Ho mani grandi, hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono a volte fragili, e non tutti i pesi indifferenti specie quelli della mente, che debordano, sguaiati.
Mio padre aveva mani forti, precise, ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, amava senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, le mani eran belle e morbide, avrebbero potuto costruire orologi e farli scorrere senza faticare il tempo. Non lesinava in nulla, il suo bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che nell’inverno non temeva di fiorire. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e alle carezze, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Collocava le parole nel suono come fossero figurine Liebig, mostravano il contenuto necessario al sogno.
Nella febbre la mia fronte veniva rinfrescata, nelle prime lettere, il pennino è stato sostenuto e accompagnato, e dopo un giorno di corse e giochi, il sudore e la polvere, lavati.
Nelle mani c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza, la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo s’unisce è in una carezza che nel profondo nostro universo non ha timore di generare un sole.
C’è differenza tra vivere e lasciarsi vivere. Lo dici mentre cerchiamo un luogo dove fermarci per uscire dal rumore e dal freddo. La città di mattina si muove a fiotti, come le tue parole, che spiegano, si gonfiano finché parli e sembrano scavare a ondate, con furia che si ferma indecisa e poi riparte. Infatti esiti a volte, usi quelle forme che servono a prendere fiato, i come dire. Mi pare che tu stia cercando più a fondo. Così, mi pare, frasi dubitative… Mi pare.
Si parla e si riflette sul vivere. E si cammina. Sul serio e metaforicamente, dico, che è vero che le nostre vite non sono solo storie. Dopo le leggiamo così. E a volte anche finché sono in corso, quando si deve occultare qualcosa. Relativizzare. Mai nello stesso momento in cui, con precisione millimetrica, ciò che sentiamo accade. Talvolta si immaginano le evoluzioni delle vite, anche un fine , ma appena dopo i fatti. E se si è aperti a ciò che c’accade, la storia va ancor più per suo conto, ne siamo immersi. E’ una strada intrapresa, una direzione da assecondare con lievi movimenti di guida. Un obiettivo intermedio che consegna alla nebbia una destinazione non determinata.
Ti ricordi Ulrich, l’uomo senza qualità? Mi dici. Ad un certo punto, spiega che vorrebbe vivere come un opera letteraria, con una vita che si svolge e si interpreta, senza tempi inutili, per vivere di più? Poi se lo osserviamo, leggendolo, di Ulrich, si colgono le abitudini, l’amante, gli obblighi di un incarico da portare innanzi, molta quotidianità, insomma. Ecco, credo che il pensiero di trasformare la vita in racconto lo facciano tutti quelli che leggono molto. Forse anche quelli che scrivono. Meno i pittori o i fotografi che hanno bisogno del reale per farsene attraversare e sentirlo. Anche chi ama solo il piacere è così. O magari ne dipende solo quando emerge la pulsione e la sua soddisfazione diventa più forte di un fine che la comprenda, e poi tutto torna nei ranghi. I lettori invece, confrontano le storie che leggono con la propria, si riconoscono nelle parole, nelle situazioni, nei personaggi. Cercano la realtà che per loro coincide con la verità. In fondo avere a disposizione tante vite vissute aiuta a verificare la propria. Costruirla. Riconoscerla. L’analista dice che quelli che procedono a questo modo non si vedono sino in fondo, scelgono un modo di interpretarsi e basta.
Adesso si tace, ciascuno per suo conto, la vita attorno è più svelta di noi. Essere seduti fa scendere i pensieri lungo il corpo. Cambio discorso. Hai mai osservato, ti dico, che se guardi una bella donna in piedi lo sguardo e l’attrazione sono rapidi, uno scatto d’occhi e sensazioni. Senti che ti prende e cerchi un senso d’insieme come in una fotografia. Da seduti, la stessa donna diviene più morbida, procede per somma di attrazioni, ti soffermi sul viso, sul corpo, assorbi la bellezza lentamente, aggiungi pennellate, e lasci lavorare i sensi in modo calmo e intenso.
Non abbocchi.
Quando non si sa che fare si accavallano le gambe. Lo faccio con frequenza. Ci sarebbe bisogno di silenzio e invece tutt’attorno ci sono rumori che mostrano le vite altrui. Cose che si muovono o stanno ferme, il fare, le identità, tutte storie che si svolgono per loro conto. Un’immensa biblioteca di caratteri, di segni di cui non resterà traccia comune. La raccolta delle vite avviene in silenzio e si confina in cerchie ristrette. Di parole scambiate e sensazioni che restano, vibrazioni che si disperdono portando altrove energia. Il voler bene resta, ed è la propria storia mescolata per buona parte con la storia di qualcun altro. Abbiamo paura a legarci nel profondo, troppo invasivo, siamo troppo nudi nello stare assieme, non è per questo che attrae il piacere che mette assieme sensazioni che poi si spengono e ricominciano finché si può? Mi chiedo se sia questo il principio di piacere. Intanto hai ripreso a parlare, m’ero distratto un po’ troppo.
L’analista sostiene che vivo in modo letterario. Lo dici guardando le persone attorno, non me. Dice che quando gli racconto qualcosa seguo una trama e questo lo fa sentire in superficie. Credo semplicemente che sia in difficoltà perché le storie raccontate e vissute non lasciano troppi margini. Sono conseguenti, già decrittate, e io ho un rapporto particolare con i ricordi e il presente, questo lo so, ma davvero non saprei come vivere diversamente. Non si può essere diversi da ciò che si è, se ci si racconta la verità. Ossia lo si può essere per costrizione, per convenienza, ma che vite sono in definitiva, vite d’altri vissute nostro tramite.
Magari viviamo tutti in modo letterario, ti dico, o forse chi consideriamo notevole vive così. E magari letterario significa avere un filo, una trama che conduce le cose. E poi non è così per tutti? Conosco così poco degli altri tanto che adesso mi pare di non conoscere nulla di me. Più si procede e meno certezze restano. Vengono a galla le sensazioni, i sentimenti, ci si fa guidare da essi, ma se appena guardiamo sotto si vede che sono ancorati a principi forti che risalgono a chissà chi. Noi ne siamo portatori e in parte sono nostri davvero. Per questo lasciamo che la confusione galleggi, spuma per pelle e cervello per vivere capendoci qualcosa, sotto è tutto così torbido, c’è solo forza che tiene e si confronta. Bisognerebbe dare un nome alla forza per capire qualcosa. Ma dimmi, tu sai perché il piacere non è storia, perché si smarrisce e mal si ricorda? Ecco, vedi, questo ti dà misura della mia confusione. Sul piacere si orientano le vite e io non so capire cosa significhi davvero. Sembra un ornamento di qualcos’altro che avanza con fatica. Si adoperano piacere e felicità come sinonimi, eppure non lo sono, l’uno si può perseguire, l’altra è una condizione che movimenta tutta la persona. Ma entrambi non durano, però significano molto. Forse quel modo letterario di cui parla il tuo analista è la ricerca della felicità sempre e del piacere a volte, e il modo è una direzione verso cui scrivere la propria vita. Come si può. In balia dell’esterno, del caso e dell’interno con le sue forze oscure. Forse una storia è il tentativo di un ordine.
E forse chi non scrive e si affida, cerca le stesse cose. Lo dici guardandomi. Semplicemente spera la felicità e il piacere, ma lascia fare alla volontà che dura un attimo, alla decisione del momento. E’ un altro modo di vivere, con la storia che si scrive da sola. Hai notato quanti forse abbiamo adoperato? Si capisce poco e quel poco sono i comportamenti di tutti. Ci assomigliamo tutti, ma ciascuno vuole le cose in modo differente. Come dici tu, capisco poco anch’io e se mi guardo dentro ancora meno. Vivere letterariamente significherebbe rispettare un teorema, arrivare a una sintesi filosofica. Cose d’altri tempi, ora è tutto relativo, solo noi in fondo non lo siamo.
Tra i colori, tu pensi il rosso difficile, spesso sguaiato di cuore, da tenere per poche tumultuose occasioni, E invece ti racconto d’aver visto due scarpe allineate sull’ asfalto. Erano strane nel loro ordine, come stessero per andare, eppure stanche, consunte di tempo e abbandonate, ma rosse, come la passione di chi le aveva accese, fatte correre incontro a una speranza, messe in punta di piedi per unire insieme le bocche: l’ una rossa di spavalda accuratezza l’altra, troppo a lungo serrata, nel raccontare le verita del cuore. Di quelle scarpe risaltava l’asfalto, il suo grigio passar d’auto e di storie, eppure ogni ruota rispettava, quel rosso che voleva ancora andare, come si tien da conto un sogno che ancora non s’è sognato.
Io sono l’ aria, immateria qualcuno mi chiama, e mentre m’ ignora, altrove cerca sostanza. Eppure m’ insinuo, e colmo silente, mostro il colore, lo muto, spargo il profumo, le stagioni racconto, ma d’ un mistero mi glorio, nel mentre sorreggo: senza me non c’è grazia nel volo, muta della corsa il sapore, d’un luogo non resta il ricordo. E nel costruire dove tornare, ognuno tiene l’ idea sicura d’ un cielo, di ciò che non pesa e fa la mente volare.
La macchina è un corpo piegato, sinuoso nello spazio ristretto, funziona nella sera, sola, gioca in curve veloci, pagine e dorsi. Oltre è buio e silenzio, attendono le pile, i pallets pronti ad essere inforcati, sono libri or fuor d’interesse. Un’altra sera, eravamo in due, si sentivano i passi, rimbalzavano su scaffali e soffitti, su tubi d’aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu, sui fasci di cavi e sulle macchine ferme. Nel disfarsi d’un progetto ci sono catene d’eventi, e i muri ricordano tutto, le macchine una ad una si fermano, le dita e le voci non accarezzano più i quadri di luci, tutto si spegne un poco per volta. C’erano cento persone ora trenta eran troppe e nel rumore dei passi si sentiva l’attesa, il fermarsi che voleva spiegare, discutere, mettere evidenze a compensare gli errori. Prima che tutto fallisse, prima che una vita diventasse indifferente, nessuno sembrava percepire il tracollo, governava la speranza a dare un senso all’evolvere. Questione di soldi, d’interessi, impazienze, poi sulle macchine la polvere ha iniziato a cadere, si sono chiusi i portoni e il freddo ha investito ciò che di silente restava, Ora dagli alti lucernari, a entrare fatica la luce, non illumina più, inutile essa, ascolta i passi, e cerca nel suono che qualcosa muti l’attesa.
Il filare dei platani alza il grigio dei tronchi verso un trionfo giallo e bruno. Le strade dei contadini e dei signori erano piacevoli all’occhio, toglievano il peso dell’andare, almeno per poco. Novembre era un mese in cui i fittavoli che avevano terra e orto e stalla avevano già predisposto i campi per l’inverno e si dedicavano ad avere cibo e attrezzi necessari a superarlo. L’orto dava radicchi, verze, carciofi, cavoli. Le zucche erano scorta come le castagne e la frutta da maturare e seccare. Il maiale, ignaro, ingrassava, come i polli che non avevano notato il destino delle oche, tutti mangiavano in un ciclo in cui nulla veniva gettato. La sofferenza si consumava lentamente, inframmezzata da racconti e giochi, luci fioche, freddo ovunque che non fosse la cucina, la stalla o il letto con lo scaldino. Crescita e vite sempre nel limite della fame e della fatica. La mezzadria, i patti agrari, il bracciantato sono termini che nessun giovane conosce, quelli della mia età li hanno rimossi. In cinquant’anni un paese agricolo si è trasformato in industriale, poi in generatore di servizi e marchi di moda, adesso non si capisce bene verso cosa vada.
Qualche giorno fa ero in mezzo alla campagna, all’inaugurazione di un impianto fotovoltaico a terra da 2.7 MW, cinque ettari di pannelli. Un tempo ci vivevano due famiglie fatte di nonni, figli, bimbi, anche 40 persone che coltivano grano, vino, orto, pollaio. Crescevano figli, imparavano molto dalle mani, il necessario sui libri, appena grandi sciamavano come uccelli, verso città di cui conoscevano a malapena il nome. Cercar fortuna era un modo di dire che includeva immane fatica, lingua nuova da imparare, usi, costumi, cibo, lettere da scrivere ai vecchi che avevano 40 anni ed erano ancora legati alla terra, alla fatica, agli alberi che erano sul limite del campo, nel fosso. Se c’era fortuna e generosità, un po’ di soldi andavano a casa, per comprare quella terra da stenti, la casa, con l’idea di tornare che troppo spesso passava e diventava racconto.
Non mi piacciono gli impianti fotovoltaici a terra, sono solo soldi senz’anima, che producono energia per alimentare spesso ciò che è superfluo e trascurano il cibo che un tempo nasceva da quella terra. Guardavo, sentivo pezzi di discorso, rumore di bottiglie stappate. Faceva freddo, c’era il vento giusto per il primo raffreddore di stagione. Su due tavoli con tovaglie candide, piatti di salame, pane fresco, vino e pasticcio caldo. Tre camerieri in giacca e grembiule bianco porgevano assaggi. Un quadro incrinato, felliniano e stridente, zuppo di significati e contrasti.
Una classe di ragazzi di un istituto tecnico, faceva folla, interessati al salame e a un lavoro futuro, trattenuti a forza nel presente e meno alla precarietà dei contratti che avrebbero conosciuto. Toccherà sempre ad altri, ma non è così.
Il prete ha parlato a lungo con Genesi e preghiere, la nascita della luce e il fotovoltaico, più stringato e concreto, l’amministratore della società tedesca ha tagliato il nastro. Io pensavo a Olmi e all’albero degli zoccoli e mi parevano fuori posto quei ragazzi, con i vestiti degli studenti di campagna, fatti di strati di felpe da mercatino e calzoni sformati di jeans, con la professoressa giovane, piena di freddo, vestita per altra occasione importante, ma non per quel posto in mezzo ai campi, (calza giusta, vestito di lana a pelle e giubbino da bar del pomeriggio). L’insegnante maschio, invece era incappottato e desideroso di tornare nel caldo di una stanza. Supponente come chi ne ha viste tante, e provate di più, sbuffava scetticismo sulle promesse solenni della politica. Sapeva che da essa e da lui, non sarebbe dipeso quello che quei ragazzi davvero avrebbero potuto fare nella vita. Senso dell’inutile a cinquant’anni, una diversa vecchiaia.
Quei ragazzi erano i nipoti dei fittavoli, poi diventati metal mezzadri e infine artigiani, a loro non era rimasta appiccicata la sofferenza degli avi.
I proprietari dell’impianto avevano scelto le 11 del giorno 11, San Martino, per l’inaugurazione. Chissà che funzioni davvero per questi ragazzi la baggianata delle coincidenze, che porti bene anche se nasce da sistemi di misura inventati da ometti che neppure sanno ordinare bene il mondo in cui vivono.
Intorno c’era la campagna della bassa, così bella d’autunno che (lei si davvero palindroma e insensibile), si poteva leggere in senso inverso e lo diceva a chi ascoltava con gli occhi : io c’ero prima e ci sarò anche poi, voi no.
Mi sono fatto travolgere dal pensiero di ciò che è stato, così immobile di stagioni e fertile di mani, come fosse un pensiero trasversale della terra. Un sistema di numerazione basato sull’11, che accorciava gli anni per seguire il tempo meteorologico che ormai sfuggiva le stagioni e mi faceva sorridere la capacità che abbiamo di entrare ed uscire dal reale pur di far finire quello che ci annoia.
Ero davanti al mare di foglie giallo brune di vite e di platano, immerso nel riflesso dei pannelli e pensavo che qui, in questo luogo, poteva nascere qualsiasi pensiero, qualsiasi idea che poi avrebbe rigato il mondo.
Con l’ultima parola che ancora oscillava dalle casse acustiche, è scattato il rompete le righe ed una folla di mani si è avventata su piatti, forchette e cibo. Il gruppetto dei notabili sorrideva, mentre con i proprietari, si avviava al ristorante.
Quando dentro è tenebra, ascolta, prepara la luce, ascolta. Ogni energia trasforma, non si conosce ancora ciò che disorienta, ma il nuovo altrove si disvela e attende, la guida è nell’alba che mai si ripete. Quando nulla è più chiaro, ascolta, guarda il particolare: percorrano le dita nel legno segno e vena, sentano il ferro liscio e scabro, mentre gli occhi si chiudono al ricordo, è il primo sapore che separa il buio. Nei particolari gemma il divenire, il tutto a loro rende onore, rifulge l’ordine negletto, s’abbarbica al vero il nascere. La misura del fine che a ognuno è data, è limite alla fretta d’essere e al suo dire. Ascolta la moltitudine silente, senti l’umano e il suo facile dolore, ascolta se ancora gioia vorrai vivere e speranza. A ogni sforzo è stata aggiunta umanità, fatica di esistere donata, speranza l’ha sorretto ed era difficile essere tra altri. I dannati non erano mai tali, si sono sovrapposti come strati, volontà per reggere il rifiuto, stancarlo e tramutarlo in gloria perché nulla ci separi ancora. Ascolta, la tua casa è calda, fuori il freddo segna il camminare, non pensare, sii parte, pezzo di stella che attende d’esser fuoco. Medita e ascolta, il mare che vibra nella notte, è suono di basso che l’onda non raccoglie, racconta specie, sforzo, la vita che nessuno ha appresa, cresciuta è per suo conto. Rispetta, accogli, ascolta, nella tenebra la luce si prepara, inizia il procedere che ogni grido raccoglie e innalza. È uno ma mai resterà solo, cresce, è folla ed è persona, mirabile possibilità in attesa, il suo vivere è diritto, è pace che chiama, abbraccia, sorride e piange. Fratello è gioia che cresce, amore sparso che rapprende e nasce, verrà dal buio, luce.
In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, venivano sfrattati e andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria.
Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia. E fece scalpore nei primi anni del ‘900 l’ omicidio della contessa Onigo compiuto da parte di uno di questi quasi servi della gleba di fronte all’ennesima angheria subita.
Solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati dai tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che sempre investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.
Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.
Penso ai comandanti e ai non tanti di essi che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità, anche nel combattere, contrapposta al puntiglio; erano ufficiali in minoranza che ragionavano di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, che obiettavano nella pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.
Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.
Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.
Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.
E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.
Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto. Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente, la falla beffarda nell’ordine.
Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore, riconoscendo altrove l’impossibile definire, troviamo noi e la diversità che gli appartiene: lì, c’è un definitivo stupore. e quella chiara differenza, così perfetta e desiderabile.
È noi non ancora avvenuto, assurdo nella sua fragilità e forte d’ansia d’essere, definitivamente appartenente e parallela, che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.
Tu non eri ordine, ma l’ infinita pazienza della contraddizione. Eri l’abbandono e l’abbraccio, il trovare col barlume del conosciuto, la certezza del diverso. Eri l’impossibile che non si racconta, la paura che si spegne nella pozzanghera di luce. Cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva, eri parola che arrossiva la voce, che rendeva dubbioso l’accento, silenzio mormorante, desideroso d’ombra.
Eri la solitudine cercata, il corpo riunito in tutto ciò che ti era accaduto, e nulla sembrava più naturale della spinta di un caso che ricomprendeva tempo . Eri l’incontro che gettava reti forse per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco, ad ogni carezza.
Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere, e dei piaceri non si ha memoria, ma solo rimpianto del possibile di ciò che non hanno generato.
Così accoglievo il tuo disordine in me, lo mescolavo al mio, ne vedevo l’infinita forza e il porre ogni cosa nella sua importanza. E il disegno appariva, nitido e naturale, finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.