dissipatio

IMG_0493

C’è dissipazione nel vivere seguendo se stessi? Forse, perché questo vivere riceve la fatica della corrente che si oppone e ogni qual volta si esce dal senso comune, viene spesa energia per marcare e tenere la differenza.

Questa è l’energia che dev’essere trovata in più dal pensiero e dalla convinzione propri. Ed è il delta tra ciò che siamo e ciò che vorrebbero fossimo.

Conformarsi è più semplice e meno dispendioso, funziona così, pare, il dna sociale, che muta solo in relazione alla fatica di chi va in direzione propria e ostinata. Quindi essere se stessi, non risponde solo alla propria necessità di identità, ma modifica ciò che sta attorno e introduce, per quanto poco, un nuovo modo di vedere le cose. Quanto tutto ciò sarà labile è legato proprio a quella dissipazione che altrimenti si chiama caparbietà.

confondere con la gentilezza


IMG_6107

 

Non confondo la gentilezza con la bontà, ma so che si vogliono bene e che non occorre essere sempre buoni, basta una volta al giorno. Magari anche due. E per essere buoni basta essere umani: una gentilezza, un ascoltare senza guardare l’orologio, una parola spinta dal cuore.

Essere sempre buoni, è una fatica, un perdere pezzi di sé per strada, quelli normali, d’uso comune e abitudinario e a volte proprio non si riesce. Ma tenere uno spazio dentro e fuori di sé per gli altri, fa bene. Non distacca dal mondo, lo migliora. La vita è complicata, tende a fare scorza della pelle, quindi conservare una parte tenera è cura dell’anima e fa bene anzitutto a noi. Ci fa vedere il mondo sotto un altro aspetto e, in fondo, di questo si ha bisogno: pensare che c’è un’alternativa. Il mondo dei duri annoia quando non fa male, è così prevedibile. La gentilezza no, confonde e ci confonde, come il gesto gratuito, stupisce e toglie qualcosa che appesantisce. E quel pesare non si sa cosa fosse ma, senza indagare troppo, poi c’è una leggerezza che prima non c’era. Insomma ci fa bene la gentilezza, ed esercitarla senza obbligo, è ancora meglio. Perché la gentilezza non è educazione, è quella piccola bontà che ci fa vedere che c’è una persona davanti a noi, con i suoi problemi, la sua vita, i suoi pensieri. Uno di noi.

il senso dell’inutile

Molti hanno, il senso dell’utile, ci conformano le vite. Altri, pur capendo cos’è utile, perseguono l’inutile. Così, per confronto con me stesso, ho maturato il senso dell’inutilità, non del vivere, ma del mio lavoro e di molto d’altro. E la cerco l’inutilità trovandola utile nel momento, ma sapendola. Anche di questo mio scrivere, e in parte pubblicare, così legato al momento che si spegne, che apre più domande di quante ne risolva, vedo l’inutilità. E’ parte di quell’inutile che potrebbe portare all’inazione, ad essere muto, non perché non ci siano più cose da dire, né che manchi come dirle, ma proprio per il loro essere nel momento e nel loro disperdersi, sicché poco o nulla resta. E nel pensare il confronto con ciò che davvero servirebbe, ci si sconsola. Naturalmente poi ci si contraddice e tutto è relativo, si continua a fare e scrivere, come ogni guitto recita, ogni musicante suona, ogni giornalista di cronaca scrive. L’assoluto è un pungolo per il delirio di onnipotenza, ma questo ha pur sempre un limite. Però in questa inutilità relativa faccio cose, mi muovo e se di rado son soddisfatto, comunque faccio. Come molti. E non mi lamento, è tutto scelto, anche coltivar l’inutile, per cui nulla può essere imputato ad altri. Eppoi lagnarsi è un atteggiamento che non m’appartiene, si dovrebbe aver pudore del sé e dell’esibire altre nudità che non siano quelle del corpo. Invece ci viene insegnato altrimenti e così ci si impedisce di capire perché ci sia insoddisfazione e come questa sia più costante della felicità. Il fatto è che ciascuno di noi ha radici oscure in qualcosa che accadde e mutò, ed entrambi i modi di sentire, felicità e insoddisfazione, sono in quella radice che per strade seppur diverse portò ad analoghe conclusioni. Certo in differente misura, ma c’è una radice comune, una svolta che portò a scegliere tra utile ed inutile, tra vantaggioso e gratuito. 

In fondo chi persegue l’inutilità mantiene l’ingenuità di un bimbo che pone nella vita la rappresentazione di se stesso e la considera un gioco che non finisce, e non lascia traccia, perché non ce n’è bisogno e ogni giorno è attesa del nuovo che non si esaurisce mai. E così procede tra scoppi di felicità e improvvise malinconie.

buona notte Italia

Spazzola con cura i capelli bianchissimi. Guarda verso il basso, intenta nel suo lavoro di preparazione al sonno e non mi vede. Indossa uno di quei completi fatti di maglietta e gilè accollati, entrambi neri. Avrà tra i 70 e gli 80 anni. Difficile dirlo. La sua stanza da letto è sotto il portico. Ha un sacco a pelo, di quelli finti militari, che usavamo nei campeggi da ragazzi, e una borsa che le fa da cuscino. Due archi più in là dorme su dei cartoni un’altra persona. Lei è pulita, ha perfino qualche tratto di civetteria inconscia, l’altro, è un uomo, sembra sporco. Forse è la coperta logora e la polvere che ha attorno che lo fanno sembrare così. Nel giardinetto vicino alla chiesa dorme qualcun altro coperto di carta. Stanotte fa freddo e la città ha sempre più poveri che dormono per le strade.

Porta, porto, portico, hanno la stessa radice, quando si perde la casa non c’è più una porta e allora si cerca un altro approdo. Questi sono approdati sotto un portico da chissà dove. Quella signora avrà avuto passioni, si sarà sentita amata, bella, avrà avuto cose sue attorno, una famiglia, speranze, un lavoro, una porta da chiudere o da aprire, adesso non ha nulla o quasi e ripete i gesti che un tempo sono stati importanti. Come se la cura di sé l’ancorasse a qualcosa. Ha ancora una identità. E’ persona. Le offro un pacchetto di biscotti, mi guarda, sembra non capire, poi li accetta. Le auguro buona notte.

Buona notte Italia, buona notte città, buona notte a tutti quelli che dormiranno nel loro letto, nelle loro case. Buona notte a tutti quelli che una casa non l’hanno più.

E’ davvero notte. Lo è sempre stata, ma ora mi pare di più. E’ scuro nelle nostre strade bene illuminate, non c’è luce, abbiamo paura di fare qualcosa che non serva solo a noi. Cosa ci è accaduto davvero?  

in differenza

IMG_7454[1]

Passano ragazze e ragazzi. Giovani. Belli. Tanti. Hot pants e magliette, leggings, calzoni alla moda. Tutti più o meno vestiti bene.

Passano in fretta: lungo il fiume c’è festa per un mese. Spritz, birra e cibo, baracchini di fritto, grigliate e porchetta.

Venendo da porta Portello, all’inizio, c’è una festa del PD. Piccoletta, un palco, l’osteria emiliana: gnocco fritto, tigella e birra. Musica e dibattiti per tre giorni e poi si smonta. Stasera parla una loro coetanea. 28 anni, candidata alle europee.

E’ Elly Schlein. Nome difficile da scrivere sulle schede, ma lei ci sorride su. Ha l’entusiasmo dei giovani che si buttano nelle cose in cui credono e che combattono per esse. Parla di lavoro, di problemi dei giovani e di tutti, di creare nuove opportunità e di usare quelle che ci sono. Dice che l’ Europa che è già il paese dei giovani, che milioni di ragazzi la percorrono con gli Erasmus, con lo studio e con il lavoro, ma non basta e deve diventare il luogo dei diritti eguali. Parla di energie pulite e ambiente, di cambiamento. E’ brava e convince. 

I ragazzi passano in fretta tra il palco e chi ascolta, la festa è più in là. Qualcuno ridacchia, qualche ragazza sembra imbarazzata, guarda sottecchi, e rallenta, quasi nessuno si ferma. Eppure si sta parlando di loro, ma vanno oltre. 

La maggior parte sono studenti, molti di loro saranno disoccupati dopo la laurea. Chissà cosa pensano del loro futuro, come si vedono tra dieci anni.  Credo rinviino il problema.

Altri non credono più che serva studiare e l’università perde iscritti. Accade ormai dappertutto ed Elly sta dicendo che fare un dottorato senza una borsa di studio è ormai proibitivo per una famiglia di classe media.

Oltre ci sono i baracchini, la birra, centinaia di ragazze e ragazzi che parlano, ridono, si divertono.

Chissà cosa voteranno alle europee. L’Europa è dei giovani, solo loro possono farne uno strumento a loro misura e di benessere per tutti. Elly è una di loro: due lauree, tanta passione, competenza in ciò che dice, una faccia pulita che parla la loro lingua. Guardano, ma non si fermano.

Chissà cosa pensano della politica. Forse per loro, è una birra e una discussione. Un’opinione che poco interessa, poi il discorso cambia e si pensa ad altro. Forse è così, ma davvero non so cosa pensino, Elly dice che bisogna parlare con i ragazzi, andare in mezzo a loro, discutere e non demordere.

Ha ragione, ma non stasera, è tardi, mi sento stanco e ho freddo. E comunque toccherà a loro cambiare l’Europa.

colmare di vita ciò che si scinde

IMG_6994

Nel percorso sghembo tra severità (con me anzitutto) ed eccessiva tolleranza, c’è una crepa. Una di quelle belle crepe che spaccano l’una dall’altra parte. E lì è cresciuto di tutto, si sono annidati animaletti da compagnia, il muschio ha reso piacevole ciò ch’era scabro, persino un albero ha messo radici. E cresce.  E ciò ch’era monolitico si è scisso per una interna tensione: intollerabile tirare avanti a quel modo. O più banalmente perché gli è mancata la terra sotto i piedi. Una terra presunta, supposta forte e invece labile al vento. Comunque sia stato, quel che è strano è l’accorgersi che la vita non è divisa o spostata in varia misura dalle due parti del monolite (questo non esiste più anche se lo si vuol considerare tale), ma invece ora cresce nella crepa, nel mezzo.

Così amica mia, tu così permissiva e inflessibile, come me od altri, sei stata percossa dalla vita, ingannata da ciò che ti pareva di dominare, ed ora non approfitti della crepa che si è creata nella tua rapida e polita vita. Non cogli il piacere del dubbio, per capire che lì sei, esattamente come molti di noi, che viviamo le nostre scissioni e raccontiamo di vivere per contrasti ed ossimori.

Dicono che in Giappone quando un vaso prezioso si rompe, esso venga saldato con l’oro che così evidenzia  la crepa e lo rende prezioso perché la vita l’ha percorso. 

l’anima gemella e perfetta

IMG_0517

http://www.lastampa.it/2014/05/04/blogs/cuori-allo-specchio/caro-angelo-esiste-pi-di-unanima-gemella-DBQliLQhFbbRrawTo7OP2H/pagina.html

Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.

Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.

Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.

Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.

Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.

Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.

Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice. 

 

 

il nome cambiato

Dei Lorenzo che apprendevo,

col procedere degli anni,

mi piaceva il nome

prima delle imprese

e il muovere labbra, lingua e bocca

nel dirlo. 

E fosse la gloria della della nascita d’un regno,

oppure il difficile dipingere

tra grandi che offuscavano il grande,

o anche solo il chiamar l’amico,

che d’estate risplendeva al mare,

nei crocchi desiderosi d’altro che d’azzurro,

quel suono l’ associavo al mio

e lo ascoltavo dalla voce 

pronunciarlo prima del cognome, 

ma poi, infine, tornavo sul suono mio usato,

e mi dicevo che al più l’avrei sostituito con Andrea, 

che pur privo di gloria aveva un fascino 

di sensuale attendere, 

come se il riposo oltre l’amore

fosse già inscritto nel nome

e aspettasse d’esser sussurrato piano 

tra i rossori che imperlavano i corpi

dopo l’estasi sognata:

così pensavo sarebbe proseguito il piacere

nel solo essere chiamato con amore.

Erano pensieri di quell’età in cui tutto è possibile

eppure arduo,

dove il giorno ancora non ha abitudini

e il nuovo suscita scontata meraviglia,

e così anche il nome mutava

per diventar davvero mio,

nel gioco serio del riconoscersi, 

tra l’irrompere di nuovi desideri.

 

salento

IMG_6884[1]

Di tutta questa pietra gialla bisognerebbe saper che farne. Ora non allora. Allora hanno tirato su chiese, palazzi e case, adesso fanno soprammobili intricati, pigne di pietra tenera scavata, lampade di poca luce e grande sensualità, e sperano che oltre a venderle, magari ci sia un buon motivo d’uso. Nelle case ancora s’usano i lastricati e i rivestimenti, segno di pregio e ricchezza. La mobilità sociale, quella degli anni ’60, ha bisogno di riconoscibilità e i nuovi ricchi restaurano di buona voglia. I ricchi d’un tempo, o vivono in città tra cemento armato e palazzi difficili da mantenere oppure non sono più. Nei paesi, anche quelli che si pregiano dell’altisonante titolo di città, il centro storico tra tre o quattro chiese e palazzi annessi, mostra con orgoglio piazze chiare di lastricature in pietre e marmi, olivi piantati come d’alberi d’ornamento, una fontana e non di rado, una colonna che sale per appoggi e volute barocche verso il santo protettore benedicente. Ai lati panchine, vecchi che le occupano sotto il sole, discorsi laterali, di sguincio, a due, a tre. Sono di più di quelli che parlano, ma gli altri ascoltano zitti. Far compagnia è anche questo esserci ascoltando.

Appena fuori delle vie del centro, dei negozi addossati e fitti, delle motorette, delle auto parcheggiate su entrambi i lati, la campagna spunta e preme. E’ rigogliosa e ordinata, con oliveti tenuti come giardino di casa, piccoli orti, alberi ovunque. Questa parte della Puglia è il regno dell’albero. Dopo le piane sterminate del tavoliere, qui gli alberi sono identità. C’è l’ arcaico dell’ulivo, ma non è solo questo l’ albero perché i lecci, le querce, gli agrumi, insieme a specie che altrove sono piccoli arbusti qui divengono signori del territorio. La città è il luogo dei contadini, degli artigiani, dei commercianti, ma tutti questi dipendevano – e ancora nella testa sembrano dipendere- dalla campagna e dal coltivare. Anche i signori hanno i palazzi in città, ma c’è una masseria dove curano gli interessi di campagna, perché la terra non tradisce. In città avvengono le cose, si dice, si parla, ci si mostra, insomma accade il tempo, ma fuori c’è il tempo vero, quello che conta e non muta. La campagna preme sulla città, sui paesi, rivendica il diritto di primazia sul territorio. Le strade più antiche sono i confini dei poderi, l’ accesso a questi. E a questo servivano non per andare chissà dove. Diversi dolmen tra tracce di fondazioni, testimoniano la presenza prima dei greci, una linea retta da Muro Leccese arriva a Melendugno, 21 km di dolmen che ritmavano agglomerati e piccole comunità lungo un asse. E’ bello pensare che lo spirito riposi sull’asse e che il mondo gli ruoti attorno, ed egli, forte del suo equilibrio divino, lo veda, lo osservi con l’occhio che fa propria la realtà, che la raccoglie in sé come dono, ma se ne distacca e la ordina e la domina. Del resto qui la realtà ha avuto ciclicità talmente stabili da poter generare riti che diventavano sostanza del vivere e attesa. Nulla più della cura dei campi è vita, previsione, attesa e accadere. Nel lavoro della terra c’è certezza anche quando irrompe l’eccezionale e speranza che l’ordine verrà ristabilito. Stagioni per amori, piaceri, fatiche, nascite, crescita e poi di nuovo, ripetendo ciò che non si può ripetere eguale.  In questo il cielo è specchio di ciò che accade nel microcosmo umano e lo ridimensiona, lo rende relativo, accettabile, lo apre ad una infinita nascita e quindi ad una infinità speranza. Così anche cavare una pietra gialla di sole, che s’imbeve d’acqua e asciuga in fretta, è mettere radici nel cielo, come le piante che trovano il loro luogo e lo uniformano a sé. Così immagino il restare in questi luoghi di bellezza, cavare e l’allineare sapiente come lo stabilire un legame solido con il terreno, non la violenza del cemento, ma l’unire pietra a pietra, nella terra, là dove tutto si ripete e mai è eguale.

bastava dirlo

Mica sono scemo avevo visto che non era andata bene, che il lavoro non aveva raggiunti gli obbiettivi, nonostante le ampie rassicurazioni ottenute, i presupposti positivi. L’avevo pure scritto nella relazione conclusiva, mettendo le ragioni per cui ciò non era avvenuto, le nuove azioni da effettuare. Non si è mai approfondito. Ma bastava parlarsi, dire che non si continuava, e lì sarebbe tranquillamente finita. Invece si è chiuso con una raccomandata. Certo necessaria, c’era un contratto, però annunciarla, dirselo sarebbe stato più bello. Si avverte quando le cose non procedono, sono le telefonate, le mail senza risposta, le riunioni rinviate indefinitamente, le attese che non concludono. Poi tutto si conclude comunque, ma non c’è stato un vero chiarimento e un tempo utile ad altro, s’è perduto inutilmente.

È così in ogni relazione che finisce. Quando si capisce che non c’è futuro basterebbe dire le cose come stanno, invece di lasciare che sia l’impersonale, la burocrazia dell’anima a chiudere. Sembra esista una pusillanimità dei buoni rapporti che porta a procrastinare ciò che si è deciso. E anche un togliersi il disagio o addirittura la colpa. Di che, di cosa? Se dispiace, si condivide. Capisco che è difficile, ma questo degrada una possibilità di ulteriore comunicazione, non aiuta a trasformare il rapporto. Sarei tentato di dire che preclude un bene diverso, anche se ciò che ha fatto scattare le considerazioni è lavoro. Solo che per me è difficile non metterci emotività.

Non è tutto uguale, l’amicizia passa anche attraverso la condivisione delle difficoltà e il dire che non si può più.