alcuni audaci in tasca l’Unità

Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.

doveva essere un caffè

Doveva essere un caffè, ne sono uscite tre ore di conversazione fitta, lacrime, sorrisi pochi. Gli è tardi, mi aspettano, ciao, vai pure, ci vediamo presto, si sono susseguiti. Come i se chiamo posso restare un’altra mezzora, vuoi? Sì, devo chiamare anch’io, avevo un appuntamento. Qui mi conoscono, mi chiederanno delle tue lacrime. Non importa, agli uomini viene perdonato anche quello che non fanno. I tuoi mesi mi sono passati davanti, ciò che ti ha conquistato, il bisogno che avevi, la solitudine scoperta improvvisamente. Sembra tutto eccezionale ciò che ci accade, e lo è. Le storie si annodano finché la vita diventa una rete e ci si ritrova dentro. Ma tu non volevi scappare, ti sei però accorta che dentro la rete c’eri solo tu. Basta dire di no. Quante volte ce lo siamo ripetuti al telefono. quando ancora telefonavi. Difficile dire di no quando si sta bene. Poi il silenzio, per mesi, come fossi andata via. E lo eri. Via da te, non ti vedevi più. Mi hai raccontato che lo specchio non ti rifletteva, lì dentro c’era un’altra. I racconti evidenziano le difficoltà, i dolori, le gioie sono sempre un po’ in disparte. Di certo devi essere stata felice, e credo pure molto. Te lo dico e mi guardi stupita, come non avessi colto il tuo star male, poi convieni che ci sono stati momenti così intensi e pieni di possibilità che tutto sembrava fatto. Le vite attuali si combinavano con quelle future, c’era un mettere assieme che stupiva per il suo incastrarsi e fare un tutt’uno. Un puzzle a quattro mani. Sarà per quello che ciò che è chiaro sin dall’inizio viene sparato innanzi nel tempo? Che il vivere il momento ad un certo punto non soddisfa più e si chiede cosa c’è oltre? Una domanda di troppo, trattenuta a lungo, e infine posta. E tutte le fragilità emergono. Poi il dibattersi sulla riva, manca l’acqua per nuotare, manca il mare.

Mettere le cose in fila, parlare, fa bene, non sei meno triste, però le cose, i fatti acquistano un senso. Non sono un osservatore oggettivo, sono sempre stato spudoratamente dalla tua parte, e se ti ricordo che hai visto ciò che ti era necessario, nessuno potrà mai rimproverarti per questo. Anche essere ciechi fa parte dell’innamoramento. Caffè e cioccolata si freddano, tra parole e pezzi di vita messi in comune, fuori è buio, dovevi cercarmi prima, ti dico. Ma capisco che non sarebbe servito, quasi tutto ha un tempo, anche i bisogni e l’urgenza improvvisa di cercare nelle rubriche telefoniche dopo che il pensiero ci ha riportato a qualcuno. 

voglia di Barbagia

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Magari resterei due giorni per paese, ma ho un’improvvisa voglia di Sardegna, e di Barbagia in particolare. Di fermarmi a Tonara o a Teti, in quell’agriturismo dove la sera devi mettere un limite ai colungiones, al porceddu, al cinghiale. Alle ondate di sapori che arrivano dopo un antipasto, che a casa ti avrebbe saziato per un giorno. E siccome sembra non ci sia fine alla bontà, è difficile smettere, perché la gentilezza di chi cucina ti travolge, così vorresti che il tempo fosse lunghissimo davanti al camino acceso, spezzettare il pane guttiau, parlare ancora un poco, sorseggiando cannonau di Oliena, perché andare a letto sembra uno spreco di tempo e poi mica dormiresti. E fuori c’è un cielo di una limpidezza incredibile, dove hai avuto un’esperienza del buio, incredibile e mai più ripetuta. Poi il mattino proseguire per Austis, andare a trovare un’amica, che è in campagna elettorale, e che stimi oltre ogni amicizia, salire verso il convento restaurato, camminare sino a sa Grabanissa e guardare tutt’attorno, Verso il lago Omodeo e oltre verso il mare, finché lo sguardo si perda e senti di essere non al centro della Sardegna, ma al centro del mondo. Fermarsi nei bar a bere un vermentino o una Ichnusa, ascoltando il barbaricino. Senza capire. Solo per il suono. E guardare i gesti ora lenti, ora veloci. Lasciando che il pensiero trattenga l’impressione di una enorme pila di vite sovrapposte e incastrate, come le pietre a secco dei nuraghe, che ora si depositano attraverso le parole che ascolti.  E pensi che c’è un filo grosso che cuce tutto, che ritrovi nelle case in cui il fuoco è abitudine dall’autunno sino a Pasqua, come lo sgabello in sughero vicino al camino; pensi che è un refe fatto di tradizioni senza apparente motivo, di gentilezze mute, di abitudini che scendono giù, giù, attraverso le parole, i nomi, i gesti, il tagliare un pane, l’offrire un dolce o una fetta di formaggio, verso la luce delle giornate, i lavori, e le pietre, i luoghi che hanno spirito e significato, gli ovili, le sughere rosse di vergogna per aver perso il loro mantello prezioso. Giù in un’arcadia fatta di luce e di regole ancestrali. E questo ti rassicura, come scendere dentro il tuo calore interno, com’essere nel mondo e dentro il suo significato.

Ho la strada in mente, l’ho percorsa tante volte da solo, scandendo i nomi: Mamoiada, Fonni, Ovodda, Tiana, Teti, Austis, Sorgono, Tonara e poi indietro. Due volte, Aritzo e poi il Gennargentu. Oppure da Ottana verso Sarule, Ollolai, Gavoi, Lodine, aspettando apparisse il lago Gusana. E ricordo le svolte in cui mi sono perso e i punti di riferimento che mi dicevano che ero sulla strada giusta, la sensazione di solitudine e di natura che avvolgeva totalmente, la voglia di guardare e di andare assieme, perché la natura alla fine ti fa desiderare un riparo, una casa dove riconoscerti.

Ho voglia di quella pace che ti accoglie, quando non hai più il tempo che ti sta attorno, ma solo il tuo, quando condividere è importante più della meta, quando le cose ti parlano per metafore, di te. E la notte ti addormenti sentendo gli ultimi belati, qualche uccello che non conosci, il maestrale che scuote le sughere e le lamiere dei ricoveri e la mattina ti svegli con gli stessi suoni. Ma il giorno dopo non c’è una meta vera, solo da ascoltare, vedere, sentire, per capire dove sei. Non qui, ma altrove. Un punto nave, insomma, senza alcuna utilità che non sia tu stesso.

anziano pensionato

La locandina del giornale locale riporta: nei guai anziano pensionato disturbava commessa. Rivedo il titolo al bar e , incuriosito, cerco l’età del vegliardo: 62 anni. L’articolo non spiega molto, pare che l’anziano pensionato cercasse di conquistare la commessa, avendo male interpretato la sua gentilezza.

Mi colpiscono tre cose: l’età, il pensiero dell’eterna giovinezza del fascino, il bisogno di attenzione.

Per i giornali l’anziano comincia ben prima dell’età Fornero, sono rimasti a due generazioni fa quando uomini e donne sessantenni erano ormai vecchi. Ospiziabili. Non è necessario correggere nulla, anche se è più difficile leggere: anziana pensionata disturbava commesso. Le donne sono effettivamente differenti, ma per gli uomini la società contiene una generazione che a 60 anni non esce dal lavoro, e neppure da vita e sentire. Le donne, pur avendo analoga vita e sentire, hanno uno stile differente, e questo ancora una volta fa pensare. 

Il pensiero di essere attraenti è una gran cosa, fosse solo in termini di autostima. Don Giovanni non muore mai e sulle panchine ha sempre imperversato, oggi di più. Solo che non si limita ad esercitare sulle panchine, ma ovunque. Diciamo che c’è un po’ di confusione tra teste che, giustamente si sentono attive, e questa giovinezza protratta che sembra non finire. Pare esista solo il biasimo sociale nei comportamenti fastidiosi, e néanche tanto, visto che i modelli divistici e culturali, infrangono in continuazione i vincoli di età, a far da discrimine. Mentre credo che la cosa dovrebbe ritornare nei canoni della consapevolezza e dell’educazione sentimentale, magari fondando sulla gentilezza i rapporti e lasciando ai singoli il compito di dire se la cosa è opportuna oppure no. Forse il problema vero è che in tutti i rapporti bisogna essere in due e che questa percezione non è sempre presente, e naturalmente nella parte più debole si preferisce confondere qualunque attenzione, fosse solo per un narcisismo persistente che ha bisogno continuo di verifiche. La cosa in realtà comincia presto, e continua, e si rinfocola secondo un ciclo, è mia opinione, dove ad ogni età sociale, subentra, dopo una prima paura, la consapevolezza di non corrisponderle perché i segnali che arrivano dal corpo e da ciò che si fa sono differenti. Insomma ci si sente più giovani e attraenti di quanto si è.

Il bisogno di attenzione è comune a tutte le età dell’uomo, ma con gli anni aumenta e fa perdere la cognizione reale di sé. Per cognizione reale, intendo quella legata all’età vera, al proprio corpo com’è, che cose come lo star bene e la vigoria fisica sembrano invece confondere. Dovrebbe essere una cosa bella, un godersi la vita più a lungo. Le età hanno bellezze proprie, e non poco intense, se si riesce a coglierle. Una donna nell’età di mezzo, ha una bellezza particolare, lo stesso vale per l’uomo, ciò che dovrebbe essere un piacere è un peccato diventi un problema.

Mi sto chiedendo se mi sto consolando: sono più vecchio dell’anziano pensionato e guardo pure le donne, per strada, al bar, ovunque. Sorrido. Per fortuna non hanno scritto, un vecchio pensionato, o peggio hanno puntato sul laido individuo, che a una cert’ora, è sempre in agguato sulle scrivanie dei giornali per fare un titolo da locandina. Insomma è andata bene.

p.s. magari ridiamoci un po’ su, ma Leporello racconta i sogni maschili come fece Fellini in 8 1/2

conversazione

Affiancando le bici al muro ti ho chiesto: le leghiamo assieme? Dopo quelle parole non ne ho dette molte altre e quell’ora e mezza, dopo tanto tempo, se n’è andata in ascolto, immaginazione, in stupore per ciò che raccontavi. Luoghi e te. Ma di te conoscevo assai, erano le piste della Mongolia, i sospetti e la furbizia dei Curdi, l’epicità silente degli scontri tra furbi occidentali, gli accaparramenti di lavori, le fughe, i cantieri veloci e quelli abbandonati. Ascoltavo questa dimensione del mondo e del lavoro, l’avventura in un’epoca in cui sembra che solo i turisti abbiano bisogno di scoprire. E le grandi opere, che qui non farebbero un passo con mille comitati, altrove cambiano il mondo e ciò che ci sta attorno. Non avevo prevenzioni etiche, cercavo di capire. C’è differenza tra disboscare la foresta amazzonica e tracciare una strada, tra creare una città di appartamenti vuoti e costruire un ospedale. Il mondo non è mai così com’è ma il pensiero di ciò che sarà. In un senso o nell’altro. E così pensavo ai 100 km di strada nel deserto che portano collegamenti inimmaginabili per il tempo e l’economia, mentre lasciano stupefatti i pastori e gli animali selvatici. Ma dove portano quei chilometri di asfalto? Non in un posto, ma nel senso della modernità. C’è molto di scontato nel progresso che spinge oltre. E lo pensavo tra i tuoi racconti di cantieri ben gestiti, dove centinaia di uomini e macchine seguivano programmi, avanzavano dei giusti metri al giorno, restavano concentrati su un nastro di pietrisco e asfalto largo 18 metri, ma neppure guardavano attorno perché l’oggetto del lavoro era su una mappa, su un progetto tenuto a bada da un teodolite. E attorno c’era deserto e yurte, pastori e cammelli, sassi e temperature che chiedevano solo riparo. Nulla da vedere? Meglio non vedere.

Sentendoti parlare, mi è tornato alla mente Primo Levi e la sua passione per la chimica, al fatto che questa, e il tedesco, l’avessero salvato nel campo di concentramento. Ma la chimica non gli aveva impedito di vedere attorno, di essere dolore nel dolore, di provare rassegnazione e paura e assieme a tutto questo, voglia di vivere. Una ostinata voglia di pensare e di vivere.

Scusa, m’ero distratto, il pensiero di Levi mi ha portato altrove. Volevo dirlo, ma non l’ho detto, non avresti capito, è solo la sproporzione tra le opere di pace e quelle sotto il ricatto della guerra, che mi colpisce. Ovunque opere, ingegneri ed esperti che risolvevano un problema alla volta, senza guardare al fine, senza un giudizio etico. Quando si spezzettano le decisioni si perde il senso del perché si fa e non si vede più quello che sta attorno.

Ascolto le tue notti nei poveri alberghi, tra case di nomadi e latte di cammella al mattino, i discorsi, i gesti. Immagino la forza di un’esperienza che di giorno lavora e che la sera torna a sé, al proprio mondo bisognoso di calore e di relazioni. L’uomo si è sempre cimentato con opere grandi, e l’opera ha assorbito le persone nel senso che queste non contavano più. Le vite, le fatiche, tutto annullato nell’opera, nel segno sulla terra.

Continui a raccontare, non ci siamo neppure detti come stiamo, quello che stai facendo ha assorbito anche la tua vita, che ora coincide con il lavoro. Siamo ciò che facciamo. Per molti è vero, è così, per altri siamo quello che mangiamo, oppure il piacere che proviamo, oppure festuche di paglia in attesa di posarsi chissà dove. Potevi anche scrivermi. Ma non ne avresti avuto il tempo ed io che ascolto sono qualcosa di diverso da un nome collocato chissà dove. Ho una funzione ascoltare, ho un funzionamento interiore: penso, traduco ciò che mi dici oltre la meraviglia. Lo riporto su di me e su come vedo il mondo. Non farei le tue cose, viaggerei di più, questo sì, ma il lavoro lo terrei dove penso di sapere cosa produrrà, a me, a chi mi sta attorno. Non è un giudizio morale, semplicemente una scelta conforme.

Stiamo separando le bici, il lucchetto si scioglie, un abbraccio, la constatazione: ho sempre parlato io.

Si vede che ne avevi bisogno. Dico.

Ma tu come stai?.

Bene, ma ne riparliamo un’altra volta. Forse… Quando parti?

Presto.

Hai un’espressione un po’ dispiaciuta. Passerà in fretta, un nuovo abbraccio e la strada di ciascuno prende altra direzione. Adesso capisco perché mi chiedi sempre dove sono quando mi chiami, è perché non sai dove sei tu. 

common man

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Le vite normali sono talmente ricche di eccezioni, di particolarità nascoste che chi le vive, da molto, ormai non nota.

Nelle abitudini intime e consuete, nei dettagli che non si vedono, nelle cose che si accumulano o si gettano, nelle idee ripetute puntigliosamente senza ricordare quando sono nate, s’annida un’ umanità singolare che attende indefinitamente d’essere riconosciuta. E’ nell’arte del guardare senza fretta, e con rispetto, che si scoprono meraviglie intuite nell’ombra.

a qualcuno piace caldo

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Il caffè mi piace caldo, come la soddisfazione e altre cose più o meno dicibili, ma che fanno il piacere del sentire e del vivere. Se metto assieme l’urgenza del caldo, che ha una termodinamica severa, con la pazienza, che pure posseggo, capisco che gli ossimori non sono poi così distanti dall’essere, che si è più cose assieme, per fortuna, e che non c’è contraddizione tra l’amare la pioggia sul tetto e desiderare il sole al mattino.

Il calore si associa ai sentimenti e quindi al sangue, ma non solo. Lo si associa all’amore e lo si pensa lontano dal cinismo, dal distacco di chi non si aspetta più nulla e pensa di conoscere come funziona l’uomo, il mondo. Il calore ha un termostato nel sentire e ci si regola la vita su quello. Quando si sente poco, il calore prima abbandona lo spirito poi il corpo. Troppa passione, invece, porta all’ebollizione e la fretta consuma senza percepire tutto quello che accade. Una bolla di calore emotivo nell’amore, come nell’odio, fa perdere la percezione di sé, ma mentre nel primo caso è un’esperienza di annullamento e rinascita, nel secondo la distruzione diviene tutt’uno con l’essere e non c’è rinascita. Forse per questo fatico a considerare l’odio l’altra faccia dell’amore.

Se subentra un po’ di malinconia e c’è necessità di sentire qualcosa che rassicuri, una minestra calda fa bene, Me l’hanno insegnato le donne che una minestra di dado con la pastina consola. Probabilmente fa casa e mamma, come il plaid. A me piace il minestrone, devo essere sentimentalmente maleducato, anche perché lo preferisco a pezzetti e non passato (altra preferenza femminile, raccontatami). Il vino rosso scalda, consola e avvolge, fa intimità propizia (a volte anche alcoolismo incipiente, ma anche quest’ultimo sembra un effetto della carenza di calore, umano…), il vino bianco invece è più sottile, aggressivo come i finti mansueti, apparentemente innocuo come le parole maliziose, come le immagini, suggerite dalla seduzione. Secondo me il vino bianco ha qualcosa da nascondere e non perché ci sarà sempre chi dice che gli fa brucior di stomaco (altra forma di calore) oppure racconta di altri effetti collaterali meno dicibili, ma perché accanto a questi ci saranno altre che sosterranno che le bollicine che gli vanno su per il naso e danno leggerezza e tepore che scalda dentro e fuori (lo champagne non a caso sta meglio su abiti scollati e a spalle nude).  Ci sarà chi distinguerà tra champagne e prosecco, tra secco e dolce. Vincerà il secco senza fatica, magari il molto secco. Très sec per tutti. Pare sia una questione di dieta o altro,  e pare anche che il magro (di cui il secco è l’immagine più asciutta) abbia un fascino nascosco, un calore da estrarre rispetto al boteriano dolce, che non a caso s’accompagna ai dolci. Dolce su dolce, senza perder tempo a meditare, meglio abbuffare per dimenticare. C’è sempre qualcosa da rimuovere: un’altra fetta, ma sottile sennò ingrasso, grazie.

La cioccolata va calda, bollente. La panna fredda, ché altro non può essere e se ne può pure far a meno. La cioccolata sorbita, il caffè degustato. Lo ingollano i duri, il caffè, gli stomaci d’acciaio, non i colitici, ulcerosi, pavidi che mai affronterebbero una tempesta senza l’ombrello. A che serve l’ombrello nella tempesta? A nulla, ma questo solo i duri, che hanno una fornace interiore e un cappuccio, lo sanno ed escono dopo un caffè. La cioccolata è un cane fedele, ti segue a lungo, ti accompagna, è educata, inclusiva, ama la compagnia, scalda anche la conversazione, intreccia gli sguardi, evoca. Meglio amara, densa e caldissima, poi si vedrà.

D’inverno, caldo ovunque e viso fresco, finché l’emozione non lo prende. Sembra sia la scelta della razza umana, forse memore degli altipiani etiopici da cui proviene. Invece la vendetta pare si serva fredda come certe frattaglie da osteria che fanno solitudine a vederle, e la vendetta gelata appartiene ai cervellotici, ai biliosi delusi dalla compagnia, persone che si consumano per aggiustare un torto di cui nessuno, tranne loro, si ricorda. Comunque dev’essere un piatto di difficile digestione, la vendetta fredda, come i nervetti in osteria appunto, e che non soddisfa mai completamente neppure il cuoco, che forse vorrebbe effetti maggiori. La polenta va calda, ma la polenta è come la povertà che si riscatta, ha speranza e si combina con tutto o quasi. Ama il vino rosso, caldo su caldo, poi quello che succede sono affari vostri. Non ci sono notizie di abbinamenti polenta e champagne, carenze del sistema cultural politico del nord.

Preferisco il caldo, non fuggo il freddo, ma solo per quanto è necessario per amare di più il caldo. E’ come per i sentimenti, l’assenza coltivata per acuire il desiderio è un po’ una perversione. Quest’inverno non nevica e m’impedisce di gioire al caldo della mia casa guardando i tetti che si riempiono di neve. Sentirsi caldi e guardar fuori il freddo dà una sensazione di potenza, significa che provvedo al mio corpo dandogli calore e lui è felice e rassicurato. Ben essere. Come cercare l’amore dove si trova (altrove, dove non c’è, fa freddo), sorseggiare il caffè, e meglio ancora la barbagliata che unisce mirabilmente caffè, cioccolata e panna. Guardar dentro e fuori allo stesso tempo, pensare che il non sense ci appartiene, che la logica ci fa dominare. La logica è fredda, l’amore è caldo, il caffè è amore.

inopinatamente il caki

Inopinatamente il caki,

aveva nascosto frutti tra le foglie,

e loro, nel grasso verde, solidali 

li han tenuti in serbo,

lontani da mani vogliose.

Ora sui rami spogli che puntano il cielo

alte sfere arancio appese,

sorprendono noi,

ch’ avevamo pensato perduta la capacità

d’essere nuovi.

evoluzione di un amore

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In ogni amore, sia esso grande, piccolo, conclamato, o ancora in nuce, c’è il momento della consapevolezza. Da allora si sa se esso potrà crescere oppure si trasformerà in altro. Se in un sentimento così poco razionale e sociale come l’amore (perché è anzitutto rapporto a due con conseguenze esterne), la razionalità irrompe, è perché esso stesso lo richiede, ovvero pone la domanda: quanto? E questo quanto comprende la durata, il coinvolgimento, la disponibilità, l’appartenenza, ovverossia, il futuro.  

C’è quindi un momento della crescita di un amore in cui esso cessa d’essere il presente (e quindi di per se stesso illimitato perché ogni giorno è nuovo, e ogni giorno la gioia e il bisogno dell’altro, non ha limite) e diventa projezione sul futuro ( che invece è limitato, perché anche il per sempre è un farsi della volontà e quindi di sua natura limitato). Questa consapevolezza verrà negata, celata nella sensualità, aperta e rinchiusa, sparata nel cielo e seppellita dentro di sé. Diventerà caparbietà e sublime oblio, rifiuto della realtà, pena del quotidiano, sublimazione somma, invenzione del vivere. Sarà posticipata, negata, modificata, evoluta e trasformata, ma dal momento della consapevolezza si sa ciò che è possibile e quindi ciò che accadrà. Questo scollinare del sentimento, e mutare del sentire, è l’inizio o la fine di un amore.

reazioni a pelle

Ci sono persone che ti stanno sulle scatole a gratis. Non ti fanno fare fatica. E non è un giudizio sulle persone, è un giudizio sulla possibilità di un rapporto. La fatica per mantenerlo sereno è talmente elevata che ci si scoraggia presto e se non si è obbligati a sopportare per motivi di lavoro, od altro, si taglia. Magari in queste persone c’è certamente del buono, ma sarà questione di ferormoni negativi, se qualcosa fin dal primo momento arriccia e repelle. Il moralismo, la supponenza, l’arroganza, la viscidità, la furbizia, la rigidezza. Basta una di queste caratteristiche, che il titolare forse sente come positive, per mettere sul chi va là. Eppoi la bocca fa il resto, basta che parlino e quello che hai sempre rifiutato te lo senti dire, vantare, imporre. E allora è fatta, e quella persona che ti aveva fatto rizzare le antenne, non ha più la possibilità di risalire la china e ti sta definitivamente sulle palle. Da quel momento le cose vanno per loro conto, ovvero più lontano stanno meglio è.