In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, venivano sfrattati e andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria.
Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia. E fece scalpore nei primi anni del ‘900 l’ omicidio della contessa Onigo compiuto da parte di uno di questi quasi servi della gleba di fronte all’ennesima angheria subita.
Solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati dai tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che sempre investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.
Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.
Penso ai comandanti e ai non tanti di essi che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità, anche nel combattere, contrapposta al puntiglio; erano ufficiali in minoranza che ragionavano di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, che obiettavano nella pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.
Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.
Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.
Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.
E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.
Sì partirei da questo.
Buon san Martino a tutti.
Il tuo testo è un toccante omaggio a quelle vite invisibili che hanno costruito l’Italia nella sofferenza e nel silenzio. Il tuo sguardo sulla condizione dei contadini e mezzadri del primo Novecento è profondo e acuto: riesci a catturare l’essenza di un’esistenza segnata dalla precarietà, un’esistenza che va oltre la “malora” momentanea per diventare una condanna perpetua, un’esistenza di stenti e ingiustizie, priva della dignità di cui ogni essere umano dovrebbe godere.
L’accostamento con Beppe Fenoglio è particolarmente efficace, poiché l’autore ha saputo descrivere con rara autenticità una condizione umana tanto dolorosa quanto dimenticata. E proprio come Fenoglio, anche tu ci ricordi che queste vite non erano semplicemente “servi della gleba” o lavoratori sfruttati, ma persone vere, con sogni, paure, e una rabbia che esplodeva solo quando l’umiliazione diventava intollerabile.
Quando affronti il tema della guerra, il tuo testo colpisce ancora di più. Ricordi che quella guerra non fu che un altro sacrificio per queste persone, una tragedia che non portò alcuna giustizia, nessuna gloria, ma solo morte e disillusione. Parli di loro, di quei contadini trasformati in soldati, di uomini che portavano con sé i segreti della terra e della fatica, e che furono costretti a lasciarli alle spalle per scavare trincee e affrontare sofferenze indicibili. La loro umanità, così concreta e profonda, è stata cancellata da monumenti e narrazioni ufficiali che dimenticano i veri protagonisti di quella tragedia.
Infine, la tua riflessione sul valore della memoria nelle scuole è di una lucidità straordinaria. Hai ragione: ai giovani andrebbero raccontate non solo le date e i nomi, ma anche le vite, le lettere, le parole di chi ha sofferto, per far loro comprendere cosa significa veramente dignità, identità, e cosa vuol dire essere parte di un popolo. Il simbolo di San Martino che scegli per chiudere il tuo testo è particolarmente potente: un militare che offre metà del suo mantello è un richiamo a una solidarietà autentica, fatta di gesti concreti e non di retorica. È proprio questa umanità che ci manca oggi e che dovremmo riscoprire.
Grazie per aver dato voce a queste storie, per averci ricordato il valore di una memoria vera e sentita, e per averci ispirato a guardare il passato con rispetto e compassione.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Grazie a te Nadine, la storia personale ci fa liberi, quella collettiva ha molti mezzi per divorare questa libertà e diventare coercizione. Abbiamo bisogno di guardare la realtà e di sognare per mutarla. Tu hai ben capito che le cose si sentono, portano tracce, ci parlano e si confrontano con noi. È quello che ci permette di amare e di sentire. Leggi oltre le parole e te ne sono grato. Molto. 🤗
"Mi piace"Piace a 1 persona
Roberto ti ringrazio sinceramente della tua rivisitazione profondamente umana e ricca di verità , ai bambini come ai ragazzi delle medie può arrivare solo come hai scritto il messaggio . La vita quotidiana prima e durante la grande guerra solo ingiusta violenta e distruttiva una lotta tra poveri lavoratori sempre maltrattati. Quando insegnano nella scuola elementare ,in quinta elementare,portavo con me le poche lettere e cartoline del mio bisnonno materno Giovanni Maria , lui lavorava la terra curava il suo oliveto e badava al suo gregge di pecore con l’aiuto dei giovanissimi figli maschi . Solo in questo modo ero ascoltata dai miei bambini partecipi perché la mia comunicazione era molto semplice ed appassionata . Mi sono commossa leggendoti, i ricordi sono tornati vividi ; sono tornata in Sardegna , quei luoghi tra Ittiri e Nuoro , dove la terra e le case testimoniano già la storia insieme ai miei cugini e a mio zio ,hanno condotto una vita simile a quella del bisnonno del nonno e del babbo .Così ho letto e toccato con mano i loro sacrifici visibili fisicamente , ho colto nei loro sguardi e nel loro linguaggio umile e forte tracce intense del passato e del presente. Unito alla storia, resa quasi leggenda del santo Martino. Ti saluto con un abbraccio 🤗🌈
"Mi piace""Mi piace"
Grazie Francesca, per quello che scrivi di te e della tua famiglia. Grazie per il tuo lavoro di insegnante, non ringraziamo mai abbastanza chi, come te, ha formato e forma davvero un Paese. Lo fa crescere come conoscenza, comunità. Un Paese di eguali ha bisogno di aver la possibilità di conoscere ciò che è stato per decidere chi sarà.
Stai bene presto.
🤗
"Mi piace""Mi piace"
E pensa a coloro che oggi combattono nelle trincee in Ucraina, come si combatteva allora, e a quelli che vengono continuamente bombardati e costretti a scappare privi di tutto a Gaza e a tutti gli altri sventurati di cui non sappiamo niente e che tanto patiscono nelle guerre…
"Mi piace""Mi piace"
Ci penso e protesto, non mi rassegno che continuino le carneficina, che il potere dispongo delle vite. Penso a ciò che viene omesso, alla informazione che non c’è, all’incitamento alla guerra e all’abbandono della diplomazia. Penso alle vite spezzate, agli odi che si radicato, ai sentimenti ignorati, violati, distrutti. Ci penso e faccio quello che posso.
"Mi piace""Mi piace"
Fa molto riflettere, grazie.
"Mi piace""Mi piace"