lavorare a casa

Il lavoro è anche un luogo dove si vive, dove andare, con abitudini e regole. Tutto questo lo sa bene chi il lavoro lo perde, oppure ne esce. Allora la casa, l’assenza di orari prefissati, il non avere un fine definito al fare diventa straniamento, fallimento del sé.

Anche l’uscita da un lavoro, la rideterminazione di uno nuovo o ancor più la pensione generano sensazioni sono simili, eppure differenti, ad esempio nel caso della pensione in parte la questione economica legata al lavoro è risolta, e in comune con gli altri casi restano i nuovi impegni da costruire, il tempo da usare convenientemente. Comunque anche la pensione è un ritorno a casa.  Ben lo sanno le donne che si vedono ritornare quest’uomo, che non conoscono durante il giorno, della cui presenza non sono abituate e di cui non sanno ben che fare.

Credo che per l’uomo la casa abbia una funzione diversa che per la donna, naturalmente fatte le debite eccezioni, è un luogo da cui uscire più che un luogo in cui stare. Per non pochi uomini sembra che la casa sia un limite, un luogo essenzialmente di riposo notturno e di lavoro manutentivo, che con difficoltà viene vissuto come il proprio “luogo”, magari per ozi piacevoli. Una fantasia che apparteneva molto alla generazione del posto fisso, attribuiva all’età della pensione la funzione del riposo e della saggezza per aver molto vissuto e visto e lasciava a quel tempo il compito del fare ciò che si era a lungo rimandato, adesso la riforma Fornero toglie la fantasia spostandola troppo in avanti in una realtà fatta più di stanchezza che di nuova età del vivere. Comunque Fornero o meno, non è così, ciò che non si è fatto era in realtà il sogno di una vita altra, un universo possibile che ha vissuto senza di noi quando si sono fatte altre scelte. E la pensione non è una vita altra o almeno, non è quel rovesciamento di opportunità che si pensava perché la testa fatica a mutare e il tempo è la prosecuzione di quello precedente da ricomporre e a cui dare un nuovo senso.