le dimissioni

Le dimissioni non nascono mai di colpo. Ovvero sì, ma quelle sono per insufficienza di ragionamento. Partono come un ceffone e spesso ricevono un pugno. Mi è capitato più d’una volta nella vita di reagire a ciò che ritenevo così ingiusto da non appartenermi e quindi di dare subito le dimissioni. Mi hanno fermato facendomi riflettere sull’ingiustizia: andandomene l’avrei avvalorata. Così non me ne sono mai andato per emotività, ma per scelta. E non importava ciò che perdevo, era una scelta che mi permettevo perché ero importante a me stesso. Ho sbagliato spesso i conti, della carriera soprattutto. Un vecchio democristiano mi diceva: mai dare le dimissioni, il tempo in politica è infinito. E anche nelle aziende è infinito.  Non è vero ma me l’hanno ripetuto qualche sera fa. Un altro democristiano. Ho pensato: cosa saremmo stati noi comunisti senza i democristiani. Avevamo bisogno di un confronto continuo con ciò che non volevamo essere e anche loro avevano bisogno di noi perché eravamo una alternativa a ciò che erano. E sono ancora, mi veniva da pensare, perché i democristiani non finiscono mai. Sono il paese che respira piano e sembra dorma, ma ha un occhio aperto. Vede. Un po’ di sbieco ma vede.

Le mie dimissioni sono nate per senso del limite. L’ho capito mesi fa. Anzi non molto dopo aver assunto l’incarico. Ero straniero e inadeguato ai circoli locali, alle alleanze, alle strizzatine d’occhio, alle feste riservate, alle decisioni prese per altri fini. Inadeguato. Quando questa parola esce nella mente può provocare un attacco all’autostima: ma come inadeguato, hai affrontato di peggio, hai risolto problemi più grossi. Sì certo, hai sbagliato parecchio, ti dà ancora fastidio pensare alle ingenuità di allora, ma poi ne sei uscito. E cosa sarà mai, impegnati e ci riesci. E invece no, inadeguato non mi dava fastidio. Era un punto d’onore. Me lo ripetevo: inadeguato.  E quello mi dava l’idea che dimettermi era la cosa giusta. Certo c’era anche un po’ di spocchia perché significava che non mi mescolavo, che non volevo apprendere il flow chart dei giochetti, delle comunelle, del chi è importante e perché. E quindi inadeguato era la mia motivazione che mi ripetevo come un mantra. Un mantra con delle conseguenze e quindi la decisione di andarmene.

Andar via per scelta. Me lo ripetevo nei lunghi tragitti in auto. Me lo ripetevo nella nebbia, quando volevo solo arrivare a casa. Epperò una ragione per dare una possibilità alle cose, la trovavo sempre: una sfida, un progetto nuovo, un guardare oltre, insomma qualcosa che giustificasse la fatica. Essendo libero di decidere poteva frenarmi solo l’idea del cambiamento e la responsabilità. E il senso di onnipotenza. Abbiamo spesso a che fare con l’onnipotenza. Chi riceve un incarico deve esercitare un’autorità. Poi lo stile è tutto. Ci sono gli stronzi e i deboli, ma sempre di autorità si tratta. E di problemi. Chi è furbo li delega a qualcun altro. Come diceva quella legge di Murphy: un buon capo espiatorio vale quasi quanto una soluzione… Oppure vale il pesce in barile, scaricare i problemi per assenza e per consenso: basta dire di sì a tutti. Il muro dei sì, è insuperabile perché evita il confronto e non fa fare un passo avanti. Ma si può fare altro: si può tentare di risolvere i problemi prendendosene la responsabilità, se c’è lo spazio per farlo. Sennò si è inadeguati.

Inadeguato e conseguente. Le dimissioni sono il riconoscimento che ciascuno può procedere per suo conto e che la cosa non ci dà fastidio. Oppure un piccolo fastidio ce lo dà, ma è inferiore al fastidio che provoca il continuare. Nel decalogo che ognuno si costruisce vivendo, ci dovrebbe essere il posto per andarsene senza essere messi alla porta, perchè un conto è sentirsi inadeguati e un conto è che te lo dica qualcuno. Una grande libertà poter andare via. Con stile, salutando tutti senza ipocrisia. Poter dire: ho ricevuto, ho dato, mi è anche piaciuto, ma non sempre. Di sicuro c’è di meglio di quello che potevo fare io, anche se non è stato poco. Troverete, anzi vi troveranno chi è più adeguato. Ecco questo adeguato è diverso da me e quindi non posso aver nulla che gli rimprovero. Non mi sostituisce, lui è un altro e io sono quello che sono. Interessante questa cosa delle dimissioni, è un lasciare senza rimorsi e senza troppi rimpianti.

Il personale mi ha detto parole buone, mi sono commosso, ma ai vecchi uomini capita di commuoversi, e quando gli accade si rendono conto dell’età. Credo che dovrebbero fare un corso a scuola sulle dimissioni: come andarsene, commuoversi e stare bene con se stessi anche da giovani. Sarebbe un corso sulla relatività del potere, sull’io e sul noi. Sul potere insomma. Credo proprio dovrebbero farlo.

a proposito dei diari

Qualche giorno fa ho preso in mano il primo volume dei diari di Gide. Un libro di oltre 1500 pagine fatto di annotazioni, impressioni, incontri, giudizi, dialoghi, fatti notevoli e meno. Un insieme di istantanee che Gide riassume per se stesso. Con la diaristica è più facile trovare l’autore piuttosto che cercarlo tra le pagine della sua narrativa, indagarlo nelle speranze e le paure nei suoi personaggi, ricostruirlo per induzione. I diari hanno quel sapore vagamente elegiaco, con le loro verità d’impressione sempre approssimative e il farlocco dell’esibizione, che rendono chi li scrive umano. Sono dialogici anche se fanno finta di rivolgersi unicamente a sé, si mostrano e quindi per chi legge, non è un guardare dalla serratura, è la quotidiana rappresentazione senza contraddittorio. Nei diari si eliminano molte abitudini, si evidenziano le occasioni e, anche se non vogliono, lasciano intuire che tutti ci assomigliamo nella meccanica della diversità. Certo c’è il genio, ma questo non è pane da diari, casomai se ne coglie qualche scintilla, o il perdurante modo di vivere sopra le righe, il genio riserva il suo esplicarsi all’opera e questa è altrove. 

Quando è possibile, può affascinare incrociare le diaristiche, le biografie, con le lettere di chi era significativo per l’autore (in questo momento penso, ad esempio a Manganelli, alla Merini, a Fulvia Papetti).  Ne esce un ridimensionamento e anche un fascino ulteriore. È lo stesso processo d’interesse altrui nei nostri confronti, che vorremmo nel conoscere per vederci con altri occhi. All’uomo di genio questo interessa ben poco in quanto è dominus del suo vivere, lo subordina per concezione naturale. Gide non è differente, e ciò che lo attornia sembra un’ orchestra che viene condotta come strumento complessivo, che sbaglia e può contrariare, ma suona una sua musica anche durante il processo creativo.  La psicologia ha indagato i processi che portano alla scoperta, ne ha stabilito le condizioni necessarie che però non sono in grado di generare il nuovo come importante solo perché c’è un milieu favorevole. Ad esempio quando si parla del rinascimento toscano, che non è solo toscano, che altrove è altrettanto importante, che il substrato è comune, che i grandi, i geni di allora, sono accompagnati da richieste importanti che riguardano la ragione, l’uomo, il bello. Che esiste una committenza diffusa ed estesa geograficamente,  che è moda delle classi dominanti, e che il bello costa oggettivamente poco. Come il genio.

Galimberti ha fatto un’osservazione importante: nella nostra epoca non ci sono geni della statura di un Leonardo da Vinci, neppure nelle arti o nella letteratura ci sono geni, e neppure se ne vedono all’orizzonte. In compenso c’è una produzione diffusa di livello elevato e transeunte, la parola geniale viene sprecata e soprattutto la tecnica ha determinato e determina il progresso. Nella diaristica emerge invece la fatica del quotidiano perseguire un ruolo che riguarda il profondo dell’autore. Non basta una app per diventare famosi e restare, quella serve a far soldi ma finisce presto divorata dal passo successivo. Questa è la tecnica, invece nelle vite immerse nel narcisistico compimento di sé, si sente una continua tensione verso un ulteriore. Si abusa molto la parola eterno, nulla lo è davvero, però il durare a lungo è già molto per chi scrive di sé. Il disinteresse, il cinismo, non scrive di sé, e neppure del mondo che lo circonda, basterebbe questo pensiero per far capire che c’è un interesse umano notevole in chi si narra, che non è solo la necessità di essere riconosciuti, apprezzati, ammirati, amati. (tutte queste parole non sono sinonimi, ma si inanellano in una catena recitata dal desiderio)

Ho cercato un blog che da molto tempo non pubblica più. C’è ancora, anche se l’autrice chissà che starà facendo. Mi sono soffermato a rileggere e a pensare alle osservazioni che lei faceva e che la riguardavano, ma soprattutto che guardavano. Il mondo le si svolgeva attorno e lei lo interpretava su di sé, partecipe. Ho pensato che in quel tempo anch’io avevo una scrittura diversa, attenta a fatti immediati da riportare in una prospettiva di tempo lungo. Ho pensato che i blog sono allora, come adesso, un’ immensa diaristica che procede o si interrompe e che chi comunica fa dialogare impressioni, rappresentazioni, ma anche molta sostanza. Anche se manca quasi sempre la verifica, le lettere, le impressioni di altri, di chi conosce personalmente chi scrive. Qui la tecnica ha reso pervasiva e immediata la capacità di proporre e di far assorbire stimoli e meno evidente e necessaria (forse perché noiosa?) la riflessione sui temi essenziali della vita. Che poi sono tre, ma ciascuno li declina secondo bisogno, identità, necessità.

su Manganelli:

Era povero in canna. È vissuto fino a dopo il 1960 in una camera ammobiliata, presso la famiglia Magnoni. Quando i Magnoni traslocavano, anche il pensionante traslocava. Come il canarino. Diceva mio padre: io, il portaombrelli e il canarino abbiamo traslocato con la famiglia Magnoni» (L.M.).

«Aveva una moglie e una bimba, ma già le prime bufere esistenziali lo avevano reso inquieto e solitario. In effetti egli stava vivendo in quegli anni l’Hilarotragoedia che darà alle stampe tanto tempo dopo, nel 1964. Il vistoso ossimoro del titolo connota la sua vicenda degli anni 1947-49, oscillante tra un amore assoluto, caparbio e il sospetto della follia incombente sulla giovane poetessa amata. Fu allora che scopersi, durante le visite settimanali che mi faceva la strana coppia degna di un dramma antico, la complessità della natura di Manganelli, che affiancava a sublimi raptus intellettuali una profonda, rara e squisita umanità. Con essa egli cercava di salvare la ragazza, di affidarla in mani sicure, ma la paurosa immensità degli abissi della follia cominciava a dare i suoi segni esteriori. Un giorno egli scomparve in lambretta, diretto a Roma» (Maria Corti). «Mia madre rimase da separata in casa con i suoceri fino alla morte del nonno, accantonando per il momento tutte le sue ambizioni letterarie, ambizioni che riprenderà più tardi. I problemi pratici incombevano, le spese erano tantissime e mia madre tentava di fronteggiarle alternando l’insegnamento con le lezioni private. Io andai a vivere con i nonni materni a Parma, nonni e città assolutamente sconosciuti. Quando mio nonno paterno si ammalò, mi portò da sua madre chiedendole: – Me la tieni per quindici giorni? – E ci rimasi vent’anni» (L.M.).

oppure

http://www.repubblica.it/cultura/2015/02/12/news/papetti_manganelli_l_erotismo_e_le_angosce_di_un_seduttore-107114417/

o ancora sul rapporto tra geni

http://ilmanifesto.info/carl-gustav-jung-e-wolfgang-pauli-lettere-sulla-fatica-di-essere-un-genio/

 

immagini

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Sullo schermo scorrono le immagini che riempiono buona parte della memoria del mio pc. Scatto con una frequenza di cui non mi rendo conto, lo vedo ora che mi fermo a guardare, curioso della prossima immagine. Intanto un programma random mette assieme immagini secondo proprie logiche, scatti, situazioni, pensieri connessi: da quanto tempo intrappolo istanti che possono ricollegarsi ad un pensiero? Ci sono immagini passate e non solo solo pixel e colore.

Immagini. Immagini il procedere dei pensieri della mia giornata? Non ti chiedo se ti interessano. Avrei paura di una risposta non adeguata. Una risposta positiva non lo è, sarebbe meglio una dubitativa. Tu cosa immagini? Mi interesserebbe saperlo, ma non lo dici e quando lo si chiede l’immagine è già scomparsa. C’è una abitudine a dare un nome a ciò che s’immagina, a formularli in parole, a legarli a ciò che si vede e dove si è. Quando si dice ti penso, si dicono cose molto complesse perché in realtà significa che tu ci sei dove io sono, in ciò che ho attorno, in quello che vedo e che in qualche modo condivido con te perché mi sei venuta in mente. 

Ho capito la natura del disordine che mi attornia. Le centinaia di taccuini, appunti, foto mie e d’altri, appese, sparse, raggruppate in cartelle, seppellite dove solo io so. Oppure non so, ma è bello lo stesso perché so che esistono. E poesie pudiche appese, e irriverenti, ed erotiche, perché la poesia è sempre erotica quando entra in ciò che vede, mescola sentire e possedere. Si dovrebbe dire pudiche poesie e già si sospenderebbe la voce perché i versi veri sono altre cose e invece per me la parola è un modo di vedere, di cogliere, annodare un pensiero a ciò che sembra reale e quando lo vede e lo scrive o lo fotografa lo cambia, lo rende più simile a sé e meno all’impalpabile equilibrio di atomi, energie, forze deboli, casualità, che vediamo. È un coincidere di pensieri virtualmente staccati in un unico luogo e punto dell’universo in cui noi siamo in quel preciso momento. Che resta. In qualche modo resta ed entra con noi in ciò che accade poi.

Immagini. Cosa accade attorno quando il kairos permette che accada ciò che vedo e sento, permette che io accada? A nessuno si può chiedere l’eroismo di capire cosa ci passa per la testa. A nessuno si può chiedere più di un racconto del vedere. E invece la sensazione che viene chiesta riguarda chi la chiede, è un mi ami? ed è parte di quella gelosia del possedere ciò che, in qualche modo, pensiamo di amare.

Immagini. Può essere imperativo, una richiesta che non ammette alternative e che chiede all’altro di entrare nel proprio mondo, che chiede di essere nei pensieri. Rifiutalo, questo immagini, sono i perfidi indovinelli degli innamorati che chiedono di vaticinare ciò che più si desidera. Si sbaglia sempre e non per mancato amore ma per impossibilità dell’accadere. Se mi chiedi di interpretare un tuo desiderio, quel desiderio non si può immaginare, semplicemente è. Dovrei essere te, coincidere. Questa è una interpretazione dell’amore, essere uno totalmente. E invece se ti chiedo di immaginare, ti chiedo una libertà assoluta, un correre liberi a fianco. Ti porgo la mia interpretazione dell’amore, quella che ho dentro, ed è parziale ma è amore. Quello che so dare con attenzione. Il disamore è mancanza di attenzione, l’amore non è cosa da indovini, ma attenzione, cura e un correre assieme.  

Immagini e scorrono le immagini. Davvero siamo così tante parole, tanti sguardi, tanti pensieri pensati? C’è una ricchezza felice nel pensare e nel vedere. Possiamo sempre essere tante emozioni ancora, tanto amore, tanta gioia di esistere ed essere anche quando ci annoiamo, quando il cielo è scuro, quando c’è il vuoto. C’è una possibilità infinita di raccogliere ed annodare e quindi una speranza infinita, un futuro infinito perché c’è ancora tutto a disposizione. tutto il kairos che ci riguarda.

Immagini cosa ti porti dentro e cosa sei ora? Davvero lo immagini e te ne rendi conto? Lo senti, almeno in piccola parte, tutto quello che ancora possiedi e che non hai esplorato, quello che emerge nei pensieri, nei sentimenti, nel nuovo che continua a generarsi ed urgere per connettersi al mondo e farti meravigliare di te?

Prima è apparsa l’immagine di un ristorante di Aleppo, si chiamava Martini e incuriosiva quel nome che testimoniava che gli uomini si muovevano in continuazione. Ed erano ovunque se stessi. Come adesso. L’immagine mostra il patio coperto, che era di una bellezza quieta e forte: da 400 anni un luogo in cui si comunicavano, sovrapponevano pensieri, modi di vedere e cura. Perché l’attenzione è cura. Magari ora è un cumulo di rovine, le persone dell’immagine saranno disperse, speriamo vive, posso immaginarle, posso riconnetterle con la realtà per un momento, vedere un futuro desiderato che le riguarda. Quel luogo oltre che per la bellezza mi aveva colpito per le persone e perché era un generatore di immagini. Ti diceva quello che era possibile e quello che lui era stato continuando ad essere. Assieme. E il processo non finiva pagando un conto, si imprimeva dentro, generava nuovi pensieri. Facciamo così con ciò che amiamo, immaginiamo ciò che potrebbe essere e non siamo prigionieri di ciò che è. Immagini cosa sarebbe l’amore senza un progetto, senza una speranza, senza l’attesa? Lo immagini? Sei davvero in grado di pensare una cosa così?  Ebbene se si riesce ad immaginare, quello chissà cos’è, chissà che specie di amore è. 

è tardi

E’ tardi, che parola stupida,

per la notte che si carica di luci profumate,

per i riflessi che muovono coi passi:

per una risata sommersa nell’ombra del portico: 

nel Prato, fumano e suonano, ragazzi svestiti di fretta.

E’ tardi, che stupida parola,

come se il tempo, in un crivello di attese,

si fosse stancato,

e poi sparito nel suono d’una voce,

in un pensiero mai stato.

E’ tardi, che stupido programma

di sogni abbandonati

come cani d’estate.

 

solstizio

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di cerchi e spirali,

le rondini, ubriacano la luce,

imprigionano il tramonto,

lo fanno riflettere sui grigi, gli azzurri, i rosati,

rigano l’aria di gialli gloriosi 

e le nubi, gonfie di bianco, s’imporporano

guardando la loro sera indiscreta.

E l’aria,

l’aria ora piena di strida,

ride anch’essa, del generato equilibrio tra case,

fatto di luce, d’attese,

di gioie senza alcun senso, come solo la gioia sa essere.

E guardano le finestre,

gli occhi distratti, le cene già pronte,

i mille televisori accesi,

guardano e non vedono,

la danza che imprigiona la luce,

il trionfo della vita che ritarda la notte,

la luna,

che per suo conto, già si racconta l’estate.

pronto?

Nell’infinito flusso di parole della rete, le storie zampillano ignare. Stamattina c’era un telefono lasciato aperto, dialoghi sullo sfondo, e un insistere da parte mia con quel pronto, pronto, pronto, che non significa nulla. Pronto a che? Ad ascoltare? Ad essere ascoltato? Estote parati. Siate pronti al futuro, ma qui è tutto presente, tutto cronaca e carta da cassonetti: avanti un altro presente. Un tempo con la carta di giornale si facevano molte cose, dall’incartare il pesce sino alle pulizie intime, nell’era della specializzazione al più serve la fibra cellulosica e allora a che serve il presente? È forse quel pronto senza risposta? Una richiesta che oggi potrebbe essere un aiuto. Aiuto, nessuno mi ascolta. Oppure un ci sono, eccomi, sono un po’ come tu mi vuoi, o ancora un come sta andando, ti ricordi di me? Di sicuro il pronto è una relazione. Chi ordina non lo dice il pronto: tu devi essere pronto. Neppure ti dice chi è, passa all’oggetto della chiamata, non chiede un contatto ma una disponibilità assoluta, non invoca aiuto e certamente non lo dà. C’era una pubblicità che diceva qualche anno fa : il telefono, la tua voce. Anche, ma la voce significa oltre le parole, è flusso di sensazioni e ora il telefono non è telefono, a volte usa la voce, spesso altro. È semplicemente un medium che non divina. La tecnologia ci modifica quanto e come l’evoluzione biologica, ma non è l’evoluzione biologica. È un cartoccio di parole che si getta ritualmente nel cassonetto del presente, solo che esso ritma il pensiero: non si scappa. Slavoj Žižek , ha appena pubblicato un ulteriore saggio, il cinquantesimo credo, sull’immaginario e sulla sua relazione col reale, partendo dal presupposto che ora è l’immaginario a determinare il reale. Žižek datti una regolata, 50 saggi sono immaginario, non sono reale, sono sms lunghi trecento pagine, sono glossolalia filosofica, come possiamo accontentarci della seconda e terza di copertina e pagarla 22 euro,, lasciaci il tempo di assorbire, di dissentire, di convergere e di modificarci. Alimenti il terremoto di parole, i 28.000 titoli nuovi che compaiono ogni anno, così le scosse continuano e ci rendono insicuri di tutto, a partire dalla nostra sconfinata incapacità di esserci davvero nel presente. Gli umani lettori forti, leggono più o meno tremila libri nella loro vita. Ci perdiamo ciò che deve restare a favore dell’attualità, che poi è anch’essa un pronto, una richiesta d’aiuto, che sarebbe a dire: aiutatemi a dare un senso al futuro.

Pronto? Ci sei davvero? Siamo il giorno dopo le elezioni e migliaia di pagine sono riempite dal nuovo, dalla percezione/interpretazione della novità, ma cosa si spiega? C’è qualcuno che dica che l’essenza è tutta in quel pronto senza risposta mentre sullo sfondo altre vite che ci escludono proseguono? In quel pronto c’è la partecipazione negata dall’arroganza di chi pronto non lo dice mai, c’è il desiderio di condividere negato, ma c’è anche il presente e la sua dittatura, c’è la tecnologia e il problema del disagio che essa non toglie, casomai amplifica. Vanno forte i siti della sfiga politico sociale, del lamento, delle storie personali che esigono la pacca sulla spalla, solo che anch’essi, scelto il target devono continuamente restare nel ruolo: una infinita storia di cadute. Sono il pronto che riceve una risposta ma non esaurisce la domanda. Il pronto come gadget comunicativo.

Al posto di Žižek, mi leggo l’arte del viaggio di Cesare De Seta. Viaggiare è una attività lenta, dove il pronto qualche risposta la riceve, Slavoj aspetterà e intanto magari scade come il latte: il presente e l’immaginario lo rendono vecchio, anche se ciò che dice vecchio non è. E cioè che in ogni cambiamento chi ha osannato senza critiche il vecchio, si conformava allora e poi diventa alfiere del nuovo, e nuovamente si conforma. È la sua natura, vive nel presente e in ciò che esso può dare. Magari Renzi ne sa qualcosa. Pronto? 

c’è un tempo

c’è un tempo che non ho voluto,                                                                                                         era libeccio, venuto in faccia, 
inatteso, alito caldo,
  e non c’era luogo,
né ora,
per farsi offendere,
per farsi consumare:
   non avevo viso da farmi accarezzare.
In quel tempo mi son perso,
in quel tempo ritrovato,
è bastato poi un fiammifero 
e un mondo ch’era torbido
improvviso s’è schiarito.
Potrei parlarti delle dita,
d’un fiammifero consumato,
    ma quel tempo non m’apparteneva
mi è stato regalato.

    Il tempo ci trova, ci segue e sorride.

A suo modo, sorride.

un’inutile vita grama

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È passato del tempo, allora come adesso, mettevo in forma di lettera, dialoghi, considerazioni che venivano dopo, quando il passo era meno importante di ciò che si era scatenato prima. Nel parlare tra se c’è questa attenzione caparbia ad un oggetto, l’inseguire code di pensieri che si dileguano dispettosi, scegliere porte spalancate ed ammiccanti. E noi parlavamo di temi sensibili, importanti davvero, del che fare della vita, convinti entrambi delle proprie scelte e ragioni, ma ascoltando. C’è una attenzione amorosa nell’ascoltare, un lasciarsi stupire e l’ammettere il dubbio. In questo c’era amore nel confrontare le nostre due diverse concezioni, la mia viscosa, rallentante, che sbottava verso la leggerezza come capacità di lasciare impronte lievi e la tua, bruciante, veloce, piena dell’impeto che spinge e fa vibrare. Confronto impari perché la bellezza s’accoccola sempre nel fascino del pensiero altrui, così è da parte mia ma era anche puntigliosa, la mia difesa, anni di ricerca non si buttano per aria facilmente. Sai cosa emerge in questi casi? Il timore del fallimento totale, aver sbagliato quella prima porta che poi ha reso il resto un cumulo di errori giustificativi, di seppellimenti del fastidioso nella glorificazione del parziale successo. Usare la lentezza come costruzione di se stessi. Dopo il fascino giovanile per me la velocità era divenuta nemica della riflessione. Non siamo militari, mi dicevo, non dobbiamo decidere come uccidere il prossimo nemico per non essere uccisi, non dobbiamo sbaragliare nessuno, e questo lo penso ancora perché la riflessione sospende, rallenta, porta alla considerazione dell’alternativa e quindi argina il desiderio, la sua soddisfazione. E chi ha detto che desiderio e felicità coincidano? Anche se noi cerchiamo la seconda anche attraverso il primo. Come vedi non penso in termini di mortificazione, di assenza, ma di lentezza, ben sapendo che essa contiene veleni importanti e discreti, quelli a cui ci si assuefa guardandosi l’ombelico, contemplando la bellezza e non vedendone le domande, curando il corpo come immutabile perché pensato coincidente con la mente, con il pensiero fecondo, vitale. La lentezza si può trasferire nella dimensione propria di una terzietà, di un guardare distaccato che la velocità, nella sua ansia di bruciare tempo e vita, non ha.

Thanatos, desiderio e rifiuto/ricerca della morte. In un confronto da giganti, l’assalto al cielo degli dei, ecco cosa mi suggerivi, ascoltandoti, e interpretando con le mie lentezze, la tua ansia di corsa vitale. Volevo avere il respiro del mare, contenerne la furia sapendo che sono le maree che contano e con esso portare l’annessione del cielo al proprio piccolo, miserrimo, mondo. Così importante e fondamentale che trovarne misura è impedito. Questa era la mia proposta. Ciò che facevo. Lentezza e velocità messe di fronte, con sorrisi e scambi veloci di parole e silenzi. Io taccio quando non so dove poggiare i piedi, avresti dovuto accontentarti di seminare dubbi come papaveri, ma da buon miles riottoso ho sempre avuto una trincea in cui resistere: questa era la percezione del fallimento. Nel fallire non conta ciò che si è stati, ma ciò che si è diventati. In questo il fallimento assomiglia molto all’innocenza, nell’uno c’è la coscienza che l’errore è stato più grande di noi, l’abbiamo attivato, ci siamo misurati, è stato un confronto perseguito per orgoglio, per delirio di onnipotenza, per impossibilità di fare altrimenti: avevamo poveri mezzi a disposizione del sogno, alcune tecniche di sotterfugio imparate faticosamente e ammantate di sincerità, una capacità infinita di auto convincersi, e una fiducia sterminate di riuscire. Eppure abbiamo fallito. Potevamo fare altrimenti? No, anche se era certamente possibile, ma che fine avrebbe fatto la sfida con la dissoluzione, la coincidenza tra vita e possibilità di dare forma e soddisfazione ai desideri? C’era Thanatos e la sua sfida, sempre aperta, dietro, e sapendo che alla fine essa vince, meglio fuggirle correndole incontro, meglio alzare continuamente la posta, mettere milioni di sogni e di chilometri tra una immagine nostra e il tempo che si confronta con noi. Sai perché il fallimento assomiglia all’innocenza? Perché contiene la stessa impossibilità d’essere altro, quando l’innocenza si percepisce già non è più tale, quindi dev’essere senza saperlo davvero, oppure la consapevolezza di essa si deve arrestare, esattamente come il fallimento, appena prima. Dove si differenziano è invece nei tempi dello svolgersi, thanatos è una fuga continua, l’innocenza sembra immota mentre si muove. Hai fatto caso che entrambe prescindono dalla vita? Questo dovrà pure significare qualcosa. Forse che il dualismo non è così automatico e non esiste una scelta radicale nell’essere innocenti o nel correre, ma un’ approssimazione, una conformità a ciò che si è e non a ciò che ci pare di essere. Potrei usare le tue parole, le tue distinzioni tra cose e pensieri, tra sentimento e piacere, tra decisione e dubbio. In fondo ci si dice che vorremmo avere l’apparenza di qualcuno, ciò che in lui lenisce le nostre ferite, non le sue sconfitte, i suoi dubbi, la tenebra che contiene. Chi persegue la lentezza vorrebbe avere il piacere della velocità e chi è veloce sa che può rallentare se ha superato la paura di essere raggiunto. Ho pensato che se alla fine di un discorrere così partecipe perché entrava nell’intimo, esponeva la propria nudità fatta di paure prima che di desideri, se nel considerare che il fallimento è sempre parziale e che esso è una molla per una impresa ulteriore, se tutto questo resta e affolla la mente, avevamo parlato davvero. Cambiando ciascuno per suo conto, alimentando piccoli dubbi che pizzicheranno la pelle nelle notti poco assonnate, e non è poco perché questo è uscire da una inutile vita grama. Sbagliando, ma provandoci. Non ho nulla da celebrare, nulla, e questo stranamente mi rende sereno, fiducioso, partecipe. Chissà se sono più attaccato a me o al mondo, ma sono attento a ciò che muta, proprio per l’assenza di certezze e rallento.

albaro fa omo

Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.

L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.  

Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.

La scarpa.

Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.

Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica. 

intercalare

Davvero 

C’è sempre incredulità in un pensiero nuovo. Aria pulita, stupore, e la richiesta di una conferma che ci si rivolge. Si sospende per un attimo la corsa per raccogliere ciò è emerso improvviso e guardarsi attorno. 

proviamo emozioni 

La sorpresa si è sciolta, il passo è leggero. Quella sintesi che si è fatta strada ha mostrato un accesso al profondo, ma è stato un momento e ha lasciato solo un’ impressione. Come un tuffo nell’acqua che risveglia il corpo e gli dice: esisti. 

più per paura 

Ragionare per confronto, per differenza propria, perché senza presunzione, siamo differenti. Da noi, anzitutto. Da ciò che siamo stati e saremo. E il pensiero è la fotografia, sorprendentemente a fuoco, di un momento. Ricca di dettagli, fa uscire dalla velocità che appiattisce le cose, le sensazioni, i desideri. Esce dalla tirannia del presente e ci mostra un modo d’ essere che a volte perdura, ma quasi sempre si perde, dopo aver illuminato e affascinato. Questo è anche motivo dello scrivere: per contrastare un senso di perdita d’occasione alla quale è difficile abituarsi. 

che per passione? 

Nel mio giardino c’è un noce, da san Giovanni si raccoglievano i frutti per il nocino, altri frutti continuavano la loro crescita e poi cadevano senza essere raccolti. Tagliando l’erba, a primavera, vedevo piccole piante che a volte si facevano strada dalla corazza del frutto. Quella forza del crescere mi spiaceva fosse confusa tra gli steli, perché non erano erba ma alberi che volevano fruttificare. Era una foresta che voleva nascere da un solo albero.         Si è chiuso il dubbio iniziale in un nocciolo duro che non ha soluzione; può però germogliare. Lo farà. A volte capita che generi una roccia, altre una ninfea, per questo bisogna camminare leggeri.

Davvero

proviamo emozioni

più per paura

che per passione?

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