leçons de ténèbres

La morte e resurrezione colpiscono anche chi non è religioso e ne nega la possibilità. E’ una lotta del buio contro la luce vitale e viceversa. Una lotta che riassume le vite e lascia aperta una possibilità ulteriore oppure la chiude. È la lotta per definizione, che comprende le altre lotte interiori che ciascuno combatte vivendo. Soprattutto è facile nascondere il buio che conteniamo coprendolo e negandolo, anche se inconsciamente sentiamo che le vite sono luce, gioia sperata e vissuta, mentre il buio è la negazione della possibilità di espandere la vita.

Più o meno a questo punto ero giunto anni fa, cercando di contemperare la condizione dell’agnostico e la fede del credente nel desiderio che le vite non siano solo pensiero e che nel rappresentare la luce, in essa si trovi la prefigurazione della vita. Poi, ho capito, almeno in parte, che il dolore nel mondo, faceva parte del racconto della passione del Cristo e che esso era profondamente legato a ciò che Esso aveva predicato in termini di amore, condivisione, rispetto, giustizia. Ho pensato che se il messaggio viene raccolto, se modifica le vite, allora immette una visione etica di ciò che accade e non può vincere definitivamente il male. La lotta tra il buio e la luce, tra la definitività della morte e la vita, è la storia dell’uomo, del mondo possibile e giusto contro quello reale e ingiusto.

Nei riti della settimana santa si coglie questa lotta in un profondo simbolismo e umanità. La vicenda del Cristo, per chi non crede, rappresenta il mondo come dovrebbe essere, il percorso di ciò che è giusto depositato dell’uomo che il potere giudica eversivo è vuole cancellare. Cristo si confronta con il dolore, con la negazione della sua identità, con la solitudine assoluta e il dubbio conseguente. Resta poi a noi ed è una decisione personale, se esiste una speranza, o meno, di uscire da questo buio della solitudine che nega l’essere.

La lotta del bene contro il male, inizia con le lamentazioni di Geremia del mercoledì santo.

Da questa riflessione in musica, nel buio e nella luce del ‘600 (e qui ci sarà chi la pensa diversamente) sono nate le leçons de ténèbres. Ne metto un piccolo esempio, se si ascoltano per intero al buio, è un’ora e un quarto ben spesa. Questa musica si alimenta dal pensiero che riflette sulla propria condizione e nella liturgia del buio progressivo. A partire dal mercoledì, ogni giorno una candela accesa veniva capovolta e spenta, fino al buio assoluto della notte di pasqua, quando la luce veniva tolta anche dalle candele residue, oscurate immagini e finestre. Questo buio era la condizione dell’uomo nella solitudine e nell’incomprensione, e restava tale sino all’ esplodere nel trionfo del Gloria e nell’accensione contemporanea di ogni luce.

Vedere l’ansia e la speranza dell’uomo in tutto questo simbolismo è semplice, anche senza credere in un soprannaturale; e anche cogliere motivi profondi di riflessione personale, non è difficile. Sempre che lo si voglia.L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

L’uomo, unico tra gli animali, possiede la possibilità, attraverso l’intelligere e la scelta conseguente, di avere l’opportunità del ri crearsi, ovvero del cambiare se stesso per volontà e non solo per necessità, quindi in modo reale e non figurato, può ri sorgere dal proprio abisso di costrizione.

Il buio e l’oscurità sono simbolo della discesa nel sé, là dove esiste la ragione del proprio mal essere, e quindi dell’infelicità come condizione. Nel profondo senza luce, dove apparentemente c’è la negazione dell’esistere, è possibile trovare la ragione per riemergere diversi da come si era, ma bisogna fare l’esperienza del buio, della solitudine profonda e dell’assenza di essere compresi per trovarne le ragioni. Quindi superare la condizione facile della superficie e del navigare nella propria insicurezza, è condizione per capire che ciò che c’è sotto non fa paura, ma è parte di noi. E ciò significa anche andare oltre il rabberciare continuo, la superficialità, per cercare il tessuto di cui siamo fatti e cosa lo ingiuria, ferisce, strappa.

L’assenza di luce implica il creare la luce: questa è la comprensione di sé, ciò che porta verso le scelte radicali del cambiarsi. Le scelte che cambiano. Non tutti i mutamenti sono buoni, solo quelli che portano a noi, alla nostra libertà, all’amore, lo sono. Quando nella ricerca ci si riconosce come persona,
ha un senso il dolore attraversato. Nell’umanesimo ci si poggia sull’uomo e non si accetta il male come condizione: la condizione umana può e deve mutare. a partire da se stessi. Chi sta cercando è in grado di capire chi cerca; chi ha trovato o possiede la certezza d’una fede, fa più difficoltà a capirlo. Questi giorni possono valere per i laici come per chi crede, ciò che importa è che la riflessione ci riguardi e sia consapevole che non siamo soli a cercare.

oltre le parole e persino le immagini

Ho un rigurgito di silenzio, manifesto rispetto per il cuore rigato di lacrime. Oltre le parole c’è una terra di nessuno dove ciascuno prende. Chi il necessario per vivere e chi non s’accontenta, scava ancora verso quel liquido nero e rosso, che ammala le radici, che non ha nomi, che si nutre della luce del giorno e l’aspira senza sazietà. E’ più semplice ascoltare, lasciando gli occhi vivi, mentre il cuore non dice, chiede al cervello di ragionare,  di mettere in fila parole che non ci riguardano. Non c’è ragione in profondità, neppure comunicazione, solo dialogo tra sé. A volte il cuore è spugna che vuole infinita tenerezza, e poi s’accontenta di umanità. Non aver più parole significa abbandonare i pensieri altisonanti, le identificazioni che aiutano la diversità, perché l’essere bizzarro che c’è dentro pretende una regola propria e assoluta. E in quella si consuma in silenzio, in solitudine.

riconciliare le disparate cose

Avevo tra le mani il libro di Hisham Matar, leggevo una frase sentendone la sintonia profonda. Fuori la luce si rifletteva su se stessa spinta verso il basso dalle nuvole scure che venivano dal mare.

La mattina era stata gioiosa, la manifestazione per difendere la sanità pubblica riuscita, il lungo corteo s’era disteso con i suoi cartelli, le bandiere rosse e arcobaleno, occupando pigramente la strada. Le persone sembravano contente di essere al sole e assieme per una buona causa. Parlavano, sorridevano scandendo gli slogan e li inframmezzavano alle chiacchiere e ai saluti, come fossero un lungo sonetto che assimilava le parole all’aria, all’essere assieme, alle case e alle cose. Passando per l’antico ponte dei mulini e stringendosi nel varco della porta, il corteo rallentava. Chi era sul ponte, aveva a fianco la Madonna del Carmine con il Figlio sorridente, sembravano partecipare anch’essi, come a tutte le cose che accadono in città.

Pensavo a questo mentre dal libro di Hisham Matar veniva il suo racconto di Siena, i suoi incontri con le persone, con la famiglia giordana. Nello stupore felice e nella cortesia araba , riconoscevo il gesto antico dell’ospitalità, dell’essere assieme e dell’aiutare come modo di riconoscere l’altro. Modi che troppo spesso scordiamo, come il salutare o il chiedere notizie a una persona che non frequentiamo ma che è a noi importante. Il profumo delle fresie accompagnava i pensieri ed era parte della gratitudine per avere un angolo di riflessione e silenzio. Capivo che il legame tra ciò che dovevo serenamente fare, ovvero legare parte dei molti pensieri scritti in un senso compiuto, era parte di questa calma. E anche il nuovo trovava una sua misura in cui stare con piacevolezza.

Oltre al libro di Matar avevo accanto due libri nuovi acquistati il mattino. Ne sentivo già il piacere della lettura e si era fugata l’angoscia che spesso provavo vedendo sulle bancarelle, mucchi di libri trattati come carta. Sentivo che in una biblioteca, come nello scrivere, non era importante il numero ma il percorso che una vita aveva creato, sognato e che poteva continuare a farlo con serenità e senza fretta.

Le persone , stamattina, erano luminose e sorridenti, gli abiti indecisi sulla stagione, i più vari, ma comunque appropriati. Ognuno era se stesso ed era bello stare insieme anche per il colore, il luogo e la vicinanza. Questa sensazione di equilibrio si era proiettata sulla giornata e ora, capendo meglio come si sarebbe svolto il prosieguo delle mie cose, il lavoro che mi riguardava, ritrovavo il desiderio di fare e di andare. C’era una strana comprensione interiore per ciò che ero stato e avevo fatto, con un legame che continuava a svolgersi dove mai avrei pensato, e che era un modo piacevole per riconciliare le disparate cose, strane, opinabili, certamente incongrue e inutili a un primo sguardo, ma che erano mie e me.

il libro di Hisham Matar che vi consiglio, si intitola: Un punto di approdo. Edito per Einaudi.

il vaso dell’orrore non si colma

Da qualche giorno i telegiornali li guardo di sfuggita, ho la sensazione di un’informazione che scivola nell’eccesso e poi nel pornografico. Era già accaduto con il covid, che esiste ancora ma ormai si fa finta di niente, prima ancora c’era stato il mostrare altri profughi e un altro cimitero fatto di barconi affondati e acqua. Esiste ancora, ma non fa notizia. Ancora prima le scene dell’aeroporto di Kabul, le notizie di eccidi, ancora immagini terribili e pornografia dell’orrore che rende la morte qualcosa di distante, privo di significato umano. Tutto è ancora in corso ma non fa più notizia come accade allo Yemen e alla peggiore catastrofe umanitaria per uomini, donne e bambini del nuovo millennio. In Yemen c’è una tregua di un mese, la notizia è stata data con pochissime parole e alla fine di un telegiornale. Questa incapacità di reggere i telegiornali nasce dal fatto che per giorni ho sperato che la guerra finisse, che l’orrore non fosse tale, che non fosse uno schierarsi di esperti e tifoserie. Speravo che si ritornasse al tema, ovvero che le morti derivano dalla cecità di chi non pensa che una guerra ha come effetto collaterale, la morte del nemico e dell’amico, dell’innocente e del reo. Poi ho capito che non era la guerra la notizia, ma che era riemersa potente la ferocia, l’istinto a uccidere e distruggere, ciò che sembra non avere valore: la declassificazione dell’umano a cosa.

Questo mi rende consapevole, se ce ne fosse bisogno, dell’assoluta malvagità della guerra, dove l’eroico non esiste in quanto esso stesso portatore di morte, mentre predominano gli atti di ferocia che essa porta con sé. E ancor più mi rendo conto che dietro ogni vita spezzata c’è una responsabilità: poteva non accadere e non è frutto del caso. Questo non mette tutti nello stesso piano, chi intenzionalmente uccide è certamente malvagio, chi si difende è trascinato in qualcosa in cui la sua capacità di bontà è fortemente ridotta. Quello a cui non riesco a togliere il pensiero, è la vita spenta di chi non c’entra, ucciso accanto a un cartoccio di cibo e una bicicletta, col suo pensiero interrotto per sempre, gli affetti recisi, e tutto questo nell’indifferenza con cui ciò è avvenuto.

La somma di ciò che sentiamo, affetti, desideri, progetti, amori, vita è uguale ovunque e quando essa viene spenta si crea un vuoto che nessuno può riempire. Neppure il pentimento o la responsabilità. Per questo la mano che spunta tra la polvere, i corpi buttati come fagotti e lasciati per giorni nelle strade, gli stessi soldati uccisi da un cecchino o bruciati in un carro armato, devono riportare la guerra sui sui effetti sull’uomo.

Di queste persone, chi pensava per davvero che la vita potesse finire in quel modo e quelle persone su cui indugia l’obbiettivo, due mesi fa avevano altri progetti, attese, pensieri, speranze. Neppure dieci minuti prima di morire, lo pensavano anche se ormai erano preda della paura, cercavano di farsi coraggio e di avere speranza. Innocente è colui che non solo non ha colpa ma che si fida dell’umanità altrui. Per questo ci sono morti che pesano di più, perché contengono la fiducia nel vivere. Adesso è tutto un dibattere sulla tecnicità, sull’efferatezza dei crimini, come se una scheggia o una sventagliata di mitra fossero tollerabili. Ciò che non si vuol capire è che scompare la vita e quello che essa contiene, una vuoto che non potrà essere colmato. Chi è per la pace, non è equidistante e soprattutto non è insensibile alla vita. C’è un aggressore, una responsabilità, un aggredito che si difende, ma ciò che non dobbiamo scordare è che sono le vite a contare, che non si cancella un futuro senza che vi siano dolori immani e conseguenze che mutano il corso delle famiglie e delle loro storie. Questo è il tema vero: gli uomini non sono mai numeri e tantomeno oggetti. Ogni vita che è stata troncata conteneva un futuro, come ogni umano desidera sia per sé. Un futuro che le immagini non evocano, perché si pongono il fine di suscitare l’orrore non di far pensare e di provare dolore. L’orrore non ha un avvenire, spesso diventa voyerismo e non cambia gli uomini, solamente li incattivisce e li rende insensibili. Pensate alle tante immagini iconiche che si sono succedute in questi anni: quanto ci hanno cambiato? Bisogna tornare all’uomo e al valore della vita, perché sono necessari per convivere e si sono persi entrambi . Anche dentro di noi abbiamo lasciato che la distanza rendesse meno tragico ciò che accadeva, che i morti e le torture altrove, gli effetti collaterali fossero tollerabili.

Uscire dalla guerra ora è una necessità per non moltiplicare l’orrore, ma uscire dalle giustificazioni della guerra è un processo che è personale e collettivo, una consapevolezza comune che la considera come un male assoluto perché è assoluto ciò che provoca. Per questo non basta schierarsi, ma capire che eradicare la guerra riguarda tutti, chi è in guerra e chi la guarda.

facilmente la notte scivola nel giorno

Nell’abitudine a togliere il fastidio del ricordo c’è il senso degli anni bianchi, nascosti accuratamente assieme alle passioni e ai sentimenti d’allora. Aver deciso significava prendere una strada, non eliminare i desideri e ciò che promettevano nel mutare la vita, è il timore d’aver sbagliato che fa dimenticare? E perché ha trascinato con sé l’attesa e la gioia delle estati calde e fresche d’acqua di canale o di mare, le primavere disposte attorno a una Pasqua ricca di verde e di paure per la prossima fine della scuola. Come se lo scegliere allora avesse sporcato la coscienza e reso il dimenticare lieve e pervicace per non tenere come riferimento il piacere mischiato alla paura di crescere. E’ stato un ripulire il pensiero che eccede il presente a difenderlo dal senso d’aver perduto anziché vissuto.

Le notti erano brevi senza ora legale, interessanti e ricche di fresco e di profumi, di pietre calde e di scalini in cui sedersi a parlare o stare a guardare le nuvole gialle illuminate dalla città. Attorno c’erano persone che s’alzavano molto presto, prima dell’alba erano in piedi con pane e caffelatte sulla tavola, la porta chiusa piano, l’odore dei corpi che dormivano nelle stanze sempre troppo piccole. Erano autisti d’autobus, ferrovieri, facchini, macellai, spazzini, baristi di bar per pescatori e i cacciatori di valle. Il chiarore distante non diceva loro, nulla della fatica che attendeva il giorno. Per me tornare all’alba o alzarsi a quell’ora, era una libertà, un andare altrove, per loro era la vita assegnata e mai scelta. Conoscevo una città diversa, strade vuote, portici immersi in laghi di buio con le piccole luci dei campanelli, fornai con la serranda a mezz’aria, la porta semi aperta da cui usciva il profumo del pane. Bastava battere sulla serranda, una moneta e la crosta calda e croccante del pane riempiva l’olfatto e il gusto. Attorno vedevo la doppia luce, quella del giorno che si alzava e quella elettrica della notte che voleva un luogo per rintanarsi a meditare tra il silenzio e le case immote. I fari delle rade auto e la luce delle biciclette che correvano al lavoro evitando una rotaia o una buca, erano l’annuncio di una confusione che ci sarebbe stata ma ancora dormiva.

Ti raccontavo di queste persone e mi vergognavo supponendo la noia dei miei discorsi, sembrava t’interessassero per riderne, gli ultimi approcci alle prostitute, la faccia o il vestito di chi ancora era alzato per un desiderio, ma il resto che mi prendeva dentro, lo perdevi in quello sbadiglio da tavolino di bar, tondo e freddo come il cicaleccio che c’era attorno. Di notte non parlava nessuno o quasi, chissà come si poteva descrivere bene, il silenzio fresco in cui c’erano solo ordini, gridi improvvisi, rumore di ferro, di freni, odore di gomma mescolati nell’aria che portava i rumori. Tolta la civiltà c’era il profumo degli alberi che fiorivano nei giardini segreti di questa città così gelosa dei suoi spazi e delle proprietà. La luce lasciata accesa, il movimento dietro le tende di una finestra, le case che non dormivano.

Come c’era qualcosa allora che urgeva, rendeva difficile il sonno e mi spingeva fuori, ci fu poi una svolta che con la biacca ha accuratamente cancellato quelle notti, il sentire, le paure di un crescere che si spartiva tra la necessità e la libertà. Ciò che ora emerge dalle crepe che la vernice del dimenticare non riesce a nascondere, sono tracce di colore. Il blu del minio, così simile a quello del cielo di notte che avrei trovato in quella scuola mai desiderata, il suo stendersi sottile sul piano di ferro levigato a specchio, la prova del lavoro fatto e l’insoddisfazione perché c’era sempre un eccedere che si mostrava per essere tolto. Era un provare in cui i desideri dovevano combaciare con il fare, i miei non combaciavano mai. C’era il grigio e l’odore del ferro, il rumore strusciato della lima da mazzo, quello discreto della lima piatta, l’odore della stoffa della tuta con l’afrore acido del grasso e del metallo. Era un attendere di uscire e poi fuori, all’aria, correre verso qualcosa che fosse diverso. Dalla biacca emerge il sapore delle lacrime, il cuore stretto dal buio, la sensazione di essersi perduto. Non smarrito, perduto a se stesso, la necessità di una riva, di qualcuno che ti creda, che non ti tiri un pugno o dei sassi, che non s’avvinghi in una lotta dove la camicia bianca diventerà marrone di polvere. Dalle crepe emerge un odore di sera e di soldi risparmiati e scialati per un poca d’amicizia che arrivi a fine settimana e forse oltre. La pizza bollente, la mozzarella, la bocca sporca di pomodoro e attorno tutto un mondo di grandi che fanno altro, si muovono, chiedono di essere lasciati in pace. Il freddo del pavimento della chiesa, le parole del prete, il gioco, la lotta a non farsi trascinare dove c’era buio, paura e sporco. E di giorno la scuola e la paura di crescere dove non c’era la giusta terra. Pianta senza criterio, destinata ad essere potata senza remissione, senza un fine che capisse. Così si capisce che avevo chi mi amava ma ero solo. Non capito, sconcluso, portavo pesi che non erano miei, ed ero solo. Fuorché la notte e con i sogni, lì ero libero e vorrei ricordarla bene questa libertà ch’era un andare, un fuggire senza il coraggio di non tornare. Vorrei riportarla fuori da quello strato di vernice che l’ha occultata quella libertà, anche se sento che ha spinto verso dentro il sentire e l’ha mescolato con lo scorrere successivo dei fatti della vita, invece emergono frammenti, colori che stranamente si combinano subito con ciò che sono. Persino gli odori trovano le corrispondenze, ma non basta perché non è tornare indietro e rimettere in ordine le scelte, fare altro e altrove. Questo è sogno e utile com’esso sa essere ma il kairos, d’altro parla, per questo odora sempre di futuro e d’intuito nel cogliere l’occasione. E forse per questo si bianchettano pezzi di vita, anni, perché in altra forma si ripresenteranno, ci meritiamo infinite occasioni e sarà quello il momento di decidere se c’è del nuovo in noi oppure è davvero passata la notte.

allumer

Apparentemente ciò che non ha significato perché sparso in pensieri diversi, in pezzetti di discorso, in interiezioni e silenzi, si configura e rapprende, diviene disegno, ma non ancora senso. Così nel vedere i mucchi di fogli, le parole disseminate in questo spazio che mi ospita da 15 anni capisco che tutto ciò che è stato scritto è vita. Se è stato reso esplicito era la felicità del momento che illuminava oppure l’emozione che premeva per trovar modo di uscire ed essere raccontata, quasi rivissuta. E così le impressioni raccolte nei posti magici del mio camminare per la città che amo, si sono mischiate con altri luoghi spersi per il mondo che avevano arcane affinità.

Cosa metteva assieme il canto del muezzin in Africa o in medio oriente con il sapore della prima luce, col caldo che ancora non osa superare le tende sottili e tratta col vento che le muove. I primi suoni prima di quel canto, le notti semi insonni, convergevano verso altri canti, era l’allodola, il primo tubare dei colombi, il verso del rapace ancora in caccia, che si mescolavano per annunciare il giorno. E il primo caffè bevuto in piedi, sentendo il fresco del pavimento salire sulla pelle, non era anch’esso canto alla vita, invito a meditare con leggerezza sulla giornata e le sue tante vacuità necessarie che toglievano l’attenzione a ciò che era davvero importante?

Così la notte, prolungata nel camminare, nel sentire i suoni dalle case, non era forse l’estensione dei pensieri che si mescolavano alle confidenze ricevute, alle parole arrivate casualmente o con intenzione e che non mi avevano lasciato indifferente? Quante volte avevo sommato i passi sino alla stanchezza, ovunque fossi e m’ero reso conto, sconcertato, del cammino che ancora mancava ai riti notturni, alla lettura, al sonno?

Ma queste erano solo piccole macchie nella mappa del vivere, toponimi dove le parole trovavano assonanze, mentre il descrivere doveva fermarsi nel particolare, essendo l’insieme troppo scoperto e nudo di fronte ad un eventuale lettore. Così tutto questo raccontare parziale, spesso criptico, che occultava sensazioni più vaste, desideri, pulsioni, fatiche nel tenere assieme l’urgenza del dovere e del necessario da combinare col lasciarsi andare, era un accenno di biografia del sentire. Parziale, infedele nel tentare l’assoluto, alla ricerca dell’innocenza che si cela sotto il desiderio, sfrontato nel guardarsi allo specchio, timido per tenere da conto ciò che è prezioso, tutto questo e molto altro era, ed è, nel tentativo di conservare una traccia d’essere esistito nella diversità tra molti. Senza giudicare ma lasciandosi coinvolgere, in quello sforzo immane che fa chi ancora non ha la necessaria leggerezza e non rinuncia a vivere come è vissuto, e ancora si cerca, si approssima e nell’altro vede ciò che vorrebbe ascoltare per dire non dove si è eguali, ma dove si è umani e differentemente simili.

Iniziare a scrivere

A quest’ora tornavo sudato dai giochi, e avevo ancora voglia di correre. Mia nonna mi accompagnava. Mi teneva per mano. Le nostre mani erano piccole, le sue asciutte e con una tenerezza intrinseca. Mani da carezze e che parlavano. Non riuscivo a stare fermo, le giravo attorno finché parlavamo e prendevo l’altra mano. Contavo le pietre su cui camminavamo, stavo attento a non pestare le commessure. Ci fermavamo a guardare i negozi, cambiavamo i discorsi ed entrambi avevamo poca voglia di tornare a casa. I portici alternavano l’ultimo sole con le ombre e già qualche luce s’accendeva. A me sembrava d’essere felice e lo ero, immerso in domande piccole grandi. In attesa delle risposte già altre domande si formavano. Vedere la vita ora e avanti, scoprire il bisogno d’essere coscientemente amato, mettere assieme il presente e tirarlo perché diventasse infinito, privo di obbligo, contenitore di piaceri nuovi e antichi, fidando in ciò che sarebbe accaduto.

A casa c’erano i compiti da fare, la fantasia da tenere a bada, le lettere da far stare dentro le righe, gli svolazzi strani di quelle parole che si ripetevano e che sembravano non dire nulla perché non c’era nulla da dire, ma molto da vivere. Quando ho scoperto la scrittura, quando sono riuscito a connettere l’osservazione dei particolari, la loro scienza, con la fantasia nel correrle dietro e andare fuori tema? La risposta sta nella scoperta della lettura come amplificatore dell’immaginazione. Vicende e mondi si aprivano, mi seguivano a letto con una pila sotto le coperte, potevo raccontarli a mia nonna ed ero sicuro che Lei avrebbe risposto a tono. La lettura apriva una finestra e ciò che vedevo doveva essere fissato perché si perdeva facilmente. Così è nata la scrittura, come un tener traccia, l’essere specchio dei sensi che si esercitavano per loro conto. I compiti erano una cosa che intralciava la fantasia, forse per questo sono stato un pessimo scolaro, riottoso e ribelle. Arrampicato sull’orlo del vulcano, temevo di scivolare giù nella profondità dell’ignoranza e dei voti pessimi. E così accadeva, segno che ciò che si vuol fare accadere, accade. Contavo sulla fortuna e sui voti in italiano, ma non bastava, non sarebbe mai bastato se non a me.

Che uso faccio della sera, sapendo che la serenità incosciente d’allora non la posseggo più e che anche le parole spesso vanno a finire nella noia di ciò per cui vengo interrogato, prigioniere delle notizie e al servizio di una opinione. Di cosa parliamo? Se mostrassimo ciò che ci colpisce risalterebbe il fuori tema, la pazzia dolce di chi parla d’altro, ma ciò non è consentito allora si dovrebbe ripiegare nella libertà della scrittura e lasciare che il mondo domestico delle strade e dei pensieri entri dentro con la sua luce che eccita le ombre e forma pozze di freddo e di buio che si attraversano con la stessa altezzosità con cui il primo rompighiaccio annunciava la primavera e la libertà alle navi, tagliando i ghiacci fuori dalla baia di Leningrado. Già San Pietroburgo e ora nuovamente San Pietroburgo. Ci dev’essere qualcosa di talmente immane tra queste due parentesi che racchiudono un nome che ora dev’essere scordato anziché sondato, capito, svolto come una mappa in cui i luoghi del pensiero e dello spirito trovano nome, distanza, via per essere uniti.

Sotto, nel vicolo, arriva in moto, una Bmw, con trasmissione cardanica. Chi la guida ha il viso che esce dall’attesa e il sorriso che incontra chi vuole incontrare. Se ne vanno in un rumore denso di armoniche e di basso con quel frullo d’ingranaggi che è già una partitura solista di meccanico concerto, ma che nessuno scrive. Mi piace l’idea del cardano, c’è molto cervello in questa scelta, in chi la inventò ( già ne parla nel terzo secolo a.C. Filone di Bisanzio) e in chi la sceglie. E’ un giunto che permette ai moti di due alberi di trasmettersi pur essendo disallineati e tutto questo non è il simbolo potente che insegna come cose che hanno diverse necessità possano trovare il modo di connettersi e di andare avanti assieme sommandosi. Anche per le idee servirebbe un cardano che le renda rigide quanto basta ma non impermeabili al disallineamento e al movimento comune. Se avessi raccontato questi pensieri a mia Nonna, avrebbe capito e non avrebbe fatto osservazioni, ma già a scuola tutto sarebbe diventato più difficile.

La sera mi ha sempre regalato una luce che conteneva senza illuminare, è la stessa di allora, così penso, la stessa che usciva dalle finestre e si scambiava con la lampada a centro stanza, mentre già il profumo della cena riempiva la cucina e posavo la testa sul braccio, guardando di sguincio e tentando di scrivere i numeri e le lettere dentro quelle righe che dovevano contenere il pensiero e la scrittura ordinata dalle leggi altrui, ma la mente era altrove. Decisamente ero un pessimo scolaro a cui sarebbe piaciuto usare le parole e tenerle a mente per chissà quale occasione di comunicazione, ma non era tempo allora come non lo è stato dopo.

arrivammo

Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

di dimensioni e d’importanza marginale, non sono solo cose

Le giornate allungano la luce verso l’estate, lo si vede dalle ombre sui muri che il sole dipinge. E’ fresco la sera ma il giorno eccede nel calore e non piove da tempo. Nella giornata dell’acqua l’umidità vola altrove come fa da mesi. In compenso i venti di guerra si fanno sentire. La filosofa De Monticelli ha scritto un non agevole articolo sulla differenza tra prendere posizione e schierarsi, dove prendere posizione è rispondere a una esigenza di giustezza, cioè in ultima analisi, di verità. Mentre schierarsi comporta consentire a un ” male minore”, che sempre male è e comporta che il sentire nella nostra anima, nella nostra cognizione dei valori, si atrofizzi. Questa mortificazione del discernimento è la perdita della sinderesi ovvero della capacità di districare il bene dal male. Questo è lo schierarsi che non è prendere posizione.

Qui inizia un altro mio raccontare, perché alla guerra do il mio prendere posizione e mi rendo conto che soli siamo nulla, mentre molti siamo tutto, purché vi sia la sinderesi ben attiva. Gli antichi mentre si ammazzavano con facilità erano in grado di discernere l’anima, il bene e il male, poi tutto sembra si sia mescolato e ha reso, noi, gli uomini, inani. Gli animali si comportano molto meglio e seguono idee consolidate e precise.

Il pensiero torna a come vivi questo inizio di primavera e lo confronto con il mio, chiedendomi come cogli ciò che ti sta attorno, La fretta ti permette di vedere dalle finestre di cui noti la polvere accumulata, le cose apparentemente povere che attendono nel retro dei cortili delle case. Senti che il vento bussa sui tetti e scuote gli alberi e annusi come contrastano i fiori di mandorlo con il loro leggero profumo amaro reso dolce dal colore squisito delle corolle. Li vedi mentre volano tra secchi di plastica, tra i giocattoli dimenticati nell’inverno, come posano su opere lasciate a mezzo e sulle tende da sole che attendono di svegliarsi. Si metteranno ovunque a disposizione dei tuoi sensi purché tu dedichi loro la tua attenzione. Sono loro la guida alle cose che non vediamo e che usiamo senza discernere ciò che è buono per noi e ciò che soffoca.

La mia mappa è un portolano, un sentire che mescola il ricordo, la strada da percorrere, la sublime confusione del caso che mescola le cose e mette insieme il dentro e il fuori. Sentire è eccessivo in questa stagione dove tutto muta e noi siamo parte del mutare? Credo sia l’una guida che ancora possediamo per tenerci assieme a ciò che ci sta attorno. Una rete di visto, vissuto, odorato, toccato che corre inusitato tra giganti e fa fiorire i mandorli come attiva in continuazione i piccoli amori. Che isola e fa trepidare mentre scorge l’innocenza della terra arata e vuole già la freschezza dell’ombra. Il divagare che consente di uscire dall’insicurezza, dal timore e si perde nella dolcezza del sentire che esiste una dimensione in cui l’amore è possibile, in tutte le sue gradazioni, che la leggerezza dei petali che volano è la stessa dell’ape e del cuore. Feconda e distratta perché presa dai sensi, tracciata con le dita che già hanno altro che seguirà senza motivo apparente.

Le cose abbandonate, il vento, l’aria già profumata scivolano tra gli uomini e le case e chi ha un inutile andare sente che anche nel cuore le primavere non sono mai uguali.

miserere

Questa mattina il cielo era ricco di nubi ma senza pioggia, Attorno tutto si svolgeva come se fosse un normale inizio di primavera, solo che è marzo e non piove. I canali d’irrigazione sono secchi ai bordi dei campi e la terra, dopo l’aratura ha mutato il colore delle grosse lucide zolle passando dal marrone scuro a un nocciola che testimonia l’aridità. Da mesi non piove. Gli alberi hanno cominciato le loro fioriture e le piante ornamentali sono colme di boccioli. Traggono linfa dal profondo. Si arrangiano con quello che c’è, ma non potrà durare sempre così.

Questo è il tempo che viviamo, per ignavia anche nostra, per supponenza e protervia, tutte abitudini che si consolidano in un’idea di dominio che ora la realtà s’incarica di smentire. Tutto nasce nei sentimenti, nel rifiuto che essi siano i veri elementi di equilibrio e di guida per gli uomini. Le altre specie, non ne hanno bisogno, sanno dove andare, cosa fare, come comportarsi. Non noi. Non nobis.

Dietro ogni fallimento c’è un tradimento e dietro ad esso un sentimento mistificato. Se tradire è una forma di negazione del sentire, del patto stipulato con sé prima che con altri, esso non è scevro di effetti verso la vita: non si conclude e non la conclude tra un prima e un dopo. Ha in sé il germe rapido del fallimento, quello che rompe l’equilibrio e lo rovescia per un nonnulla. La vita nel suo scorrere temporale ha scelto e devia su una nuova strada che non è necessariamente un procedere, può essere un arrestarsi, un retrocedere, un capovolgere. Il cambiamento è aderenza e approssimazione a ciò che si è, non tradisce nulla e ci realizza, ma fallire è negare la propria natura, il daimon che è in noi e che pretende di essere cresciuto amorevolmente. E lo chiede non in forza di ragione o per pretesto, ma amorevolmente, con cura e misericordia.

Il daimon è comprensivo, ci vuole bene e include il fallire, l’inesperienza, la fatica e le avversità, ma non tollera il tradimento e chiede alla ragione di essere accogliente nel suo farsi consapevole dopo lo sbaglio. E’ strano ma non include la colpa se non come distruzione del sé. Non la chiama colpa, chiede solo venga preservata la possibilità della vita, della sua felicità, del coincidere tra l’essere e il fare.

A questo oggi richiamava la terra già sul punto d’essere arsa, priva di semina e concime, chiedeva ragione. E lontano c’è il terribile rumore dello scontro, le realtà del sangue e della violenza cieca. Il labirinto senza il filo di Arianna in cui si smarrisce il senso del limite, le vite disperse, si spengono nel dolore e generano minaccia. Il mondo è sull’orlo dell’inverosimile e lo è da molto, ma la capacità di trovare la strada nel labirinto delle passioni è affidata al senso dell’umano. Al fermarsi e sentire che natura e uomo sono parte di una stessa vita, che il potere è tradimento di molti e di sé e destinato per sua natura a fallire. Ma nulla di tutto questo basta quando le vite si spengono, quando la negazione o l’affermazione si appella a principi che dovrebbero essere più alti di chi li pronuncia e contiene e invece vengono usati per nascondere le verità effettuali, la realtà. Chi sacrifica il mondo crede di essere immune al sacrificio, ma non lo è e in questo tradisce il daimon profondo che cerca la comunicazione, il rapporto, il sentimento con l’altro e con il mondo stesso.

Quanta disperazione contiene il fallimento dell’essere uomini. Di quanta comprensione abbiamo bisogno per trovare un equilibrio con quello che calpestiamo e che dovrebbe essere fatto con leggerezza perché lì sotto un mondo vive ed è importante perché sopra vi sia vita. Quanta disperazione di uomini, di madri, di figli dovrà essere tradita perché ci si renda conto che non c’è via d’uscita se non abbassando le braccia, chiedendo a noi stessi di avere un’altra possibilità. Almeno un’altra per vivere, per pensare, per seminare e far fiorire, per cambiare ciò che non è istinto ma tradimento della vita. Quanta disperazione serve per evitare la fine?