buon ferragosto

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale. Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.

i padroni del vapore

Nella mia vita professionale, ho avuto anche qualche incarico che comportava decisioni non banali, ho conosciuto molte persone, alcune ricche e altre di potere. Erano – e sono – influenti nella città e spesso nella regione e oltre, cioè ne determinano il futuro attraverso le decisioni e la proprietà. Sono persone rispettabili, perseguono i loro affari, conoscono le persone che servono al loro lavoro. La Repubblica li onora con commende e cavalierati e loro ne sono felici perché si sentono parte della societa nella sua parte migliore. Mi ricordano i quadri di Rembrandt sui notabili dei drappieri o degli orefici, il loro essere importanti nel portamento, nel ritrovarsi, nelle espressioni. Un tempo alla città, i ricchi davano lustro di palazzi ora la speculazione edilizia li vede partecipi, non vengono istituite fondazioni per ricordare la loro munificenza, anzi le fondazioni in difficoltà fanno parte degli affari. Per chi ha molto denaro, qualcuno con il consiglio per il buon affare, si trova sempre. Non di rado sono le stesse banche o i mediatori che frequentano le aste fallimentari, a proporre. Così il potere si estende, immobili svenduto aumentano di valore e trovano nuove destinazioni e compratori. E la catena prosegue verso l’alto e vincola strade, beni comuni, pezzi di verde.
Queste persone pensano di essere brave persone, e lo sono perché non esiste un’etica comune. Salutano volentieri il potere, lo tengono amico perché a loro serve, ma creano posti di lavoro, promettono sviluppo e sono tenuti in grande considerazione.
Adesso che non conto nulla ma sono la stessa persona, se li incontro, mi salutano. Sono gentili, si informano su ciò che faccio e quando rispondo che mi occupo di inutilità, hanno un loro sorriso, come chi la sa lunga e non crede a ciò che gli viene detto. Ma se per caso accade di essere creduto, ti chiedono qualche opinione su qualcosa che conosci, perché i buoni affari li può generare anche chi segue l’inutile e non capisce il valore delle cose. Allora ho un fugace divertimento nel negare, nel togliere importanza, nel dire che mi infastidiscono le manovre sulla città. E sempre gentilmente ci si saluta ma lo si capisce bene quando si è depennati da una lista e ciò che non capiranno mai, è che questo genera una profonda libertà e soddisfazione.

sera d’agosto

La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le Pleiadi faranno fatica a mandare messaggi stanotte, così i desideri si accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora in cui l’aria e la luce radunano i ricordi che, solerti, si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nel ” sicuro” porto e le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.

I veneziani, alzando gli occhi dalle galee, avrebbero detto che il mare era il loro pavimento e il cielo il tetto della casa in cui abitare.

mozziconi

Nella vaga ebbrezza d’un sigaro,
ondeggiano parole,
e nel loro farsi storia raccontano,
improvvise passioni che
esplodono in possibilità:
lì c’è l’annodarsi del refe delle vite,
di ciò che s’è fatto e ciò che si farà.
Così l’usuale, il banale,
persino l’utile
sembrano ciò che sono: insufficienti
alla piccola gloria sognata, e persino al farsi quotidiano che si perde,
appena oltre le grida dei giochi,
al borbottare vagamente apprensivo tra i tavolini
e nel sorso delle bibite che imperlano i bicchieri e lasciano una goccia alla piega delle bocche.
Come in un film di Chaplin giovane,
a terra un mozzicone attende chi finirà l’ebbrezza,
perché la storia non si chiude,
ma sboccia altrove.
Del sonno e dei sogni bisognerebbe esser degni,
non accampare stanchezze,
per dare necessità al presente e alle vite.
Togliere a sera il rimorso lieve dell’uggia del non fare che in silenzio consuma.
Tra l’erba esausta dal troppo sole,
di che parla il nostro cuore,
a chi si rivolge
mentre attorno tutto scivola
e smotta nella sgraziata postura d’una frana.
Cos’è questo attonito equilibrio che raccoglie principii, desideri, ideali
in un’immensa discarica?
Sembra prevalga solo un piccolo interesse, scompare il ricordo del mutare assieme
nell’attenzione d’un momento,
e persino l’incapacità d’affrontare la fatica di negare,
di dire di sì all’amore:
no, non era questa la vita che avremmo voluto.

l’imprecisione dell’amore

Posted on willyco.blog 3 agosto 2017

Non lo dicevi con le labbra,
ma nei tuoi gesti l’imprecisione era confinata,
perduta in antiche severità
e poi scordata.
E così il muovere ritmico e attento delle dita,
poteva essere quello di una sarta, di un geografo,
d’una orologiaia, di un calligrafo,
portava con sé piccoli segmenti di tempo,
stringeva con gentilezze sconosciute ai dinamometri,
ed era ciò che serviva: né più né meno.
Da ogni lavoro finito, emergeva una linea,
la stessa del palmo, credo,
che congiungeva di senso, la fine all’inizio.
Ed era la linea della vita,
non delle vite, ché quelle stavano,
colorate e vivaci, nei tuoi pensieri tumultuosi
a tacere e dire assieme,
con un colore per ogni cosa,
ma con una leggerezza così sottile
da innamorare il filo che annodava le possibilità.
Ed era il connubio tra ciò che merita l’esattezza
e la gloria d’ogni impreciso, fidente, amore.

ma cosa sono questi errori?

Le persone pensiamo, a volte, cambino perché noi siamo cambiati, ma non è così. O almeno non è accaduto allo stesso modo.
Più passa il tempo e più penso che un dialogo profondo si possa avere solo tra pochi. Questo non mi toglie la curiosità di capire gli altri di sentirne il valore e la bellezza, ma capisco che le vite sono scie che hanno le loro traiettorie e destini d’incontro. Con chi ho conosciuto ed è stato molto vicino, anche nel comune sentire, oltre il piacere di vedersi sento che non ci potrà più essere quello che magari c’è stato un tempo. Neppure la gentilezza ha quello speciale carattere e dolcezza che la tolgono dal dovuto e la rendono unica. Quasi una sorta d’amore senza richieste ma solo il piacere d’esserci.
Quando questo reincontrarsi è così differente dall’attesa, ho la sensazione di un fallimento, d’ essermi sbagliato anche allora, e so che non è vero, non perché le cose accadute tra noi non fossero intense e piene di verità, ma perché io ne ho visto una sorta di eternità e ne ho conservato una bellezza che non è condivisa.
Curare che restasse la bellezza di ogni stagione del vivere, oltre il ricordo che modifica il sentire di allora e le circostanze, perché la vita non può essere tutto apprendimento attraverso errori. E di cosa parlano poi questi errori, di quale realtà che non c’è stata e non abbiamo capito? Anche di questo si dovrebbe discutere con noi stessi, perché le scelte, giuste o sbagliate, non sono mai state errori, ma il tentativo, a volte doloroso, di andare avanti, di capirsi di più ed essere veri in ogni nostra storia che si faceva pescando nella mente e nella carne viva.

la mail e la lettera


Le cose si disfano e si fanno, incessantemente. Nei nodi c’è chi taglia di netto e chi con pazienza districa, punta al senso della fune che potrà riannodarsi, creare un nuovo legame. Era il mito di Gordio che con il suo nodo prefigurava l’unione tra il timone del carro, l’andare terreno e il moto del cielo. Così, il nostro, fidando del ripetersi delle cose e diffidando delle novità, riguardava quella mail che lampeggiava invitante, ma senza aprirla. Finché era chiusa poteva contenere una cosa e il suo contrario. E lui per innato senso di cortesia, rispondeva sempre e l’avrebbe di certo fatto, ma non ne aveva voglia, era stanco di parole, o sentiva che le domande lo colpivano esigendo risposte, spesso dove le risposte non c’erano. Diceva il possibile secondo i codici che intuiva discreti e non convenzionali. Nelle parole c’era la ricerca di un equilibrio tra il dire e il comunicare significati. Il secondo era quel trasmettere sensazioni, ciò che si sentiva. Scrivere lettere era cosa diversa dal trionfo delle parole della rete, gli spazi più consolidati e antichi, generavano un’affinità che assomigliava molto al deja vu dove in un altro momento della vita c’era stato un incontro. Questo rispondere alle lettere, era parte di quella conversazione che metteva assieme le proprie necessità con quelle di chi le ascoltava leggendo. Ascoltare perché c’era un modo colloquiale del dire che se si era conosciuta profondamente la persona che scriveva e nel leggerla si sentiva il tono della voce, la cadenza e il calore che l’accompagnava.
Rispondere, dire, comunicare, aprire una finestra che mostrasse ciò che vedeva e sentiva, questo era una lettera e non era quello scambio veloce delle mail. Ci si conosceva mai definitivamente eppure nel profondo, là nel luogo dove nascono e risplendono le passioni. Questo andava oltre ai corpi, al piacere, alla linea dell’amore, era ciò che più assomigliava all’essenza. E non correva ovunque, ma sceglieva, ordinava come le parole e ciò che con tenevano, fossero un bouquet da tenere per giorni in vista. C’era un giusto ritegno che accompagnava la scrittura, essa poteva diventare esibizione se travalicava il senso di un rapporto, le discese agl’inferi, erano possibili con pochissimi interlocutori ed esigevano un percorso reciproco. Bastava saperlo e dare ciò che era richiesto e si sentiva di dare. Questa era una lettera, la mail era altra cosa.

in fondo

In fondo la cosa più semplice è parlare di noi. Oppure degli altri. Di chi pensiamo di conoscere, insomma, e invece non conosciamo.

Quando arrivavo era mattina e il sole colpiva montagne, capannoni, case e alberi e campi. Indifferentemente. Raccoglievo i pensieri in un ordine che mi pareva sequenziale, cosa dire e fare prima e cosa fare dopo. Un’agenda insomma che doveva, a fine giornata, lasciare meno problemi e decisioni di quante ne avevo trovate al mattino. Poi ciò che vedevo, che mi veniva sottoposto, annullava quei pensieri che erano sbucati assieme a me dalla notte, mi lasciavo prendere da ciò che vedevo e sentivo. Mutavo atteggiamento, ascoltavo, cioè non parlavo a qualcuno di qualcosa ma lasciavo che la vita che era trascorsa parallela irrompesse è cercavo di capire modi e relazioni di essa con me. Così cominciava la giornata di incontri, di lavoro, di decisioni, e parlavo di quello che pensavo di conoscere e man mano lo dicevo mi accorgevo che mancava sempre qualcosa, che c’era qualche imprecisione, ma l’edificio si compensava e stava in piedi.

Quando tornavo era ormai notte, davanti avevo la strada, il tramonto d’estate e la nebbia d’inverno. Ed ero contento, stanco, spesso insoddisfatto, perché?

Guardavo le auto, i fari, pensavo e ascoltavo musica, poi ci sarebbe stata casa, la cena e la notte, per poi ricominciare la mattina dopo.

il senso del tempo

LA VERA OPERA

Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta.

~ WENDELL BERRY ~

Ho cercato nella mia vita, di tagliare di netto con ciò che mi era entrato nella mente, non ci sono mai riuscito. Neppure invidio chi ci riesce, anche se penso viva meglio il presente e il futuro. C’è chi lascia che le cose accadano e poi passa ad altro. Che sia un lavoro, un luogo, un amore, nulla è così stabile da impedire che le cose mutino con rapidità, i ricordi si dissolvano, la vita inizi di nuovo.

So bene che le cose non sono così semplici ma identifico la leggerezza con questa capacità e penso fortunato chi ad essa unisce la profondità. Sono pochi e credo sia qualcosa di innato come l’abilità nell’uso delle mani per la meccanica o quella del senso dei colori nel disegno, una capacità naturale che la vita si incarica di sviluppare e che io chiamo il senso del tempo proprio, ovvero il saper aprire e chiudere le porte dentro di sé.

Poi ci sono altri che per strane combinazioni di circuiti neuronali, hanno un’ asincronia col tempo. Vivono le cose come fossero spettatori partecipanti e per loro il sipario non cala mai, anzi la commedia viene costantemente riscritta variandone di poco la trama. Vivono, si adattano, vociano quando c’è da vociare. Non sono cattivi, né troppo diversi dal nero che confina con l’innocenza. Sono molti e medietà, a nessuno piacerebbe essere chiamato così ma ogni volta che ci si gira da un’altra parte, non si riflette perché si grida e a chi, si casca in quel conformarsi che non procura né fastidi né passioni. È un modo per guardare il mondo e gli altri lasciando che le idee, il discernere e l’unicità posseduta, pian piano si allontanino. A queste persone, e non sono poche, basta guardare e seguire, qualcosa ne verrà e se non era ciò che avevano desiderato, pazienza, se ci si adatta si sa sempre cosa fare.

Altri hanno voglia di cominciare la vera opera che ci riguarda, e questa inizia o per entusiasmo e chiarezza d’intenti, oppure quando sembra che attorno e dentro, le prospettive si svuotino. Quest’ultimo è il meditare senza saperlo, che poi lascia che emerga quel profondo che dormiva e che rende nuovi i colori e il cammino. Il vuoto, c’è lo insegna la meccanica quantistica, non solo è affollato ma è l’impalcatura dell’universo e il terreno su cui camminiamo. È da esso che nasce la strada prima ignota e nel vederla, l’io risvegliato si guarda attorno, finalmente libero di essere ciò che è e di crescere.

il primo caldo del cambiamento climatico

L’aria non riesce a girare imprigionata dal caldo, le finestre sono una scelta tra zanzare e circolazione d’aria. Tutto chiuso, scuri compresi, come quand’ero bambino e la casa arroventava a partire dai muri. Il tavolato dei pavimenti schioccava dilatando e i mobili di legno pieno, la notte si assestavano allargando le fessure. Scricchiolii, rumore di zampette di scarafaggi, pronti a fuggire con la luce accesa in una confusione comica di spinte e capovolgimenti. Il giorno dopo una mano di mordente e di alcool puro avrebbe mandato chissà dove gli abitanti dei tramezzi e dei cannicciati. Altri anni e altre case che nella loro età conservavano stagioni, sospiri, presenze che si erano susseguite per secoli, spostando muri, aprendo e chiudendo finestre, ricoprendo di infinite mani di calcina e poi di colori i muri mai dritti. Erano uno scrigno di presenza che nei catasti urbani si vedevano con altre vite e soprattutto con altre idee di famiglia e di lavoro.

Questa casa è stata costruita negli anni ’50 con i residui recuperati dai bombardamenti,ci sono mattoni pieni, persino quelli di epoca romana ma non è l’altra casa, qui ci sono state poche occasioni di di mettere assieme famiglie e di seguire il muoversi delle persone verso altre nuove case, qui non è invecchiato nessuno, i nonni non hanno atteso i nipoti a Natale per il pranzo dei parenti, altre vacanze e abitudini hanno portato altrove e anziché mettere assieme in luoghi che diventassero parte dell’infanzia, hanno aggiunto esperienze di popoli e lingue distanti. Il dialetto non si imparererà più e certi piccoli segreti e abilità si perderanno. Non c’è nostalgia, quello che è nuovo è anch’esso abilità ed esperienza e i nonni adesso sono più giovani con la stessa età: si spostanovolentieri, vivono in posti per loro nuovi come fosse una vacanza per tutti.

Mi perdo e divago, penso a come è cambiata la percezione dello stare in un luogo nell’arco della mia vita, come si è passati da una famiglia fatta di appuntamenti in case che erano pezzi di vita per ciascuno, verso un migrare che dipende dal lavoro e da come la vita si rende possibile a ciascuno. Con l’ascensore sociale fermo, i figli o vanno distanti o restano in casa, ma in entrambi i casi è mutato un contesto culturale basato sulla trasmissione orale e del fare verso qualcosa che separa le abilità tra chi usa la tecnologia e chi ne è escluso. E anche i figli insegnano ai nonni, portano nozioni che apprendono con facilità in menti abituate a ragionare per un apprendimento lento, da incasellare col precedente. Gente da libri, insomma.

Il caldo arriva a ondate che la televisione annuncia trionfalmente, di temporali non se ne parla e si affrota quello che arriva con i mezzi a disposizione. Nel pomeriggio la penombra delle stanze rende morbidi i colori. Cosa ci si potrà togliere perché la pelle sia fresca? Il condizionatore borbotta ma non basta. Chissà di che si lamenta, forse del costo dell’energia e delle politiche di pace che non vengono costruite. Questo caldo così acuto è a ondate, sorprende e atterra. Se si esce la città si rifugia nell’ombra dei portici, i tavolini dei bar seguono la corsa dell’ombra, così i camerieri cercano consumazioni secondo percorsi nuovi. fanno un po’ pena vestiti troppo per stare all’aperto e allora li vedi che occhieggiano dal fresco dell’interno se si siede un nuovo avventore.

Mi è sempre piaciuta l’immagine di fresco che dà un bicchiere di birra appena spinato, la brina lo avvolge e le gocce che scendono mostrano la bellezza del colore dell’orzo, oro avvolto di schiuma e di vetro. Da bambino, mia Nonna mi portava fuori la sera per fuggire al calore che si annidava in casa, andavamo verso le piazze che erano ben piene di persone, lì dove avrei trovato i miei amici del giorno per i giochi della notte. C’era però una sosta che si sarebbe fatta prima di tornare a casa, Lei avrebbe bevuto una birra piccola in una birreria famosa del centro e per me ci sarebbe stato un sorso e un dolce fatto di arachidi e pasta croccante con una piccola cerimonia. Il banconiere che stava dietro a un bancone di marmo sempre fresco e sempre bagnato, avrebbe chiesto a mia Nonna: el picolo lo fazemo morire de sen? ( il piccolo lo facciamo morire di sete?) e mia Nonna sorrideva e gli diceva: daghe na spuma, ma picola ( dagli una spuma ma piccola) e intanto mi faceva assaggiare la sua birra con l’anice che avrebbe reso ancora più dolce e fresca la spuma in arrivo.

Il calore adesso arriva a ondate che hanno un nome, porta sabbia e fa entrare il cuneo salino nel Po, steso nel letto ascolto l’aria sulla pelle e penso all’Africa, anche lì il mare entrava nei fiumi e rendeva tutto sterile attorno, i popoli si spostavano e cercavano un luogo nuovo in cui stare. Migranti peer necessità. Solo le mangrovie resistevano e facevano barriera, c’era un programmma di piantarne decine di migliaia ma i soldi erano più lenti del mare e il sale entrava nella terra e nei pozzi. Per questo penso che ciò che già è accaduto altrove può assumere un altro nome da noi, ma cambierà le vite e non basterà chiudere gli scuri di giorno per aprirli la notte.