chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare. 

portolano sentimentale

Parlare di solitudine e malinconia è relativamente facile. Sopratutto in questi luoghi si ha la propensione a partecipare (e credo, anche a lenire le proprie malinconie con quelle altrui), a provare empatie che non hanno la verifica dell’incontro e quindi si confinano nell’attenzione momentanea. Sentire ntensi e veloci, in accordo con il mondo che scorre.

E’ facile anche parlare di sesso, di libri, di sport, di cinema, di viaggi: si trasmette un’emozione, si mostra e si condivide. L’impressione è che nello scrivere s’ intinga sempre la penna in qualcosa che s’ è raccolto da qualche parte, un umore metaforico o reale. Raramente è il fiele a parlare, che pure molto dice, ma non qui,  luogo d’ inchiostri leggeri. 

Difficile è parlare della gioia, non del piacere o del godere, ma delle gradazioni del gioire, delle intensità interiori della gioia: cose che permangono e lasciano segni profondi esattamente come il dolore lungo e lieve. Così nelle mie teorie bislacche in questo sentire e capire c’è spazio per la costruzione di sentimenti nuovi. E al dolore come alla gioia, do il compito di mutare davvero chi ne è investito: dialogo con sé più che manifestazione esterna.

Sono sfumature che esplodono dentro (possono esplodere le sfumature o abbiamo sempre bisogno di gusti forti?) e lasciano traccie profonde. 

Solo a volte, con l’attenzione a ritrarsi in fretta, una mano fatta di spirito (qui la parola ha la giusta immaterialità) permette un accesso, una chiave, chiedendo un’attenzione inusuale per condividere.

Condizioni che conosciamo tutti, chi più chi meno restii a lasciare che qualcuno faccia con noi qualche passo nel profondo.

Ma parliamo d’altro, parliamo di noi con la giusta leggerezza.

il vento ci porterà

Mi piace il vento che gonfia le tende di luce

e percorre indiscreto la casa.

Lo vedo, occhiuto, scrutare i miei libri,

mentre deposita pollini e polveri,

e con lui sei giunto inatteso:

gl’assomigli, straniero e lontano.

Ospite a lungo d’altre case e d’idiomi,

ora t’affacci alla porta,

con odor di tabacco e di cuoio.

I pensieri tuoi son deposti altrove,

qui al più, c’è segno d’un antico passare,

qualche giocattolo rotto, una penna, 

poche pagine un tempo, vergate, 

di pallida  grafia, azzurra e sottile.

Di quel pallido i tuoi rossi pensieri d’allora,

di quel pallido ora parli,

come cicatrice che si staglia sulla pelle del ricordo. 

mortificare come negazione del vivere

Quando qualcosa diventa altro, eppure questo qualcosa è ricompreso, nascosto in un insieme più grande, non e’ metonimia, ma è la mortificazione in agguato. Ed anziché una parte essere simbolo del tutto quella parte sta necrotizzando qualcosa, lo imprigiona e con esso imprigiona noi.

Ci sono infiniti modi di mortificare, scrivere al posto di vivere ad esempio, oppure pensare che il piacere duri all’infinito, forzarsi di vivere nel momento togliendosi il futuro, parlare di sé senza cogliersi e sapere che il particolare raccontato è il grande paravento. 

La mortificazione, tolta dalla disattenzione altrui, oppure dall’indebito rimprovero, è faccenda personale, passeggiare sul limite tra vero e falso, dove il falso non è così falso, ma solo una parte, una scorciatoia per non affrontare la difficoltà di vivere. Come una giustificazione per qualcosa che si farà, o ancor meglio, non si farà. 

C’è mortificazione quando, scientemente o meno, ci si toglie qualcosa perché sostenerla non è comodo, potrebbe mutarci. Faccio un esempio se lo scrivere è un piacere che dilata il mio sguardo, mi porta problemi e li risolvo dialogando con me e non solo con la forma, con la grammatica, sono meno attento al contenitore e molto alla mia verità nel contenuto, allora lo scrivere allarga la percezione, il dialogo non è solo un soliloquio. Se invece lo scrivere è un rifugio, un rinchiudermi nel mondo personale, anzi un chiuderlo ancor più, allora diviene mortificazione della possibilità e quindi mortificazione di qualcosa che ho dentro.

L’aggiungere diviene il discrimine tra ciò che amplia e ciò che rinchiude, e l’aggiungere non è il numero, ma lo sviluppo della possibilità, il lasciare ch’essa cresca, divenga parte di noi, piccolo passo avanti. Per questo penso che la lotta tra la mortificazione e la possibilità siano una costante forte del vivere che scende oltre la superficie, e penso altresì che la scelta non debba necessariamente essere mortificazione, ma quanto più vicina è a noi stessi, tanto più essa amplia e quindi è esattamente il contrario della mortificazione. 

Si dice spesso che la non scelta è una scelta e spesso di grande peso, ma nel non scegliere mortifichiamo e quindi diviene una scelta negativa peggiore di quella esplicita che evitiamo perché la consideriamo troppo contro noi stessi, troppo violenta nel suo rifiutare ciò che sentiamo giusto per noi.

Il mortificare è un topo furbo che si nasconde beffardo, è il rivolgersi in continuazione contro di noi attraverso l’ apparente piacere immediato, attraverso l’ordine esteriore, attraverso la rottura della regola per la rottura e non per l’emergere di una nostra regola interiore. Il dialogo con la mortificazione, con lo thanatos che ci accompagna è continuo, faticoso, estenuante spesso, se non affinando la capacità di non prenderci troppo sul serio, nel sorridere di noi con l’ironia dello sguardo che distingue tra ciò che ci fa bene nel tempo e ciò che ci fa bene immediatamente. Non è una posticipazione del piacere, sarebbe una visione molto deviata e fintamente cattolica dell’uomo, ma la sua tranquilla crescita in un progetto personale che comprende la vita come bene sommo e non persegue la sua costante negazione.

In fondo la vita è l’esplorazione di queste segrete stanze che conteniamo e il lasciarle aperte alla luce del nostro vedere.

quant’è bella giovinezza

Si pensa d’invecchiare come le bottiglie nelle cantine, allineate, quiete, ordinate. Ciascuna con il suo significato, la sua storia, in un ambiente favorevole alla conservazione del meglio che si ha.

Non è vero.

Quelli della mia generazione dovrebbero invecchiare per conto loro, senza commistioni, andando a trovare i genitori anziani che li fanno sentire vecchi ragazzi stanchi, senza più orecchie che li ascoltino.

Rifiutando l’età ci siamo trovati sballottati tra sogni, delusioni, ricordi, incoscienza del presente  e noia di ciò che ci raccontiamo.

Per questo rivaluto l’età, proprio per non vivere di passato o di qualcosa che non si è e forse non si è mai stati.

La cosa più importante è riconoscere la propria vita, guardarla con la giusta misericordia e amore, e poi dirsi: sì è mia, cammina, ha gambe solide, da qualche parte sta andando, mi piacerà starci assieme.


scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

è un segreto: il posto, l’aria, il profumo. E non parlatene se non a chi non capisce

I platani capitozzati sono tirati a pergolato, e scendono con fiumi di glicine azzurro e bianco verso il castello di Miramare. L’aria è piena di profumo, l’azzurro viola riempie il cuore, le nari, il cervello. Si può riempire un cuore di colore, di profumo? qui si può fare , così anche i pensieri, poi a Barcola, davanti al mare, sono meno assillanti e la mia vita, le cose che faccio fatica a chiudere, anche quando non ho evitato il dolore, divengono storie.

Una storia, tra le altre, mi è rimasta da pensare, perché non l’ho capita. Ora ho certezza di essere caduto in una volontà senza decisione, così la cosa è rimasta sospesa, il mondo è andato avanti e le cose, il mondo, le vite sono cambiate, ma ciascuna per suo conto.

Pensavo: ecco in questa mancanza di comprensione profonda si consumano molte storie, noi proclamiamo la leggerezza come strumento per non lasciare orme sulla vita, pensando di danzare, mentre in realtà siamo fermi e simili ad alberi nei nostri percorsi. E se guardassimo bene l’albero del nostro vivere, vedremmo infinite ramificazioni che, al più, finiscono in una foglia, rami che non saranno mai fusto, ed un tronco, solido, piantato nel terreno in cui ci è dato vivere. Il tronco ha un bisogno enorme di crescere, di essere albero – quell’albero- e il resto che compie, con volontà e leggerezza, sono tentativi di luce. Essere albero esige determinazione per la propria vita, e pur vivendo del rapporto con gli altri, donando profumo e ricevendo luce, la determinazione alla fine riguarda solo noi stessi.

Pensavo, mentre il mare e il profumo di salso avevano tracce di glicine, a quanti silenzi chiudono un lasciare qualcosa per cui si è patito e gioito, e quanta forza è necessaria per dare espressione a quel silenzio, che è un nostro parlare e serve a dare senso ad una sofferenza, che sarebbe annacquata dalle parole. Forse solo la consapevolezza del perché si soffre chiude le sofferenze, pensavo, e ci riporta a noi e ci fa capire cosa amavamo davvero in quelle storie che si chiudono. Soffrire non dà una ragione, ma un significato a ciò che si prova.

Io, pensavo, per anni non ho capito che la parte maggiore di ciò che mi impediva di essere sereno nell’ andarmene era il senso del fallimento, e siccome non l’ accettavo, riprovavo, come se una sconfitta avesse una prova di riserva. E’ la sindrome del giocatore che pensa sempre che la prossima mano gli permetterà di rovesciare la fortuna avversa e di riprendere se stesso. Ma in realtà non è così, quando subentra la comprensione, il gioco, quel gioco, è perduto, non coinvolge più. Resta un buco dello strappo e si deve attendere che si riempia. e qui, pensavo, che cercare di capire perché non si è soddisfatti sembra sia la necessità di colmare quel buco. Ma un riempire è un fatto statico, non considera la vita come qualcosa che procede. Ecco, avrei voluto ricordarmi sempre che la vita procede, che quello che avevo era meno di quello che mi stava attorno, e che sentivo nel colore, nel mare, nella sensazione di ben essere. E che guardandomi esclusivamente dentro, mi perdevo molto della vita che pullulava e chiedeva di essere letta. 

Non c’era tristezza in questa percezione di essere fuori e dentro altro, anzi il confronto con il molto di buono e bello che avevo conosciuto, portava allegria, fiducia. L’allegria che ci permette di sbagliare e poi di riprovare, con mezzi uguali, e diversi, con attenzioni che ci sembrano nuove, con il senso che davvero c’è molto più fuori di noi che dentro i nostri piccoli razionali, pensieri, che prevedono il futuro.

Siamo solo maghetti di pianura consegnati alle arti magiche del già visto, provato, vissuto, all’ illusione di vivere che si consuma, se ci si sofferma in questo sapere senza meraviglia. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

famosi, ciascuno, per una sera

Il pubblico dopo la lettura del comunicato dell’orchestra, applaude. Alcuni, dal pubblico, si alzano, con gli occhi lucidi battono le mani a dissipare la commozione. Le parole sono scarne: si taglieranno concerti e stipendi già magri, anche l’orchestra sarà più magra, meno collaborazioni esterne e più precari. 

Il pubblico di appassionati, 450 persone, è colpito, pensano applaudendo che qualcosa che vale, che li ha allietati, commossi, emozionati, potrebbe sparire. Quante volte d’inverno, o d’autunno, con la neve o la pioggia fuori dalla sala, ci si affrettava, ma la parola non mancava per dire ch’era stata una sera importante. E quanti ritorni a casa più lenti per non disperdere l’impressione; era importante il tempo dopo, le luci gialle dei bar, il percorso, le parole scambiate, che rimanevano pudiche, prima di scorrere a descrivere ciò che s’era sentito. 

Gli orchestrali sono commossi, pensano alla loro vita; è strana la vita di chi riceve applausi a 1300 euro al mese dopo 20 anni di orchestra. Pensano che gli applausi, come le emozioni, siano di tutti e magari stavolta restano. Ringraziano, battono con gli archetti sugli strumenti, poi riprendono il posto e scende il silenzio: il rito e la musica inizia. Famosi, ciascuno, per una sera, più di sempre, per consapevolezza.

Speriamo non finisca. 

è tornato il gigante nel cortile

Mi sono svegliato di colpo, la piccola scossa precedente era stato appena un brivido, ma questa era lunghissima, sento cadere cose e libri, e continua, continua: 22 secondi ho letto poi. Il tempo nel terremoto, non finisce mai, anche quando la scossa è finita resta la sensazione e tutto sembra essere in procinto di oscillare. Ma intanto bisogna decidere.

Rivestirsi, che fare, uscire, restare, le scale sono anch’esse lunghe, la casa reggerà? I libri, i cd che volano dalle doppie file, frana una pila giornali. Devo riordinare questa casa e la vita. Mi mette allegria da naufraghi, una delle vetrine che s’è aperta ed è diventata un sismografo sensibilissimo, rovescia piccole collezioni per terra e tintinna in continuazione. Nell’altra casa avevo appeso al soffitto un triangolo da orchestra e il suo martelletto, suonava con le scosse anche piccole, qui sono i vetri che vibrano e si accordano.

Scendo in strada, qualche macchina si addensa nel piazzale, in prato ci sono persone oltre ai soliti, notturni, suonatori di bonghi e jembée, accendo un mezzo sigaro, torno a casa.

L’aria è frizzante di mattina, percorsa da aliti caldi di scirocco, è l’alba, ma le allodole tacciono, mi pare appena inquietante. 

Poi mentre leggo, a letto, arriva, più lieve e tintinnante, la scossa delle 5. Ricadono libri, mi giro e cerco il sonno in una quiete tesa.

Caro gigante che ti diverti a scuotere la casa, per favore sorridi e siediti a parlare con noi.