seconda decade di ottobre

Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni,  importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.

Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva  festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene. 

Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.

La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello,  ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.

 

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.

e così Maria se n’è andata

E così Maria se n’è andata. In silenzio, in una casa di riposo, lei che non riposava a casa e teneva in ordine anche il vicolo. Se n’è andata a un’età che vorremmo in molti, con la consapevolezza di avere vissuto una vita difficile in cui aveva trovato le sue ragioni e il suo posto. Al funerale mancavano quelli che aveva cresciuti come figli, c’erano i figli suoi. Diceva che aveva avuto molto dai primi come affetto e presenza e se non c’erano di certo una ragione ci sarà stata. Ci sono persone che non vanno mai ai funerali, preferiscono non aver nulla a che fare con un commiato collettivo, forse vogliono congedarsi piano piano nella testa. In silenzio. Senza riti o formule che si ripetono. Forse è così.

Maria faceva un risotto di funghi strepitoso, che di certo ricordano quelli che aveva cresciuto come figli, quando lo faceva lo offriva anche ai vicini.  Era una brava cuoca. Credo avesse imparato, come accadeva un tempo, piano piano da tutti quelli che insegnavano nelle case, perché il cibo teneva assieme le famiglie e il desinare era il luogo dello scambio e della quiete comune.

L’ho conosciuta con la sua naturalezza, mi dava del signore e mi rivolgeva la parola la mattina quando uscivo. Mi raccontava di sé, della sua stanchezza accumulata in molti anni difficili, assieme alle parole buone per chi aveva conosciuto profondamente. Erano pochi minuti che mi aggiustavano la giornata, toglievano quelle preoccupazioni che sono inutili prima che le cose vadano per il loro verso. Perché le cose spingono in una direzione e noi lo sappiamo, solo che ci illudiamo di rovesciarle, Maria le aveva assecondate come si liscia il pelo a un gatto, sovrapensiero. Finito di scambiare le parole della mattina, riprendeva la scopa e puliva il vicolo, perché di qualcuno doveva prendersi cura e in questo caso eravamo noi e le cose. C’era una profonda consapevolezza dello stare assieme, del non tirarsi indietro in quello che faceva e insegnava a chi, come me, sembrava preso da cose che escludevano anziché includere. Poi un giorno ha scelto di andarsene in casa di riposo. Non ce la faceva più, diceva, ma nessuno di noi le credeva. Siamo in pochi nel vicolo, cambiavano le persone e forse non le bastavamo più con le nostre disattenzioni. È vissuta diversi anni in quella casa di riposo, segno che la vita le era cara. Poi ha chiesto di tornare un momento nella casa che aveva amato. Ma dopo. E così credo che se ne sia andata solo a funerale avvenuto. Ho pensato che volesse ancora sentire l’aria di questi posti dov’era vissuta. Magari non è così e non c’è nulla che continui, ma è bello pensare che le persone riescano a chiudere le vite come avrebbero voluto.

 

ciò che ci forma

Ci sono frasi che non si scordano, riemergono improvvise nella vita e sembrano riassumerla perché l’hanno a suo tempo guidata, fornendo scelte e modelli. Sono racchiuse in libri, dischi e film che hanno inciso così tanto nell’immaginazione, allora, da volerli far propri e vivere come nostri.

Cosa accade nella testa di un ragazzo che vuole leggere il mondo oltre la realtà che vive, che vuole alimentare sogni destinati a realizzarsi, che sente desideri nuovi che lo agitano e risposte insufficienti in che lo attornia?
Quando ero giovane, leggevo, libri su libri senza un criterio che non fosse la scoperta e il piacere di leggere, ascoltavo musica che riascoltavo infinite volte, vedevo film che mi parevano così giusti e densi di valori da essere la vita che avrei interpretato.
C’era molto altro attorno, ma una città media per quanto orgogliosa della sua Università con la libertà come motto, è sempre conservatrice. Anzi potremmo dire che le città e la maggioranza dei loro abitanti sono sempre conservatori e così le famiglie nel migliore dei casi lo sono, nelle altre fattispecie cercano di essere differenti e magari confondono e rendono complicata la ribellione dei figli. Così la mia città da un lato mi riempiva di stimoli e dall’altro creava insoddisfazione, era una finestra, neanche tanto ampia che permetteva di vedere, ma non di toccare ciò che sembrava nuovo e urgente. Allora erano i libri a formare, assieme alla musica e al cinema. Leggevo, vedevo, ascoltavo non ciò che piaceva ai miei genitori, agli insegnanti e neppure a molti dei miei compagni, ma a me. L’identità sociale si formava per contrasto e Il compagno di Pavese, Il partigiano Johnny di Fenoglio, o l’ Hemingway di Per chi suona la campana, o ancora i due diversi Levi, con Cristo si è fermato a Eboli e Se questo è un uomo diventavano, insieme a molto altro, la risposta a una voglia di giustizia e di politica da mischiare alla vita. Ma questi autori si affiancavano a Bulgakov o alla irta scoperta  di Joyce, i russi, gli americani della grande depressione e quelli nuovi, da Malamud a Salinger, mescolati alle letture di Freud e di Russel e chissà di quanto altro che ora si è mescolato con la vita e attende di essere richiamato da quei pomeriggi in cui arrivavo a sera con le guance rosse e gli occhi stanchi. Si chiamano ora romanzi o libri di formazione, ma io non lo sapevo e neppure volevo formarmi, ero incuriosito da un mondo che era fuori e di cui nessuno mi parlava. Non era il mondo dei giornali o della televisione fatta di quiz e di sceneggiati televisivi, di tribune politiche e di spettacoli del sabato sera, era un mondo differente che arrivava con la descrizione di ciò che si provava altrove, di cosa si agitava dentro agli uomini che non avrebbero fatto per forza grandi cose, ma sarebbero stati se stessi. E tutto questo si mescolava con il cinema che mostrava l’Italia del malessere e delle periferie, assieme alla Dolce vita, con la musica che aveva i suoni possenti della classica accanto a una nuova generazione di cantanti che si rivolgevano direttamente ai ragazzi con parole mai sentite prima. Tutto parlava e diventava domanda e insieme risposta, sino a trovare qualcosa che si metteva in accordo con quello che c’era dentro e non era ben chiaro però sembrava giusto. Ecco quella era la vita che avrei voluto.

Non so cosa abbiate letto voi, cosa sia stato importante per le vostre idee. Non so se vi tornano le frasi che vi hanno colpito allora, ma sono sicuro che se leggete, siete stati diversi e uguali, anche voi intrisi di sogni e aspettative. Che allora si sono formati caratteri e ideali, desideri e voglie, e che molti dei tempi successivi hanno affinato ciò che allora era da sgrossare, e lo sapevate, ma era così urgente e forte che non si poteva fare altro.

Con timore, trepidazione e spavalderia, non si poteva fare altro e ci avrebbe pensato la vita a togliere quello che era in più.

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

di certo ci sarà un senso

Di certo ci sarà un senso profondo nel vento di tramontana che porta freddo e limpidezza, nei palazzi e nelle cose che s’avvicinano luminose.

Di certo avrà un senso un guanto rosso abbandonato che nessuno raccoglie, ma anche il fluire tranquillo delle persone sotto i portici e le finestre aperte ad accogliere il sole avranno un senso se per vie misteriose parlano allo sguardo.

Avrà un senso il soffermarsi a parlare con uno sconosciuto che si scusa per il suo camminare lento e racconta che, adesso a ottantotto anni, vede molte più cose d’un tempo, gode di questo sole di settembre e pensa che ciò che ha attorno è bello e merita la sua attenzione alla vita. Avrà un senso desiderare d’incontrarlo ancora per le sue parole cortesi e tranquille che diventano un dono inaspettato.

Avrà un senso tutto questo tempo che non si spezzetta ed è così pieno di nuovo, che posticipa ciò che non è proprio necessario, che chiede di guardare, di accogliere ciò che prima si nascondeva nella fretta.

Avrà un senso profondo il mettere assieme ciò che sembra disparato eppure interroga con la distrazione di chi sa che nulla si perde, tantomeno il tempo, quando esso ci mette in comunicazione con il mondo.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

l’inutile, alla fine

cof

Avevo cominciato con quel tono di voce basso che mi viene naturale quando voglio dire qualcosa che è riservato a chi mi sta davanti. Spesso è una riflessione, o un’acquisizione faticosa, oppure un piccolo segreto che prima era stato una paura silente. Attorno c’erano le persone distratte dei bar, il tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, le voci dei baristi che parlavano tra loro di ordinazioni e con i clienti. Noi non abbiamo le atmosfere di Carver e neppure le solitudini di Hooper, quelle le riserviamo alle chiese o ai musei di periferia. Nei bar c’è sempre un motivo per essere in parecchi, perché sono un composito rispondere alle solitudini, credo, comunque il tono della voce era basso e parlava di solitudini, di impossibilità di comunicare per davvero quello che sta sotto il primo strato di sentimenti.

Mancano le parole giuste, dicevo, perché la comunicazione si è fermata più in superficie e sotto, non aveva bisogno di avere un tramite tra realtà interiore e la sua rappresentazione. Questo, dicevo, motivava il fatto che spesso anche tra persone che si vogliono bene non si riesce a trovare il modo di dirsi la ragione dello scontento o della contentezza profonda, forse perché questa sembra non spiegabile o banale. E comunque quando si cerca di dirla le parole hanno contorni poco netti, si sente il bisogno di aggiungere parole e si fa peggio. Insomma, a bassa voce, cercavo di spiegare quello che chi scava e si cerca dentro, sa, ossia che dopo un po’ ci si ritrova con qualcuno che non si conosce appieno, ed è familiare quel tanto da tenerlo in casa, ma si capisce che è lui che comanda l’umore, che assicura le continuità, che decide se un sentimento può essere adeguato o meno al desiderio.

Parlavo di pulsioni che non si soddisfano, ma capivo che la parola sembrava più uno spintone in una direzione che un accompagnare verso un piacere o un essere più pieno. Ed era questa la consapevolezza in cui incespicavo da tempo ossia quella dell’assomigliarsi. Da lungo tempo avevo concluso che il senso della vita era un cercare di essere simili a ciò che si è davvero, e nonostante i condizionamenti, l’educazione, le regole e la necessità, l’io si contemperasse con un noi. Mi sembrava una buona strada, aveva il pregio di non finire e prometteva di stare sempre meglio con gli anni,  nonostante la memoria accumulasse esperienze, gioie finite e fallimenti, insomma quello che chiamiamo occasioni perdute. C’era sempre abbastanza novità da scoprire nel daimon che rendeva utile ma mai definitivo il passato. Questo assomigliarsi sembrava un’opera che sgorgasse per suo conto: bisognava approfondire la conoscenza ed essa veniva fuori un po’ per volta.

Questo fino a non molto tempo fa, poi mi ero accorto che bisognava partire da una domanda imperfetta con risposte parziali, ma che esigeva una risposta altrettanto parziale e imperfetta: cosa volevo per davvero e chi ero. E là sotto, passato lo strato superficiale, seguendo i meandri di qualcosa che aveva poche parole per essere definito, trovavo contraddizioni apparenti: c’era la realtà percepita da un cieco sensibile e attento che rifiutava ogni scusa o risposta inadeguata. Con lui non si poteva fingere; si poteva fare quello che conveniva, quello che era necessario, e lui, semplicemente sarebbe stato insoddisfatto, avrebbe un po’ mutato l’umore, ma non avrebbe accettato scuse. Insomma era un  motore incessante di cambiamento non di adeguamento. Non gli potevi descrivere la realtà come la vedevi, perché immediatamente ti chiedeva dov’eri in questa realtà, perché la pulsione, lo spintone di cui parlavo, era per lui un motore incessante, ricco di energia che spingeva e chiedeva dimostrazioni tangibili per i desideri.

Dicevo, a voce sempre più bassa, che in fondo noi siamo i nostri desideri per chi ci vede e che la soddisfazione o meno di essi, oltre al nostro scontento, determinava l’idea del fallire qualcosa che ci riguardava. Andava bene sublimare, ma qualche sbocco poi doveva essere trovato. Insomma facevo queste considerazioni e capivo che mi mancavano pezzi e parole, che comunicare è fatica, che muoversi in terreni che riguardavano l’intimità di noi stessi, oltre che essere riservato, diventava complicato per l’attenzione. Perché in fondo tutti vorremmo uscire dalla piscina e dire Eureka, come Archimede, e pensare che tutti capiscano subito la profondità di ciò che si è scoperto, ma in realtà altri daimon stanno stesi al sole o nuotano distrattamente, e sono compresi neri loro pensieri nell’attesa di un aperitivo o di una sera che soddisfi un desiderio.

Poi allineare tanto sentire non è mai cosa facile e per quasi tutti, credo, un’attività inutile.

 

 

cannelle

Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.

Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.

Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.

Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.