mattinale

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C’è un grosso topo spiaccicato sull’asfalto. Le auto fanno scempio. Non provoca nulla, o forse un sollievo, che sia il ricordo della grande peste del ‘300 che ancora dura? Uno in meno, la tenerezza è riservata ai gatti, ai ricci e ai cani. E’ proprio fine settembre. La luce è calda e polverosa. Sospende pollini, bruma e vapori del primo mattino. Appena fuori città c’è la campagna, anche se non è più tale per il proliferare di case senza regola. Fino a tre anni fa, bastava un ettaro coltivato per costruire casa e annesso rustico. Hanno comprato, piantato vivai e poi arato tutto dopo l’abitabilità. Visti dall’alto, gli appezzamenti sono tessere di un mosaico rozzo e colorato, poco utili alla coltivazione da reddito, però sono ricchi di verde. Un tempo anche la città era così. Quand’ero bambino, c’erano gli orti in città, gli animali da cortile. Il brolo si alternava alle case signorili. Ora non più, ma un pregio delle città medie, è che hanno conservato un verde interno accettabile, hanno molti servizi, e sono percorribili a piedi e in bicicletta. La campagna comincia appena fuori dei quartieri di periferia. Anzi si insinua in essi mentre le case diradano, ed è un verde curato che sembra farsi strada, assediare la città, mentre è un connubio senza cultura, una simbiosi ancora indecisa sul che fare. La crisi ha arrestato l’espansione, sembra che si stia radicando l’idea di aver abbastanza e che ora sarà necessario rimettere in ordine, ristruttirare.

All’edicola un signore molto obeso, si fa largo. Occupa l’intero spazio verso l’edicolante. Compra cronaca vera. Ha i movimenti lenti, una lunga barba bianca, calzoncini corti e una maglietta in cui si è perduto il conto delle X prima della L, porta sandali sui piedi nudi. Potrebbe essere un mio coetaneo, non leggiamo le stesse cose, ma anche lui va in bici. Si terge il sudore, abbondante nell’aria fresca. L’obesità alza molto la temperatura, i magri vivono nel freddo. Chissà cos’è accaduto che ha fatto virare il piacere sul cibo. Compensiamo con ciò che è facile. Penso. Le difficoltà si sommano, una timidezza, un lasciarsi andare, una spinta a ritmare la giornata sulla bocca che addenta e si riempie di gusto, poi tutto diventa irreversibile, o quasi.

Stamattina, appena sveglio, ho aperto le finestre. Mi piaceva l’aria fresca sulla pelle, finche il profumo di caffè si spandeva. E’ già l’aria d’autunno. Ha un sentore umido, ben diverso da quello delle altre stagioni, preannucia picchi di caldo assieme a cadute di temperatura. Non promette più nulla. Mi appoggio sulla stagione che viene, ne seguo le sinuosità e cerco ciò che mi fa sentire lo scorrere del tempo. Il tempo delle stagioni è senso, somma, cornice a ciò che facciamo. Ciò che conta è il nostro tempo. Guardo i tetti attorno, li conosco nelle stagioni, nel loro bagnarsi, riempirsi di neve, seccare nel sole. Si stanno riempiendo di muschi e gli uccelli sono più radi.

Il rtempo interiore, le età che restano e si parlano, tutto assieme: contenere, non essere contenuti. Mi viene in mente una canzone. Era malinconica. Parlava di un tempo fatto di somme più che di occasioni. Canticchio e rimando qualche piccola tortura al mio corpo. Non ho più cuore di sfidarlo, ho fatto pace con lui anche se non lo tratto come vorrei. Gli risparmio le sfide inutili.

C’è molta, laboriosa, pace attorno, ciascuno si occupa di qualcosa, io mi occupo di me.

palliativi

Ho bisogno d’aggiustar qualcosa,

un orologio, una penna, un libro,

anche una cornice potrebbe bastare.

Ho bisogno di piccole cose che corrano per il tavolo,

di vitine da stringere a fatica tra le dita,

della necessità di mettere a fuoco, 

e aguzzando gli occhi, intanto pensare

perduto in problemi che hanno soluzioni.

Si potrebbe pensare che ciò sia metafora di qualcosa,

che altra sia la pena o il disagio

ma che conta se dalle risposte ingegnose,

verrà poi una strana pace

senza guerra né oggetto?

.

komorebi

 

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il chiaro tra i fiori sospendeva polvere e insetti,

anche il vento si fermò a guardare,

e prima di riprendere ad agitare spighe e piccole corolle,

si chiese o pensò,

perché una linea di luce curvasse

per abbracciare tanta bellezza.

Non c’erano risposte

che tenessero quieto il cuore,

così i fiori e gli steli continuarono a muoversi,

e sembrava una danza immersa nella luce,

un amore felice e indifferente. 

mattino

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Mi piace far entrare la luce appena sveglio, il gesto ampio che fa scorrere la tenda sui suoi anelli. La luce che la gonfia di sole.

Mi piacciono i pesci blu che si susseguono in fantasie africane. Gli uccelli grassocci delle fantasie nordiche che attendono il mio passaggio e la luce, le tende diverse che si aprono.

Mi piace il primo sguardo al modo grande e piccolo che conosco e che sta fuori, tra le case, così pieno di persone e di vite che solo intuisco.

Mi piace la luce, l’aria che entra dalla finestra aperta.

Mi piacciono i gesti che ripetiamo in case differenti e il legame che ci tiene assieme pur distanti.

Mi piace il pensiero che è solo sensazione e non deve ancora nulla.

Mi piace il sorriso ai caffè che ciascuno berrà, alla giornata che inizia.

Mi piacciono i pensieri ancora leggeri, ancora senza fretta, ancora liberi come i sogni appena lasciati. 

sidereus nuncius

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le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

17.35

Come usa la sera di novembre,

è fioca quest’aria di primo freddo,

che non sa dove andare e s’appiccica alle case.

Chiude balconi e persiane, accende le piccole luci nei bar,

esce, s’aggrappa ai passi frettolosi,

spegne le labbra che non han baci,

spalma il freddo sui cappottini rossi da stringere forte,

è sera fredda e lo sa bene,

al più concede sorrisi da scambiare correndo.

Lontano suona un telefono,

con l’antico tintinnio che evoca oggetti d’altra età:

le cose non sono ciò che sembrano,

tutto scorre attorno e anche la luce scivola sui muri

fioca di piccole paure, circonda gli uomini la sera.

Che noia il vivere senza certezza d’amore,

che vuoti scava la parola

quando incerta vibra nell’aria,

e lascia stupiti il silenzio: forse quella parola non s’è mai detta?

C’è sembrato, magari era un pensiero più forte,

un’urgenza, un piccolo richiamo d’attenzione,

di novembre, le voci interiori prendono scuri toni di basso,

sciolgono capelli intrecciati e attendono la notte,

e mentre il primo freddo si fa strada, fioca è la sera,

ma nei rumori frettolosi non c’è udito per sentire.

la rava e la fava

Mattinata colma e calma. Si comincia con una riunione senza odg. I presenti attendono e sono solo. Imprecare contro chi latita non serve, usare il mestiere, puntare sul tre. Il tre è magico, rassicura. Tre punti: stato delle cose, necessità e prospettive, obbiettivi. Arriva la “spalla” è pessimista, lo prenderei a calci sugli stinchi. Mi propongo di cucire le proposte con il motivare, essere realisti, porre mete raggiungibili. Ostento determinazione e fiducia: non ho alternative e quindi deve andare bene. In un’ora si chiude. Saluto e schizzo via verso un appuntamento. Ho 15 minuti per attraversare la città. Ne impiego 20 e sono in anticipo, miracoli dello spazio tempo, aspetto in cortile. Mi piace aspettare, serve per pensare ad altro e sono talmente tante le cose che si possono fare aspettando…

Nell’aria c’è un profumino di salsa al pomodoro. E’ la seconda volta che capito da queste parti all’ora di pranzo e sento lo stesso profumo. immagino pastasciutte generose, canottiere e calzoni corti, il mezzo bicchiere di vino e il pisolo breve dopo pranzo. Fa caldo, c’è un sole sfolgorante e doveva piovere.

L’incontro dura 5 minuti e riattraverso la città. Il bello delle città medie è che tutto è vicino, magari ci si impiega un’ora per il traffico, ma è vicino. Mentalmente attiguo.

La mattinata continua verso il pomeriggio. Centro studi: dopodomani c’è il convegno. Devo ancora iniziare a ragionare sulla mia relazione. Potrei parlare del nulla: non so nulla, sono un esperto. Cerco di raccogliere le idee su un lavoro precedente, tra miriadi di contrattempi e decisioni da prendere. Bisogna sostituire l’addetto alle riprese, ispezionare la sala. Fatto tutto per telefono. Che meraviglia il telefono quando serve a risolvere. E che dannazione quando dall’altra parte rimandano le decisioni. Manca il ministro, non si sa se verrà qualcuno in sua vece, anche l’assessore manda un sostituto. Già, forse veniva solo perché c’era il ministro. Il rischio è che si squaglino tutti.  Allontanare il negativo, calma, le cose si risolvono. Sembra un cubo di Rubik, si mescolano le relazioni e i colori, speriamo resti un cubo. Le certezze sono rimandate al pomeriggio. Mi viene in mete Garcia Lorca e le fatali 5 della sera. Non accade nulla alle 5 della sera, solo in Spagna ci sono le rese dei conti, qui al più pensano all’aperitivo.

E’ strano che il tempo in cui dovremmo fare altro di urgente si accorci, che qualche impiccio nuovo e non rinviabile si sovrapponga. Rinvio la relazione, qualcosa inventerò, mi alzerò presto domattina. Mi sembra d’essere tornato a scuola quando il presto alla mattina metteva a posto la coscienza sull’orlo della paura. Domattina non ci sono per nessuno. Forse, dipende. Quel che è certo è che qualcosa mercoledì bisognerà dire. Magari che sia consequenziale, nuovo e magari con qualche spruzzo di intelligenza: una cosa impossibile. Resta l’insalata di rava e fava, invocare la narrazione, alludere, lasciar intuire. Sì ma qualche idea domattina dovrà uscire.

Calma e gesso che le settimane passano e pure i convegni. 

materie seconde

Dal marmista, recuperano le lastre;

tra cari e inconsolabili,

graffiati su vecchie lapidi,

dalla casa viene odore di soffritto

e pomodoro che sobbolle.

La vita si fa strada come i rami nell’aria.

luci rosse

Tra le case alte luci rosse, 

nella notte punteggiano tralicci, torri,

scheletri di ferro in cui frullano parole,

segnali, brividi d’onde.

La notte non fa paura,

come quando il verso d’uccello la percuote,

non spaventa il lontano abbaiare di cani,

e nessuno si stringe al vicino

per battere all’unisono un cuore,

però siamo soli,

avvolti nel nero che si punteggia di luci,

circondati da sussurri che non parlano davvero,

mentre nel cuore si stringe la pena di quella luce che non disseta,

ma toglie solo la paura della solitudine

che si risucchia dentro.

caldo

Son contento del mio colletto coreano,

del lino sulla pelle,

e così affronto il sole, la calura tra le case,

la mia camicia azzurra mi protegge

e lascia scivolare il fastidio delle giornate,

in cui trovare uno scopo è già vittoria.