Willyco

in alto, senza parere

Willyco

nelle case calde e pensierose

Un sogno nero come la notte del cuore,

porte che si susseguono,

muri che assorbono gelosi il sentire e la luce,

e trattengono i sogni, le mute grida di nascite.

Ci sono stati litigi, poi pacificazioni inseminate di risate,
ma anche silenzi pesanti più della pietra,

e respiri che tenevano tra i denti parole ansiose d’essere dette.

Quante volte sarai ancora felice,

è stato sussurrato alla pelle,

ricorderai il luogo, l’ora, il calore che piano stempera nel sonno? 

Cosa ne rimane di ciò che dici perché sia duro nocciolo l’oblio,

e fulgida la sensazione d’aver vissuto?

Nelle case calde e pensierose, a volte, un naso si schiaccia sul vetro, 

gli occhi seguono il rincorrere di gocce che si confondono e ingrossano,

che sfociano in rivoli senza nome.

Un pensiero e un dito segue d’acqua una strada 

e poi torna a giocare felice.

 

caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

ruggine

Degli involucri fragili e tondi messi a guardia dell’io, uno in particolare merita d’essere indagato per la sua funzione di aggiusta crepe: la dignità del nostro tempo.

Essendo noi oggetti comunque fragili, la pressione che generiamo all’interno del sinuoso vaso che ci contiene è proporzionale allo scostamento tra desideri e ppossibilità. Più alto è lo scostamento tanto più alta è la pressione che genera dipendenza, ovvero bisogno, e infine, incapacità di vivere. Per questo generiamo ruggine, scaglie ossidate di io che si disperdono e consumano.

Meglio un vaso che si rompe e che potra aggiustarsi con saldature d’oro che un foro che s’allarga e diventa incolmabile.

Ruggine è la colpa di ciò che non si è fatto, ancora ruggine è l’abitudine che consuma il tempo. Ruggine è il lasciarsi affogare in luoghi comuni. Ruggine è il rimpianto che impedisce di vivere il nuovo. Ruggine è ciò che consuma i sogni e restringe il cuore.

questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

a sé, in disposizione

Un sogno o una malvissuta paura riga il giorno,

prima d’un crocicchio l’ignoto riposa,

silente ancora dorme con l’illusione e la certezza,

dolcezze che solo il cuore ospita serene, 

distratto, intanto, un lavorio di dita segue una piega di carne,

appallottola un pensiero:

c’è l’abbindolarsi che dell’altalena suona il moto tra terra e cielo, mentre immoto resta,

o il desiderio repentino all’alba, poi  dolce naufrago nel meriggio,

che nell’insoluto s’infratta, e inatteso scuote, di senso, i suoi piccoli sonagli.

La nebbia che non cade mai ci avvolge,

e apre,

all’abbraccio più dolce di dolcezza, e all’inverno il cuore,

come la tua mano, fredda prima e poi calda nella mia

che cerca e cerco. 

Ecco a che servo

e servire è mettersi a sé in disposizione.

 

ragazzo

Mentre fatica a trovare forma di libro un pensiero scarruffato si agita, percorre, muta e le follie maggiori lo guardano sornione. Più misericordiose quelle minori, in forma di nuance malinconiche, raccontano. Ed è un arrivare e ritrarsi di cose non finite, di slanci, di immagini, di cieli che si sono detti e poi raccontati, di parole apparentemente dimenticate che corrispondevano a cose perdute. Tornano.

Madamina il catalogo è questo, perché tutti siamo don Giovanni nella vita e a volte Bovary. O almeno lo sono stati con noi quelli che si sono scelti. I sodali, i compagni di interminabili parentesi, le inutilità personificate e vissute sino a diventare essenziali. Così gli anni non compiuti dovrebbero essere di piombo, ma non è vero: sono piume disperse che gli occhi della mente segue e ritrova mutate. E il meglio non è mai diventato basalto, al più granito che si sfalda in minuscoli semi lucenti o arenaria che vola col vento, buona per clessidre che nessuno volta più, buona per scorrere l’impalpabile dentro. Buona per essere l’essenza del tempo che si respira, che è un noi che torna, che oscura il sole e ricorda i deserti che non sono mai tali per davvero.  Molte delle cose scritte sono vere. basterebbe questo per dire che noi siamo il dubbio ed è solo il tono che toglie aria e accorcia l’orizzonte. Forse oggi fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, ma ormai è più semplice raccontarlo e restare al piacere del nuoto.

Penso ed è già una vere delle scelte, penso e si pone il tema di come combinare pensiero con il corpo. Penso e condivido poco o molto, dipende. Più spesso poco, con gli anni, si imparano trucchi che disseminano più che rendere evidente, è la sindrome di Pollicino che in realtà non vuole tornare ma avere la sicurezza di un luogo dietro di sé.  Il fatto è che è inutile tornare se non c’è ciò che si pensa e si inizia a morire quando si torna alla stessa delusione ogni sera, quando rarefà l’attesa, il nuovo e diventa abitudine. Solo abitudine. 

I sessantottini ed emuli seguenti, non vogliono invecchiare. Faccio parte della prima generazione che rifiuta il declino, che ha visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza, disillusione casomai nel confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare il sentire e l’età. Mi dico che siamo solo patetici, a volte, ma senza capirlo, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Questo aver vissuto intensamente pone davanti al bivio se vivere di ricordi o avere progetti, speranze, passioni. Alla fine mi parlo da solo e concludo che bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare e spiegare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a impegnarsi, ad essere anche d’altri, per necessità, perché certifica che si esiste, soprattutto a noi stessi, ed è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro. Torna il pensiero che non si dev’essere il vecchio Casanova di Fellini, ma restare se stessi senza la pateticità dell’essere ciò che non si è. Desiderando, indagando, approssimando e non trovando, mentre si riprende a cercare quel pezzo che manca e che deve esistere da qualche parte. Deve esistere.

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

l’intelligenza del filosofo e del chirurgo

Hai l’intelligenza del filosofo e del chirurgo.

?

Vorresti quella del folle?

Qualche volta il dubbio mi è venuto, mi piace quello che ti sorprende perché la sua logica è diversa. Perché ha altre regole.

Magari è perché parla di sé parlando di te?

Nelle parole che esprimono il pensiero profondo, se tagli non resta nulla o quasi: solo pezzettini di carne viva.

Non resta nulla perché sono liberi

Oh si, e non hanno altra logica se non il riunirsi. Ricomporsi nella testa e nel corpo di chi ascolta e condivide. Corpo, mente e sentimento riuniti e interagenti: Spinoza banalizzato e glorificato nella prassi. 

Ti piacerebbe fosse così, vero? 

Certo, anche se in questo scomporre e ricomporre la parte ardua è ricomprendere qualcun altro e sentirlo come parte di sé da sempre. 

Questa è una intelligenza folle, perché si fida, si affida.

Anche l’amore fusione ha questa follia al fondo: ricostituire l’uno. Ricostruire due identità diversamente mescolate e interagenti. Tanto che poi ogni cosa sorprenda perché era conosciuta dapprima però non percepita. Non intuita ma sentita, con la libertà di mettere nell’altro la propria libertà.

Il folle sentirebbe già un tradimento. Però c’è un vantaggio: bisogna essere molto semplici.

Verissimo. La semplicità di cui parli è un punto d’arrivo. Un cammino che vale la vita.

Si, è un percorso. Anche amare è un percorso.

La chimica dell’innamoramento non dice nulla al riguardo, anzi glorifica la corsa.

Certo confonde le idee con l’onnipotenza e l’eternità, poi viene il resto, ossia il crescere comune perché si è investito assieme. Ma se l’amore è profondo, ha una intelligenza incredibile.

Si. Anche io credo nella sua autonomia.

Sembra un’offesa al sentimento ma l’amore ha la grazia del costruire e la forza della passione che vuole. È nel volere che si annodano i destini. E il filosofo e il chirurgo allegramente si parlano.

 

 

 

non ci si merita niente tranne l’amore

” Scrivilo come sei arrivata fin qui. 

Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l’amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. 

Ti ricordi del primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne l’amore, che l’amore è come diventi una persona e perché.” pg.332

Tartarughe all’infinito di John Green. Ed. Rizzoli

L’amore a volte biforca, e allora qualcuno chiede se si possano amare due persone. O una persona e una cosa. O un impegno totalizzante e una persona. Dipende perché parliamo di ricomporre ciò che si sta dividendo dentro.  Dipende perché davanti a un bivio comunque si rallenta, poi la strada prosegue, e raramente si intreccia nuovamente, ma aprirà altri bivi più avanti e nei momenti di nulla ci si chiederà cosa sarebbe accaduto se si fosse scelta l’altra strada. Sarebbe accaduto, ma non sarebbe stato di più o di meno perché noi siamo la nostra misura. Comunque. Sempre. Tutto diversamente si eguaglia ed è quel diversamente che ci definisce e alla fine tutto ci ricompone. È vero, quando impariamo che l’amore può essere corrisposto diventiamo persone. Siamo riconosciuti lì dove prima eravamo invisibili. Si palesa qualcosa che voleva crescere. Quando si impara ad amare non lo si dimentica più. Lo si sbaglia, per eccesso o per difetto, ma sarà sempre qualcosa che si conosce e che insieme è nuovo. In attesa di essere riconosciuto, ci aspetta: non è una speranza, è la nostra follia positiva, la certezza che spinge e acquieta.