pensierini

IMG_3539

Ci fu chi assistette al tuo innamorarsi, al suo sprizzare gioia attorno e al distribuire fiducia nel vivere. Poi un po’ ci si perde, perché la vita trascina distante. O fu anche propiziato dall’insostenibilità della felicità che pone domande a chi la percepisce e sente. La felicità non sempre genera invidie, ma comunque allontana. Accade anche a chi la prova. Come se gli spazi aperti dovessero lasciar posto ad un cerchio che si genera e si chiude pian piano.

Penso che anche l’infelicità abbia gli stessi effetti e che per mantenere un rapporto profondo bisogna scardinare una serratura. Ci si parla di rado oltre le convenzioni, la necessità di approfondire ci interpella e spesso riceve dinieghi, certo è che, quando accade, nulla poi è come prima, come se il regno dell’innamoramento e della sua fine, conservassero per gli umani (ma non solo per quelli), una sfera di riserbo, di rispetto, che poi potrà alimentare ogni pulsione meno importante e nobile. Insomma una educazione alla felicità e al suo corrispettivo negativo transita da noi e solo da noi, se vogliamo imparare e capire.

piazza Taksim e i baci

IMG_3023

In queste settimane in cui la natura infingarda della politica, e del denaro da cui essa dipende, si nasconde tra eufemismi davanti alla Turchia e alla Siria. Si rivela impotente per scelta e manda vuoti messaggi di moderazione, come ha fatto contro ogni primavera di popolo. Non usa le armi incruente del blocco commerciale per difendere la democrazia e neppure ritira gli ambasciatori, perché se per caso scoppia la pace, bisogna essere presenti a ciò che accade dopo. E ciò che accade dopo non è sempre edificante, anzi quasi mai lo è, ma è molto redditizio. In queste settimane di pubbliche abulie, mi è tornata a mente che una delle battaglie, marginale per noi, ma che nei paesi musulmani tale non è, sta nella possibilità di baciarsi in pubblico e di tenersi per mano. Cosa semplice e pulita, ma naturalmente con tutto quello che questa possibilità trascina con sé.

Baciarsi in pubblico è un reato in molti paesi musulmani, Turchia compresa. Anche da noi, un tempo, in qualche modo lo era. Negli anni ’50 del secolo scorso (e in alcune parti d’Italia per tutti gli anni ’60), farlo era riprovevole e poteva essere sanzionato come contrario alla decenza. Poi venne il ’68 e il baciarsi in pubblico e molto d’altro divenne comune. Cambiarono molte cose che avevano come espressione quel gesto d’amore e credo che i giovani turchi, e non solo loro, sappiano bene come questa battaglia incruenta contenga non poco cambiamento e trasformazione democratica. Che un fatto personale, diventi libertà collettiva è politica e così muta i rapporti tra uomini. Ristabilisce una eguaglianza, toglie il dominio del maschio. Tutte cose dirompenti. Così accanto alla difesa degli alberi del Gezy parc, contro l’arroganza del potere e nella molteplicità di motivazioni che portano le persone in piazza Taksim a protestare per la propria condizione, mi piace pensare che contro gli idranti, le botte, i lacrimogeni e i proiettili ad altezza d’uomo, ci sia anche questa rivendicazione. E che Bella ciao, un canto di libertà e d’amore tra un uomo e una donna, contenga anche la libertà dei baci.

je ne regrette rien

DSC02938

Ricordo i vuoti pomeriggi di festa, le funzioni nella chiesa, le corse che rallentavano a sera.

Ricordo le nostalgie innominate, la pietra calda di sole, il sedersi a guardare, l’aspettare la cena.

Ricordo le piccole fatiche del vivere, la notte che consumava l’allegria, il gorgo rumoroso della festa.

Ricordo ciò che restava dei giochi, il senso fatato nel riporre, l’attesa del giorno seguente.

Ricordo la libertà di giugno, le sue promesse mantenute, le corse nel sole, i gridi al cielo, il sudore felice.

Ricordo e mi chiedo se il vivere nei giorni, con un nome, un’ora e un posto preciso, ma mai una scatola per riporli in attesa, non sia la nostra malattia, e se il vivere senza il giorno appresso, non manchi sempre di qualcosa.

Abbiamo preteso di chiudere l’ immenso golfo di mare nei canali, che ritmano ora il nostro piccolo nuoto, e alla notte si sente solo stanco battere di braccia e mi chiedo, mentre ricordo, se la pena d’allora che si scioglieva nel sonno, sia oggi la stessa, sapendo che in me, da sempre, convivono il sole e le nubi.

giovane e’ l’amore

Hanno steso un telo per terra. Verde con dei fiorellini rossi. Si sono appoggiati al muretto,  sotto l’ibisco, e si sono riempiti di baci, di parole (immagino) dolci, di tenerezze e d’oscurità amica. Distesi, forse hanno fatto l’amore nel silenzio del vicolo, tra il verde, protetti dalla luce gialla del lampione.

E mentre salivo, le luci dei piani mostravano il solito granito delle scale, le porte scompagnate, le voci sommesse, le emozioni di chi vive,  è stato allora che m’ ha preso una dolcezza profonda che profumava di umano. Perché l’amore circola attorno a noi e ci abbraccia anche se vuole attenzioni disattente, silenzi e teneri occhi. Ed è generoso, l‘amore, mentre ci ricambia la comprensione con gioia di vivere e infinite onde di dolcezza. Così pensavo, abbassando le luci per non disturbare e il vicolo mi sembrava casa e più caro.

i disertori

Eppoi ci sono quelli che ti raccontano ciò che accade come fosse un’impresa epica. Tanto che ti guardi attorno per capire se stai vivendo nello stesso posto. Sono autoreferenziali, si convincono finché narrano la prima volta e poi non smettono più. Generatori di autostime che coincidono con la loro presenza, lavorano sul gruppo, motivano, presentano come vera la realtà che vorrebbero, demoliscono a colpi di asserzioni gli insoddisfatti, raccolgono il consenso degli astanti e lo amplificano. In politica e nelle società funziona così perché una persona si deve sentire parte di un successo e mai di una sconfitta. Tant’evvero che le sconfitte vengono giubilate, le dimensioni vere delle”battaglie” sottaciute, anzi chi racconta è un reduce ante battaglia e ciò che di epocale viene evocato, in realtà altro non è che la necessità di unire su un progetto senza domande, di creare una identità collettiva che si muova in modo coordinato verso nuovi successi, rammentando i precedenti. Non importa quali essi siano. Rimuovere, amplificare, eludere, motivare, sempre usando il noi, un noi siamo perché noi eravamo. C’è una grande mistificazione che circola, e non è l’interpretazione positiva della realtà, ma ciò che spinge a puntare sempre sul luogo comune, come se il passato fosse sovrapponibile al presente. e tutto questo funziona finché uno non ci sbatte addosso, perde il lavoro o non lo trova mai, oppure si spinge ad analizzare davvero i messaggi che gli vengono lanciati e comincia a definire priorità. La mistificazione cade allora e chi può, si salva puntando su di sé, diventa un uomo solo con battaglie proprie, rifiuta l’omologazione nell’azienda, mette in discussione obbiettivi e modalità. Disertore di realtà che non è la propria, questa persona diventa innovativa e può fare la fortuna dell’azienda, del partito, del gruppo, perché rompe il modo preconfezionato di vedere il reale, si misura con l’insuccesso e mantiene una propria rotta, ma raramente viene ascoltato. Sono rapporti di forza immane quelli che circolano, anche la realtà suadente e farlocca del gruppo era un recinto fortificato e lui diventa singolo nel combattere, va altrove, si sceglie i compagni, si coordina e costruisce un nuovo modo di fare che parte dalla debolezza, non dalla forza presunta. Il valore della debolezza cosciente è questo: dà una misura, mette un limite. E stranamente sarà proprio quel limite ad essere superato con modalità nuove e inusitate, proprio perché non c’è un prima con cui davvero confrontarsi. Poi, se il nostro “disertore” ha successo, verranno gli altri, ci saranno quelli che avevano capito tutto prima che accadesse, quelli che si adattano subito e sembra siano sempre stati così, quelli che non capiscono ma si adeguano. Insomma se vuol mantenere il suo modo di procedere il nostro lettore di realtà, dovrà distaccarsi dal nuovo recinto che gli costruiscono attorno ed innovare nuovamente, e così sempre, senza fine. Sembra una condanna alla solitudine e invece è la grande opportunità di stare con se stessi, ritrovarsi e motivare nuove sfide. Quelle vere, non le altre che sono rimasticatura di realtà.

bisogni

Bisogno di silenzio, di chiarezza di pensieri senza suono, bisogno di presbiopia e di particolari, di finti eccessi da far diventar normali.

Bisogno di dire con certezza cos’è per me l’amore, bisogno degli amici che non hanno già le soluzioni.

Bisogno di naufraghi con cui dividere vino e cibo che non si deve raccontare, di ragionamenti senza schemi e pregiudizi.

Bisogno di strade che parlino, di case che non tolgano l’aria, di complessità quiete, di dimostrazioni fulminee e semplicità eterne.

Bisogno di settimane che finiscono il venerdì sera, di negozi chiusi la domenica, di osterie compiacenti, di polpette recenti, di chiacchiere senza tempo.

Bisogno di tempo circolare che torna ed è amico, di leggerezza e riflessione, di strade nuove che diventano certe camminando.

Bisogno di te, di ciò che pensi, delle parole che ti fanno sorridere, dei giochi per finta, del tuo cascarci sempre.

Bisogno di chiarezza, di gesti gratuiti, di non avere ragione, di parlare aspettando una risposta.

Bisogno di attendere senza pena, di godere di ciò che ci viene donato, di lasciare che ciascuno sia come gli viene.

Bisogno di camminare nel caldo e nella luce, di guardare dalla finestra la notte, le stelle e luna.

Bisogno di sentirti e ascoltarti, del silenzio che parla, del buon giorno la mattina.

Bisogno di sapere che si corre solo per gioia, di guardare il grande e il particolare, di godere del tempo che trascorre.

Bisogno di me, di te, di tutti, senz’ansia e con dolcezza, perché così si vive e ho bisogno d’impararlo.

l’età e l’innocenza

IMG_0527

Tu mi parlavi di un’età dell’innocenza. Un azzerare il tempo che tira una riga tra un prima e un dopo, e di un’età dell’innocenza non sembrava essere solo quella della realizzazione del desiderio, la soddisfazione piena dove tutto è semplice e possibile. Credo sia una tentazione (pensai), quella dell’innocenza,  a cui non sfuggiamo mai, per un bisogno proprio che è un intelligere il mondo, i rapporti, le cose o per vecchie morali consunte che mantengono ben occultati i modelli di una primigenia purezza. Che fosse per l’una o per l’altra, questa parola emergeva tra le tue ed era un sinonimo di bellezza. E la mia testa correva ad altre vite dove la purezza e la bellezza si erano fatalmente scisse in un continuo bere dalla coppa della velocità del vivere ed era un’impressione che nei tuoi confronti non avevo mai avuto.

Come cercare allora la purezza/bellezza (dissi), se non nel gesto puro, nel sentire puro, dove tutto si annulla nel rapporto tra chi sente la bellezza e l’oggetto di quella percezione. E quanto si complica tra umani tutto questo, nell’introdurre la comunicazione, lo stesso sentire che diventa una condizione del condividere nel profondo. Non esistono bellezze asimmetriche che portino alla purezza (pensavo), le bellezze parziali sono sempre una copia mal riuscita e chi la vive sa che quel pezzo di sentire ha bisogno di qualcos’altro per completarsi. La bellezza si completa in noi (questo pensavo), abbiamo noi il pezzo mancante che ci affranca dalla nostra condizione, ci rende altri.

Chi percepisce la bellezza non può restare uguale e questo mutare lo rende fragile, inerme, consegnato  all’incapacità di comunicare ciò che sente davvero. (dissi) Forse allora la purezza di cui parlavi, era un rapporto con sé, un portare dentro la bellezza e farsene riempire. E non sempre tutto ciò rende lieti (pensavo), vedendo la tua tristezza. Però per alcuni era impossibile rinunciarvi, qualsiasi altro succedaneo sarebbe stato inferiore a ciò che si era sentito/provato. Era l’età dell’essere che doveva nascere. Quella che accanto al sentire la bellezza la faceva diventare coscienza di sé. Non è scontato essere sensibili (dissi) e spesso chi lo è non vorrebbe esserlo, ma senza sensibilità l’essere diventa poca cosa. Solo non bisogna scindere le cose (pensavo), è necessario che il sentire e l’essere si fondano, che la bellezza, e l’acutezza del percepire diventino gesti, forza. Ci rendano indipendenti, perché (e questo lo dicevo) la nostra purezza/bellezza non può dipendere da qualcuno, ma dev’essere nostra. Perché solo noi la completiamo. Possiamo donarla, se vogliamo, ma dev’essere nostra, una modalità del vivere con noi.

Cosa, quantomai fallace, molti pensano che l’età sia una misura del tempo, che bisogna correre per provare. Che l’innocenza non sia possibile e casomai risieda in un tempo che forse non hanno mai vissuto, ma di cui conservano un ricordo. Mettendo insieme desideri e realizzazione, pensano che questa sia una strada verso la bellezza e la scindono da quell’innocenza che sembra far d’impaccio. E tutto ciò mi sembrava sbagliato, in sé povero di unione tra sentire ed essere. Come essere una cosa e non una possibilità che si attua, e muta in continuazione, e ha questo faro dell’unire il sentire e l’ essere e di farne per sé qualcosa di più alto e privo di connotati. Puro per l’appunto. Ecco questo pensavo e non lo dicevo, ascoltavo, e sapevo che non finiva mica qui il capire.

palazzinari di sé

SAM_0089

E se fosse sbagliato il presupposto, se demolire e portare via il vecchio per costruire il nuovo, fosse la logica dei palazzinari, di quelli che lucrano sul passato e non ne hanno rispetto? Se ci consideriamo una costruzione, e lo siamo, demolire in continuazione, resettare, che scopo ha, se non quello di avere sempre un’ immagine accattivante, che attiri nel mercato della comunicazione. Ho la sensazione che non funzioni così, che alla fine non resterà nulla, solo un volto vecchio di noi senza passato. Come per quelle costruzioni millenarie in cui ancora si abita, noi siamo interessanti, ricchi, se ciò che ci ha costruito da qualche parte appare. Con una traccia, un fregio, una cicatrice, uno svolazzo di genio. Strati di passato su cui si vive e si erge il presente. E chi ha detto che questo sia un problema, un peso ? Non vi è mai capitato di fermarvi a ricordare in un momento solo vostro, e sentire la dolcezza di ciò che avvenne, oppure una punta di paura, il senso di soddisfazione, o la riprovazione per qualcosa che non vorreste aver fatto, la  liberazione di una antica prigionia, un pomeriggio che aveva una luce fuori e dentro così intensa da sentirne ancora il calore. E tutto questo, e molto d’altro con la sensazione d’aver vissuto cose solo vostre. E ancora, non fornisce questo ricordare la sensazione che sia bello vivere, costruire senza eliminare ciò che si è stati? Non un cimitero di fatti e sensazioni, ma strati su cui camminare, ergersi, guardare oltre sapendo dove si è.

Il chi si è, come i siti web pretenziosi o distratti, è in costruzione.

lunga e paziente, la grammatica del cuore

006

Il cuore tiene strette le sue alchimie, i segreti che connettono ciò che accade.

Fa accadere e si stupisce, esita e spinge a fare, coglie il reale e s’alimenta di sogni e di possibile.

Sorprende il cuore, nei suoi inesplorati contenuti, è inesauribile contenitore di meraviglie da cui estrae oggetti colorati, drappi scuri e ancora colore.

Di natura strana il colore che viene dal cuore, altera ciò che si vede, muta la percezione dei sensi, muove le gambe a correre e fa star fermi, chiede silenzio ed eccita parole e risate.

Conosce il senso degli aggettivi, il cuore, sa la profondità della tristezza, la leggerezza vaporosa dell’allegria, la bellezza tempestosa dell’amore, la soddisfazione queta della comprensione.

Il cuore ha paura e forza per superarla, solleva l’ansia e la placa, si emoziona fino al pianto e si distende nell’abbandono.

E’ insondabile e senza tempo, il cuore, combatte con la ragione e spesso vince perché pratica l’impossibile, ha memoria e oblio, giudizi inappellabili che solo lui può mutare. E tiene ciò che conta davvero mentre sciala ciò che non dura.

E’ generoso e sa perdonare, il cuore, con il suo tempo che non è quello della ragione.

Si lascia leggere, il cuore, e insegna la sua grammatica, con pazienza inesauribile, per l’intera vita.

Finisce la triste stagione

Dopo giorni di pioggia,

il sole accarezza bianchi piccoli fiori:

tra foglie, il gelsomino rifulge, 

la lucertola annusa

e veloce scompare.

Sopra l’orlo dei tetti, trabocca

profumo ancora insicuro,

e nel cielo d’ uccelli e nuvole bianche,

sono attimi di piccola, intensa, felicità.