Penso a come l’avrebbe immaginata Rodari (un comunista allegro), la Repubblica e la sua festa. Una sfilata in cui ci fossero gli insegnanti e gli studenti, gli operai e gli impiegati, i ragazzi e i pensionati, le mamme e i bambini, i medici e gli ammalati ( quelli che han bisogno d’aria e che negli ospedali attendono d’essere guariti), gli avvocati e i poliziotti, i giudici e gli imputati, gli artigiani e gli statali, i ricchi e i poveretti, i santi e quelli un po’ dannati, gli immigrati e i razzisti, gli incazzati e i buoni, gli esodati e i pensionati baby, i disoccupati e quelli che non vogliono andare in pensione, i calciatori e i ginnasti, le ballerine e gli attori, gli evasori e i finanzieri, i ladri e i carabinieri, i clandestini e i rifugiati, i raccoglitori di pomodoro e di carciofi con in coda i caporali, gli agricoltori e i camionisti, i pastori e i lattai, i ciabattini e i commercianti, i fornai e i fioristi, i pescatori e gli artisti, i pasticceri e i salutisti, gli osti e i camerieri, i baristi e i parrucchieri, le prostitute e i clienti, gli scoppiati e i cantanti, gli onorevoli e le badanti, le commesse e i clienti, i postini e i naviganti, gli ignoranti e i sapienti e tutti quelli che non ricordo, ma che ci sono e stanno qui attorno. Certo anche i militari, ma in mezzo a tutti quanti. Solo gli indifferenti terrei fuori, i cinici e i codardi, tanto non verrebbero, troppo impegno essere tra gli altri.
E così, mentre le bande suonano, i bambini lanciano coriandoli e battono le mani, il paese sfila, si guarda e scopre d’essere quello d’ogni giorno, finalmente diverso e unito.
Archivi categoria: mantra in forma di parola
oscurità
Quando, nella notte, il sonno si ritrae,
diviene fatica il sogno,
l’oscurità prende la ragione,
allora è forte il desiderio del giorno,
unica salvezza per discernere,
risposta se vi sia tempo alla vita.
Forte è il peso del reale,
e non è neppure la verità
ma chiede alle dita della bellezza
se ancora potranno scorrere,
meditando pensose, sugli uomini.
Se l’un l’altro potranno unire
l’unità che trabocca dal bisogno.
Sappiamo troppo del mondo,
ed è solo l’apparenza,
per sentirne il dolore vero,
la tenebra che avvolge le coscienze,
bisogna ascoltare e parole terribili vengono pronunciate: ricada su di noi il sangue,
ma siano sterminati.
Baratri d’odio vengono aperti nella luce,
odio che s’accumula ovunque,
odio che rende i corpi, le menti,
spazzatura d’umanita, negli sterpi gettata.
Odio che toglie luce,
che nega la tragedia,
odio che vorrebbe essere ragione,
odio che corrode,
che giustifica ogni crimine,
odio che uccide l’ amore che redime.
Sappiamo troppo per non provare
e capire che questo non finisce
che ci riguarda perché ci muta,
perché lacera prima le parole
e poi il silenzio.
Connivenza, disumana indifferenza.
Saremo travolti dall’odio
senza un risveglio di pietà,
senza un accendere la luce,
per guardarsi attorno,
vedendo gli affetti che respirano
che sono con noi nei sogni.
Non basta rinviare al giorno,
esso porta tempo e luce
e quanti di energia da spendere,
per fermare l’abisso,
ma vuole che ci sia argine al vuoto,
che l’odio si fermi
e venga sconfitto,
per conservare la capacità di ridere,
per amare e fare e disperdere,
ma vivere,
vivere e far vivere,
amare e insieme vivere.
pensieri confusi sull’innocenza




Tu mi parlavi di un’età dell’innocenza. Un azzerare il tempo che tira una riga tra un prima e un dopo, e l’età dell’innocenza non sembrava essere solo quella dell’equilibrio nel desiderio, la soddisfazione piena dove tutto è semplice e possibile.
Credo sia una tentazione (pensai), quella dell’innocenza, a cui non sfuggiamo mai, per un bisogno di essere stati prima dello sfiorire. Partire da un profumo greve di realtà, che è un intelligere il mondo, i rapporti tra sentimenti, le cose, cercando di scrostare vecchie morali consunte che mantengono ben occultati i modelli di una primigenia purezza.
Che fosse per l’uno o per l’altro bisogno, questa parola emergeva tra le tue ed era un sinonimo di bellezza. E la mia testa correva ad altre vite dove la purezza e la bellezza si erano fatalmente scisse in un continuo bere dalla coppa della velocità del vivere ed era un’impressione che nei tuoi confronti non avevo mai avuto.
Come cercare allora la purezza/bellezza (dissi), se non nel gesto puro, nel sentire puro, dove tutto si annulla nel rapporto tra chi sente la bellezza e l’oggetto di quella percezione. E quanto si complica tra umani tutto questo, nell’introdurre la comunicazione, lo stesso sentire che diventa una condizione del condividere nel profondo. Non esistono bellezze asimmetriche che portino alla purezza (pensai), le bellezze parziali sono sempre una copia mal riuscita e chi le vive sa che quel pezzo di sentire ha bisogno di qualcos’altro per completarsi. La bellezza si completa in noi (questo pensai), abbiamo noi il pezzo mancante che ci affranca dalla nostra condizione, ci rende altri.
Chi percepisce la bellezza non può restare uguale a prima e questo mutare lo rende fragile, inerme, consegnato all’incapacità di comunicare ciò che sente davvero.
(dissi) Forse allora la purezza di cui parlavi, era un rapporto con sé, un accogliere e portare dentro la bellezza e farsene riempire. E non sempre tutto ciò rende lieti (pensai), vedendo la tua tristezza. Però per alcuni era impossibile rinunciarvi, qualsiasi altro succedaneo sarebbe stato inferiore a ciò che si era sentito/provato. Era l’età dell’essere che doveva nascere. Quella che accanto al sentire la bellezza la faceva diventare coscienza di sé. Non è scontato essere sensibili (dissi) e spesso chi lo è, non vorrebbe esserlo, ma senza sensibilità l’essere diventa poca cosa.
Ma non bisogna scindere le cose (pensai), è necessario che il sentire e l’essere si fondano, che la bellezza, e l’acutezza del percepire diventino gesti, forza. Che capire ci renda indipendenti, perché (e questo lo dissi) la nostra purezza/bellezza non può dipendere da qualcuno, ma dev’essere nostra. Perché solo noi la completiamo. Possiamo donarla, se vogliamo, ma dev’essere nostra, una modalità del vivere con noi.
Cosa, quantomai fallace, molti pensano che l’età sia una misura del tempo, che essa deve essere riempita di cose e sentire comuni e che bisogna correre per provare il più possibile. Così nasce l’idea che l’innocenza non sia possibile e casomai un intralcio, che essa risieda in un tempo forse mai vissuto, ma di cui si conserva un ricordo.
Mettendo sempre insieme desideri e realizzazione, (pensai) pensano che questa sia la strada verso la soddisfazione e che questa coincida con equilibrio, pace interiore e bellezza e la scindono da quell’innocenza che sembra far d’impaccio.
E tutto ciò mi sembrò sbagliato, in sé povero di unione tra sentire ed essere. Come essere una cosa diventata che solidifica e non una possibilità che fluida, si attua, e muta in continuazione, e ha questo faro dell’unire il sentire e l’ essere e di farne per sé qualcosa di più alto e privo di connotati.
Puro per l’appunto. Ecco questo pensai e non lo dicevo, ascoltavo, e sapevo che non finiva mai il capire la genesi interiore che era ora povera, corrosa, realtà.
dell’ascoltare la propria ignoranza

Poi si capisce che non si sa molto,
e quel poco, ha avuto importanza un tempo,
quel che è rimasto consente di continuare
perché la notte è appena fuori
e chiede senza mai dar risposte.
Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle, e solo quelle, andavano bene. Tutto si sistemava in percorsi senza inutili sospensioni, il silenzio era parte del discorso, serviva a rapprendere le suggestioni, ma era la pulizia delle frasi che rendeva bello il capire.
Come in una recita dove l’attore diviene il personaggio interpretato, si vedeva nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi, che l’armonia era parte di un ragionare acquisito e profondo. Sono cose che conformano il corpo e il viso, rendono gli occhi luminosi, come accade ad ogni bellezza, meritata o meno.
C’era nel raccontare, nella persona, la fusione di quella cultura ordinata dalle letture, dallo studio come mestiere e piacere. Era il buon profumo del sapere che è legno, cuoio, inchiostro, carta. E quel leggero sentore d’aria che viene dalla finestra appena aperta che si posa sugli abiti e rende morbide le lane.
Ed è già tempo e già sole col suo sentire, tostato di luce.
Pensavo in questo piacere che ascoltavo e che anch’io avevo desiderato, ma confusamente, e poi praticato con passioni poco educate e collocate nel disordine. Le mie carenze erano un vissuto mescolarsi di colpe, sudore, piacere, ricordi, fatiche abborracciate nella scarsa soddisfazione di allora. Avevo disseminato il mio tempo senza risparmio, trattenuto con rabbia il poco e perduto altrove il molto ricevuto. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel ragionare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.
l’anestesia del particolare

La palla volò altissima. Le teste dei piccoletti sollevarono il naso e la videro ben oltre le cime degli alberi. Ventidue piedi confusi, furono disattivati dagli occhi. E che occhi! Prevalentemente neri, grandi, intenti a parlare con i pensieri bambini e con qualche preoccupazione saettante. Logica della palla e previsioni senza scotto d’errore. Cadrà? E dove?
Devo tornare a casa, ha pensato qualcuno, improvvisamente sommerso dai divieti infranti.
Che bel sole ed è quasi sera, ha pensato un altro, innamorato del tempo per giocare, per stare assieme.
Entrambi e chissà quanti altri, volevano vivere come sanno fare i bambini quando il tempo non conta e gli occhi vedono tutto.
Verde e gialla, la collina retrostante, era velluto d’erba ed alberi pieni d’ombra.
La videro anche i due vecchi, e si allungarono sulla panchina al bordo del campo, scambiandosi un silenzio. Tra chi aveva già detto molto, succedeva, ed era solo la noia del sentirsi dire.
La palla infine cadde (solo il tempo era sospeso), con uno sbuffo di polvere, due rimbalzi stanchi e si fermò in attesa. Allora tutto si rimise in moto: piedi, voci, sudore nuovo di zecca e tra pedate e speranze il pallone s’ avvicinò all’unica chiazza d’erba, vicino al corner di sinistra.
Lì, per qualche oscuro disegno del creato, la vita e l’acqua avevano trovato un accordo e il campo da gioco assomigliava a se stesso con l’erba fresca e rasata.
Pensieri di un perditempo ai bordi di uno sperduto campo da calcio mentre mira l’anestesia del particolare, e dilaga ricordi la sera.
pensare d’essere pensati
specchi, inquieti specchi

Ho messo le vesti l’una sull’altra,
con cura preziosa allo sguardo,
che voglioso ha stropicciato i ricordi,
come brivido nei momenti d’assenza.
Così fino alla pelle,
al corpo nudo ora riflesso.
Con stupore seguo segni,
la mappa del tempo che scrive,
di ciò che mai si legge nel giorno.
Il corpo da dentro si scava,
nell’ora che muta distratta,
e con dolce carezza toglie il superfluo,
di questo ora tengo misura.
Del vibrare screziato di sogno,
di passioni frangiate di brina,
dell’indifferenza che accompagna la quiete,
di questo ora tengo coscienza,
ma c’è ancora uno slancio impossibile,
tra scatti di luce nel vuoto?
Perché lì, cieco a me, colgo il segno del giorno,
la traccia oltre il sopor d’abitudine .
E sembra impalpabile il tutto,
oltre il tenero della pelle che vedo,
ch’è seta prima d’essere tessuta,
colore di bava tenace,
da posare su morbide labbra,
un filo,
gettato oltre ciò ch’è sembrato d’essere,
oltre ciò che s’è conosciuto.
andare, si andare
Ci sono quei giorni in cui ti prende il ghiribizzo, che è come un salto di gatto che poco lo scompone e appena un attimo dopo cammina indifferente. Ma dopo. Ed è la voglia di andare. Di andare senza tregua e senza troppa meta per un po’. Arrivare e ancora non sapere. Straniante e nuovo com’è quando entri nella stanza d’albergo di una città che non conosci. E’ notte, non hai visto nulla, solo le luci in cui affogano le strade e nascondono le case, viali sconosciuti, muri affiancati, gente che cammina e guarda. Non te, guarda e basta. E’ proprio gente, e almeno per un poco lo sarà, poi ti sembrerà d’averne un pezzetto d’anima, e sarà quello che porterai con te. Ma dopo, non adesso con la mano che cerca l’interruttore, mentre lo zaino pesa e la valigia preme sulle gambe. Finché scopri che per avere luce bisogna infilare quella stupida chiave elettronica in una fessura per il giusto verso ed ecco allora che il tuo piccolo regno s’ appalesa, impudico alla luce, con le cose ben ordinate, i colori della “casa”, il tocco che lo differenzia. E già ti chiedi quale cifra oscura contenga quell’ordine che ha rassicurato una cameriera al piano, dato tono a una direzione, identità miserrima ad una impresa, ed è stata pensata in qualche creativa riunione. Tutto questo anche per te. Ma in fondo le stanze d’albergo sono tutte uguali, al più suscitano qualche sentimento iniziale di scoperta e meraviglia per una piccola differenza, ricordi quella strana doccia in camera, ma proprio in camera appena oltre il bastone degli attaccapanni, che ti ha colpito così tanto da tornarci ogni volta che potevi. Ti sembrava allegro questo circolare senza schermi e senza muri. Però sai che non sono quelle la vere differenze, non lo è mai da nessuna parte per quanto particolari possano essere le stanze. E’ quello che vedi oltre la finestra l’interesse che ti ha portato qui. L’acquario è fuori e adesso è notte, il vedere polisemico che si svuota e rimanda a te, al perché sei fuggito e attendi il giorno. E mentre guardi la luce degli stop delle auto, spegni quella stupida luce che ti preme alle spalle, così lasci che l’oscurità colorata si ricongiunga a quella che ti porti dentro. E ti pare che tutto questo fondere e risucchiare, con tutte le similitudini ch’evocano il sesso in una notte stanca e vogliosa d’altro, è scendere caldo nella paura che ha bisogno d’amore, trattenere tepore e sentire che dopo un brivido, a cui altri sono seguiti, infiniti, sino a non poterne più, ti sei ritrovato squassato e inerme. Squassato nell’amore, qualunque esso sia, e ti senti inerme, per questo quando la coscienza ti prende, e ti vien voglia di fuggire dove l’inermità non si vede, dove amore è attendere che una luce fughi il buio e mostri la novità delle cose. E allora via via fino al senso. Se c’è un senso c’è speranza.
lo scrutatore non votante
In molta della critica sociale e politica avverto la disillusione e la non partecipazione. Nel critico sociale appare l’immagine di chi osserva i lavori pubblici oppure di chi guarda giocare a carte, cioè di persone che hanno un’idea precisa di come fare o di come vincere, ma non lavorano e non giocano più. ” Sporcarsi” con il fare toglie la calma olimpica di chi guarda dall’esterno, espone all’errore, anzi include l’errore come parte di un processo che ha lo scopo di compiere e realizzare il meglio.
L’errore gioca a rimpiattino con noi, è un animaletto che fugge e che si vuole acciuffare, e quando lo si acchiappa allora l’opera, la partita, è perfetta e dà una soddisfazione piena. Ma questo è il processo di chi fa, che è una relazione con se stessi. Chi si rifugia nel non fare e usa la sola critica senza conclusioni, non può capire nella sua importanza il fare e sbagliare e poi rifare, anzi neppure ammette questa perdita di tempo, perché egli si ferma all’opera, alla sua esecuzione, alla tecnica usata e non dice o esegue la propria. Così non può comprendere che la ricerca di chi compie non è la sua, che l’opera stessa si genera nel fare, il suo compito è quello di condurre altri verso un lavoro non proprio, far vedere ciò che non noterebbero, collocare, relativizzare, mettere a confronto cose inconfrontabili perché appartengono ad altri lavori, altri tempi, modi, cervelli, mani. E questo gli dà una funzione che se spinge altri a fare è positiva, ma se unicamente toglie energie è perifrasi dell’abisso.
Anche nel mio poco, preferisco ascoltare, vedere, leggere, gustare il fare per me possibile e poi, se c’è tempo e voglia, sentire la critica.
p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.
l’affetto delle cose
Nel nome c’era il filo delle voci state,
le stesse che avevano portato rose
in altri giardini,
e poi un risuonar di passi, di memorie,
lo scricchiolare dei mobili amati,
nelle nuove mura.
Occhi aperti nelle notti
srotolavano racconti,
pergamene del senso d’una storia
ricca di cancellature,
d’omissioni comunque dolorose.
Cosa univa il taciuto
se non l’ombra dei fatti,
il rimasto dei sogni
impastato nel futuro
e poi legato dalle cose semplici,
presidi nell’affetto…
Belle come foto sciupate dalle dita,
stavano le storie,
e il sudore senza traccia al giorno
portava fuori d’ogni finestra,
era lo sguardo al cielo
e nella sera grida di rondini
che mutavano lo struggere In malinconie.
In questa notte ora annego,
la mente enumera,
annaspa e cuce,
cerca il buono e il bello
che nascosti non emergono:
e gli errori sono poca cosa
per noi fortunati di tempo e luogo.
Oggi nel macello tutto gronda
e non accende la pietà,
soverchia l’umano che sembrava guida.
Non nobis Domine.
Mani si protendono,
prendono la forma muta
delle inascoltate voci,
e tutto si ripete ancora,
in tragedie di suono e amore,
nei volti che non vedono,
in passioni e miserie che riemergono,
sono lacerti di ricordi e di paure,
mai eguali, sempre irti di dolore
e di speranze nuove.
Nei ricordi non c’è l’acuto,
le geometrie d’angoli e dI punte,
tutto si smussa per sopportar l’offesa,
e tra l’altre, quella data e ricevuta,
per questa povera contabilità di colpe
la memoria è fuga dal presente,
dal dolore, e si racconta
che ogni cosa troverà il suo posto,
in fine,
ma non per questo il male
diverrà più lieve.
,

