Forse era già un saluto quel sorridere, baciare e abbracciare ripetuto. Preso per allegria da feste era invece un preannuncio che saresti andata via. E ora penso sia per un amore travolgente, per una svolta improvvisa e incontenibile, che hai fatto quello che tutti sogniamo e di cui a volte parliamo: chiudere una porta e andar via. Che fosse per questo che gli occhi ti ridevano, e luccicavano, quella sera, guardando noi privi di un simile coraggio? Comunque sia, ti penso avvolta da un’ allegria senza ritegno, da emozioni nuove e pensieri appena distratti dal ricordo. C’è chi dice tu sia a Napoli, altri a Palermo, segno che, oscuramente c’era chi sapeva. Prima o poi, arriverà il tuo messaggio che racconta, ma intanto, in quest’anno che finisce, una libertà che lascia attoniti percuote le nostre abitudini e tu sarai divertita d’essere sulle nostre labbra. Siamo gli stessi, un po’ più piccoli, consapevoli e poveri di sentire. Presi dai dubbi e dalle scontentezze non diamo spazio ai sentimenti che travolgono le vite, conteniamo e restiamo attaccati alla realtà insoddisfacente mentre tu voli. E te lo dirò, prima o poi, che distanti siamo più soli ogni volta che ci si pensa. Hai però mostrato che si può fare e dar sostanza ai sogni, così ci hai regalato la speranza che davvero non sia tutto così perduto.
Ti scrivo con gli accenti a posto ma senza lo spazio delle virgole perché ho bisogno di calore.
Tra poco rimetterò le virgole così se vuoi mi potrai baciare però intanto scriverò con i colori di una vecchia Ektachrome scaduta che continuano a virare verso il blu.
E di corsa ti scrivo perché la notte fuori morde ogni mio passo. E già questo basterebbe a giustificar la fretta che ingolfa le parole.
Hai mai pensato che scherzetti fanno questi piccoli segni nella testa? Ti dico che s’ingolfano e sembrano sgomitare ed affannarsi per uscire da chissà quale collo di bottiglia ma se ci pensi il golfo è un abbraccio che accoglie tutto, il vento, il sole e la tempesta, gli spruzzi d’acqua, le bestemmie dei marinai, le grida dei bambini, i voli dei gabbiani e le vele gonfie di colore, accoglie tutto e allora se m’ingolfo accoglimi anche tu nelle parole che escono da quel cappello magico che m’hai donato.
Accogli le parole che escono ordinate, le metto in fila e guardale,
gocce sul vetro che scorrono veloci,
sogni sotto l’albero d’estate,
ma anche bambine che corrono su un prato,
un fuoco in cielo che per un attimo le stelle ha rubate,
le attese della notte di natale.
Ne farò collane da mettere annodate
sul tappeto davanti alla tua porta, prima di suonare.
E suono il cuore tuo veloce,
suono ciò che hai scambiato per musica di strada,
suono i tuoi fraintesi
e scappo,
per rintanarmi timido nell’ombra d’un angolo a guardare.
Tu sporgerai il bel viso e sembrerò un pensiero, un battito,
l’incontro che non c’è stato, la figura che pareva, l’uccello subito volato.
Rintanerò tra i miei sogni raccontando
che ogni amore li contiene tutti,
che ogni bacio apre la bocca al giorno,
che ogni carezza è un brivido che prima non c’è stato.
Ti sussurrerò dall’ombra: se si può volare perché dovresti correre ?
E se di tutto questo persiste appena un poco,
la mia ombra si scioglierà nella luce
assieme ai saluti rossi appesi fuori dei tuoi vetri
mentre lampeggia e pulsa ad ogni battito di ciglia
il desiderio dei miei occhi che ti prende.
Tutto persiste appena e così ti scrivo. E qui basterebbe.
Perché mentre scrivo e uso colori di matita
e sottolineo
e traccio una tenerezza che ti riguarda,
ormai non dovresti chiedermi perché.
Non raccogli forse i fiori per tener stretta la bellezza?
Non passi tra le dita le foglie aspirandone il profumo?
E non accarezzi il gatto perché è caldo e ti risponde?
Le parole sono uccelli d’inverno che hanno freddo,
s’ammassano nelle briciole del vicolo, e son frulli
e confusione d’ali,
gorgogliare di colombi,
e gridi,
ma che te ne faresti se non vedessi la pazienza audace che le cuce,
Volano come quel palloncino che ti volteggia attorno,
e rosso volerà
rubando il giallo al sole
quando sarà pieno della gelosia di te.
Se leggi le mie parole e vedi il filo, saprai che anche quando corre in cielo
sempre a te vola il rosso palloncino,
e allora accoglimi, che è tempo,
tienimi nei miei preziosi punti e virgola
perché così più a lungo mi potrai baciare,
tienimi nella calda buona notte,
e poi dormi tra sogni di croccante e zenzero candito
ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,
ogni bellezza che è stata donata,
ogni attenzione che ha visto e si è soffermata,
ogni rimorso ch’è stato consolato,
ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,
ogni solitudine cercata,
ogni pensiero che ha capito,
ogni telefono cancellato,
ogni auto andata senza i pensieri che ha portato,
ogni nube mutata dal bianco, all’aranciato e al blu, prima d’essere ombra nel nero,
ogni persona che ha guardato l’acqua,
ogni metà verso cui si è camminato,
ogni sogno, tenerezza e confidenza che m’ hai donato,
ogni soffermarsi improvviso che c’ha detto che siam vivi,
indefinitamente e pienamente vivi, per un attimo,
ogni giorno e notte, sempre.
Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
e non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
è tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami come sono infelice
lontano dalle tue leggi,
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
sono solo l’ombra della luce.
Che poi, col tempo, la leggerezza diventa altro, ed è così profonda e modo d’essere, da non lasciare impronte mentre prende l’anima. Cura e onestà. L’amore degli adulti dovrebbe essere questo: un prendersi per mano, condurre ed essere condotti sapendo con chi si è.
In questo affidarsi c’è l’onestà del vedersi dicendo: sono così, ma non ti parlo della superficie, bensì di quello che poi davvero sono. E ti parlo di te, di come ti sento e vedo mentre ti apprendo dalle tue parole, dai gesti, dall’attenzione che ci scambiamo. Per questo abbiamo bisogno d’essere più veri, per abbandonarci con fiducia e per avere levità nel camminare assieme. Per quanto cresceranno le chiacchiere, la finta leggerezza e le piccole falsità attorno, noi sapremo dove andare, dove osare, dove portarci assieme.
Come un tempo, cura e onestà, ma più mature e quiete, e più profonde, sono bussole di questa travagliata stagione. E l’affidarsi seguendo l’intuito, non il bisogno, perché ciò che resta siamo noi, con quello che davvero amiamo, a partire da noi stessi.
Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?
Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.
Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.
C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?
Caro amico, siamo davvero retrò, continuiamo a scriverci lettere. Rade, certo, ma lettere fatte di parole che cercano di tenere assieme ciò che siamo con ciò che siamo stati. Ti ricordi quella sera alla casa degli italiani, a nord di Rosario? E alla fine della cena, gli inni, i discorsi, le canzoni napoletane e friulane, le lacrime che scendevano senza sapere perché e il cantare sempre più piano e poi il silenzio pieno di borbottii. Sono sicuro che ti ricordi, e anche di quello che allora ci sembrò un vecchietto, ti ricordi. Ci prese un po’ in disparte e ci chiese: ma come va in Italia, davvero? E il re, quello giovane, come sta? Parlava di Umberto e lui se n’era andato nel ’35 in Argentina. Gli raccontammo che andava bene, che anche Umberto stava bene e adesso era all’estero. Ci guardammo senza aggiungere altro. Lui parve contento.
Te lo ricordo perché anche tu sei distante da tanto ormai, mi scrivi che l’Italia c’è poco sui giornali in America, e neppure per televisione ne parlano mai. In internet segui altro, in fondo non c’è mai urgenza quando si è lontani e le cose viste da distante si muovono ma non fanno rumore. Lo so, eppure delle sere ho un magone che diluisco nel sonno. Ti penso allora e mi piacerebbe aver fatto le tue scelte. Essere distante, tornare qualche mese ogni 10 anni, come fai tu. Salutare gli amici, fare una rimpatriata fatta di pacche sulle spalle, cibo, informazioni e piccole notizie su chi non c’è, bere quel tanto che ci arrossa le guance e poi salutarci contando di esserci sempre. Ogni volta che ci sarà. Mi piacerebbe ancora di più adesso, ma allora scegliemmo altro. Ti ricordi quanto ne parlammo, e ciascuno cercava di convincere l’altro, poi ci siamo salutati, ripetendoci che ci saremmo visti e scritto, che ogni anno almeno ci sarebbe stato un appuntamento, che la nostra amicizia non sarebbe finita. Come non sarebbero finite le cose in cui credevamo. L’amicizia c’è ancora, magari non quella di un tempo, frammentata com’è dalla distanza e dalle vite, ma le cose in cui credevamo, amico mio, non ci sono più. Finito tutto, cancellato, espulso dalle idee e dalle passioni.
A noi sembravano immortali quelle idee, ci sentivamo dentro un progetto che eccedeva di gran lunga noi stessi. Era una religione con l’uomo al centro, ma hanno vinto gli atei e così tutto si è sgretolato. Prima con verità che non volevamo vedere e che sono apparse forti e incontestabili, così tutto è sembrato distorto, impossibile, sbagliato. Molti hanno fatto finta di niente, conveniva, ma poi sotto i colpi dell’individualismo e dell’indifferenza, pian piano si sono zittiti. Parlavano per frasi fatte, vuote di passione e di realtà. Tu eri distante, ma io ero qua e mi sono sentito un sognatore incapace di vedere la realtà. Non mi piaceva la realtà che mi imponevano, mi sembrava una campana fessa, senza suono. Ero fuori tempo e lo capivo, ormai residuo di un passato che ci crollava addosso. Quando crolla una casa non crollano solo i mattoni, le travi, ma anche gli affetti legati agli oggetti, i rapporti, le speranze che quella casa ha contenuto. Tra poco toccherà a Berlinguer, il resto se n’è già andato. Ti dico di questa sensazione perché non c’è più nulla di importante che vogliano tenere e te lo dico anche perché quelle notti e quel giorno li passammo assieme, condividendo lacrime e certezze. Si pensava, ce lo dicevamo, che quell’idea di società, di rigore, di cambiamento più rispettoso dell’uomo e del posto in cui vive, sarebbe andata avanti, anche nel Suo nome, e che le lotte future lo avrebbero sempre sentito parte di esse. Non fu così quasi subito, te n’eri già andato, ma quello che precedette la Sua morte, i picchetti alla FIAT (c’andammo anche noi, ricordi, per non far sentire soli quelli che erano lì giorno e notte), la scala mobile, la marcia dei 40.000 e le cose precipitarono. Lui non vide il referendum perduto, dissero che noi avevamo sbagliato. Ce lo dissero gli italiani, assieme ai dirigenti del nostro partito. I 40.000 trovarono interlocutori dappertutto, e noi non capimmo che se c’era un errore i problemi non cessavano, le soluzioni trovavano risposte fatte di licenziamenti, di difficoltà crescenti. Allora ci furono Craxi e poi Berlusconi a fornire risposte. E noi? Noi, io, non capii che già allora avevamo perduto, perché quella sconfitta aveva scavato dentro, demolito principi, convinzioni, idee. Però mica si diceva e così si è continuato finché mi sono trovato fuori della storia. Non da solo, ma io lo sentivo. Capisci, noi credevamo di essere parte della storia, di farla col nostro piccolo contributo e questa c’aveva sputato fuori, come un osso di frutto. Non ci ha messi in disparte, ci ha cancellato. Si chiama damnatio memoriae. E’ accaduto spesso nel passato, accade ora.
E così è finito tutto.
Ne parlavo con mio figlio, poi con altri giovani che hanno l’età in cui te ne sei andato, con una ragazza americana, e un lavoro che forse ci sarebbe stato, perché l’America, dicevi, era pur sempre un posto da cui vedere il mondo e poi ritornare. Questi ragazzi/uomini sono rimasti qui e parlando con loro ho scoperto che le nostre priorità di allora sono diventate niente, che le loro vite sono molto più precarie delle nostre, e già ci parevano ingiuste e misere (della miseria della condizione studentesca, ricordi? Ho ancora il saggio da qualche parte), e che quello che credevamo di aver conquistato per tutti, loro non lo vivevano, semplicemente perché non c’era. E poco vale dire che quelli che gli hanno tolto i diritti si chiamavano Berlusconi o Craxi, semplicemente sono stati privati di qualcosa quando ancora non potevano sapere che c’era e quindi non lo avvertono come una mancanza. Stanno peggio e basta. Non c’era passione in questo parlare con loro, i problemi e le mie soluzioni non avevano condivisione. Forse neppure le capivano le soluzioni, le parole che a me sembravano così ricche di significato. Allora ho capito l’indifferenza che è subentrata, è naturale sia così, per loro gli obbiettivi si sono talmente ravvicinati, l’affitto, le bollette, l’arrivare a fine mese, quale sarà il prossimo lavoro, che nel futuro al più ci sta una vacanza piccola, una partita con gli amici. Tutto diventa distante nell’indigenza e non c’è tempo, e modo di pensare, in grande. Questi uomini, perché ragazzi non lo sono, non credono più, né in Renzi né in quelli che lo contrastano. Sono distanti, come te, eppure vivono qui, ma non guardano al futuro, perché non riescono ad immaginarlo se non come somma di piccole/grandi difficoltà personali risolte.
E’ finito tutto, amico mio, e noi non ce ne siamo accorti, persi come eravamo nella cristallina forza delle convinzioni, degli ideali. Non ce ne siamo accorti e così siamo corresponsabili, perché non abbiamo saputo far evolvere le nostre ragioni del cuore e dell’intelligenza. Battuti non dal nuovo, ma dal vecchio che riemerge nel liberalismo trionfante. E così anche quello che si era duramente conquistato, è vetusto e si butta. Non è più vero che i diritti sono per sempre, scadono come il latte, ma noi non lo pensavamo. E’ la nostra sconfitta e non c’è più tempo per riprendere le bandiere rosse gettate nel fango. Almeno tu sei distante, leggi di questo Paese con la giusta misura e lo collochi nel tempo dilatato che si ha da lontano, cambierà perché in altri modi qualcun altro si incaricherà di rispondere all’ineguaglianza e all’ingiustizia. Sono un vecchio trombone, mio caro, borbotto e tengo lontano il cinismo, almeno quello, perché se qualcuno ha perduto non devono perdere tutti, anche quelli che verranno. Immagino ci sia una terza via, qualcosa che sia davvero nuovo e consideri un valore il cammino fatto. Adesso siamo un vicolo che non avevamo previsto, e non abbiamo un testimone da consegnare a qualcuno. E questo, credimi, rende oltremodo tristi. Ma qualcun altro si arrampicherà su per i muri e vedrà il giorno. Com’è, non come lo raccontano. Non noi. Ma questa speranza mi basta e forse può bastare anche a te.
Ti abbraccio con quella parola che ci piaceva tanto: compagno. Come un tempo, come adesso.
Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.
Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.
qualche sera fa, ed era proprio sera sul fiume, mentre la luce si spegneva rapida lasciando libertà ai lampioni, si ragionava sul piacere del ricevere lettere e del momento magico in cui si scrivevano. Avrete capito che l’età media non era proprio bassissima, per cui c’era la razionale, lo scettico, la romantica, il partecipe, ecc. che variamente dicevano d’altri momenti e tempi. In particolare emergeva quell’età in cui si scriveva ad un possibile amore, e mentre per alcuni si vedeva il pensiero avvolgersi di nostalgia, per altri si capiva che non si era spenta quella stagione. Così è nata l’idea, subito annegata nel prosecco, di fare un esercizio, ovvero di scrivere una lettera che inciampasse su di sé, che rivelasse le proprie indecisioni in un momento in cui le strade possono prendere, proprio loro non noi, percorsi differenti. Insomma una lettera timida, ed esplicita, dove le parole, pur nell’ipoteticità, dicessero qualcosa che è indeciso e che non sa se lasciarsi andare a un sentimento oppure ritrarsi. La compagnia poi si sciolse, allegra e immemore, sciamando verso la cena e parlando d’altro, ma mi piaceva l’idea e così la propongo a voi. Se vi va provate anche voi, questo è il mio tentativo.
Oggi, tra le curve della giornata, ho pensato spesso a te. Erano pensieri belli e insieme complessi. Di una leggerezza che da molto non ricordavo. Gli impegni non mancano, faccio cose apparentemente interessanti, ma in realtà spesso m’annoio e devo cercare l’attenzione. Ma oggi questa non voleva venire in aiuto e il pensiero scivolava. In realtà mi chiedevo spesso cosa facevi, dov’eri e con chi, di cosa stavi parlando, quali erano i tuoi pensieri. Sembrava che per me, spesso riservato e rispettoso dell’altrui riservatezza come garanzia della mia, ci fosse stata una tracimazione di un liquido interesse e che questo conducesse a te. Immagina qualcosa che si spande, e non vorremmo perché pensiamo al dopo, al dover rimettere ordine, ma in questo caso non c’era la volontà di arginare, e guardando quel rivolo, emergeva piuttosto, lo stupore che accadesse, la curiosità dello scoprirsi indifeso nelle proprie dighe.
Questo avveniva tra un incontro, un percorso in auto, nella distrazione del camminare tra portici e piazze. Così ci si conduce nelle vite non lineari, ricche d’interessi, e per chi ci sente sembra che non ci sia posto per altro, oltre alla varietà e alla differenza che ognuno trova nelle vite degli altri, ma non è così, anche nei percorsi casuali, nel caos ordinato, c’è abitudine e ripetizione, in fondo si cerca sempre qualcosa ed è spesso la stessa cosa. Pensavo a te e alle tue presenze, ma soprattutto alle tue assenze, al toccare e ritrarsi che, pensavo, assomiglia così tanto al mio. Non sapendo nulla di quanto pensavi e t’accadeva, trovavo modo d’accettare più che capire. In fondo dell’altro, oltre l’interesse che si può esprimere? Mi dicevo. A volte la sintonia che si presume. Oppure la suggestione. O ancora l’intuizione. Ma di tutto questo la verifica è affidata a cose talmente precarie che in fondo siamo soli di fronte a noi stessi, alle nostre paure, alla speranza di non esserci sbagliati. Di questo ragionavo, mentre mi si parlava d’altro e aspettavo che l’impegno finisse per stare col pensiero più vicino a te. Al mio pensiero di te, non ad altro.
Ogni tanto guardavo lo smart phone (che parola orribile), per vedere se c’era qualche tuo messaggio. E visto che non c’era, ti giustificavo, cercavo di immaginare impedimenti o riflessione. La riflessione, se ci coinvolge, è un interesse che si dibatte in una rete da cui si può ancora liberare, è una possibilità che qualcosa evolva in un incontro che supera l’ordinario. Perché, allora, il tuo silenzio se non annunciato, mi pesava, perché questo voler sapere di te? Negli altri queste cose m’interessano in modo diverso, a volte per nulla, in altri momenti e persone, per curiosità, ma nulla che assomigli ad un interesse che non abbia rispetto. E invece, con te, questo rispetto veniva superato, e di questo mi chiedevo, nella giornata così varia e sinuosa.
Sei stata l’attenzione vera del giorno, e di questo me ne rendo conto ora, che è sera e che non ho molto da fare. E forse da riempire un vuoto senza chiedere. O forse pensando che quando s’ inciampa in qualcosa che non si era previsto, ci si può chiedere di sé, della propria razionalità sconfitta, della novità che questo porta. Si apprende qualcosa che ci riguarda e questo tu fai con me, mi insegni cose che non conoscevo, oppure che si erano perdute. La razionalità mi spinge a chiedermi cosa accade, mi chiede se tu sia davvero ciò che mi sembra, chiede della tua bellezza, ma sopratutto chiedi di me. Di cosa mi accade. Ecco, questo proprio non lo so, non voglio neppure saperlo. So che posso oppormi oppure lasciare che qualcosa mi accada. Dell’altro posso dare ragione razionale: si cerca ciò che non si ha, ciò che ci è affine, la bellezza è qualcosa che è oggettivo e insieme personale, e di tutto si ha percezione in un miscuglio di cui non conosciamo la reattività. Ma di ciò che mi accade non so: c’è stupore perché è inatteso, ma è ancora sul limitare. Può prendere una strada o un’altra senza che vi sia un rimpianto. E da chi dipende tutto ciò? Anche questo non lo so, quello che capisco è che non sarà indifferente ciò che tu penserai di me. Il quotidiano l’hai già modificato, ora sono in quella terra di nessuno dove tutto può accadere e con molta libertà. O almeno così sembra, perché per me l’abitudine e l’ordinario sono una piccola, consenziente, prigione, una battaglia che cerca di condurre la vita verso qualcos’altro per scoprire di più: un nuovo limite, una possibilità che si realizza. Questa condizione che sento, non è solo un fuggire dalla noia. Ogni incontro è una luce. Penso. E di questa facciamo schermo con la mano perché il vento della razionalità non la spenga. Speriamo l’eccezionale vivendo nell’ordinario, di questo si alimenta il capire in mancanza di segnali, quando non ha un oggetto a cui aggrapparsi. Che brutta parola aggrapparsi, prova a pensarla come ad un abbracciare muto, a qualcosa che si affida all’altro eppure stringe, vuole tenere, possederne il calore. Che poi questo è quello che si cerca quando c’è troppo da spiegare. Non è così?
Stasera si affaccia la delusione. L’ho respinta a lungo oggi, confinata tra le parole quando mi pesava il tuo silenzio. Infine, l’ho guardata e ho capito che nasce dalla speranza che si spegne, dall’abbaglio riconosciuto come tale, il ri-trovare/rsi mancato. E mi sono detto che non è tempo di delusione, non ancora, che ciò che conclude non è ancora maturo. Sono in una terra di nessuno, c’è una direzione che si può prendere. E mi ha fatto bene pensarlo, come pensare che non ho attese precise, solo che qualcosa accada. E di questa attesa ti sono debitore e grato, c’è vita nell’attendere e molto meno in queste parole che hanno l’esplicità dei timidi, quelli che pensano che c’è molta bellezza in giro e che quando la conoscono, possono pure dirlo, tanto ne sono già stati presi e gratificati.
Vorrei vedere i tuoi occhi quando leggerai, l’assestarsi del corpo, il muoversi delle dita. Si curveranno le spalle, il viso sarà serio o divertito, una ruga di perplessità scaverà per un momento un pensiero? Vorrei vederti quando leggerai queste righe e capire dalla tua espressione cosa rispondi nella tua testa. Non le parole che verranno dopo, se verranno, ma proprio il primo pensiero, perché quello è buono per me, perché contiene tutto alla rinfusa e ancora nel tuo vecchio ordine. Poi se prevarrà l’ordine lo si vedrà, ma è in quel primo momento che potrei conoscerti. E siccome non mi è dato, lo penso solo, senza sapere, senza aspettare o trarre conclusioni. Così tenendo il possibile a portata di mano, mi occupo d’altro e di questa mancanza mi faccio ragione, aspettando la notte e il sonno.
Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.
Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.
in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.
Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.
La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.
Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.
In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.