la fatica del giorno

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Posare la fatica del giorno
nel verde che la notte ha inghiottito,
eppure c’è,
popolato di vita e di sonno.
Guardo il buio
in esso c’è la luce ardua
che non mostra il pulsare dei cuori
e anche le case sono mute.
Figure per un attimo
popolano finestre,
sono il tempo probabile
di chi m’assomiglia.
Fatiche, passioni e amori
si separano, rosari tra dita,
tracciano linee, pensieri e sentire,
un dolore che non sovrappone,
né comunica fine.
Regala la notte un grido d’uccello,
forse un rapace
che celebra le paure nella caccia notturna
e volgo lo sguardo
al cielo d’inverno
cercando nelle stelle
il rumore dell’erba.

credo

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Credo alla carezza del vento
che accompagna nell’aria le foglie,
credo all’acqua che canta
mentre gentile riga la terra,
credo alle radici
che abbracciano l’oscuro e la roccia
mentre nutrono il cielo di verde.
Credo alla fossile spirale
innalzata dal mare
per essere pietra di cima,
credo nel respiro della notte stellata
che ristora lo sguardo
stanco del giorno.
Credo negli orizzonti
che mutano al tramonto
e risorgono all’alba
vestiti a festa dalle stagioni.
Credo nel rispetto
che ascolta e che guarda
mentre mormora un canto,
tra labbra che sperano,
ed è quasi una grata preghiera.

testarda meraviglia

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Chiediamo a noi fatiche
per dimostrare d’essere vivi
scordando l’essere strumenti
per mani antiche,
del tempo prigioniere.
Nel nostro cielo irto di nubi,
consola la proiezione di certezze,
in esse scorgiamo parte
di ciò che dentro urla e lacera,
cosí usiamo la bellezza per affermare
mentre bisbiglia parole per mutare.
La testarda meraviglia,
che spinge innanzi il nostro agire
chiede con insistenza dolce
di tornare all’innocenza
del colore puro,
alla dolcezza d’essere
nel percorrere sincrono dei passi.
Quando passavo nella strada,
ed ero ragazzetto.
le cose chiamavano attenzione,
accendendo improvvise luci,
volevano fermarmi nel tempo loro quieto
ma io non m’accorgevo
e canticchiavo e fischiavo
con la musica che ordinava il passo
e all’improvviso lo mutava in corsa.
Di tutto questo perdermi
non ho alcun rimorso
e ciò che ho perduto, vive,
lampada accesa nel crepuscolo
di fronte al sole.

https://youtu.be/Q3Kvu6Kgp88?si=vTdr2Y226R6PBLGQ

felicità diffuse

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Tutto era movimento,
tutto era aspettativa,
i desideri confusi
sorreggevano quelli precisi,
le gambe volevano correre,
il cuore tumultuare in petto,
la bocca, cantare e ridere
nelle felicità diffuse.
Ai lati della strada, palazzi e case,
il selciato di tracheite si scaldava al sole,
liscio e grigio animale da inverno
pronto al sonno e alle carezze
delle corse lievi.
Camminar correndo
con il pensiero senza peso,
nella luce sguaiata del meriggio,
a volte con pioggia o neve
o sul ghiaccio da scivolar ridendo.
Troppo lunghe le gambe,
troppo lontano l’equilibrio,
troppo vicino il suolo
e sul corpo chiazze viola
nel freddo che ingoiava il pianto.
Pomeriggi d’inverno
che nulla attendevano,
solo il momento del tuo ritorno
e il diritto alla felicità bambina.

propositi

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Nella mattina del nuovo anno
anzitutto ho riordinato:
c’erano le sconnesse notti,
dei giorni l’eccesso di fatica,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e i gesti che non avrei aver compiuto.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
e accanto ad esse
sentito ho tutte, le sopportazioni,
quelle che hanno posticipato decisioni,
assieme ai malintesi e alle inutili spiegazioni.
C’erano i silenzi
con le parole troppo tardi pronunciate,
e mescolate a queste,
altre verità inutili o beffarde,
tenere o bugiarde,
comunque fraintese prima d’essere comprese.
Una grande confusione s’era accumulata,
e se tutto comunque era accaduto,
ora s’accalcava,
bisticciava la sua importanza,
pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava col futuro,
e necessità c’era di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina
e impedire a ciò ch’era stato
che fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza di pensieri
ho visto piegati gli scaffali
sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere posata su quello ch’era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi
e bastava passarci sopra un dito.
C’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
inconsulte commozioni,
troppe battaglie perse
e il dissipato tempo
nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma tutto era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineano tutto ciò che sono stato,
piano ho liberato il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era sommato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

la città silente

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Oltre i portici,
dietro le case che s’appoggiano l’un l’altra,
ancora vi sono rettangoli di terra.
Sono antichi orti di città,
separati da muretti di mattoni,
alti secondo l’amicizia tra vicini.
Alcuni giusti all’appoggiar dei gomiti e al conversare quieto,
altri d’altezza tale per occludere la vista,
irti di cocci di vetro
a spaventare ladri acrobati o sconosciuti gatti.
Abitavo una di quelle case,
un tempo accoste alle antiche mura,
nel borgo di studenti e d’artigiani,
di professori frammisti a bottegai.
Quella città ora s’è disfatta
travolta dal disamore del guadagno
e nell’indifferenza del futuro,
è ammasso di case senza grazia,
prive di vita e bimbi.
Dove tutti ci conoscevamo
è rimasto il mormorio dei vecchi,
pudico lo sguardo segue
il pensiero della vita scorsa
e fugge da dov’ora
c’è del silenzio il chiasso.

grigio cielo

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Questo cielo, che piove luce grigia,
pesa sui rami spogli,
distilla gocce che bagnano le erbe
stanche di verde, di freddo,
di occhi che non vedono né curano.
Sarebbe colore di ritratto
questo grigio che si stende,
opera d’ombre e sollievo per un viso intento,
qui è il riposo della passione,
che sente la fatica del giorno
e del domani incerto.
La parentesi che spegne lo sguardo
ancora vede oltre le palpebre socchiuse
e sussurra… tregua,
perché combattere non finisce mai.

ritornare la sera

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Per prati cosparsi di bianco,
bagnati di luna e di neve,
preghiamo la terra ed il cielo,
perché s’uniscano,
anche in questa patria
sacra di fatiche e d’acque lustrali,
e sia a loro offerto il nostro sentire
d’essere molti fino al cuore del mondo.
Forse l’ansia del cuore
non reggerà la luce di casa,
il suo tornare all’umano dire
con l’abbraccio dell’amore e del fuoco.
E così la fatica del pensiero
nell’aria e del buio, sarà infranta.
Oppure no
e appena oltre i vetri d’una casa,
deposti i timori e l’intuizione dell’oltre,
basterà per un poco, lasciarsi andare,
stanchi di camminare fino al dolore.
Nel silenzio caldo, allora,
porre lo sguardo al cielo,
che amorevolmente accudisce
e spinge l’amore
sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.

la memoria dell’acqua

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Nella sera un arco rosso
intriso di emozioni,
nel canale gli uccelli,
rompono il ghiaccio davanti ai nidi:
con un suono di vetro, senza echi.
Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza,
l’esser stata pioggia sul tetto,
e poi il lento fluire.
Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra,
scavava immagini sepolte nel tappeto,
poi cercava tra il bianco del soffitto,
e bussava ai vetri
spargendo polvere nell’aria.
Aveva il suono sommesso,
del ricordo che fatica,
della carezza attesa.
Il tempo è acqua, conchiglia e mare,
onda limpida che trascina,
maceria di vita
e attesa d’essere altro
senza memoria dello sconosciuto nuovo.

la permanenza del donare

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Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.

Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.

Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.

Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi.
Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.