autunno

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Ciascuno di noi ha un suo autunno personale. Come per tutte le stagioni, una è particolare e diventa un contenitore di sensazioni, colori, profumi, leggerezza dell’aria. E’ una sorta di campione depositato nel nostro ufficio internazionale dei pesi e delle misure, quella su cui tutti gli autunni verranno confrontati e con un giudizio un po’ crudele si attenderà che un altro prenda il suo posto, ma persuasi che ciò sia difficile. 

L’auto corre veloce sull’autostrada, è mattina e non c’è traffico. Quando è accaduto ancora qualcosa di simile?

Il ricordo rende uniche le stagioni, ma tende a sovrapporsi per cui una stagione è quasi il riassunto dei fatti di tutte le precedenti. Come vi fosse una contemporaneità del passato. In fondo la vita è rappresentazione e l’unità di tempo, luogo e spazio, permette di capire noi come sommatoria di tutto ciò che è accaduto e che sarebbe potuto accadere.

Andare verso Belluno è accedere alle dolomiti, tutto quello che c’è prima sembra sminuirsi. L’altezza, i colori, la scabrosità della roccia nuda, le persone montanare per davvero, le spigolosità che generano i silenzi e gli inverni freddi, le valli che legano strade verso i paesi e le case abbarbicate. Tutto questo fa dimenticare che prima c’è una bellezza eguale, dove ciò che non è aspro è dolce, dove a qualcosa si innalza verso il cielo, corrisponde ciò che s’ abbassa e accoglie. Sono arrivato dalla pianura, e questa e le prealpi, inizia a tingersi d’autunno e e ciò che è vivo muta colori che la roccia non riuscirà ad eguagliare.

Il sole a mezzogiorno illumina il lago di santa Croce. Dal Fadalto, il lago è sotto i nostri piedi. Siamo arditi e sicuri sulla terrazza che si getta sul vuoto. Le tavole sono apparecchiate, è ancora bello pranzare fuori. C’è profumo di legna e di arrosto. Stamattina, venendo, c’era una nebbia gialla, molliccia e veneziana, più da canale di valle che da terraferma. La prima nebbia di stagione, ancora incerta se essere fumo. L’ho poi vista in basso, ma era già bianca e forse nube, ai lati dell’autostrada che s’inerpicava sulle arditezze impudiche dei ponti. Su, finché s’è aperto il cielo e si è chiuso l’orizzonte, incassato tra valli e il bruno verde degli alberi. C’era già qualche macchia di giallo. Muta la stagione e adesso il lago è vapore sospeso di luce e di indeterminatezza. Fa caldo, guardiamo muti, ciascuno per suo conto. Dopo ci saranno parole, piccole nervose risate, necessità di scomporre la bellezza per ritrovare le nostre piccole identità soverchiate. L’autunno, in montagna arriva prima, eccede di sensazioni e colori molto più che al mare dove invece ingrigisce. Qui la luce diventa sottile, un filo che lega le cose, lì si spampana in mille rivoli e riflessi d’acqua.

Per l’ animale di città, l’autunno scende tra palazzi e campi, mescola l’acqua di fiumi nervosi, ha il fumo delle caldarroste, si scioglie nelle nebbie bianche che colmano le piazze di pianura. Guardo ancora il lago, siamo già alti e c’è più luce, ma la sera viene prima e non ha la stessa accoglienza per gli amanti di città. Qui il calare della luce spinge verso le case, le strade si vuotano, le finestre si accendono. E’ un bisogno di calore, cibo, di sicurezza nel sentore di cose conosciute. Adesso in città, ci sarà un rincorrere l’ultimo tepore della giornata, i ragazzi resteranno tra i tavolini nelle piazzette, e riempiendo di voci l’aria cancelleranno i gridi degli uccelli tra le case. Sul fiume il sole darà spettacolo e gli sguardi passeranno da un volto cercato, amato, all’albero sul greto, fino al rosso che trionfa veloce verso la notte. 

E’ autunno.

scorie dell’anima

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Più di dieci anni fa, pochi se ne ricorderanno, ci fu un pasticcio per la creazione di un deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico, in Lucania. C’era il governo Berlusconi, e ancora pochi se ne ricorderanno che Berlusconi ha governato a lungo, tanto che si vantava, che il suo era stato il governo più lungo della storia della Repubblica. Sarebbe meglio ricordarsene quando le cose non vanno bene, che comunque c’è stata una genesi, che qualcuno non ha fatto, ha tranquillizzato o rimosso. Ma questo vale per tutti, perché si rimuove molto in questo Paese. Ad esempio quand’ero ragazzo, non si riusciva a parlare di fascismo a scuola, eppure tutti, o quasi, insegnanti e bidelli erano stati fascisti o nel immersi nel fascismo fino a non molti anni prima, possibile che nessuno si ricordasse. Me ne stupivo da piccolo, ho continuato a stupirmi da grande. Divago. Tornando a Scanzano Jonico, in quell’occasione, poi sventata dalla protesta popolare, si era pensato di ficcare in una miniera abbandonata di salgemma, tutte le scorie radioattive d’Italia. Quelle passate e quelle future, perché oltre alle centrali che sono state smantellate, di scorie radioattive se ne producono in continuazione in ospedali, laboratori, industria. Quindi si risolveva un problema togliendolo da molti posti e mettendolo in un posto solo. E questo non è sbagliato in sé, ma parte da un fatto che coinvolge tutti, ovvero quando si fa qualcosa non si pensa alle conseguenze, tanto poi qualcuno risolverà. Come dicevo, alla fine non se ne fece nulla, ma sarebbe istruttivo ricordare chi era il sindaco del comune, chi il presidente della Regione, chi il ministro, chi il generale che fu incaricato di preparare il terreno, quale impresa doveva agire, ecc. ecc. e anche il problema sarebbe istruttivo chiedersi che fine ha fatto. Ma come per Report e Presa diretta, queste sensibilità, durano poco. 

Sono partito da questo ricordo per collegarmi ad altro, in fondo quelle scorie che abbiamo rimosso dall’attenzione e non risolto, assieme a tantissimi veleni sono rimaste nelle nostre anime e hanno generato il relativo in cui ci dibattiamo. Certo, Calvino non si peritò di venire in Italia per predicare il rigore delle anime, restò in Svizzera forse perché pensò che era una battaglia persa, oppure, considerato il passato e il presente, già allora capì che i veleni erano ormai nel corpo italico e il mitridatismo impediva all’organismo di soccombere, ma c’era una propensione ad assuefarsi più che a depurarsi. Sembra un ragionamento moralistico, non sia mai, penso invece che tanti anni di preti, incenso, e digestioni difficili nelle sacrestie e nei confessionali non hanno scalfito (oppure hanno favorito) una doppiezza di pensiero che porta a rimuovere, mettere da parte. Si deve pur vivere, no? Sarà per questo coltivare le anime che rimetteva tutto all’aldilà che il degrado non ci impressiona più di tanto, oppure si sarà formato un cuoio dello spirito che porta a tener dentro, come ci fosse sotto la scorza, un giardino di bellezze che comunque resta nostro mentre attorno le cose cadono a pezzi.

Si dirà, c’è una crisi feroce, la gente non sa come finire il mese, il lavoro manca ai giovani come vuoi che ci si preoccupi di quello che è accaduto o sta accadendo attorno, è il particulare che trionfa, risolto questo si potrà pensare ai problemi comuni. Credo che questo modo di vedere faccia bene a chi risolve i problemi mettendoli sulle spalle di qualcuno più debole oppure occultandoli. La nostra casa è sporca e ha sporcato anche il nostro spirito, il nostro modo di vedere, di sentire. Le priorità diventano difficili da individuare se non sono comuni. Spesso si allargano le braccia, ma non per volare, piuttosto per testimoniare le terreità delle nostre capacità. Non ce la facciamo, anche quando siamo sensibili, e così è meglio rimuovere.

Oggi guardavo la fotografia di una scuola fatiscente in Puglia e leggevo della rivolta dei genitori e degli alunni, prima degli insegnanti. E cosa potevano fare gli insegnanti, come i soldati non possono scegliere il campo di battaglia, al più chiedono collaborazione alle famiglie, ma si adeguano. Come farne una colpa, non lo è e non lo può essere. Ma quelle aule cadenti e sporche, gli intonaci scrostati, i mobili sconnessi e i banchi disastrati impoveriscono anche loro. Chi riceve un messaggio guarda il messaggero, il contesto, la busta. Se tutto questo è malridotto quanto valore sarà perduto, quanta fiducia banalizzata e dispersa.

Guardo il mio tavolo ingombro, non c’è sporco, ma c’è disordine. L’ordine non è un obbligo, rimuovo e rimando, quindi capita anche a me. Prendere coscienza è fatica, ma è indispensabile quando non si sta bene nella vita. Allora penso che rimuovere è un artifizio che da insieme ci fa diventare soli, che ci pone davanti ai nostri problemi senza alcuna possibilità di affrontarli assieme. Che strano, quando abbiamo un peso eccessivo nell’anima, una pena d’amore, una modalità di vivere che ci fa soffrire, si pensa a un aiuto, a parlare con qualcuno. Magari si cerca un medico, uno psicologo, un analista, per chi ci crede, un confessore, oppure uno dei tanti “esperti santoni” che rovesciano le vite. E invece di questa casa che ci cade a pezzi attorno non parliamo con nessuno, come fosse una vergogna irrimediabile o qualcosa che non ha poi così tanta importanza. Gli estremi si ricongiungono e noi mettiamo sotto il tappeto della rimozione quello che non vogliamo vedere perché ci interpella.

Vi do una cattiva notizia, in questi anni non si è risolto nulla sulle scorie, di qualunque tipo, la monnezza è ancora nelle balle ecologiche in Campania, i cornicioni e gli intonaci delle chiese e dei monumenti continuano a cadere, anche sulle frane e sul rischio sismico si è fatto ben poco. Vi do una buona notizia, se vi guardate attorno, anche qui in rete, quelli che si interessano non mancano, continuano a spazzare anima e mondo che ci sta attorno. Non è una soluzione ancora, ma almeno qualcuno con cui parlare c’è.

pensieri a margine di una mostra di Corcos a Padova

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Palazzo Zabarella è un posto particolare, dimora antica, anzitutto. Negli anni di Corcos era abitazione importante e negozi e artigiani nel cortile. Come nel medioevo. Le sale sono quelle di una casa nobiliare-borghese, lo scalone importante, ma non eccessivo, c’è altro a Padova. Qui i quadri stanno bene per la dimensione raccolta, quasi domestica, si possono immaginare appesi nelle case in cui erano destinati. Case di nobili, di borghesi ricchi, la nuova aristocrazia mercantile ebraica e quella antica dove il bello, il decoro e l’apparenza fanno parte dell’educazione. Sono le istitutrici ai giardini, il piccolo Pierrot, il marinaretto, la ragazza nell’educandato: una infanzia che si prepara ad un ruolo assieme agli uomini di profilo, pronti per un affare o una festa. La prima guerra mondiale spazzerà via quel mondo, ma qui è ancora palpitante, pieno di vita, di ideali, di conoscenza che vuole prendere in mano il proprio futuro. Mi viene a mente l’uomo senza qualità di Musil, la forma, la sostanza, le vite: stessa epoca e stesse traiettorie.

E prima, e più,, che le donne bellissime di Corcos, mi colpiscono i ritratti dei famosi di fine secolo. C’è il racconto delle sue amicizie importanti. Un ritrattista borghese, attento alla sua crescita economica, al suo successo, punta alle case più che ai musei. Si sarà gloriato il pittore di quelle presenze in salotto e ne avrà coltivato le relazioni. L’abilità, l’ingegno diventano mestiere nel far emergere lo sguardo, metterci dentro un messaggio inequivocabile. Carducci, Mascagni, un vecchio, ma forte e ritto Garibaldi redivivo, il critico letterario e l’editore, gli amici pittori, Lega, Yorick, altri. Uomini infervorati, sguardi penetranti. Nell’ultimo quarto dell’800 è accaduto molto in Italia. Si vedono le passioni fresche dopo le rivoluzioni. Un bisogno di dire, essere, di rappresentare l’acuto del singolo, del genio e la coralità di una nazione nuova. C’è una forza che solo la giovinezza delle idee può assicurare, un farsi determinato. Gli uomini in questa pittura così esplicita, si mostrano come le donne, si propongono, ma della seduzione esprimono la forza, il potere che punta in alto più che la bellezza.

Le donne sono sempre eleganti. In 100 quadri non c’è una popolana, una lavandaia. I vestiti attillati, le crinoline, si alternano ai decollete arditi per l’epoca. Fanciulle in bilico per diventare donne, piene di sogni e d’attesa. Ruoli pronti, maternità che verranno, feste, conduzione delle vite di casa, in una ricchezza che è negli abiti e nei gioielli. Corcos usa il photoshop dell’ammiccare, del migliorare collocando, correggendo anche le età. Molta seta e broccati, squarci di sfondi, di pareti dipinte con il liberty e il decò, ma anche l’esotico. Qualche sollevare di drappo ricorda che la vita è palcoscenico, recita e attesa dell’applauso finale. Furbizie, si smarrisce l’età della protagonista nel dettaglio, ciò che non è giovane propone il fascino del saper vivere. Mi sono chiesto cosa pensavano quei volti così diversi e ripetuti, quelle espressioni piene di luce. Come si guardavano quelle giovani donne nel ritratto appeso in casa, nei matrimoni giovani, ho pensato alla gioia della giovinezza che ha l’infinito essere davanti e l’inconsapevolezza che accompagna i mondi che non governano, ma sono trascinati dal mondo. Bisogna guardare il particulare, questa è la dimensione domestica della felicità, cose alla portata delle vite. Per questo le donne sono così diverse dagli uomini di prima, gioiscono e attendono, mentre altrove è la passione civile o degli affari a governare le vite. Sembra un giudizio, ma non lo è, in un’epoca segmentata nei ruoli e nelle classi, ognuno ha il suo posto, le sue passioni, il suo destino. Sembra tutto scritto, poi il mondo si incaricherà di strappare i libri.

Ma c’è un dubbio che emerge e quelle due donne, sua figlia ed Elena Vecchi, rispettivamente in Lettura al mare e in Sogni, sono due sguardi in avanti, diversi, sfrontati, inquieti. Modelle d’eccezione perché svincolate da una committenza, guardano il mondo, s’interrogano e mordono la realtà che arriva. La chiedono. Rappresentano la domanda di un pittore che dipingeva ritratti, piaceva al bel mondo, ed erano gli stessi anni in cui il mondo della pittura si rivoluzionava così tanto da scavare in ben altri modi gli spiriti, il vedere, le passioni. Quelle passioni che si sarebbero perdute con gli uomini della bella époque, trascinate altrove, superate e chiuse nei salotti mentre si spegnevano. In quei quadri così particolari per lui, il dubbio e la rassicurazione successiva, il successo in fondo non è forse questo: la rassicurazione di esistere. Corcos, morì poco prima delle leggi razziali, fu risparmiata a lui, ebreo, la nefandezza intellettuale di un pezzo di quel mondo che aveva ritratto. Forse questo non l’aveva capito ed è stato un bene.

Padova è bellissima in questa stagione, queste righe sono suggestioni mie, oggi c’è quasi il sole. 

naufragi pubblici e naufragi privati

Chi ha bisogno di naufragare in pubblico, credo non voglia affogare, ha solo bisogno di raccontare il suo malessere. E tutto questo raccontare, senza discrimine d’interlocutore, ed empatico, sottrae energia al malcapitato che ascolta. E’ l’inverno del nostro scontento senza voglia di battaglia, rimasticature e digestioni mai finite che sperano di liberarsi nel racconto. E’ accaduto a tutti e bisognerebbe dargli la giusta dimensione in chi ascolta, perché in fondo non è né così definitivo, né così grave. Solo che non ci ricordiamo e allora tutto sembra così assoluto oltre che doloroso, senza sbocco perché non c’è possibilità d’aiuto. Nessun aiuto servirebbe in quanto è lo sfogo che conta, le parole trattenute troppo  a lungo che vogliono uscire. Lasciamole uscire, ascoltiamo, se possibile facciamo sentire che si patisce con, si comprende, ma poi mettiamo argine perché mentre chi si libera è più leggero, la pesantezza si trasferisce in chi condivide. Ci sono altri naufragi ben più pericolosi, e sono quelli silenti, privati. Non hanno voglia di dire alcunché e si avvitano in un silenzio d’assenza. Colgono di sorpresa, nel loro immergersi e scomparire. Ci pongono domande d’importanza dell’altro: Sì contava, ma perché l’ho lasciato andare, perché non me ne sono accorto? Dove si è interrotta la fiducia e lo scambio tra noi? Capita anche negli amori che non si colga la difficoltà quando si manifesta, che la si nasconda sotto l’abitudine. Ci si chiede intuizione reciproca e poi si pratica il conoscersi a memoria.

Quando scrivo di queste cose penso a fatti precisi, a cose che accadono. Penso che voglio razionalizzare per contenere e ciò che è semplice diventa ragionamento. Potrebbe restare sensazione, cercare di dargli la giusta dimensione per non essere affranto da uno sfogo. Più difficile quando il silenzio è diventato assenza. Forse anche questo bisogna accettare e lasciar andare chi vuole andarsene. Non so, il mio concetto di cura è diverso però capisco che ci sono molti tipi di atti d’amore e che hanno in comune il rispetto dell’altro, anche quando questo costa assai.

a proposito di fatiche inutili

Credo che i giorni di impegno dovuto siano fatti apposta per farci apprezzare meglio i giorni di quiete. E anche se poi, quando si ha tutto il tempo a disposizione, quelle cose che abbiamo dovuto posticipare, non sono più così desiderabili come allora, un messaggio comunque ci arriva sull’uso del nostro tempo e su quanto ne sacrifichiamo a qualche deità mai messa in discussione.

Se riusciamo a rifiutare, o almeno a limitare la continua ingerenza del dover rispondere, la vita sembra spostarsi dall’attesa di una tregua al vivere del giorno e tutto acquista maggior senso. Questo bisogno di senso riguarda anche l’inutile e l’insensatezza, che non ci sarebbero se non vi fosse una loro necessità per noi.

In questo agosto così piovoso ho imparato ad apprezzare il sole e me ne sono ricordato oggi, e in altri giorni zeppi di difficoltà piccole e fastidiose che stancavano e ti lasciavano spossato da una fatica senza nome. Conservare la capacità di vedere innanzi e di vedere prima, cogliere il mutamento e parteciparne. Sono cose che appartengono solo a noi e ci collocano fuori dalle mode, dal pensiero senza critica, fanno resistere e prendere altre direzioni. Nel riposo forzato della pioggia, nella lettura senza obbligo, ho sentito una dimensione  forte e feconda che portava l’idea di una alterità del vivere, perché il riposo ci dice che non esistono molte delle necessità e urgenze di quando si corre. E così molto di ciò che sembra non modificabile rivela non poca inconsistenza. Così nei giorni della fatica necessaria e dovuta dovremmo essere sereni per dominarla. Come nella tempesta che la prossima volta non sarà eguale, ma la serenità la ricondurrà al suo essere transitorio. Passerà.

8 settembre

Oltre le parole, sempre difficili in politica nei loro tempi, affidabilità e univocità, mi inquieta quella fotografia dei 5 giovani leader sul palco della festa dell’Unità di Bologna. Guardiamola: tutti vestiti allo stesso modo. La camicia bianca aperta e le maniche arrotolate, i pantaloni informali, per 4 sono neri, per lo spagnolo ci sono i jeans. Il messaggio sulla gioventù che cambia il mondo e si ritrova assieme, è evidente. I segni non sono banalità nella nostra società. Insomma si consacra un’ iconografia. Sul terreno delle idee e del cambiamento le cose sono più complicate, i poteri forti sono ancora forti e vecchi. In quei poteri anche i giovani sono subito vecchi perché i principi del denaro non perdonano, sono evangelici, o dall’una o dall’altra parte, il barcamenarsi non è consentito. Lo sappia Renzi, ma forse lo ha ben compreso. E oltre alle parole che attendono concretezza, cosa m’ inquieta? Quell’assonanza con una vecchia fotografia di Berlusconi in vacanza dove tutti avevano la stessa tenuta e la maglietta a righe. Non posso fare a meno di ricordare che anche qui valeva il dentro o fuori e il dissenso aveva vita grama. Divise, modi d’essere, di appartenere. A me ancora piace il pensiero libero per quanto può, la possibilità di dissentire, il dire ciò che si vede e si pensa. E’ strano, una verità, pur parziale, dipende da chi la dice, dalla sua età, dalla sua storia. Difficile discutere sull’oggetto, sull’evidenza, meglio parlare di ciò che muove le parole, anche il dire la verità, che cessa di essere tale. E questo è vecchio, terribilmente vecchio, in politica è il processo alle intenzioni.

8 settembre: comunicato del generale Badoglio che l’Italia ha chiesto un armistizio agli americani. Badoglio è lo stesso di Caporetto, quello che una commissione parlamentare riconobbe insufficiente nella sua azione e nei suoi ordini per evitare la disfatta. Allora, nel ’17 non dette ordini necessari, non fu rimosso, fece carriera e l’8 settembre ’43 si ripetette. Nel comunicato, non ci sono ordini, nessuno sa che fare, neppure il nemico è determinato. Chi ha voglia e tempo di leggere su quei giorni, si accorgerà che da qualunque parte si guardi fu chiesto ai soldati l’eroismo e l’amor di patria e dall’altra parte ci fu la fuga a Brindisi e l’abbandono dell’Italia ai Tedeschi. Una vergogna incancellabile.

Mio padre era a Bologna l’8 settembre, divisione Ariete, i resti di quanto rimasto dopo El Alamein, Alla mattina del 9 settembre, in caserma c’erano 1000 uomini, oltre cento carri armati, nessun ufficiale. La caserma fu circondata da un battaglione tedesco, non c’era neppure chi potesse discutere la resa. Il 10 i militari, erano già incolonnati per essere deportati in Germania. Mio padre scappò durante il trasferimento, gli andò bene, spararono ma non lo presero. Poi gli anni di macchia fino al ’45. Parlo di questa storia di casa perché non pochi morirono nei trasferimenti e in Germania, altri in Italia, ed erano persone che non avevano scelto di morire, ma semplicemente avevano detto di no all’arruolamento nella R.S.I. o tra i tedeschi, o alla vergogna.

8 settembre. Ieri in piazza della frutta a Padova, c’era don Ciotti, e 2000 persone a sentirlo. Poi hanno cenato assieme senza distinzione di censo, età, religione, colore della pelle, sesso. Come dice la costituzione per i cittadini che hanno scelto di vivere in questo Paese. Era bello vederli in fila che attendevano di poter riempire un piatto magari con cibi mai mangiati prima. C’erano menù di vari paesi e tutto era gratuito ed è finito anche troppo presto, perché le persone avevano voglia di stare assieme, di essere in piazza, di sentire la città, mentre arrivava una notte finalmente tiepida e amica. Don Ciotti aveva detto, concludendo, che le mafie e l’illegalità sono più forti nei momenti di crisi, che non bisognava avere paura ma opporsi, vivere una vita per ciò che si sente giusto, perché quello è vivere. Poi s’è fermato, è stato un momento, come un pensiero, e ha ripreso dicendo, non ho paura perché non sono solo, ma siamo noi. E quel noi mi è parso così grande che non era settembre ma primavera e noi non avevamo davanti il declino, ma la speranza.  

8 settembre, sembra sia tornata la stagione giusta, fa caldo. Finalmente. E’ bello pensare che settembre è un mese che contiene cose, ricordi, possibilità, futuro. In fondo non cessiamo mai di essere scolari e la scuola di allora ha ancora un senso dentro di noi ben oltre ciò che si è appreso. L’anno successivo alle elementari tornai nella mia vecchia scuola: era tutto diverso, non appartenevo più, eppure quei luoghi così distanti erano stati la mia dimensione. Lì ero cresciuto ed era divenuto piccolo il cortile e il banco, ora crescevo altrove, ma capivo già allora che quello che era accaduto non se ne sarebbe andato. Mi sembrava assoluto e solo poi ho compreso che gli assoluti durano meno della vita di un uomo.

8  settembre, sembra che si apra un nuovo attraversare gli anni e il tempo. E’ bello pensarlo, come è bello guardare attorno, vedere ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Non assolversi dalla capacità di vedere, capire, prevedere. Ieri pensavo ad un autore che amo assai: Heinrich Böll, al fatto che diceva che amava tutto della vita, il dormire e lo svegliarsi al mattino, l’amore  e la sua difficoltà, la fatica e il riposo. Ciò che non amava era l’essere costretto a fare cose inutili, la burocrazia, gli obblighi senza senso, e mi sono ritrovato così tanto nelle sue parole che ho ripreso un suo libro. E leggendolo sentivo che settembre è un mese per iniziare bene, ma non è un mese per i furbi, per i potenti, per i codardi, è un mese per gli uomini. Quelli normali, quelli che si oppongono se pensano non sia giusto, per quelli che vogliono amare ed essere amati, per quelli che sentono che hanno da fare, e pure molto, e che quel fare li riguarda. E’ cosa loro. 

a settembre era nato qualcosa di innominato e grande

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Veniva settembre. Indeciso tra folate di vento del nord e caldi improvvisi. Veniva con il primo pensiero di scuola, veniva con i giochi che proseguivano senza l’immenso futuro dell’estate. Ma ciò che cambiava davvero era la luce che scemava. E si vedeva nel sole che tagliava ben prima, facciate e finestre, nell’ombra che invadeva i portici e i giardini. Ed era inattesa. Mancava un’ora ed era già notte. E questo mancava come se la vita avesse perduto qualcosa d’importante, ma non si potesse fare altro che accettarlo. Così i tavolini venivano raccolti attorno ai lampioni, le sedie si avvicinavano, e un po’ più grandi, il gioco non importava più e le mani si toccavano diverse rispetto al mattino o al pieno meriggio. Era sorto un bisogno di stringere, d’assaporare profumi vicini perché quelli lontani inducevano alla malinconia dell’andare, del lasciarsi. Chissà com’erano nati tutti quei sensi nuovi e perché coincidessero con la fine dell’estate?

Allora le estati erano già un passato, eppure frammento di vicino, i giorni caldi di luglio, la sorpresa di giugno, le opulente certezze di agosto: tutto imprendibile. Quel tutto così lontano e vicino sembrava che in noi avesse depositato la somma di innumeri estati: sapevamo come sarebbe finita, eppure era tutto nuovo. Noi eravamo nuovi. E ricordavamo con tenerezza le estati piccole, col sonno obbligato e i balconi semichiusi, i giochi silenziosi, le cantilene. E ci pareva che da queste fosse nato un universo di caldo, di grida, di corse, di spruzzi confluito ora in questo sentire nuovo. Così nuovo che il tramonto non era più un passaggio del giorno, ma un momento da condividere. A settembre era nato qualcosa ed era come se questo mese avesse raccolto ogni ansito senza nome e ciò che prima era gioco era ora un allargare le braccia simili ad ali che volavano con noi, all’unisono con le attese del cuore.

passato assoluto

Ci sono ammissioni così staccate e definitive, semplici e forti, che ognuna di esse racchiude un pezzo di vita senza gli ammortizzatori dei gesti consueti, della quotidianità. E’ un dire che sfiotta ed è già tutto. Un ti ho amato come nessuno mai, oppure, sono stato così felice e quella felicità mi basta, oppure allora si è spenta la voglia di vivere, ecc. ecc.. Sono pezzi di esistenza che riassumono e scandiscono la vita, constatazioni senza giudizio e quindi senza appello. Non sono neppure rivolte ad un interlocutore, ma a noi che ne abbiamo consapevolezza assoluta. È così, lo è stato e fa parte del capirsi davvero a fondo, là dove non ci sono alibi, nel passato. Si può pensare che se così è stato non è detto lo possa essere ancora, Non allo stesso modo comunque. Si può pensare che sono gli insinceri con sé che di necessità cadono nella coazione a ripetere gli errori. Ma si può anche pensare che non siamo mai gli stessi e che ciò che era assoluto lo diventerà diversamente. E due assoluti coesisteranno, solo che uno è adesso e un altro è stato. Segno che non c’è un limite. In tutti i sensi e che come si è stati felici o infelici lo si potrà essere ancora.

dagli errori imparo poco

Ho fatto molti errori, o almeno molti di più di quelli che mi sembrava lecito fare e hanno sempre fatto male. In compenso ho cimparato poco. Spesso gli altri neppure se ne accorgono, ma io lo so  e cerco di capire cos’è successo. Dopo un errore, c’è un imbarazzo interiore, un disorientamento per il risultato inatteso. Cerco di capire la fisiologia dell’errore, attorno è notte e silenzio e i cani abbaiano distanti. Ci si pensa di più di notte agli errori, ma dopo un po’ si vorrebbe concludere e invece raramente accade. Dopo una giornata pesante che si è esercitata su di noi, servirebbe logica, analisi per capire. La razionalità dovrebbe aiutare. Così scompongo, taglio, scruto per capire cosa non era stato previsto. Come se tutto fosse un gioco di previsioni. Come se tutto per funzionare dovesse andare nella direzione attesa.

Non serve molto per capire un errore, e li sotto i nostri occhi, semplicemente non l’abbiamo visto quando era ora. Mi chiedo come sarei se tutto fosse andato come volevo, è quello che brucia, e a questo non posso far nulla. La logica non aiuta, al più da spiegazioni. Non so se ho voglia d’imparare. Adesso poi, a quest’età. Eppure sarebbe più opportuno adesso sbagliare il meno possibile, da giovani si è più leggeri, ci sono occasioni che si ripetono, si impara: gli errori sono buoni insegnanti. E com’è che non ho imparato allora? Forse perché ogni sbaglio ha una vita propria, una età propria. E degli errori ci si ricorda, ma non per evitarli, ci parlano della nostra insufficienza, dell’ansia di perfezione che è solo una ipotesi mai una realtà, in fondo sono i nostri compagni fedeli, l’immagine senza maschere di noi. Dovremmo trattarli meglio gli errori, fare giusto dura poco e s’impara nulla, dà una soddisfazione fugace e sparisce. Invece sbagliare regala una sensazione lunga di dispiacere. Ci impiega tempo a sparire e a volte non se ne va mai del tutto. Chissà perché siamo così poco misericordiosi con gli errori, poco inclini al perdono e alla rimozione. Ci deve pensare il tempo e i neuroni del ricordo che alterano e sfumano.

Taglio ed esamino con meno voglia, ho visto, capito, dovrei cercare ragioni profonde, quelle che non cerco di notte, per capirmi davvero, per conoscermi a fondo. Il profondo è sì introspezione, ma anche occasione e preferisco sorprendermi di me, scoprirmi quando emerge qualcosa che non sapevo di avere. Forse l’analizzare e tagliare per capire dove le cose sono andate storte (le cose, come fossero le cose che sbagliano il loro corso…) ha questa positività ovvero capire un po’ di più, mentre il resto continuerà a bruciare. E’ stupido l’errore, sembra non sentire ragioni per diventare ciò che è: poco, è stata messa in discussione l’opinione che ho di me, una cosa così circoscritta e personale che gli altri neppure la vedono e che fa così male. Un giudizio d’imbecillità, ecco cos’è l’errore, un battersi sulla fronte per non aver capito e visto, e ci teniamo tutti ad essere intelligenti. Chi è intelligente prevede, chi sbaglia non ha previsto, così affiora la stupidità. Sentirsi stupido e cercare di capire. Cosa può capire uno stupido, al più ascolta la notte e l’abbaiare dei cani, capisce ciò che non c’entra, che non rimette le cose a posto. Ascolta il silenzio e spera che il sonno arrivi. Domani si ricomincia.

sul mio scrivere

Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?

Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere. 

Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore,  e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.  

Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere,  e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri.