. Gli ebrei, oltre 200.000, tra residenti e immigrati furono sterminati dai nazisti, che cominciarono ad esercitarsi già dalla notte dei cristalli, uccidendo e dando fuoco alla sinagoga rosa, ma nonostante di ebrei ce ne siano pochi, si sente che esiste qualcosa di inconfondibile, di culturalmente importante che proviene da loro. La sera arriva presto a Lviv, le luci si accendono nelle strade piccole nel centro, illuminano i colori pastello delle case. La scelta dei colori sembra un togliere dalla pelle il buio, un ribadire il primato della luce.

Ero Lviv quando cominciò la rivoluzione arancione. Non la riconobbi e la presi inizialmente per una processione. C’era una lunga fila di persone che andava attraverso il viale della Libertà verso una piazza del centro, davanti stendardi religiosi, santi e madonne nere, icone tenute alte con le braccia, pope, turiboli e incenso. Dietro una folla a segmenti, gruppi folti, uno spazio, bandiere con scritte per me incomprensibili, bandiere nazionali, poi di nuovo un gruppo folto. Quando la testa arrivò davanti a un monumento si fermò e tutti assieme cominciarono a scandire slogan. Il clima si scaldò e un amico mi prese finché fotografavo portandomi alla sede della stampa estera. Parlo di Lviv e di quei giorni perché tutto iniziò da lì e successivamente è stato un continuo ribaltare di posizioni, con l’Europa incapace di dire altro che le solite litanie sulla democrazia, ma senza soldi la democrazia non vive. E così veniamo ai nostri giorni. La Russia di Putin ha messo sul tavolo 14 miliardi di dollari, in gran parte come forniture di gas, e in Ucraina adesso è -20, eppoi in contanti. L’Europa non ha messo sul tavolo nulla oltre l’inizio di un processo di adesione. E’ chiaro che quando il pil del paese è fatto per oltre il 50% di rimesse degli immigrati, oltre la povertà conseguente, la tentazione di spostarsi tutti verso dove pare ci sia il benessere è forte. Non è questo che ha motivato il percorso della razza umana dall’Africa fino alle estreme propaggini del mondo? Ma in un mondo governato, come si può non mettere logica ai processi, come si può pensare che non ci siano interessi forti strategici nell’area, come si può ignorare che quando si è in una zona d’influenza l’economia sarà sempre costretta dentro vincoli, con difficoltà a crescere? Eppoi se le elezioni, pur validate come democratiche hanno dato un risultato, come possono le democrazie ribaltarlo se non è soddisfacente? E’ accaduto in Egitto, sta riaccadendo in Ucraina, continuerà ad accadere, ma se investe ad esempio la Spagna con i processi autonomistici, che accadrà? In Ucraina sono presenti più partiti, non è una repubblica comunista, non pochi di questi partiti sono nazionalisti, altri rappresentano una destra estrema, da sempre presente nell’est europeo. La storia degli alleati del nazismo dimostra che il terreno era fertile, anche i pogrom di Lviv ebbero protagonisti locali. Già la contraddizione dell’Ungheria dovrebbe inquietare l’Europa, eppure sembra ci sia un distogliere lo sguardo, un combattere partite che poi i cittadini europei non saranno in grado di sostenere. Dal basso costo del lavoro agli aiuti economici allo sviluppo e alla gestione dello stato, ben superiori alle capacità comuni di tenuta in una economia che non ha prospettive comuni, ma nazionali. Il benessere della Germania resta tedesco, l’impoverimenti degli stati mediterranei è affar loro per gran parte. Quindi mi stupisce che si siano perduti almeno 10 anni per non analizzare un problema, quello dei confini dell’Europa, soprattutto ad est e non agire di conseguenza. Deficienze gravi di politica estera comune, di politica economica comune. Ecco perché guardo con preoccupazione quanto accade, perché non è una crisi governata, perché la piazza ha ragioni che dipendono dalla miseria e dalla speranza di superarla, ma non da un progetto politico economico. Dire che ci sono ultras del calcio, partiti nazionalisti, destre xenofobe accanto a patrioti che vogliono una indipendenza regionale piena, non basta. Guardare le immagini e pensarle nelle nostre piazze, incute paura. Sapere che ci saranno colloqui tra Unione Europea e Russia non basta. Sorprende infine il ruolo degli Stati Uniti, ben presente a Lviv con una università, che oscilla in politica estera, tra principi e convenienza. Se l’obbiettivo è dare fastidio a Putin, allora tutti sono usati, gli ucraini per primi, ma il risultato di tutto questo sarà una mossa di scacchi che non risolve una partita irresolvibile.

P.S. Di quelle piazze di Kiev, oggi piene di barricate di neve e mezzi bruciati, ho presenti gli alberghi da realismo socialista, le chiavi tenute al piano dalle portinaie che si svegliavano quando arrivavi, i casinò improbabili nella sala da colazione, le piazze e i viali, gli spazi scenografici da regime, poi l’ingresso dell’occidente con i marchi del commercio mondiale: abbigliamento, cibo, automobili, orologi ed elettronica. La sensazione era quella di una città che faceva fatica, dove il lavoro mancava, dove lusso e povertà si misuravano mostrandosi, non sapendo le ragioni dell’uno e dell’altra. Sono impressioni di una città visitata per lavoro, dove si vedono cose più che uomini, si sentono progetti più che idee, dove la misura economica travolge tutto. Però c’era un malessere che le prospettive non cancellavano, quello di essere usciti da un regime e di non vedere ancora i vantaggi della libertà. Su questo mi fermo a pensare perché insegnare la libertà non è semplicemente introdurre l’economia di mercato.

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