sassi sulla riva

Non posso pensare che tu pensi a me,
non come vorrei,
solo che mi sembra strano che non accada
e ciò dipende da quel sentimento che sembra rendere tutti eguali,
ma mi sbaglio,
e ad ogni errore sento che un pezzo s’è staccato.
Così nasce un piccolo dolore,
un’ asincronia tra ciò che sono e ciò che sei
anche se la ragione, con pazienza, spiega
l’inutile pretesa d’essere investigato
e compreso nelle pieghe dei desideri,
questo rivela almeno a me la complessità dei mondi che costruisco,
e ne vedo la bellezza e gli enigmi.
Resta la distanza del desiderio da ciò che accade,
e così sgorga la solitudine:
tra pensieri e sassi variopinti sulla riva,
che si calpestano incuranti,
d’essere stati loro vivi ben prima d’ogni nostro sentire. .

a proposito di buone maniere

Di chi era la colpa, allora?

Di tutti, di nessuno escluso: la colpa appartiene all’esperienza di ogni vita, lo insegna anche qualsiasi melodramma, ciò che avremmo voluto e potuto fare per gli altri e non abbiamo fatto, ciò che gli altri avrebbero potuto fare per noi o non avrebbero dovuto fare, e invece. I sospesi, gli errori, gli squarci, le parole di troppo e quelle di meno, i gesti brutti che generano traiettorie indelebili tra un corpo e l’altro, una mente e l’altra, un destino e l’altro, e restano lì, incandescenti per sempre, per sempre nitidi e osceni come certe incisioni sulla pietra, graffiti della vergogna che è impossibile sfregare via.

Simona Vinci L’altra casa pg 51 Einaudi

e C.G. Jung

“Se io mi intrometto (nel loro destino e nelle loro scelte), loro non hanno alcun merito. Il nostro sviluppo psicologico può veramente progredire soltanto se ci accettiamo quali siamo e se viviamo con il necessario impegno la vita che ci è stata affidata.

I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo.

Se, dopo aver sentito qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo punto di vista, un uomo se ne va e non ne tiene alcun conto, io non lo richiamo indietro.

Potrete accusarmi di non comportarmi cristianamente, ma non m’importa.
Io sto dalla parte della natura.

L’antico libro di saggezza cinese dice:
«Il Maestro ha parlato una sola volta. Egli non corre dietro alle persone, non serve a nulla. Coloro che devono capire – perché è questo il loro destino – capiranno, e gli altri non capiranno.»

Perciò io non insisto mai su una mia affermazione. Potete accettarla, ma se non lo fate, va bene lo stesso.»

(C.G Jung)


Le profondità che sono state dischiuse dalle scienze della mente, dalle varie accezioni della psicanalisi avevano lo scopo di guarire o di renderci migliori? Guarire nel senso di conformarci alle regole, di mistificare il mistificabile in carte luccicanti che lo rendesse sempre un dono anche quando dentro si nascondeva l’acrimonia, il giudizio o peggio il rancore, oppure la guarigione doveva essere davvero ciò che si è, compresa la capacità di sbagliare. Jung si esprime nel secondo modo e parla di lasciare che sia chi riceve il consiglio a decidere. Con sincerità, schiettezza e la forza di andare controcorrente, se necessario. Si tratta perciò di lasciare che gli uomini obbediscano solo all’etica del non nuocere ad altri con la propria libertà, oppure precipitare in un ottudimento di conformità che fa le cose giuste ma contrarie alla propria natura e ottiene approvazione scambiandola per amore.

La colpa è ciò che ci schiaccia se non c’è la possibilità che essa sia ricompresa nell’errore, nella costruzione del vivere attraverso sbagli che insegnano e che verranno ripetuti, ma la cui somma porterà alla fine un segno positivo e sarà quel segno il vivere. Certo ci si può dolere di molto omesso, del coraggio mancato, dell’essere stati altri da noi, ma c’è un momento in cui la verità viene improvvisamente alla luce, ed è quando irrompe l’amore, con il suo tempo alterato, le convenzioni ridotte a ciò che sono, ovvero manierismi di convenienza, con la sua maleducazione, perché l’amore è maleducato e rispetta solo se stesso. Ebbene questa forza immane di verità, annulla la colpa, rende possibile ri iniziare un percorso che sembrava chiuso e noioso.

L’amore agisce per istinto, poggia su una pulsione, genera desiderio, una triade così potente da sovvertire le cose e da investire esso stesso dimostrando se è vero oppure è una finzione della mente.

Su questa affermazione che può sembrare fuorviante e gratuita rispetto alle citazioni, fermo ulteriori considerazioni, ma si potrebbe proseguire occupandoci anche dei sentimenti e cercare di capire perché essi siano meno rivoluzionari dell’amore, discernere senza cattiveria tra ciò che si tiene e ciò che si lascia dopo l’amore, ma ciò che accomuna il tutto è come nell’errore e nella sua considerazione non sia questione di buone maniere e che una educazione da sempre manca non sul far bene o il far male le cose, ma piutttosto su quanto queste mutino le vite e le avvicinino o allontanino da ciò che siamo veramente. Chi ci interessa dovrebbe conoscerci quel tanto che basta per capire che c’è qualcosa di profondo oltre l’apparenza e che ciò che costruisce nell’ uno può essere la decostruzione nell’altro se non lo capise a tempo.

la vita altra

Si è levato un forte vento che scuote gli alberi del giardinetto. Il vento si vede così, nello scuotere di foglie, nel sollevare mantelli che ormai non ci sono più e nel pulire le cose e l’aria. La vita queta osserva da dentro casa, dai bar, dalle finestre di alberghi in cui resteremo qualche notte. A volte una. Quanti alberghi ho cambiato durante gli anni dei vari lavori, stanze linde stili che riflettevano il Paese, luoghi al limite dell’accettazione in Africa o in Medio Oriente. Il vento continua a folate e mi torna a mente un albergo sul Carso Triestino che aveva una finestra che guardava il golfo verso Muggia. Le folate di bora increspavano l’acqua in modo uniforme e il riflesso la rendeva un tessuto dalla plissettatura infinita. Ho una particolare predilezione per il golfo di Trieste, per me è uno dei luoghi che nel mondo si dovrebbero vedere e assaporare, la città lo accoglie con il vestito della festa ed è un susseguirsi di piazze e palazzi che guardano il mare. In piccolo, questa struttura che assomiglia ad un abbraccio si ripete nei piccoli paesi che sono lungo il crinale carsico, come vi fosse un invito al vento e una necessità di vedere nella sua interezza l’arco del golfo. E’ una cosa strana per chi viene dalla pianura ed è abituato alle piazze che si chiudono in se stesse e nei palazzi che le circondano, vedere questo mostrarsi al mare è una generosità reciproca che accoglie e chiede protezione.

In ogni albergo c’era una poltroncina e ovunque mi sono seduto vicino alla finestra, per leggere il libro che avevo con me o per completare una relazione e gli occhi, ogni tanto, si sollevavano dalle parole e guardavano fuori. Spesso era sera, prima di cena e il cielo si scuriva, rendeva diverse le cose, una parola, l’ultima lettta, voleva dire di più. Essere scavata nel significato e messa in quel luogo come un segnalibro della mente. Da una parola è facile saltare ad altro, evocare un ricordo che apparentemente non ha relazione con nulla di ciò che attornia, oppure la parola trasformata suscita un sentimento e questo cerca una corrispondenza dentro di sé e al tempo stesso in ciò che gli occhi vedono in quel paesaggio strano che sono i panorami fuori delle finestre degli alberghi. Così il cielo non è più estraneo, le cose sembrano già viste e gli uomini hanno lo stesso linguaggio, le stesse passioni che sento, ma cambiate e ognuna riportata in una casa , in un angolo dove ci si siede per leggere, in mobili che non conosco ma che a quella persona sono familiari. Ciò che ci unisce è il sentire le emozioni, la forma dei desideri prima che vengano distorti da ogni educazione, la capacità di pensare e riflettere. Ciascuno a suo modo e con la sua profondità e nulla è banale o scontato.

Molti anni or sono, stavo facendo una traversata a piedi dell’appennino e giunto sul passo trovai due case, l’una di fronte all’altra, in una c’era un negozio emporio, piccolo, con la porta a vetri incorniciati e il campanello che suonava quando qualcuno entrava. C’era di tutto disposto su scaffali di legno, il cibo era su un tavolo di marmo che fungeva da bancone e i panini erano veramente ottimi, curiosai in mezzo alle tante cose e c’erano gli oggetti non venduti di un passato che si era accumulato pacificamente in attesa. La casa di fronte era del 1500, solida e con la forma di un edificio che doveva durare. Una lapide accanto alla porta riportava il nome di un antico, forse famoso, proprietario, che al servizio del Granduca di Toscana ritornava a questa casa per essere se stesso. E lì aveva trascorso gli anni della vecchiezza in studi e pensieri nuovi. Mi aveva colpito come in tempi in cui non c’era nessuna comodità vicina, ci fosse stata una scelta di quel genere e come Montaigne l’immaginai in una poltrona vicino alla finestra e attorniato dai suoi libri, che confrontava il suo tempo e la sua casa con ciò che passava per una strada di passo.

Penso che da qualche parte, in ciascuno, esista una casa interiore, un luogo dove essere accolto e che quella casa abbia un angolo di desiderio di quiete da cui guardare se stessi e fermare il tempo delle cose per essere in sintonia con il tempo nostro. Il kairos interiore che ripropone la vita, il significato dell’occasione, la pace e l’equilibrio del sentirsi parte di qualcosa di molto più grande ma di essere unici e irripetibili. Non c’è nostalgia in questo tempo, solo il mettere i sensi al suo servizio e cogliere il vento, le luci che s’affiocano, il libro, le parole che sussurrano di altre vite e il tepore di questa casa interiore dove domina la quiete e l’attesa del buono.

lettera 6

Caro dottore, vado al nocciolo di quanto ho pensato: non si può conservare immutabile (mi verrebbe da scrivere integro) ciò che abbiamo sentito o sentiamo e che ci spinge a costruire cose importanti o banali, che sono parte necessaria delle nostre vite. I nodi che vorremmo sciogliere, i bivi a cui vorremmo ritornare, per scegliere un’altra strada sono parte di questo nostro costruirci e trovare il modo perché essi diventino forza positiva implica che si riesca davvero a cogliere la ragione di allora. E per farlo dobbiamo fidarci della nostra buona fede. Quando penso alla mia vita, ho un’ immagine ed è quella di un vaso di porcellana. Ne vedo forma e colore e posso maneggiarlo tra le mani apprezzandone la levigatezza, ma so anche che esso contiene ciò che sono e che per estrarne qualcosa di indesiderato, dovrei romperlo. In un certo modo l’ho fatto e poi con pazienza l’ho ricostruito. Questa tecnica Lei la conosce, ma preferisco il suo nome giapponese kintsugi che porta con sé il rispetto sia dell’oggetto che dell’amore che lo lega a chi lo possiede. Ho saldato in oro e ho rimesso all’interno il contenuto, scoprendo non poche incongruenze, ma erano il legante di fatti e di scelte, toglierle avrebbe annullato il senso, non degli errori, ma di pezzi di vita. Non pochi di quei pezzi si nascondono e non vogliono essere ricordati ma so che ci sono e che a suo tempo furono scelte necessarie, controverse, opinabili, forse sbagliate, ma mie.

Non si aggiusta davvero nulla del contenuto caro dottore, ma solo il vaso e forse il suo messaggio era quello di annodare più che sciogliere, passato e presente. Ripensandoci ora mi rendo conto che scendere nel profondo significa anche perdonarsi e portare innanzi ciò che ci sembra importante da vivere.

Credo che non poco di quello che rende incerte le vite si basi sul confronto tra il passato e il presente e che tutto questo vada verso una domanda ovvero, qual è l’impronta che si vorrebbe lasciare nel mondo? Immagino sia accaduto anche a Lei: quali e quanti sogni ha sommato sino a farli diventare materia e poi che opinione ha avuto del segno che essi avevano lasciato? So che non risponderà e i suoi silenzi hanno sempre un valore, comunque dicono. Abbiamo parlato spesso del fallimento, dell’essere a un passo dalla meta e poi vedere che ciò che si è costruito si sgretola. Quando questo avviene, tutto quello che lo ha preceduto non perde concretezza, ma finisce in altre mani. Il fallimento è un proprio sogno realizzato che useranno malamente altri, sino a distruggerlo e dell’impronta che si sarebbe voluta lasciare attraverso esso non resterà nulla. Questo genera il senso della sconfitta e la disperazione che dilaga su altri pezzi della propria storia. Se si usa misericordia (uso questa parola dal vago senso religioso come comprensione e assenza di colpa) nei confronti di se stessi, restano le cose importanti. E’ come se il rasoio di Occam della vita personale tagliasse tutto quello che non è necessario per essere vivi e importanti a se stessi. Ma è anche un passare dalla dimensione che coinvolge altri a quella personale che fa il bilancio con la propria storia. E allora dovrei parlarle della fiducia, del sentirsi traditi, della delusione e di chi ha deluso e delude e se guardo lo specchio, dovrei anche dirle, chi deludo senza pensarci troppo. Quando sono venuto da lei evidentemente c’erano due motivi, non avevo le idee chiare e volevo reimpostare la vita senza ripetere errori recenti o più lontani. Non pensavo troppo alle ragioni ma molto agli effetti, la domanda era: perché sono così come sono?

Questa sarà la riflessione della prossima lettera, ma un accenno vorrei farlo perché si lega a quanto sopra ho pensato sulla vita, gli errori e i suo dipanarsi. Parlare di fiducia significa mettere in campo un rapporto profondo anche con se stessi: ricostruire il vaso e mettere un titolo a qualcosa di complesso che è volontà, bisogno, ricordo. La delusione innesca tutto questo dopo aver distrutto. Ha toccato molto di sensibile ma lascia qualcosa, spesso molto, di integro in noi. Forse il suo mestiere sarebbe far venire alla luce quell’integrità che è ciò che ci riconcilia nel profondo.

Le auguro una buona serata.

il bisogno e la differenza

Spesso sono gentilmente sgradevole. Percepisco la differenza tra domanda e risposta e sento la sgradevolezza dell’asintonia. Può accadere anche a me stesso, quando non mi sopporto, quando vedo il tempo sfuggire e ciò che volevo si dissolve. C’è il bisogno e la differenza della risposta al suo esaudirsi o mettersi da parte. Già il fatto che questa condizione del mettere da parte si ripeta, testimonia non solo che viene riempito il vaso dell’insoddisfazione, ma che i bisogni sono mal diretti, che la loro genesi ha elementi di guasto che li rendono ardui perché prima dovrebbero riparare se stessi.

Sono spesso gentilmente sgradevole per insoddisfazione. Non pare perché l’educazione e la gentilezza sono delle ottime maschere, ma sono asincrono rispetto al discorso, alla presenza, alla voglia di essere in quel posto, con quelle persone, in quel momento e rendersene conto è quasi un ribadire una convinzione, silenziosa, che si oppone, non facendo. Tutti raccattiamo globi scuri di negatività. Contrattempi, deviazioni del tempo e dello spazio dalle nostre agende, ma è anche l’implicito, il dovuto, il molto non richiesto, ciò che genera scontento. Dove confluisca questo nostro scontento è difficile sapere, sceglie la via più breve: chi è debole, chi per amore o distrazione, non si difende, comunque si manifesta con chi è vicino.

C’è la scelta tra l’assenza, cioè l’essere distante mentalmente e l’essere troppo diretto nelle parole, mostrando i sentimenti che le muovono. Qualcosa che metta una barriera senza metterla, che giustifichi il silenzio o il parlar d’altro, le scelte inattese, i rifiuti o l’improvvisa acquiescenza dopo essere stati contrari.

Silenzi e parole si equivalgono, sono entrambi rappresentazioni di qualcosa che non è andato per il giusto verso e non può essere detto. Sembra tutto così naturale e sbagliato perché questo mostrare due verità attraverso una finzione, un rifiuto, un’assenza, è insieme, bisogno di comunicazione profonda e la sua violazione, anzi il salto, delle regole che sovraintendono i rapporti tra le persone. Vorrei dire fino in fondo i motivi del mio malessere ma mi metterei in imbarazzo e lo trasmetterei, perché ciò che emergerebbe è la vera visione di ciò che sono, desidero, vorrei essere. Conosco -e conosciamo- la natura dei silenzi che non riflettono pensiero ma si sentono macinare speranze, attese, pensieri intrisi di concretezza, come fossero carne viva. Li sentiamo questi silenzi colmi di imbarazzo e di parole, sintatticamente perfetti, devianti e sfumati nelle risposte vaghe che tendono a troncare l’ulteriore discorso.

Spesso sono gentilmente sgradevole per inadattabilità, per coscienza di una differenza che ha valore per me solo e che stancamente dice di sì solo per evitare la fatica dell’ennesimo obbligo a spiegare prima di una negazione. Questo fa pensare che essere non conformi, poco adatti, arrogarsi una differenza, sia una fatica che molti vantano ma pochi praticano e conducono nel profondo di se stessi.

Essere poco adatti significa vivere in un universo sfasato e bisogna capire che non adattarsi ha un prezzo anche quando ciò che si fa è utile e senza richieste. Tutto dovuto? No, se si sceglie di seguire se stessi, sapendo che in questo caso la tranquilla sicurezza dei doveri sfuma e resta la responsabilità di armonizzare ciò che si è davvero con chi vogliamo sia parte di questo fare ed essere comune. Spesso non funziona e c’è la solitudine. Le idee non lasciano traccia perché sono altre le regole, esplicite o implicite a regolare gli schemi di cooptazione, di accoglimento nel gruppo o nel dialogo. Allora si diventa sgradevoli nel grado che la gentilezza o il bisogno d’amore permette. Essere diretti ha un significato che taglia tutto quello che non è necessario e stabilisce un discrimine d’interesse. Chi lo sente. avverte il fastidio proprio, giudica negativamente una presenza, un rapporto, in fondo ha capito ma il salto ulteriore, ovvero comunicare, è una sua scelta. Resterà un’impressione, altrimenti, oppure quella sgradevolezza si scioglierà in qualcosa di profondo che riguarda entrambi, perché due simili si sono riconosciuti.

lettera 5

caro Dottore, la settimana scorsa ho passato giorni intensi in quella zona del Carso, ora è Slovenia, dove mio Nonno paterno perse la vita nella prima guerra mondiale. Camminare in quei luoghi, ora totalmente trasformati dalla vegetazione che ha ripreso a occupare i terreni difficili del sasso e dell’arsura, ma ha dato una sensazione di continuità. Credo l’ avere almeno la cognizione d’esistenza di dove erano accaduti fatti così insensati e devastanti e avervi rivisto la vita, mi abbia rasserenato e commosso. Questo è un sentimento antico di cui le ho parlato poco, ma che ha influenzato, non solo la mia percezione, ma le vite di chi mi ha preceduto e con cui ho vissuto. Se quand’ero bambino, il tempo aveva attenuato l’asprezza di una rottura così vitale nella famiglia di mio Padre, dall’altro, la presenza di questo Nonno era parte dei discorsi di casa. Di Lui erano rimaste poche fotografie, una croce di guerra, i racconti di una vita di emigrazione e di problemi affrontati con decisione sino a una tranquillità economica e familiare che aveva resa stabile tranquilla la famiglia in un Paese straniero. Ho pensato spesso a quegli anni, pochi, di tranquillità che erano stati dati a questa famiglia, dopo i contrasti nei luoghi d’origine e il lavoro, cercato, cambiato, trovato. All’origine c’era una rottura, a me sconosciuta, ma certamente profonda e poi un dividere il passato accumulato in molte generazioni che non si erano spostate dai luoghi, dalle cose, dal cognome. Da quella scissione un intero ramo di famiglia aveva preso la strada dell’emigrare e pur sciogliendosi per strada, perdendo donne e uomini, il Nonno non s’era fermato finché non aveva trovato quello che lo tranquillizzava. Forse questo ripartire da lontano era la necessità per sanare una rottura, ma la guerra aveva rotto il proseguire di quella vita, il ritorno, l’arruolamento, le battaglie insensate per conquistare una buca, una dolina, un dosso e poi la morte. Quanto era accaduto allora, e proseguito poi, aveva distrutto felicità, cambiato vite, facendo finire definitivamente un mondo che era continuità, luoghi, appartenenza fisica. Era rimasto il ricordo e la certezza di essere una famiglia, ma altrove da dove era stata per secoli.

Ho spesso sentito la tenerezza e la sollecitudine del rapporto tra i miei nonni, la singolarità del rispetto e amore reciproco, e ripercorrere i luoghi dove era avvenuta la distruzione di quel loro mondo, mi ha fatto percepire che c’è qualcosa che continua nelle vite. Che si esprime ed ha influenza anche tra chi non si è conosciuto e che la mediazione che viene fatta da chi ci racconta o tace, è comunque qualcosa che modifica la nostra visione degli avvenimenti. Sia quelli più grandi che sono ormai storia, ma anche di quelli più domestici racchiusi in piccoli fatti, nei rapporti e nella memoria. Se la psicoanalisi esercitasse un ruolo che osa oltre le scienze sociali e indagasse non solo i nodi della persona ma anche quelli della società e gli eventi storici, forse il quadro di ciascuno si preciserebbe e finalmente le persone non sarebbero solo collocate nelle vite vissute ma anche in ciò che le ha determinate, dando a ciascun evento il giusto peso.

Essere figlio di, nipote di, non è solo una questione di censo ma di eventi che rendono la storia come quella terra fatta di carbonato, di sali ferrosi, di humus che odora di terra da semina e si sgrana tra le mani, sentendone la fertilità e il pensiero che in essa si andrà a generare la vita. Ma questo credo non faccia parte del suo mestiere, Dottore, e se glielo dico è per farle capire che anche quando si rivela il bisogno insoddisfatto, il trauma, l’assenza, l’affronto subito e non regolato, quando i rapporti familiari e sociali diventano filo che porta dentro il labirinto ma non ne fa uscire, tutto questo può essere raccontato, però omette il terreno in cui la pianta è cresciuta e che se volessimo bene a quel suolo, a quella continuità di seme e semantica che che ci ha generati allora qualcosa in più si capirebbe e si potrebbe relativizzare e piangere assieme pensando non di riparare l’irreparabile ma di dargli un senso, un luogo nella vita e che assieme a tutte le sbucciature di ginocchia, ci sarebbero queste cadute che pure hanno trovato un terreno pietoso che le ha accolte e se ne è stato zitto, lasciando a noi il compito di capire, interpretare.

Siamo pressa poco della stessa generazione, anche se lei è più vecchio, quindi dovremmo avere abitudini e ricordi generali, comparabili. Una texture che ci rende parte di qualcosa, di un territorio e di fatti letti o vissuti. Parlo delle grandi costanti, di quelle in cui poi si innesta una vita che si fa diversa all’interno degli stessi luoghi e invece il passato ci allontana. Sono così differenti e insieme uguali, i passati quando filtrano attraverso il crivello della famiglia di appartenenza. Venivo per raccontarle di nodi da sciogliere e di problemi contingenti, ma erano cose mie, come quando ci si taglia un dito e il problema è arrestare il sangue e nei giorni successivi, lavarsi le mani e il viso senza bagnare la ferita, ma si sa che basta attendere e il corpo aggiusterà quella parte come se nulla fosse. E’ potente il corpo nelle cose che lo riguardano, cerca sempre di ripristinare, sanare, naturalmente ha i suoi limiti ma ci prova con decisione e fiducia. La mente ha più difficoltà , sta a guardare. Anche i nodi guarda e se sa come scioglierli, se lo nasconde, perché per farlo deve farsi male, deve tagliare dove non si risana e tutto, poi, non sarà come prima. Si deve ingannare la mente con le associazioni libere, con i sogni da interpretare e lasciare che un altro ci convinca che andare nel profondo a tagliare e ricucire non ci farà stare peggio di quanto stiamo. Ecco la sua funzione.

Non devo bere caffè il pomeriggio tardi, non più. Anche in questo il corpo avvisa e ci racconta come siamo. Anche la città non mi risana più : camminare, riflettere, capire, credere, non basta e per credere serve qualcosa che impegni la mente a essere positiva verso se stessa. Un lavoro, una passione aiuta, non risolve ma direziona verso un risultato. Un tempo pensavo che la mente superasse il corpo e aggiustasse tutto. Credevo nelle infinite possibilità di avere una vita differente, come se essa fosse una sequenza di gesti: un biglietto aereo che ti portava altrove, una lingua e un posto sconosciuto dove tutto potesse cominciare con altre basi, con presupposti diversi, ma restando me e tenendo i ricordi, anche quelli che non ricordavo più, da mettere insieme agli altri in un contenitore che stava dentro e galleggiava . Quello ero io e potevo scegliere liberamente. Questo era il potere della mente: non l’aggiustare ma il creare il nuovo che ancora non c’era stato. Mio Nonno l’aveva fatto, in modo totale, magari con timore però con coraggio, sinché aveva trovato un luogo in cui fermarsi ed essere ciò che desiderava. Poi tutto era andato a catafascio ma non era stato dimenticato, c’era in chi era rimasto e anche in chi non l’aveva conosciuto attraverso il racconto. Quando camminavo tra le doline, in Slovenia, capivo che il posto esatto non era importante, anche se era quello perché attorno era tutto così sereno e ordinato che neppure sembrava ci fossero stati centinaia di migliaia di vite e famiglie spezzate. Pensavo al suo nome e alla speranza che la Sua vita fosse cessata subito in quell’ultimo assalto, quasi senza dolore e senza pensiero, per non aggiungere sofferenza e sentire l’ingiustizia che pativa.

Di questo ricordare e sentire che è me da sempre, cosa potrei dirle Dottore, visto che non voglio scordare da dove sono venuto e neppure la mia vita voglio privarla dei ricordi. Se sciogliere qualche nodo fa male si potrà fare, ma le cose che mi hanno costruito dovranno essere preservate, perché con quelle ancora desidero il nuovo. Noi cosa lasciamo e a chi? Se l’è mai chiesto dottore? E non l’ha presa un po’ di vuoto dentro ? Ci pensi, poi ci sarà tempo per parlarne. Buona serata Dottore.

polvere come talco e ferro

Le scarpe hanno ancora la polvere del Carso. Rossa, fine come talco, si è fissata sulla punta che aveva sopportato la pioggia. Ricordano l’Africa questi luoghi dove tutto è antico e stravolto da una guerra che non si sarebbe dovuta combattere. E la roccia è un carbonato finissimo dilavato dalle piogge e rappreso in forre, cavità e pozzi, grotte scavate dall’acqua, doline. La terra si genera con questo minerale che si mischia con le parti organiche e diviene terreno arduo ma generoso di umori, con un vino, il terrano, che è minerale anch’esso. Ricco di tannino e da diluire con la carne da brace. Doline, verde fatto di quercioli e di miriadi di altre specie vegetali con rami forti e legno denso.

Percorrere un sentiero è mettere i passi nella storia di confine. Tomizza abitava a due passi da qui e davvero la vita eterna si sente in questi luoghi, eppure qui si è combattuto tanto aspramente e inutilmente che il terreno sembra rosso per il ferro che è disseminato ovunque ma soprattutto per il sangue di centinaia di migliaia di vite giovani stroncate. Contadini contro contadini, di tutta Europa che avrebbero potuto costruirla quella nazione unica, fatta di fatiche, di migrazioni interne, di terreni dissodati con fatica e di capolavori, di genio, di inventiva, di lingue che non si fondono se non nel canto. Avrebbero potuto costruirla cento e più anni fa, mettendo assieme i calli delle mani, le pance vuote, il rimpianto dei luoghi abbandonati, le pietre accatastate nei muretti a secco o cementati nella malta in case dai muri grossi come fortilizi e incentrate in un camino dove la vita si alimentava e resisteva alla bora, al freddo e alla neve che d’inverno non si cura delle previsioni del tempo. Avrebbero potuto costruirla nella differenza l’Europa, nell’apprendere la lingua dell’altro, come fanno i bambini per gioco, nel mescolare le tradizioni e le identità per tenersi le vecchie ed averne di nuove. Andare avanti così, con un piede che spinge la vanga tra sassi e terra rossa e l’altro pronto a camminare per andare e poi tornare in ciascuna piccola patria. Una nazione che sapesse la precarietà di cosa c’è sotto il terreno che sostiene la vite, da sapore al cavolo che poi verrà fatto fermentare, che distilla l’acqua come fa l’alambicco che gocciola alcool e sapore nelle grappe uguali e diverse dappertutto. Avrebbero potuto fare un’Europa di uomini e donne, usi alla fatica e alla bellezza, gente forte, orgogliosa di essere ciò che è, diffidente e pronta ad aiutare una povertà. Costruire una nazione dove secondo le leggi dell’abate Mendel, il colore degli occhi si sarebbe mescolato e poi sarebbe tornato a risplendere, i visi addolciti e ben segnati nei lineamenti, le mani e le altezze dei corpi sarebbero stati il ricordo , assieme alle lingue, ai mille diversi significati di ogni etimo, che quei luoghi erano un unico luogo di tante patrie e di tante genti, ma unite dallo stesso amore per la terra, per la bellezza, per lo spirito immortale che porta con sé ogni fluire di abitudine inveterata.

Le case sono basse, senza la pretesa di sfidare il cielo, utili alla vita quotidiana, custodi di calore, affetti, pensieri, assieme al grano, all’orzo, agli animali e le verdure che sono una appendice del sapere che si trasmette piallando un’asse, sagomando una trave con l’ascia, costruendo un mobile con il noce vecchio, ché quello nuovo ha ammucchiato frutti carnosi in sacchi sufficienti per i dolci invernali. E poi mele da inverno, nocciole, mandorle, rami di cumino da far penzolare dai travi, fagioli e piselli secchi per zuppe forti da mescolare con le verze dell’orto. Case, la terra difficile, le doline, i sentieri che ora si percorrono per il piacere di essere sempre nel verde, mentre da non molto lontano arriva il salmastro del mare che a volte la bora scava e getta in aria come stesse giocando sulla sua spiaggia, dove gli uomini non osano andare. Case basse, chiese senza grandi pretese, un crocefisso, pochi santi e la devozione, forte anch’essa, che chiede serenità e lavoro pacifico da accumulare negli anni.

Poteva essere Europa, anzitempo e invece, guidati da ordini incomprensibili, contadini hanno condiviso la terra e il sangue con altri contadini. Qui si legge la differenza tra città e campagna, tra le diverse fatiche e il diverso pensare le vite. Gli ideali sono spesso così radicati da restare al limite della diffidenza se c’è l’antica legge per cui lo straniero non è veramente tale perché prima è uomo. Ma dove questi pensieri semplici diventano potere, possesso, necessità senza limite, allora tutto si frange e la terra si spoglia d’alberi e si riempie di lampi e di morte. Le pietre costruiscono trincee, i muri delle case vengono sbriciolati e pongono la vita eterna dei luoghi e delle persone in tane da intridere di sangue. Ordini urlati, reticolati, scoppi di granate e neppure il mare si sentiva più.

Poteva essere Europa, ora è un luogo bello in cui le persone ricordano nei cippi, nei cimiteri, nel rumore che fa la vanga quando incontra una grossa scheggia di ferro nell’orto, e si semina comunque, cresce la verdura l’insalata, i cavoli e i fagioli. Passano persone che camminano dove c’è stata una battaglia immane, ma non si vede nulla, dove sono morte 80.000 persone in pochi giorni. Solo verde, doline, quercioli e erba alta che il vento muove credendo sia il mare. Cammino e ho voglia di piangere, non lo so perché oppure lo so ma non è il caso di dirlo ad alta voce perché quel nodo che s’aggroviglia è il futuro.

Poteva essere Europa. Potrebbe essere Europa.

lettera 4

Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.

Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.

Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.

I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.

Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.

Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.

Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.

silloge1

C’è festa nel tempo. Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.

Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.

Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.

Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?

Nella luce, camini che fumano,

attorno odore di cose che restano,

vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,

dentro/fuori, nulla è urgente:

è festa nel tempo.

“Diversità è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince, non funziona, ne ho trovata uno molto convincente: unicità.

L’ascolto è il più grande atto rivoluzionario, accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano convenzioni”

Versi scomposti
Parole scomposte che mondo s’è creato. Eravamo distratti, spero stessimo facendo l’amore mentre le macchine automatiche prendevano gli angoli delle strade e le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie. Eravamo ignari, dolci, indifesi. Con piccoli lapis dell’ikea scrivevamo numeri senza memoria, che ci assicuravano il costo di una cena. Vennero poi parole d’ordine, non più numeri, ma lettere e altro, purché non ci fossero accenti per aprire i file, noi ci baciavamo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro. I numeri, le password divoravano il tempo, quello sempre poco, che apparteneva alla tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti. In fila, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.

Poi stanotte ho sognato che l’azienda in cui lavoravo era stata venduta. Venivano i nuovi lavoratori, le stanze venivano vuotate. Dei lavoratori precedenti non si conosceva il futuro, qualcuno, un capo, assicurava che non sarebbero stati licenziati. Questo futuro era più una curiosità partecipe per me, sentivo che mi riguardava ma senza essere determinante. C’era una sorta di passaggio di consegne che avveniva nelle grandi stanze dove prima c’erano i calcolatori, ma ora sembravano vuote. C’erano nuovi corridoi, color nocciola, con molte porte e stanze in sequenza. In una di queste, una ragazza si stava per vestire e mentre aggiustava il vestito mi chiedeva di sistemarle la cerniera sulla schiena. Intanto mi dava delle indicazioni, ma le altre stanze avevano le porte chiuse. Andando verso le pareti perimetrali, mi accorgevo che la struttura dell’edificio si stava aprendo, le travi si allontanavano dai pavimenti. Non c’era un pericolo immediato ma l’edificio sarebbe crollato su se stesso. Avvisavo le persone del pericolo e mi avviavo verso l’uscita. Non avevo nulla da salvare, mentre altri si attardavano per riempire scatole e portarle con sé. Mentre uscivo vedevo che le crepe si allargavano, ero tranquillo ma sarebbe imploso. Fuori cercavo la mia auto che non ricordavo dove avevo parcheggiata. Nel piazzale c’erano persone che guardavano in alto, io cercavo tra file d’auto ordinatamente disposte, un ricordo che permettesse di ritrovare la mia.

Interpretazioni varie che partono dalla mia identificazione con l’edificio che rappresenta ciò che lascio. In esso comunque albergano desideri che porto con me nel rapporto con altri. Non ricordare dov’è l’auto significa non sapere dove andare.

Da ozioso, quale sono, ho messo assieme pensieri in libertà. I pensieri non si liberano, sono liberi, vengono e vanno come desiderano, seguono l’andamento dei desideri e della necessità.

I pensieri sono liberi ma nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età. Cercano di mettere la briglia ai pensieri e ci riescono. Pensiamo collettivamente , anche quando andiamo in direzione ostinata e contraria.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale che parte dalla libertà del pensiero e si traduce nell’azione senza scopo, nell’apparentemente inutile. Ma è un atto di volontà e neppure davvero libero dal contesto. La libertà diviene un percorso e non porta la felicità, ma la serenità interiore. Ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perché la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, una le comprende tutte ed è nel pensiero che si misura con il bene e naturalmente col suo opposto, il male. Scegliere il bene è un atto di libertà, non è la libertà. Le altre libertà si sono create nel tempo, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono Stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Questo incide sul pensiero che ha tutte le sue potenzialità ma ci chiude in una gabbia e getta la chiave. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perché tra le libertà che ci consentono di stare assieme, l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di esprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, questo non mi impedisce di essere tutto ciò che vorrei essere. Posso diventare ciò che voglio, posso scegliere tra bene e male, ma solo la libertà che mi fa crescere e non nuoce è comunicazione, carisma, vita che trova un senso libero. Se ciò accade è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà personale (di scelta) e comune, sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irreggimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Quella che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

Una goccia e la mia libertà è tale prima d’essere pioggia, fiume, lago, mare e poi ancora goccia, nell’infinito ciclo dell’essere. Sento la profonda forza che s’inerpica sulla perfezione, non mia, non nobis domine, ma di molti che diversamente cercano se stessi e ciò che non accontenta, spinge verso l’alto. Pensavo alle mie cadute, e a quanta bellezza è stata usata per fare la percezione del mondo bella come è. Diversa e intellegibile, tenera e accudente, con i doni che porta ed elargisce la bellezza è qualcosa che si è imbevuto di comprensione, di libertà di vedere oltre. La libertà è invulnerabile, ci consola e coincide con ciò che fa bene al vivere.

Ho sognato, sogno, che ogni mia parola sia muta, che coincida con la tua e ne sia contenuta mentre la contiene. Non sono come vorrei ma posso esserlo, mai compiuto, mai perfetto, sarebbe così noioso esserlo. Mi affido alla parola che smuove e contiene e se non sono come vorrei, penso che ciò che è compiuto non vive appieno senza la mia povera cura. Essere libero di coincidere con me e con te, come tu fai.

normalità

Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema. Questo sintetizza la differenza tra chi pensa a un mondo normale basato sulla diseguaglianza, sulla dissipazione del pianeta, sulla prevalenza del furbo, sulla logica di potenza. In definitiva su chi è servo e chi è padrone. Forse questa è la differenza tra destra e sinistra, tra chi si lamenta e pensa al mondo di privilegi che ritiene dovuto e chi quel mondo lo sente come nemico e lo vuole modificare. C’è una dimensione nuova della politica che si affaccia, inquietante per potenza e distanza rispetto ad ogni regola che, sia pure formalmente, prima veniva condivisa. Un potere che sovrasta i poteri e determina ricchezza e povertà, di fatto prende gli uomini eguali e li diseguaglianza. Le politiche nazionali, la nostra ad esempio, con il suo cavaliere bianco, tirato per la giacca dai grandi organismi di potere bancario e finanziario internazionale, a mettere ordine in un paese indeciso, senza bussola e poca speranza, cosa sta generando nei partiti se non la sensazione di una funzione ornamentale, marginale rispetto alle decisioni. Non è nato nessun statista negli ultimi anni, non c’è stato un passaggio del guado in cui si è trovata la Repubblica quando ha riconosciuto il proprio essere corrotta da caste e da privilegi. Il marciume che è emerso nel creare fortune e nel convivere con una malavita che pervade i sistemi che sembravano indenni, non ha creato reazioni ma nuove povertà, precarietà, dipendenze. Avere degli statisti veri significa considerare che qualcuno si schiera con essi, li sorregge, distingue tra buono e ciò che non lo è, porta al centro della propria partecipazione politica la voglia di cambiare la situazione, di rendere più equa, giusta la società. Ebbene questi statisti non ci sono, non hanno il coraggio di mettere l’interesse di tutti sopra l’interesse di parte. Allora vanno bene i partiti che portano il nome del segretario, che attendono benefici, nuovi privilegi se questo vincerà. Ma guardate il mondo, rendetevi consapevoli che mai siamo stati in una situazione così pericolosa per la specie umana, che il cambiamento climatico non è una moda, che la guerra nucleare comincia ad essere vista come una forma di conquista del potere, che l’economia non genera benessere ma diseguaglianze crescenti. Guardatevi attorno e siate consapevoli che quello che accade contiene anche noi, i nostri figli, ciò che conosciamo come bello e anche l’etica della pace come bene supremo assieme all’eguaglianza. La politica vi aiuta a leggere questa realtà? Oppure esiste un’opinione molto più diffusa che diventa realtà ed è meno coerente con ciò che davvero è importante, ovvero , la pace, la giustizia, l’eguaglianza tra i popoli? La politica oggi sembra più libera perché non legata dall’ideologia, ma è più vincolata dal bisogno di dare benefici e di restare in ambiti che riguardano una appartenenza, un io collettivo non un noi. Lo sbriciolarsi della democrazia così come l’abbiamo intesa come rappresentanza e corpus di diritti universali a favore di una costellazione di micro realtà che convergono, che si sentono vicine prima per bisogno che per pensiero. Il pensiero verrà poi, come dopo ogni naufragio, il primo imperativo è la salvezza e il noi seleziona il vicino, il compagno e poi si espande verso una forma di potere dal basso che chiede. La forma del chiedere è la differenza, se si chiede per sé, per il proprio gruppo il noi si restringe, diventa clan. Se invece la richiesta è più radicale, identitaria, egualitaria, generatrice di interessi e bisogni comuni, allora il noi si allarga, diventa necessità di cambiamento. Trasforma il bisogno in rivendicazione e ha bisogno di nuove costituzioni, di pace, di equità, di lavoro utile e pagato, di contributi che devono essere commisurati all’intelligenza, al potere posseduto, a ciò che può essere dato senza mettere in discussione la propria capacità, identità. Questo noi nuovo, largo, è di sinistra per collocazione ampia, ma è anzitutto società e l’individuo è parte di essa. Non più elemento fuori di essa ma parte integrante e necessaria. Realizza il richiamo di John Donne e la campana interpella, dovrebbe svegliarci e ricordare a tutti chi siamo.

Nulla è pari al suono della paura,

per chi la sente vicina e per chi ne è consapevole,

essere distante non libera da essa.

Qui le parole si susseguono, non mutano l’essenza delle cose,

e in più hanno un difetto: devono essere lette.

Capisco allora chi sceglie la musica, la pittura, la fotografia

o niente,

perché in ogni approssimazione ciò che può avvicinare alla verita,

al fare, alla sintesi, all’essere qualcosa che non sia passivo spettatore,

è solo ciò che per poco smuove gesti e coscienze, il fare insomma.

E sembrerà assurdo, ma per chi vorrebbe mutare le cose,

niente è un motore che non lascia quieto,

che mostra la sua misura, così piccola e dipendente

che solo la disperazione la contiene.