È in arrivo un forte vento di scirocco da sud. I venti spazzeranno le isole e poi saliranno liberi per i nostri mari, attraverseranno le foreste dopo aver scosso spiagge e porti, disseminando foglie e sabbia nell’appennino e nelle pianure. Forti piogge e poi nuovamente il vento che da scirocco diventerà garbino. Le prime nevi prima di quietare la stagione che al contrario degli uomini, alla fine torna a parlare con dolcezza alla natura. Fin qui le previsioni ma gli uomini dove sono?
Un residuo di vita passata, ogni mattina mi consegna una virtuale rassegna stampa economica. Lascio fare, leggo raramente. Confesso che gli indici e le previsioni economiche sono più una breve curiosità che una irruzione nella capacità di prevedere, cosa che tutti esercitiamo. Parliamo della ricchezza delle nazioni dal nostro piccolo angolo che ci dovrebbe far decidere cosa manterrà quella indipendenza economica che significa dignità e libertà. Non dover dipendere se non da se stessi è in realtà qualcosa di più profondo che si insinua nel nostro rapporto con gli altri e la società. Anche per chi con l’età diventa orso non c’è dispensa dal vedere la miseria crescente di chi lavora senza riuscire ad avere ciò che gli serve per vivere. E non c’è uno straccio di riflessione profonda su cosa oggi significhi il lavoro in senso collettivo oltre al PIL. Si capisce che mancano le persone dai conti e che non si sente la sofferenza che si diffonde. Si preme sull’individualismo anche negli indici dell’econometria che non diventano mai scienza sociale, disagio, fobie, rifiuto del lavoro, sussistenza precaria.
Pensavo a quanto leggevo qualche giorno fa, in uno scritto poi cancellato. Era una dichiarazione d’amore di una madre a un bimbo piccolo che dormiva. Una meravigliosa ninna nanna del pensiero e dell’amore che parlava di speranza, di dolcezza, di accudimento e questo sentimento così profondo era una speranza comune. Una preghiera perché il mondo andasse nel verso giusto e permettesse a questo e ad altri bimbi, di crescere e di sentirsi umanità. Ma come fare perché tutto l’agire adulto si trasformi in fattivo amore, e in cura, dove il sé è profondamente congiunto agli altri? Certamente non con gli articoli che ricevo e che mi danno lo stato del potere in atto, neppure con l’odio sparso con larghezza verso altri simili in condizione di bisogno e inferiorità. Forse la risposta a come trasformare il tempo che minaccia tempesta e nuove devastazioni nei prossimi giorni, è leggervi un segnale che giunga in quella parte del sentire dove mettiamo il presente e il futuro di chi amiamo.
Segnali di una ribellione delle cose che, pur inanimate, non sopportano la mancanza di cura. Di questo abbiamo bisogno, di capire i segni e di ritrovare la cura che avvicina le persone, dà un senso all’amore, lo trasforma in gesto economico che comprende la serenità, il benessere, a volte la felicità, e sempre la consapevolezza di essere parte di un tutto. Quel bimbo attraverso le parole della madre, l’ho amato pur senza conoscerlo e per lui e per lei ho desiderato che il mondo sia clemente e gli uomini più coscienti del bene collettivo. Vedere i bisogni, i timori e poi l’economia per metterla al servizio della cura ci meriterebbe il futuro, nostro e altrui, insieme.
… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974
I chierici hanno sempre tradito. Non tutti, ma molti pur avendo capacità di discernere, intelligenza, strumenti per capire, collegare, esercitare la profezia logica che dice cosa accadrà a tutti, si sono astenuti. E si astengono, perché il potere corrente paga, mentre quello futuro è un cattivo pagatore. Gli intellettuali non esercitano la loro forza e lasciano che l’equivoco trionfi. Non è compito dell’intellettuale avere una verità assoluta, quello è lo spazio delle fedi, suo compito è insinuare il dubbio, far emergere la contraddizione, smascherare le verità apparenti, colpire il parlare vuoto, mostrare i fini celati. Insomma svelare il vero volto del potere. Invece viene scelto il conformismo di massa, il lisciare il pelo al potente di turno contro l’evidenza e l’intelligenza. La coerenza, non è un problema della politica, né del potere, è un problema di chi capisce, di chi non confonde intelligenza con furbizia, sostanza con affabulazione, disegno con improvvisazione. Chi ha questo potere ha una responsabilità e una scelta, deve non mentire a se stesso, nello scegliere la strada comoda con consapevolezza, come pure nell’alternativa di seguire la strada scomoda del rivelare, del dire. Insomma non relativizzare per giustificare la propria incoerenza.
Lo stesso compito ce l’ha chi si oppone al conformismo di massa. Chi sceglie di essere minoranza senza protezione, senza diritti particolari se non quello di poter dire liberamente. Mi si dirà: ma chi impedisce di dire, siamo in un sistema democratico dove tutti possono affermare la loro visione della realtà. Apparentemente nessuno impedisce, solo che il messaggio si distorce, non si veicola, non raggiunge i destinatari. L’informazione è parte del potere e il suo uso libero è uno dei problemi della democrazia. Non crescono le idee se l’informazione non da a tutti la stessa voce, pur consentendo di parlare. Una persona afona non eviterà mai che si cada nel precipizio. Un tempo ci si distingueva tra apocalittici e integrati. I secondi possono vantare il fatto che nessuna apocalisse globale è accaduta, nonostante le previsioni dei “gufi” di allora, ma se ci guardiamo attorno, pur senza apocalissi globali, molto è accaduto. Il fatto è che viene attesa una catastrofe immediata mentre quello che invece accade sono piccole deviazioni, frane delle regole condivise, dell’etica dei beni comuni, disfunzioni, e tutto viene inglobato, accettato come risolvibile dalla tecnica o da un demiurgo di turno. O da entrambe le cose.
Il potere si adatta e si riproduce usando ed essendo usato. Un libro di pochi anni fa, si chiede perché i potenti delinquono, la risposta è disarmante e piena di protervia, sostanzialmente mettono alla prova la loro impunità, il loro potere. Aggiungo che possono contare sul conformismo che consente loro di mutare il senso comune della morale pubblica. E si fanno beffe del potere di voto, perché lo piegano, lo incanalano verso soluzioni a loro conformi. Davvero non è accaduto nulla in questo Paese, dalle stragi denunciate da Pasolini e dall’atto d’accusa verso il potere di allora? Davvero tutto era consequenziale e non modificabile, passando per tangentopoli e la rivelazione della corruzione diffusa? Il berlusconismo era necessario per mutare in meglio il Paese? Davvero non c’erano poteri occulti, mandanti? Mandanti è una parola che l’intellettuale ha il compito di nutrire di fatti e di nomi. E lo stesso compito ce l’ha chi è contro il potere e il modello di società che questo attua. Dire e non tacere. Dire sapendo che non si ha la verità, ma il dubbio e il dubbio è eversivo. Solo il potere vanta la realtà e la verità, ma non sono quelle dell’esperienza di ciascuno. Ebbene, in direzione ostinata e contraria, non è un vezzo, ma un dovere di chi vede, di chi sa, di chi può collegare le cose, dare sostanza ai fatti. Essere contro e intelligenti ha un prezzo, sempre. Sia che ci si conformi, sia che si decida di dire ciò che si vede davvero.
Non mi piace chi giudica, chi chiede conto, però vorrei poter rispondere così alla domanda: ma tu cosa hai fatto? dov’eri?
Posso dire di aver vissuto, con le contraddizioni, con gli abbagli, con le verità incomplete, ma non ho taciuto.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività. Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore. Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto. L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire. http://www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html
Nel mondo delle non notizie il cambiamento perde consistenza, in continuo si alza la soglia del vero e gli attori si anestetizzano. Sembrano dormire e recitano, vivono, fanno cose eccezionali che durano lo spazio d’un attimo e non lasciano traccia. Eccezionali per chi non le farà mai, eccezionali perché serie, perché mettono in gioco le vite. Almeno per un po’ non sono come chi guarda e critica. E dice al più: avanti un altro. Ma c’è una scelta di campo nell’eccezione che il tempo ci impone e nel maturare che si accelera. Basta non prendersi sul serio mentre si compie qualcosa che ha a che fare col mondo e non guardare la miseria degli applausi del Senato, quando viene sconfitto il diritto d’essere differenti.
Mi hai raccontato della tua lotta per la libertà, delle tue letture maturate nei luoghi della rete dove non esiste il virus e i numeri dei morti sono inventati. Neppure il Papa ti piace più anzi dal tuo racconto emergono le piccole comunità di quelli che vogliono il ritorno a una rigorosità che conculca ogni piacere e ogni libertà. Apostati, sono gli altri o voi ? Non dovrebbe interessarmi, con le mie poche certezze e invece mi ferisce la libertà agitata in conformità ad assiomi presunti e labili.
Avresti applaudito anche tu nel Senato che a suo tempo certificò la nascita di Ruby Rubacuori come nipote di Mubarak? Credo che quelle urla sia andate al cuore della tua presunta libertà, che questo tempo di ferro sia lo spartiacque di chi sta da una parte e chi dall’altra. L’odio gli indifferenti di Gramsci riprende consistenza e non è possibile stare a mezzo, essere senza patria nelle scelte. Con chi eri e con chi sarai? hai già scelto e non il dubbio. Quando il blocco d’argilla che dovrebbe generare una pietra si scinde, la prossima scelta sarà ancora più lontana e il tema della lontananza, dell’affinità verrà liquidato in piccoli circoli di pensiero conforme.
Non importa, in questo universo le cose accadono perché il presente è dato e il futuro ne è conseguenza.
Oggi ero in uno di quei luoghi che non sono più normali, Asylum, li chiamavamo studiando sociologia, perché lì dentro le regole si sospendevano, le libertà si spegnevano in scelte drastiche e terribili e vigeva il fidarsi. Guardavo attorno e vedevo persone, code, paure, attese e non sentivo i pensieri, le speranze frantumate dai dubbi. Ciascuno era chiuso nella sua necessità. Come nella riva era giunto e chiedeva una soluzione al suo problema a chi poteva dargliela. Semplice e difficile, è questo che neghi e fuggi ? È l’assenza di una rotta comune? Del non essere più tutti, ma solo individui portatori di bisogni? Ci si divide e ci si scinde, nel scindersi una parte resta e l’altra prosegue, ma quando ci si divide nessun pezzo dell’altro ti segue: è una scelta di vita che comporta che il precedente sia visto come un errore e che esso non ci appartenga. Per questo non c’è più indifferenza raccontata e gli ignavi, gli infingardi, i furbi si nascondono in una maggioranza grigia che non dice nulla mentre altrove lampi scindono il cielo comune. Da una parte o dall’altra.
Ti ricordi la “Tempesta” di Giorgione, è questo il mondo: come allora una riforma era alle porte assieme a una guerra dei cent’anni. È questo il mondo dove semplicemente si è da una parte o dall’altra e la cingana che allatta è il mondo che nasce, senza il pudore di vivere, di essere, di sperare, mentre il soldato vestito e armato, è il vecchio senza inermità e capace di offesa, ma è il passato che il cielo laverà tra poco. Pensa che sotto quel soldato la radiografia del quadro ha trovato un’altra figura di donna bella e nuda che si lavava nel fiume, era la congiunzione delle bellezza nel tempo che scorre. Poi Giorgione ha sentito arrivare il ferro e la peste di cui sarebbe morto e ha cercato la bellezza nel reale e nello stato di natura la salvezza. Oggi è la scienza che si allea o contrasta la natura e il fulmine che squarcia il cielo ci riporta all’oggi: abbiamo bisogno di luce e non di oscurità. Questa è la scelta ed è così radicale che ci sarà un prima e un dopo e anche un progressivo cancellarci in ciò che non abbiamo voluto comprendere: che il presente prepara il futuro.
Di quasi tutti non si sa nulla. Nulla che preceda le parole, nulla che faccia capire un pensiero inespresso, un desiderio profondo. Forse non si vuol sapere nulla che non sia voluto, così abbiamo perduto la telepatia. Ma molte informazioni ci arrivano senza voce, involontarie sfuggono all’attenzione perché c’è altro che vibra ed è il corpo che parla. Oppure ci sono tracce nelle cose fatte, nel muoversi, nelle priorità enunciate e silenti, nelle abitudini. Non mancano le informazioni, solo la pazienza e la capacità di metterle assieme. Però io so quello che mi vorrà essere detto.
Abbiamo sempre dato importanza maggiore alla parola e ora che il mezzo diventa virtuale, esclude i corpi fino alle scelte che li coinvolgono, la parola è ancora più importante. E l’immaginare è importante. Immaginare è un segno di attenzione, l’hai mai pensato? Sapere che qualcuno a cui si pensa sta facendo qualcosa, che si muove in un certo luogo, che esso stesso può pensarti, immaginarti, può uscire dal tempo, non importa quando questo accade ma il fatto che possa accadere. Ci attacchiamo a tutte le sottigliezze per decrittare il testo misterioso che ci viene proposto da chi ha la nostra attenzione. Lo si tiene di buon conto per le sue tante interpretazioni, per porsi domande, articolare dubbi e conservare le certezze che danno sostanza e corporeità alle parole. Questa è comunicazione asincrona che si spinge nel profondo e non ha reticenze.
Ho scritto molto in questo tempo indeciso, spesso mi rivolgo a persone che non conosco, e scrivo cose che suscitano scarsa attenzione. Me ne accorgo perché è come se le parole scivolassero via senza trovare un luogo in cui posarsi. Le parole vivono sempre ma muoiono le emozioni che le avevano suscitate, la maggiore difficoltà che abbiamo tutti, ne sono sicuro, è quella di trovare chi sente davvero quelle parole, le confronta con le proprie, le unisce e ne nasce qualcosa di differente. Questo è la comunicazione vera, quello che nel reale fa l’amico. Anche quelli perduti, ritornano con il tempo passato assieme, le parole che sono diventate emozione e hanno formato. Abbiamo parlato così tanto con tutto quello che avevamo a disposizione, di noi, del nostro tempo, di ciò che scoprivamo e vivevamo perché era talmente forte da superare la reticenza e traboccava nella vita. Eravamo giovani, ci sembrava che l’amico fosse superiore all’amante perché ti amava oltre il piacere. Poteva dirti le cose che pensava e mantenere un legame profondo, c’era se lo chiamavi e tu c’eri per lui. Con l’amico servivano le parole e i pezzi di vita assieme, ora mi chiedo cosa resti dell’uno e dell’altra. Poi il tempo rarefà, mette distanze che non ci sono, sbiadisce e ci si accorge che si sanno troppe cose sconnesse. Ci si chiude in torri di silenzio per il timore di veder rifiutato il dono della confidenza e della sua verifica nel comune sentire. (con fidere ovvero avere lo stesso sentire) Ma anche se ormai gli amici sono pochi, davvero pochi, il desiderio del comunicare quello che si è ora, resta intatto, perché da soli si è meno di ciò che si è per davvero.
Nella piazza ci sono tavolini ovunque. Le persone sedute godono del primo pomeriggio e del sole ancora tiepido. Aperitivi e chiacchiere con un brusio che si riflette nei palazzi bianchi del potere e nella mole del palazzo della Ragione. Questa è una delle più belle piazze della città dedicata alle erbe che arrivavano dal contado. Divisa dalla grande mole del Salone e simmetrica alla piazza dei frutti, anch’essa dedicata i prodotti agricoli che alimentavano la città senza terre e proprietà. Entrambe le piazze, come le altre vicine e strade e vicoli sono immolate ai riti dello spritz e del cibo veloce. E’ come se nella città governassero i baristi e il commercio, il potere politico è accondiscendente e il voto, invariabilmente, estende l’occupazione del suolo pubblico. I commercianti sono una faglia che vanta diritti d’occupazione e confonde la vita con la capacità economica, pretende l’uso esclusivo di ciò che è di tutti, ma nulla fa perché la città sia più bella. E così nulla viene offerto allo sguardo che compensi la bellezza della piazza vuota.
Nell’angolo della piazza, negletto, vicino alla fontana dove per gioco, bimbi e colombi si bagnavano i piedi, c’è un piccolo sopralzo giallo con l’addobbo che riporta all’Afghanistan. Un palchetto che viene attorniato da chi ricorda che c’è una tragedia in atto. Giovani e meno giovani mostrano cartelli per dare un messaggio a chi passa od osserva distratto dai tavolini. Si succedono discorsi che riportano i numeri di una tragedia che dura da talmente tanto da sembrare un sempre, ed è immane negli adulti senza speranza, devastante nei bambini. Si muore di freddo a Kabul, di sete, di fame e di regole senza appello, né ragione. Scorre nelle parole, un riepilogo della disperazione e della miseria di luoghi senza pace. Tutto è confinato in queste 50 o poco più persone, mentre attorno le conversazioni continuano sorridenti e tutto l’armamentario seduttivo della vita opulenta si svolge tranquillo.
La piazza è lastricata di trachite grigia, in rettangoli regolari e il giallo del palco risalta formando un’armonia che ingentilisce le parole delle testimonianze, ma non toglie loro un significato terribile, giallo come un’epidemia che invade i cuori, grigio come il pensiero che non vede altri che se stesso. Intanto i tavolini più vicini al palco si sono vuotati, l’altoparlante, forse le parole, infastidiscono. Solerti i camerieri spostano altrove tavoli e sedie: prima che scenda la sera il fatturato dovrà avere il senso del giorno di festa.
Adesso sul palchetto, c’è musica dal vivo, una cantautrice si accompagna con la chitarra e narra storie di donne. Una parla di violenza subita, un’altra di un amore difficile e negato, ancora il desiderio di essere altrove emerge dalle parole: le donne che fuggono vorrebbero restare. Sembrano cose d’altri tempi, momenti di ribellione che hanno attraversato i giovani e tutto ciò che era nuovo e cultura in occidente. Interessi improvvisi per civiltà di cui si pronunciavano a fatica i nomi. E quel meditare, protestare, chiedere basato sulle libertà negate altrove portava nuove consapevolezze e libertà nella società in cui si viveva. Senza un internazionalismo di sentimenti, il mondo greve e incrostato d’ottocento e d’imperialismo in cui si viveva, sarebbe rimasto eguale. Quindi il mondo dei vinti ha regalato non poco a tutti, ma ora questa consapevolezza si è perduta.
Resta la minaccia ambientale che dovrebbe rimettere in ordine i sistemi produttivi predatori e lo scialo immane della terra su cui posiamo i piedi, è strano che debba essere il pianeta a ricordarci le iniquità che vengono perpetrate. Ciò che è apparentemente inanimato si anima e con una sua intelligenza ricorda che siamo piccola cosa. Procedere per ecatombe e disastri non ha nulla di razionale, l’umanità lasciamola come processo che deve investirci se vogliamo avere giustizia ed equità nel vivere, ma comunque sia il pensiero profondo della terra esso porta inevitabilmente a ciò che è necessario perché vi sia vita degna. E allora mi chiedo in quest’aria chiara e tiepida se l’umanità non abbia gradienti che non solo sono inversamente proporzionali alla distanza ma se anche nel vicino, nel pianerottolo di casa, non si chiudano le orecchie alle parole e tutto si chiuda in piccole vite che non lasceranno traccia. Come per la riva del mare, la terra s’incarica di alzare la voce e spianare i castelli di sabbia, ogni sera e qui, nell’indifferenza la luce scema ed è sera.
I numeri hanno una loro importanza, richiamano analogie, contengono e significano oltre.
Quella tela immensa pensata assieme al Palladio, per la sala del refettorio, sarebbe stata la madre di tutte le cene e i pranzi su tela successivi e doveva occupare una parete così grande da essere essa stessa stanza e mondo. E non c’era sistema metrico per misurarla, allora si usavano misure differenti, il piede ad esempio, che valeva a Venezia ma già oltrepassando un confine avrebbe mutato lunghezza e nome. Insomma c’erano abitudini che tendevano più al raffronto che all’assoluto. Da dove siano venuti quei 666 cm, non si saprà mai, ma è il numero della bestia dell’Apocalisse di Giovanni. E l’apocalisse arrivò con quel cavaliere di sventura che chiuse una repubblica millenaria, che fece tagliare a pezzi la tela e la inviò a Parigi, come restituzione parziale di danni di guerra. Sì era napoleone e gli oltre cento carri di opere d’arte inviati in Francia erano furto e preda, non risarcimento. Così è finita al Louvre la tela di Veronese, quelle nozze di Cana famosissime in cui si riconoscevano imperatori e popolani, in cui lo stesso mondo si fondeva tra il silenzio del miracolo e il tintinnare dei bicchieri, serpeggiava nel gorgoglio dei vini, nell’oro delle vesti, nel giocare di cani, nel vociare e nelle risate, nei giochi e nel fascino del corteggiare. Era lo splendore di un’epoca che celebrava se stessa in matrimonio col mondo, ma era anche una festa di nozze, e se guardiamo con attenzione le figure, non riconosciamo gli sposi, al centro c’è il Cristo affiancato da Maria, ma i soggetti della festa non si sa dove siano. O forse i soggetti sono tutti i presenti che mostrano i loro abiti migliori, conversano, sorridono, guardano verso punti di richiamo, e lo sono anche i servi che s’impegnano nel portare vivande, confezionare cibi, mostrando un’allegria e un fasto che li dimostra coscienti di essere ad un evento che li riguarda tutti. Quella parete immensa di san Giorgio Maggiore non poteva accogliere che una meraviglia, così come l’isola aveva accolto imperatori e sovrani, doveva rappresentare ad essi e al mondo la munificenza dell’ordine Benedettino che guardava il bacino di san Marco, ne vedeva il brulicare delle genti, delle merci, dei linguaggi, assisteva alle terribili cerimonie tra le due colonne di San Marco e San Tòdaro dove la giustizia veneziana eseguiva le condanne capitali, guardava il balcone dogale che si spalancava ad annunciare notizie, vedeva gli orifiamma delle navi in entrata che issavano il gonfalone con il leone, ne osservava il libro e sentiva quel: viva San Marco, urlato prima dal coffiere in vista e ripetuto in bacino prima della fonda. Quel grido sarebbe continuato dopo il passaggio del cavaliere dell’Apocalisse e si sarebbe ripetuto chissà quante volte fino a Lissa, quando dalla tolda dell’ammiraglia di Wilhelm von Tegetthoff, si levò nuovamente assieme agli ordini dati in veneto, solo che chi vinceva era la marina dell’impero austro ungarico e la sconfitta era la marina della nascente Italia.
San Giorgio maggiore, con il suo bianco incandescente di marmo, con i suoi chiostri silenti, vedeva tutto e accoglieva principi e papi, mostrando le meraviglie dotte dei codici miniati, l’immensa biblioteca, le tele dei grandi pittori veneziani che magnificavano la gloria di un ordine che era forte per studio e disciplina, oltre che per ricchezza, ed era esso stesso azienda e comunità. Napoleone per conquistare Venezia usò il disprezzo e una cannoniera che era poco più che un barcone. Fu ordinato di forzare il blocco di San Nicolò del Lido, che faceva entrare nell’aere sacro della laguna. qualche cannonata, la nave francese perse il capitano e Venezia una indipendenza di oltre mille anni. La Repubblica che già aveva permesso di essere violata nei territori dagli eserciti dell’uno e dell’altro, si inginocchiò e il gran Consiglio, pur privo del numero legale, decretò la sua fine. Quello che non era riuscito al turco nelle sue eterne guerre, al Papa e alla lega di Cambrai, agli imperatori Austriaci e Tedeschi, ai re Magiari, ai Francesi, al Moro, insomma quello che non era riuscito a nessuno, riuscì a quel senzadio che portò il conto della storia consunta dell’Europa al suo capezzale. Venezia era vecchia, sofferente e restava splendida per volontà di popolo, ma ormai se doveva inginocchiarsi tanto valeva farlo davanti a chi avrebbe piegato regni e imperi, umiliato il Papa. Chiusa nell’angolo da ogni forza bellica del tempo, non accennò a nessuna resistenza e sperò nella clemenza del generale indifferente. Era esausta di tempo, prigioniera di riti, orgogliosa della sua memoria ma ormai incapace di avere un comando all’altezza di ciò che accadeva in quegli anni di rivoluzioni. Cedette alla forza chiedendo un rispetto che non ottenne. Venne lo sghignazzo e la rapina, la spogliazione e l’affermazione di diritti inesistenti. La rovina. Venezia restò nuda, privata di governo, sovranità e gloria, ceduta senza quasi colpo ferire, umiliata da un trattato concordato nella casa di quell’ultimo Doge Manin a Passariano. Una casa di famiglia dove l’uomo e lo stato fu due volte piegato e umiliato.
San Giorgio dopo aver visto la festa e la gloria, vide e subì la miseria e il numero della bestia di quel dipinto si materializzò nella sua divisione, nel furto, nella riduzione a caserma del convento. Tagliate a pezzi le nozze di Cana vennero ricomposte al Louvre, come se una finestra sul mondo incredibile che aveva generato l’opera, il lustro, i miracoli si potessero aprire in una parete diversa da quella in cui quell’opera era nata. E il refettorio rimase spoglio, la parete cieca e muta, priva di speranza senza quelle nozze generatrici di discendenza, gloria e potenza, senza miracolo dell’acqua che mutava in vino. Perché Venezia questo fece: mutò l’acqua che solcava in vino che dissetava, inebriava ed era fonte di ricchezze e di stile di vita e lo distribuì facendone parte importante dei suoi commerci e ricchezze all’Europa nei secoli che se non erano bui, erano assetati di nuovo e di meraviglia. Anche per quello in quelle nozze di Cana, immagino, una domanda gentile chiedeva un miracolo perché la festa continuasse, perché gli sposi, che chissà dov’erano, non fossero dileggiati, perché il mondo potesse gioire senza che il disdoro della penuria piombasse sull’evento. Napoleone chiuse la festa, e quella tela, che era la più grande, non spettava a un vinto, ma non poté impedire che restasse la memoria di un epoca immensa per sfarzo, che il genio del Veronese, con la sua eresia e la voglia di vivere, avesse giudiziosamente disseminato in cene e pranzi giganteschi posti in altri luoghi, la stessa misteriosa gloria.
Davanti a san Giorgio Maggiore ora passano altri gaudenti, sguaiati, disattenti, guardano dall’alto di navi alte quanto e più dei 75 metri del campanile. Sorridono con sguardo rapace, scattano innumerevoli foto che non guarderanno e sventolano fazzoletti a chi non li attende. Passare per il canale della Giudecca è molto richiesto dalle compagnie turistiche, per i nuovi dominatori che affollano navi che muovono l’acqua verso San Giorgio, verso Punta Dogana, verso la riva degli Schiavoni. Passano e salutano un moribondo a cui non portano rispetto. Non generano nulla, non c’è gioia, stile, epoca, non c’è il miracolo: sono la continuazione di quel depredare che iniziò nel 1797. Forse è la nemesi di una gloria essa stessa costruita sulla rapina. Forse è la chiusura di un mondo in cui più nessuno grida: viva san Marco. Il forse è la misura dell’incomprensione, di ciò che ci sfugge perché ci pare assurdo e la ragione si rifiuta di capirlo. Ma in quel piccolo, miserevole, profitto come può esserci ragione e se non è tornata la tela ma solo una sua riproduzione, come può San Giorgio maggiore guardare il bacino di San marco e venirne una rinata gloria? No, vede il passare di navi che l’oscurano e battono bandiere di stati compiacenti col fisco, vede innumeri piedi che non attendono a nessuna gloria, vede pietre che si sconnettono e consumano e acqua che cresce.
San Giorgio Maggiore era stato svuotato dai monaci, requisito da Napoleone, occupati i chiostri con le truppe, spenti i marmi, tolto il toglibile, ma chi venne dopo fece altrettanto. Anche quel regno d’Italia che aveva perso a Lissa. Come poteva San Giorgio far miracoli, benedire (cioè dir bene), accogliere nuovamente i re e i nuovi dogi nell’isola che era stata dei Memmo? Nel concederlo alla fondazione Cini lo Stato Italiano nel 1951, ha fatto una cosa buona. Ora è luogo di cultura, di meraviglia per i restauri, di pensiero, ma sembra azzoppato ancora, avvolto in una misura che non è la sua: cioè quella di essere il luogo in cui il potere si riconosce non nella forza ma nella gloria del fare. Forse togliendo le navi, contingentando i turisti, insegnando loro la meraviglia di quel passato che non si è auto generato ma è stato comunque un miracolo. Forse parlando del futuro e di come esso sia a misura d’uomo allora l’acqua potrebbe nuovamente trasformarsi in vino. Ma servirebbe un doge e un popolo, un viva San Marco che sconfiggesse la bestia e tutti gli altri cavalieri dell’apocalisse, un miracolo, insomma.
Poi le cose si aggiustano. Prendono strade trascurate o impreviste e tutto si ricompone in nuove domande. Ma quella condizione di soddisfazione e di benessere, non diventa permanente; come se il vivere fosse davvero un cammino, ossia un succedersi di equilibri instabili che alla fine, complice l’attrito, permettono un procedere, una direzione. Un raggiungere per poi ripartire.
E cos’è l’attrito se non una trasformazione di energia, un mutare che si compromette per poter raggiungere l’equilibrio. Così il benessere è un insieme di compromessi, di silenzi, di emozioni tacitate e la quiete di una vita silenziosa, facendo le cose necessarie, il buono e onesto lavoro.
Questo benessere non è confrontabile con quell’altro, quello profondo, e infatti si sente che manca sempre qualcosa. Ma trovare un accordo con la propria indole, il daimon che ci dice cosa serve per essere davvero noi stessi. Per crescere, procedere verso la direzione che non è caso, né fortuna, ma destinazione innata e in quella non c’è attrito, né compromesso, ma vita come poteva e doveva essere per completarsi. Tutt’uno è un’opera d’arte: noi.
Una sola vita non ci basta, forse per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli chiusi da cui è stato doloroso uscire, ma una vita diritta non ci piacerebbe.
Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non basti il tempo, l’unica cosa che c’è sempre a sufficienza, invece ciò che spesso manca è la voglia di viverlo.
Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite. E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che era un unico flusso la vita, che ciò che avrei provato non sarebbe assomigliato a nulla che già conoscevo, ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non si ricordava nulla, le lunghe teorie di false ricorrenze, tutto ciò che era stato senza apparentemente lasciar traccia. Così ora vorrei che le vite si moltiplicassero, e intanto vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero.
Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, il tempo, paziente, mi attende, mi lascio prendere da ciò che mi sollecita e se un pensiero m’ intenerisce lo accolgo con piccola felicità in cui mi perdo.
Del corpo si sa poco, spesso nulla e lo si rispetta meno. Ci si dimentica che ha una sua intelligenza o forse non lo si è mai saputo. Perché è paziente, perché ci perdona: è un amante talmente accogliente a cui non serve confessare le trasgressioni, le conosce e non sarebbero capite. Così le parole si moltiplicherebbero all’infinito per spiegare qualcosa che è semplice, l’onnimpotenza presunta di vivere come pensiamo e non come possiamo. Condizione che ha un difetto: è la somma di ciò che siamo in relazione a qualcosa, cioè un insieme di speranze, ricordi, emozioni, sensazioni incomplete, desideri incombusti, attese e corse a perdifiato. E poi ancora ha tutti i sensi attivi e quindi un odore, un colore, una goccia che non voleva cadere e intanto c’era un pensiero che si agitava e riguardava altro. Da tutto questo è nato quel qualcosa che è sembrato onnipotente e c’era pure molto altro a sostenerlo, che dire allora ? Meglio restare sulle generali anche con noi, esprimere l’emozione e aiutarla con il sorriso degli occhi. Gli occhi mentono con difficoltà ma ancor più contengono quella parte di storia che non si dice e s’ intravvede agitarsi, interagire, scurire e illuminarsi di colore.
Domani, forse già stanotte pioverà, questo potrebbe essere il contenitore della storia. Mi addormenterò sentendo sul tetto la pioggia e lo scirocco flagellerà le piante sul terrazzo, scuoterà la tenda con schiocchi successivi tentando di strapparla e agitarla come una conquista al cielo. Ci sarà qualcosa che fuori sbatte, una finestra, un barattolo che corre da un muro a quello opposto, qualche parola preoccupata che esce da una finestra aperta, il tuono che s’avvicina. Tornerà il ricordo di una notte in un campeggio della costa istriana, la tenda schiacciata dalla pioggia e dal vento sino a incollarla sul corpo, l’attesa che finisse e la fatalità in agguato: che albero avrebbe scelto il fulmine? Sarei stato un trafiletto di cronaca oppure mi sarei letto bevendo un caffè al bar con una pessima briosce e un sole che cancellava il disastro notturno?
Qual era la storia, il ricordo o la giornata che sarebbe seguita? Si sa poco del corpo, anche della mente e nulla di chi ci sta attorno, di cosa pensa, perché alcuni hanno i capelli scuri e altri rossi, le motivazioni di perché ci piacciono gli uni o gli altri. Cosa racconta la storia di un pensiero fugace, che poteva cadere come quasi tutti i pensieri in quella poltiglia di immaginazioni su cui tutti camminiamo per strada, nelle stanze, nelle stazioni, ovunque passino persone e animali, e invece non è caduto, il pensiero, è diventato domanda, poi sorriso, poi colloquio, poi cappuccino, poi difficoltà a lasciarsi e saluto, sera, senso di vuoto, notte e attesa a occhi aperti nel buio. Com’è nata una storia e cosa la differenzia dall’impressione? Il fatto che tutto il corpo, non solo il desiderio, il pensiero, i sogni convergessero, ma che fin dentro il sangue scorreva veloce, che c’era voglia di muovere le gambe e una strana euforia che modellava il viso, faceva gesticolare le mani nel silenzio di sguardi stupiti, che pure sembravano aver capito tutto? Almeno così pareva, mentre era il corpo che scriveva la storia e ne parlava con sé e con un altro corpo.
E quando la storia diventava assenza, privazione, non era forse il corpo a scrivere pagine su pagine di addii che poi bruciava nella notte, nella paura della solitudine che segue l’infrangersi delle speranze. Non era ancora il corpo che si piegava e rattrappiva in sé aspettando passasse la bufera e desiderava la luce, proprio mentre la rifiutava. E non era anche quella una storia declinata all’infinito, arricchita di particolari, di luoghi dove i piedi si erano posati, di sorrisi che avevano alleggerito il cuore dalle paure che ognuno porta insieme alle felicità? Era anche quella una storia in cui il definitivo poteva diventare parentesi, l’attesa sospendersi nel cielo e verificarsi e poi accadere di nuovo, come succede negli appuntamenti. Sì era così e il corpo non era abituato al definitivo e allora si rizzava, si muoveva, faceva altro e pur senza entusiasmo, da qualche parte attendeva che semplicemente finisse e si ricominciare a vivere.
Era così che funzionavano le storie e i corpi, usando la vista per cogliere le verità e le mani per sentire le stagioni. O anche i piedi se era estate e l’acqua era fredda per la tempesta appena passata, per sentire la sabbia nuova portata da onde ora quiete. Usavano la schiena, che avvertiva la prima folata d’autunno, là sulla nuca dove il colletto non arrivava e intanto ascoltava il rumore delle foglie secche calpestate, il vento mutevole e il fumo di legna che misteriosamente arrivava da una casa calda dove di certo avveniva qualcosa: persone che pensavano, sentivano, si amavano forse, e i bimbi giocavano oppure c’erano indifferenze e domande senza risposta, precarietà. Il corpo non è precario, c’è,e sente le storie. Si atteggia per riceverle, rannicchia e distende, borbotta e ci parla, procede per analogie, ricorda, come quella volta che qualcuno piangeva e tu volevi strapparle un sorriso e non riuscivi perché il corpo voleva piangere e allora anche tu ti sei messo a piangere disperatamente e non sapevi perché. E come per gran parte delle storie, ancora oggi non sai perché esse accadano e come parli di esse il tuo corpo, ma se ti viene da ridere o piangere, fallo, lui sa perché.