tutti i giorni che serviranno

letture

cento e sei anni

il nove di ottobre

Il nove ottobre era una sera come le altre, l’autunno, i primi freddi, l’anno scolastico iniziato da poco, i compiti mezzi fatti e qualche pensiero leggero per il giorno dopo. La mattina del dieci ascoltai la radio, faceva parte del rito della colazione. La notizia del Vajont, della frana del monte Toc, sovrastava le altre notizie. Si percepiva una disgrazia grande, la radio diceva che era colpita Longarone e poi Erto e Casso, ma questi paesi molto meno. Non c’era misura del disastro, parlavano di un’onda che aveva scavalcato la diga e poi si era riversata su Longarone risalendo i declivi e trascinando tutto verso il fiume. Nessuna stima delle vittime, solo che stavano affluendo i soccorsi, gli alpini, l’esercito.
Andai a scuola con quella notizia, ne parlammo prima dell’inizio della lezione, poi, fatto inopinato, l’altoparlante che avevamo in classe si mise in funzione. C’era un annuncio, il preside parlava a tutti comunicando che una grande tragedia era avvenuta e che uno o forse più nostri compagni, stavano tornando a casa. Erano studenti come noi, solo fuori sede e attratti dalla buona reputazione della scuola. Non sapevano nulla della famiglia. La mattina scorse grigia, senza troppa voglia di scherzare, qualcuno riuscì a portare in classe una copia dell’edizione straordinaria del Gazzettino. C’erano molte foto ma erano macerie, come dopo un bombardamento. Si parlava di centinaia di morti forse di più, ma i morti non c’erano, trascinati dall’acqua che aveva riempito la Piave. Il fiume sacro che raccoglieva disgrazie.
C’era scuola anche il pomeriggio, arrivava qualche notizia in più, i morti erano sempre senza numero ma crescevano. La sera, tornando a casa, cambiai le solite abitudini di perditempo, mi sembrava che la città fosse più buia o forse era il fanale della bicicletta che non bastava più. La sera con le edicole affollate, i gruppetti di persone davanti ai bar, era strana, in un sovrapporsi di voci che davano interpretazioni, che amplificavano la disgrazia con le congetture, i dubbi. E se la diga fosse crollata? Il disastro si faceva più netto e parlandone a casa, ripetevano le parole della radio, della televisione. I giorni successivi aggiunsero particolari sempre più neri, i morti che non si capiva quanti fossero, i ritrovamenti a chilometri di distanza, l’opera degli alpini e degli altri corpi mobilitati, le interviste, il racconto dell’orrore dei ritrovamenti, il cimitero devastato. E tutto questo per una distanza che portava al mare, con una conta degli assenti che non era numero ma scomparsa, come mai fossero stati e invece erano persone con affetti, legami, vita, presenza nelle strade, nelle case. Tentavo di capire chi erano i miei compagni di scuola che erano andati alla ricerca della famiglia, cercavo un viso, un cappotto, un taglio di capelli nella memoria, mi pareva, ma era solo un lampo che non Illuminava, pensavo che forse li avevano trovati i genitori, i fratelli, i nonni o forse erano scomparsi e cercavano con i militari. Nessuno ci diceva nulla e non ho mai saputo.
Nessuno degli insegnanti parlava più del necessario, non ci fu nessun tema in classe. Parlavamo di più a casa o tra noi, poi sempre meno. Le perizie che avevano assicurato la sicurezza della diga e dell’invaso erano state fatte nella nostra orgogliosa e centenaria università e un senso vago di colpa invade a le strade, le parole, gli stessi palazzi, appariva che il disastro si poteva prevedere, che era certa una frana ma prevista più contenuta. E i morti a chi dovevano chiedere conto? Nei mesi che valicarono l’inverno è poi negli anni successivi venne fuori il peggio, le case comprate per avere gli indennizzi, le somme ridicole per togliere le parti lese dai processi, mentre come per la prima guerra mondiale, il fiume o il mare, ogni tanto restituiva qualcosa, a ricordare che a monte era accaduto un disastro che aveva interrotto migliaia di vite e che non c’era rimedio né possibilità di sanare ciò che non sarebbe mai stato. La nostra era pietà e rabbia, era un senso di ingiustizia generatore di infinite domande, ma noi eravamo sicuri fino a prova contraria, eravamo inermi non al caso, non solo a quello ma all’avidita, all’imperizia, era toccato a innocenti e questo non aveva una ragione, non era fortuna, non era caso, non per così tanti, era qualcosa che ci sfuggiva come ci fosse una volontà vieta, buia, deviata che colpiva perché non eravamo nulla. E a questa si aggiungeva la parte peggiore dell’uomo:l’avidità. Anche ora è così ma allora non lo sapevamo. Noi avremmo vissuto, gioito, costruito esistenze nuove, fatto cose semplici e difficili, avremmo accumulato tempo e vita, loro no e nessuna giustizia li avrebbe risarciti di nulla di quello che era loro, solo loro, e gli era stato tolto.

una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro

parlare di lavoro

Parlare di lavoro oggi quando, pensando fosse altro, ci è mutato tra le mani e ora la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che a quello che essi contengono, ci porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro difficoltà diventano di immane difficoltà realizzati va. A questo si aggiunge la crisi climatica e ambientale che le aziende non hanno capito e non capiscono, ma essa muta il lavoro e la sua condizione oltre che la vita comune.
Deaglio analizza da tempo il lavoro com’è e dice che bisogna partire da come esso è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà.
Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione e quest’ultima dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.
Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Mutare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, diventa più semplice se questo è un problema europeo.
Quello di cui si parla senza soluzioni è che il lavoro, anche quando c’è, spesso non è sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Questa esistenza tutelata solo a parole dalla Costituzione e di fatto negata, anche ora, dai governi, avviene solo per una parte dei lavoratori e segmenta chi è attivo nella popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco, in a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata, è che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.

la notte regala animali sapienti

La notte regala animali sapienti,
accovacciati nel buio, respirano piano,
ascoltano
il calore della terra, l’umore che sale dall’erba,
il colore sciolto nell’ombra.
Dall’alto sono aggregati di timore,
senso del limite,
e un brivido sconosciuto che avvolge l’ignoto,
La mente interroga gli occhi,
sente il passato svolgendo gomitoli di filo d’argento e nodi d’ambra,
vuole risposte mentre guarda le stelle,
e non riflette, d’istinto è la fuga ciò che l’attrae,
ma qualcosa si forma, sembra, par di conoscere,
l’odorato è l’occhio notturno e mentre cala il fresco dal cielo,
la terra e le cose tracciano mappe di profumi,
si riconosce l’assenzio selvatico, il timo, l’umore dell’acqua,
gli alberi, le resine, i fiori ormai sfatti,
le erbe mischiate, il legno tagliato,
un cigolio che spande il sapore di sangue e di ferro.
Nella notte lo spirito s’acqueta
e le parole si formano libere con la durezza levigata del ricordo,
compitare il senso è confondersi nel buio,
gli occhi spalancati bevono frammenti di luce e odori,
mentre lontano, ma appena oltre la mura,
rumore di vite, d’altri passati, emozioni e paure intrise di gioia,
dicono senza dire,
perché solo la disperazione di non essere
uguali e differenti,
il cuore riempie di timore.

festivo

I biscotti, “zaeti” , stanno cuocendo. C’è un buon profumo in casa che si mescola con quello della farina che cuoce tra mandorle e uvetta. Scrivo nella mente cose mai prima d’ora comprese, leggo chi sa scrivere stupendo e penso. E ascolto Tschaikowsky, il primo concerto per pianoforte.
Ho pensato spesso all’amore, agli amori e all’attrazione in questo periodo, come a componenti dello stesso processo. Le letture, i ricordi, portano nei particolari, mostrano ciò che si è generato e ancor meglio, ciò che ha incrinato o mutato il sentire. Perché sembra che tutto si riconduce a noi, alle nostre volontà, ma i barlumi del possibile, l’addensarsi dell’accadere si annidano lontano, poi a fatti avvenuti, subentrano altre virtù: la passione, l’attesa, la pazienza, la giusta misura, il silenzio, la verità e chissà quant’altro che sia noi e solo noi.

Ho pensato anche a quanto si frappongono società, religione, usi, timori e ruoli tra gli uomini, che rendono disgraziate le vite anche di chi poteva essere felice. Un’amica cara è immersa da anni in problemi enormi che inutilmente la consumano nella sua bellezza, per un matrimonio fallito, basterebbe la realtà e invece funzionano rancori e tribunali.
Come se per due persone che si amano fosse lo stato civile a fare da barriera.

Ho pensato anche a un criterio, che è un priori, ovvero il piacersi reciprocamente, cosa che aiuta non poco a scambiare sentimenti e verità ed è stranamente questo che viene dato per scontato nella vita sociale, mentre è un farsi non sempre semplice ed è proprio esso l’anticamera dell’attrazione. Piacersi ossia provare piacere dell’altro è condizione rara. E questo viene negato dall’ educazione che sottolinea il diverso, che mette dubbi dove non ci sono e porta le cattive esperienze come fossero verità.

L’amore è semplice, potente, unitario e desideroso di piacere, in tutti i sensi, partire da ciò che è significa aprire un mondo che prima non c’era e non sarà mai uguale, mai lo stesso per sempre e quindi mutevole, solo la verità gli rende onore, il resto è indebito possesso.

il senso della cura

Il senso della cura è in quel chiamare, pensare, scrivere: ci sono e ti penso.

È nei piccoli gesti che si arrendono all’evidenza delle molte specie d’amore e che solo chi ne conosce la grafia sa interpretare e tenere cari. La cura è colmare un silenzio intuito, sorprendere con un gesto inatteso.
La cura è l’attesa e la sua risposta nell’esserci. La cura toglie il calcolo dai gesti, dalle cose, è un accucciarsi caldo, una carezza inventata e lieve, un sentire che nell’aria c’è il profumo della presenza.

La cura è togliere dalla solitudine quando questa fa male e lasciarla quando è necessità del ritrovarsi.

La cura non ha tempo, non ha ora, è fatta di codici segreti, di piccole abitudini che tengono assieme la luce e il buio, è un dire con parole giuste e sbagliate, un eccedere che coglie l’inespresso, un tenere per mano quando la mano ha freddo.

La cura è essere se stessi e porgerlo quando si può, è attendere che arrivi un segnale e capire che esso ha le difficoltà che ogni vita contiene. La cura siamo noi in ogni movimento verso un amore, in ogni attesa di esso, in ogni contingenza che non ci distoglie dalla certezza di ciò che conta. E che sappiamo ci sarà adesso, stasera, domattina, fin quando sarà bello che esso sia perché viene accolto e sentito e restituito.

Questo, e molto altro, è la cura.

Di te, di me resteranno i vuoti lasciati negli abbracci,

saranno loro a parlare con il tempo,

e nessuno si preoccuperà del pulviscolo d’amore che alimenta l’universo,

come non si cruccia troppo del gas di scarico delle auto,

ma guarda il semaforo o la coda d’auto che lo precede.

Il pensiero di noi si racchiude in naturali gentilezze,

in presenze che qualcuno ha notato:

una mano nella mano, un sorriso senza apparente oggetto,

il pensiero lieto che non fa rumore,

dobbiamo credere che questo levi un vento d’onde che rimane

e con altro amore si mescoli e confonda

per dar senso all’universo

che d’indifferenza per suo conto è pieno.

treni perduti

I capostazione perdono tutti i treni, ma hanno una stazione, un luogo in cui arrivano e partono le persone più diverse, quelle che tornano per restare e altre che cambiano destinazione inseguendo un sogno che sembra eterno e lo è, ma muta e diventa altro, finché non si capisce che l’eternità è nel mutare. Nel lasciar morire il vecchio e portare entro sé il nuovo, così quei treni passati entrano nel ricordo, lo addolciscono, diventano leggeri e si posano tra parole e pensieri.

Cosa pensa chi non parte e cosa pensa chi arriva. Neppure gli addii hanno la capacità di annullare la speranza del ritorno e chi parte è sempre alla ricerca di qualcosa che è necessario.

Tra noi restavano le giornate di sole, le corse in campagna, le risate con gli amici, il fuoco, la voglia d’essere soli, la timidezza che doveva diventare coraggio. Ciò che era sperato e con sublime determinazione voluto, s’era poi, a suo modo, realizzato. Ma nel tempo che genera le cose, le forze dei nostri universi si mescolano con altri mondi, ne sono condizionati e si piega non la volontà o il fine o la realizzazione, ma ciò che si era immaginato che diviene vero e altro.


Delle volte lascio perdere il filo dei pensieri e mi prende una spossatezza che è malavoglia, spengo tutto, guardo il soffitto, lascio che le immagini scorrano. Senza desideri, tutto s’acquieta, trova un senso razionale, ma senza obblighi.

Ho imparato la scienza degli addii,

nel piangere notturno, a testa nuda.

-Osip Mandel’stam-