vorrei sapere chi mi ha venduto

Vorrei sapere chi fornisce il mio nome e numero di telefono ai call center. Vorrei sapere perché ogni giorno, l’80% delle telefonate su rete fissa mi offrono qualcosa che dovrebbe costare meno di quello che pago. Vorrei sapere se il tempo che perdo ad ascoltare è solo segno di una mia cortesia e del rispetto verso chi fa un lavoro mal pagato, con un accento straniero, messo chissà dove, oppure se è una mia debolezza. Vorrei che nessuno si permettesse di registrami senza che io lo chieda. Vorrei sapere perché mentre si vogliono mettere limiti ad internet, il governo non mette limiti a questa vessazione continua. Vorrei sapere perché le cose si sono degradate a tal punto che nessuno difende gli anziani che sono i maggiori utilizzatori di telefonia fissa. Vorrei sapere perché devo pagare qualcosa dove vengo venduto come possibile cliente e perché non pagano me. Vorrei sapere perché i servizi su banda larga sono sempre carenti e la pubblicità invece funziona sempre sullo schermo dei browser.

Vorrei sapere se chi pensa di avermi venduto lo crede davvero oppure non gliene importa nulla, io propendo per la seconda soluzione e allora, mercante di indirizzi e telefoni, stai sicuro che non mi avrai, che ogni telefonata che ricevo mi allontano dai tuoi scopi e da quelli dei tuoi clienti, che sto usando la dissuasione del rifiuto, che non rispondo più a chi non vedo come numero conosciuto. Non mi avrai e se in molti faranno barriera fallirai. E’ il mercato bellezza e io voglio, che nel mio piccolo, tu scompaia perché sei noioso, infedele e usi due debolezze, quella di chi lavora per te e quella di chi risponde. Sei un mercante che importuna e ha merce opinabile, non ti rispetto perché tu non rispetti me.

ipotetica lettera ad un possibile amore

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Miei cari, pochi, lettori

qualche sera fa, ed era proprio sera sul fiume, mentre la luce si spegneva rapida lasciando libertà ai lampioni, si ragionava sul piacere del ricevere lettere e del momento magico in cui si scrivevano. Avrete capito che l’età media non era proprio bassissima, per cui c’era la razionale, lo scettico, la romantica, il partecipe, ecc. che variamente dicevano d’altri momenti e tempi. In particolare emergeva quell’età in cui si scriveva ad un possibile amore, e mentre per alcuni si vedeva il pensiero avvolgersi di nostalgia, per altri si capiva che non si era spenta quella stagione. Così è nata l’idea, subito annegata nel prosecco, di fare un esercizio, ovvero di scrivere una lettera che inciampasse su di sé, che rivelasse le proprie indecisioni in un momento in cui le strade possono prendere, proprio loro non noi, percorsi differenti. Insomma una lettera timida, ed esplicita, dove le parole, pur nell’ipoteticità, dicessero qualcosa che è indeciso e che non sa se lasciarsi andare a un sentimento oppure ritrarsi. La compagnia poi si sciolse, allegra e immemore, sciamando verso la cena e parlando d’altro, ma mi piaceva l’idea e così la propongo a voi. Se vi va provate anche voi, questo è il mio tentativo.

Oggi, tra le curve della giornata, ho pensato spesso a te. Erano pensieri belli e insieme complessi. Di una leggerezza che da molto non ricordavo. Gli impegni non mancano, faccio cose apparentemente interessanti, ma in realtà spesso m’annoio e devo cercare l’attenzione. Ma oggi questa non voleva venire in aiuto e il pensiero scivolava. In realtà mi chiedevo spesso cosa facevi, dov’eri e con chi, di cosa stavi parlando, quali erano i tuoi pensieri. Sembrava che per me, spesso riservato e rispettoso dell’altrui riservatezza come garanzia della mia, ci fosse stata una tracimazione di un liquido interesse e che questo conducesse a te. Immagina qualcosa che si spande, e non vorremmo perché pensiamo al dopo, al dover rimettere ordine, ma in questo caso non c’era la volontà di arginare, e guardando quel rivolo, emergeva piuttosto, lo stupore che accadesse, la curiosità dello scoprirsi indifeso nelle proprie dighe.

Questo avveniva tra un incontro, un percorso in auto, nella distrazione del camminare tra portici e piazze. Così ci si conduce nelle vite non lineari, ricche d’interessi, e per chi ci sente sembra che non ci sia posto per altro, oltre alla varietà e alla differenza che ognuno trova nelle vite degli altri, ma non è così, anche nei percorsi casuali, nel caos ordinato, c’è abitudine e ripetizione, in fondo si cerca sempre qualcosa ed è spesso la stessa cosa. Pensavo a te e alle tue presenze, ma soprattutto alle tue assenze, al toccare e ritrarsi che, pensavo, assomiglia così tanto al mio. Non sapendo nulla di quanto pensavi e t’accadeva, trovavo modo d’accettare più che capire. In fondo dell’altro, oltre l’interesse che si può esprimere? Mi dicevo. A volte la sintonia che si presume. Oppure la suggestione. O ancora l’intuizione. Ma di tutto questo la verifica è affidata a cose talmente precarie che in fondo siamo soli di fronte a noi stessi, alle nostre paure, alla speranza di non esserci sbagliati. Di questo ragionavo, mentre mi si parlava d’altro e aspettavo che l’impegno finisse per stare col pensiero più vicino a te. Al mio pensiero di te, non ad altro. 

Ogni tanto guardavo lo smart phone (che parola orribile), per vedere se c’era qualche tuo messaggio. E visto che non c’era, ti giustificavo, cercavo di immaginare impedimenti o riflessione. La riflessione, se ci coinvolge, è un interesse che si dibatte in una rete da cui si può ancora liberare, è una possibilità che qualcosa evolva in un incontro che supera l’ordinario. Perché, allora, il tuo silenzio se non annunciato, mi pesava, perché questo voler sapere di te? Negli altri queste cose m’interessano in modo diverso, a volte per nulla, in altri momenti e persone, per curiosità, ma nulla che assomigli ad un interesse che non abbia rispetto. E invece, con te, questo rispetto veniva superato, e di questo mi chiedevo, nella giornata così varia e sinuosa.

Sei stata l’attenzione vera del giorno, e di questo me ne rendo conto ora, che è sera e che non ho molto da fare. E forse da riempire un vuoto senza chiedere. O forse pensando che quando s’ inciampa in qualcosa che non si era previsto, ci si può chiedere di sé, della propria razionalità sconfitta, della novità che questo porta. Si apprende qualcosa che ci riguarda e questo tu fai con me, mi insegni cose che non conoscevo, oppure che si erano perdute. La razionalità mi spinge a chiedermi cosa accade, mi chiede se tu sia davvero ciò che mi sembra, chiede della tua bellezza, ma sopratutto chiedi di me. Di cosa mi accade. Ecco, questo proprio non lo so, non voglio neppure saperlo. So che posso oppormi oppure lasciare che qualcosa mi accada. Dell’altro posso dare ragione razionale: si cerca ciò che non si ha, ciò che ci è affine, la bellezza è qualcosa che è oggettivo e insieme personale, e di tutto si ha percezione in un miscuglio di cui non conosciamo la reattività. Ma di ciò che mi accade non so: c’è stupore perché è inatteso, ma è ancora sul limitare. Può prendere una strada o un’altra senza che vi sia un rimpianto. E da chi dipende tutto ciò? Anche questo non lo so, quello che capisco è che non sarà indifferente ciò che tu penserai di me. Il quotidiano l’hai già modificato, ora sono in quella terra di nessuno dove tutto può accadere e con molta libertà. O almeno così sembra, perché per me l’abitudine e l’ordinario sono una piccola, consenziente, prigione, una battaglia che cerca di condurre la vita verso qualcos’altro per scoprire di più: un nuovo limite, una possibilità che si realizza. Questa condizione che sento, non è solo un fuggire dalla noia. Ogni incontro è una luce. Penso. E di questa facciamo schermo con la mano perché il vento della razionalità non la spenga. Speriamo l’eccezionale vivendo nell’ordinario, di questo si alimenta il capire in mancanza di segnali, quando non ha un oggetto a cui aggrapparsi. Che brutta parola aggrapparsi, prova a pensarla come ad un abbracciare muto, a qualcosa che si affida all’altro eppure stringe, vuole tenere, possederne il calore. Che poi questo è quello che si cerca quando c’è troppo da spiegare. Non è così?

Stasera si affaccia la delusione. L’ho respinta a lungo oggi, confinata tra le parole quando mi pesava il tuo silenzio. Infine, l’ho guardata e ho capito che nasce dalla speranza che si spegne, dall’abbaglio riconosciuto come tale, il ri-trovare/rsi mancato. E mi sono detto che non è tempo di delusione, non ancora, che ciò che conclude non è ancora maturo. Sono in una terra di nessuno,  c’è una direzione che si può prendere. E mi ha fatto bene pensarlo, come pensare che non ho attese precise, solo che qualcosa accada. E di questa attesa ti sono debitore e grato, c’è vita nell’attendere e molto meno in queste parole che hanno l’esplicità dei timidi, quelli che pensano che c’è molta bellezza in giro e che quando la conoscono, possono pure dirlo, tanto ne sono già stati presi e gratificati.

Vorrei vedere i tuoi occhi quando leggerai, l’assestarsi del corpo, il muoversi delle dita. Si curveranno le spalle, il viso sarà serio o divertito, una ruga di perplessità scaverà per un momento un pensiero? Vorrei vederti quando leggerai queste righe e capire dalla tua espressione cosa rispondi nella tua testa. Non le parole che verranno dopo, se verranno, ma proprio il primo pensiero, perché quello è buono per me, perché contiene tutto alla rinfusa e ancora nel tuo vecchio ordine. Poi se prevarrà l’ordine lo si vedrà, ma è in quel primo momento che potrei conoscerti. E siccome non mi è dato, lo penso solo, senza sapere, senza aspettare o trarre conclusioni. Così tenendo il possibile a portata di mano, mi occupo d’altro e di questa mancanza mi faccio ragione, aspettando la notte e il sonno.

gufo di sera

Perdonate i riferimenti molto personali, avevo pensato di rispondere ai due commenti del precedente post, poi parlando con un’amico della situazione politica, mi ha detto che passerà, che occorre capacità di discernimento tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Questo mi ha fatto scoprire ancora una volta l’inadeguatezza delle mie percezioni: non sono allineato ad una realtà di cui partecipo. Quello che a me sembra importante per altri lo è di meno, o non lo è. Eppure dovrei avere gli strumenti giusti: non faccio più l’amministratore pubblico ormai da 10 anni, mi sono messo in disparte da solo e se ho incarichi di partito non li ho cercati, anzi. Non avere secondi fini e tantomeno personali dà una bella libertà. Allora da cosa deriva questa scontentezza e perché quello che vedo mi rattrista e preoccupa? Concludo sempre più spesso che c’è confusione sotto il cielo, nessuna pazienza e molta arroganza e protervia. Sembrano cose da vecchi, da panchina o da bar. E così penso che quelli come me si possono tirare in disparte e dedicare a ciò che hanno troppo a lungo trascurato, pensando che ci fosse un dovere nell’esserci. E so che nessuno verrà rimpianto anzi quelli che oggi sgomitano ovunque, da molto non accettano neppure il regalo di una disponibilità gratuita.

Come tutti quelli che hanno uno splendido avvenire dietro di sé, penso al peso delle idee e del vissuto come a un valore per guardare avanti. E non perché ami il reducismo, ma perché è impossibile non cercare analogie, non vedere singolarità che si ripetono e trarne qualche conclusione. Ecco, su questo vedere oltre il quotidiano sta la mia e altrui inutilità, e sul considerare che c’è un mondo che si agita e urge, sta un altra inutilità. Insomma ci si sente inadeguati al reale medio e urlato e un po’ per volta ci si rivolge ad altro, ma vivere senza passioni collettive e personali è amare un po’ meno. E quando passano gli anni l’amore manca di più.

lettera di ferragosto

Mia cara, 

in questa estate che si spegne, l’acqua percuote il tetto, riga i vetri, si unisce in rivoli gagliardi e gorgoglia intrepida verso i chiusini. L’auto, è sotto i faggi del confine e si riempie di foglie. Stanotte il vento ha scosso a lungo i rami e anticipato l’autunno. Tornerà il bel tempo, il sole, il caldo, com’è da te credo. Pensavo prima al mare, al suo calore indolente, alla bellezza del lasciare che il tempo ci percorra stesi, ai pensieri e ai sensi pigri, i desideri senza fretta, le cose che non urgono. Anche qui non urge nulla, ma i pensieri non si sciolgono e penso che a volte siamo troppo densi di significati. Per natura, forse, come attendessimo qualcosa che riveli l’arcano di nascoste connessioni e trovi il legame profondo con chi vorremmo e con quello che ci sta attorno. Ma,troppo immerse nel divario tra attesa e presenza, le cose s’annodano come capelli ricci. Se volessimo dare un nome a questo sentire, incongruo a noi e al tempo, dove per uso l’utile soverchia i progetti e le vite si consegnano all’ immediato, dovremmo concludere che questa persistenza del sentire profondo, è una lingua della terra del romanticismo. Una piccola penisola, spesso flagellata dal mal tempo della fretta, ma splendente nei giorni di sole e che si stacca lieta dal continente dei luoghi comuni e della conformità di pensiero.

Sarà per questo essere fuori tempo,e nel sentire la malinconia che a volte t’invade, che mi prende la voglia dell’abbracciare muto, del silenzio al posto del racconto. Ascoltare e basta, mentre il respiro si accorda, come un avvolgere e tenere. Dei tanti abbracci possibili questo mi viene, partecipe e senz’altro scopo che non sia l’esserci. Come si può e meno di come si vorrebbe. Poi le vite serpeggiano, trovano la loro strada, ma al contrario dell’acqua che si raggruppa e sceglie il percorso più facile e breve per la sua forza, chi ha densità di pensiero, ondeggia, torna sui propri passi, ristà. Mi torna in mente l’infinito dibattito sulla memoria delle cose, e mentre loro, per qualche sensitivo, conservano i desideri nostri , ciò che le ha tenute, toccate, volute, e per altri sono solo oggetti, per noi la memoria indugia sull’impalpabile che ci ha deluso, su ciò che ci ha lasciato monchi di una possibilità. Era, a noi grande, e su di essa, si era generosamente investito, così luoghi e cose, diventano i testimoni di quello che non è riuscito a essere e sembrano avere la nostra impronta di tristezza. Mi pare allora che da questa memoria togliamo ciò che siamo diventati, la crescita che è seguita al dolore e così la possibilità futura ci pare tanto distante e piccola, da giustificare la malinconia dell’assenza di ciò che non è stato. Mi verrebbero, parole inutili, così è meglio il silenzio che avvolge e rincuora chi abbraccia e condivide. Di questo ci si rende poco conto, ovvero come la malinconia scavi in chi nell’altro l’avverte, e che quel vuoto chieda d’essere colmato. C’è chi fa l’indifferente, chi semplicemente non si cura, chi vorrebbe, per una volta, essere un guaritore che cancella le ferite. E per chi non è nessuno di questi uomini, che resta? Resta il partecipare, il mettere assieme, il sentire.

La pioggia ancora cade, morbida e fitta. Nella casa vicina, qualcuno ha acceso il camino, alla finestra s’avvicina una donna che fuma e tiene i vetri socchiusi. Mi guarda e non mi vede, chissà a che pensa. Forse alla stagione. Preferirei pensasse a sé, a come scorre la vita e se la imbeve oppure se le scivola addosso. In paese stamattina, rincuoravano i villeggianti raccontando di antiche nevi d’agosto, come a dire che al peggio c’è sempre qualcosa da aggiungere, mi veniva da sorridere e pure gliel’ho detto che bisognerebbe ricordarsi di quando siamo stati bene e felici non dei momenti bui. Ma questo pare non dia speranza nel futuro e così, attorno il verde, che non lo sa, cresce a dismisura e nessuno lo guarda con meraviglia. Eppure mostra, in piccola parte, cosa sarebbe questo piccolo angolo di monti senza le nostre strade e case di villeggiatura, senza i recinti e i boschi limitati dall’interesse di chi costruisce.

Sulla strada corrono auto verso qualcosa. Ci sono molti posti e luoghi per dimenticare le domande utili che il tempo ci pone. Mangiare ad esempio. Oggi i ristoranti saranno pieni, più del solito ferragosto in cui anche i prati facevano la loro parte. Le pasticcerie saranno state prese d’assalto stamattina, e molti, riempiendosi di sapore, cercheranno la conferma del momento buono, del benessere raggiunto, del futuro quieto e positivo, oppure solo di scordare il presente poco amico. Una tranquillità del non pensare e del trovar conferma nelle cose, quelle tangibili e che hanno ricordi di possesso. In fondo l’esser pieni ha molti significati e per fortuna, qualcuno positivo e felice.

In questi giorni avrei voluto parlarti di ciò che penso di me, dei libri che leggo e soprattutto di quelli che non leggo, delle ultime musiche che mi hanno dato gioia, di ciò che m’ha annoiato. Ci sarà tempo, per chi scrive il tempo non manca. E in quell’abbraccio che ti ho mandato, ti stringo e t’ascolto. Ti sento nella pioggia che nutre e parla del suo andare senza voglia, ti sento vicina e questo è più che abbastanza.

metonimia

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Oggi il cielo era così ricco d’azzurro, di grigio scuro e di perla che pensando di parlarti, non avevo parole. E non era quell’intercalare vuoto che oggi si adopera per manifestare uno sconcerto di maniera, ero proprio senza parole. O meglio, mi sembravano tutte imprecise e poco ricche per racchiudere la sensazione. In questi momenti vorrei che le parole avessero la forza delle immagini, quelle fatte dai fotografi che vedono nei particolari un mondo che si disvela e lo mostrano. Così gli occhi passano dalla distrazione alla meraviglia e l’evidenza di un colore, una connessione, una prospettiva riprendono il loro significato di una parte per il tutto. Ma non era di una figura retorica o dell’uso delle parole che ti volevo dire, era invece del sentire, cioè di come si avverte che siamo in un contesto e di come questo sia eccentrico rispetto ai nostri problemi o anche solo ai pensieri che ti avrei voluto raccontare. Come se ciò che non vogliamo vedere avesse una ragione forte in sé, indipendente e indifferente a noi se restiamo con le nostre piccole categorie e urgenze.

Mi guardavo attorno e nessuno aveva la testa verso il cielo, alcuni leggevano il giornale, altri parlavano bevendo caffè e cappuccini, altri ancora andavano verso auto che li avrebbero incolonnati da qualche parte. C’era vita, molta vita, ma singola e senza contesto. Per spiegarti, e avrei spiegato ben poco, dovevo dirti della sensazione che c’è nell’ oscillare tra cecità e vedere a seconda che si sia troppo dentro di sé oppure si esca e ci si guardi dall’esterno. E quando accade di vedersi dentro a un mondo ben più complesso di noi, ciò che è bello colpisce con una sua gentile forza. E’ il particolare che diventa contesto, mondo in cui si è. Credo che questo riguardi anche il comunicare e l’ascoltare in particolare. Ci accade in un concerto, oppure nel dialogo tra chi è molto interessato all’altro: il luogo diventa parte dell’esperienza.

In questa poca capacità di avere le giuste parole capivo perché ho la consapevolezza di non aver mai pensato d’insegnare nulla, ma al più parlato ad alta voce. Capivo che tra la saggezza e la sconsideratezza avevo quasi sempre preferito la seconda perché non aveva l’obbligo di dirsi. E così, anche ora, comunico  quel che vedo e sento e il racconto, la trama di esso, è spesso così impalpabile da perdersi in un sussurro. Una sensazione è, a volte, un acuto ben tenuto, altre volte un mormorar di labbra che si scioglie nel silenzio. Così era stamattina, un non dicibile che volevo condividere, che riempiva di profondità e di luce, minacciava e prometteva, era presente eppur distante. Se avessi detto sarebbe stato un parlar del tempo, ma in realtà non era così: eravamo, in molti, immersi nella bellezza eppure non ce ne accorgevamo. Per questo spesso si è soli, troppo soli.

il racconto della vita cheta

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Mi sembrava solo una piccola paura quella tua commiserazione al mio parlare di vita cheta. Cose da vecchi le mie attese e argomentazioni, ribattute con frasi secche e brevi come vi fosse un giudizio. E il considerare irridente che ad un certo punto l’energia, assieme ai desideri, latiti. Una volta, forse punsi nel vivo, quando emerse quell’acronimo così banale, da necrologio, per chiudere il discorso. Mi parve un fallire delle parole, il non riuscire a spiegare ciò che pensavo, ma in realtà non c’era la comunicazione giusta, agivano attese che non trovavano risposte ed ero io a non capire, a non curarmi della necessità che se si vuole un dialogo lo si deve caricare su di sé, portare all’interesse vero, non a quello superficiale del momento. Ricordo che argomentai dicendo che i desideri sono così superficiali nella loro presunta profondità… Ma in realtà, questo dire, era la dimostrazione che non capivo e che l’incomprensione può diventare giudizio e isolamento. Un non curarsi perché autosufficienti.

Parlavo di vita cheta come un obiettivo, un farsi del vivere finalmente equilibrato, a me che di squilibri ne avevo avuti sempre in abbondanza. Era un desiderio di tenere le energie nel corso guidato e confacente, non in gabbie, e neppure lasciate brade. Insomma il non essere prigioniero di me stesso, ma signore del mio tempo e non a disposizione d’altri. E argomentavo, come mai si dovrebbe fare, iniziando le frasi con la negazione, come a tracciare perimetri nella mappa del ragionamento che lo portassero dentro confini ben netti. In realtà era solo incapacità d’esprimere meglio un sentire che si precisava dicendo, una necessità di forza, non di debolezza. Ho sempre dato una primazia al pensare, al governo di sé come elemento consapevole d’onnipotenza, ben sapendo che questa condizione è un concorso di utili amici, di presenze che aiutano le nostre libertà. E così il pensare di avere un positivo dialogo con le passioni e i desideri, con le forze immediate del sentire, m’è, pian piano, sembrato essere uno stadio più alto del vivere, una dimostrazione di forza che indirizza e non di debolezza che soggiace. In questo avevo visto, e vedo, la libertà del sentire a lungo, del permanere dell’emozione, che s’abbandona fiduciosa quando sa che di essa resterà traccia. Foss’anche l’annullamento di sé.

Allo scrollar di capo, alle obiezioni senza pazienza, opponevo così il mio giudizio, ovvero, ch’era incapacità di comprendere la tua, e mi figuravo l’esempio di chi conosce il moto per davvero e sa che la lentezza esige assai più energia della velocità. E il movimento lento della danza più grazia e potenza della piroetta. Quando è chiaro dove andare, dicevo, l’energia si pone al servizio del camminare. E questo pure riguardava i sentimenti dove non è il fuoco d’un momento che poi dura, ma lo scavare sino al midollo del sentire. Sembrava che confrontati, i nostri, fossero mondi così distanti, ed era solo un diverso guardare. Il mio che partiva dal particulare e cercava di trarne significato più grande, racconto d’altre cose e per questo aveva bisogno del suo tempo e della sensazione gioiosa che si prova nelle lotte dei bambini quando le braccia stringono l’altro e le forze si confrontano, ma l’una imbriglia, sinché l’altra s’abbandona, finalmente ad un comune essere assieme. E l’altro modo, invece, ben più sbrigativo, dove la sostanza era il fare in fretta, il seguire il momento, che momento non è mai, ma bensì l’espressione di bisogno. E non era l’individuazione di questo bisogno la domanda che ci si poneva, ma piuttosto la sua soddisfazione. La velocità questo in fondo è, argomentavo, ossia la soddisfazione d’una necessità che non pensa perché comunque non cammina con altri, e neppure con sé, ma fugge. Ancora mi veniva il parallelo con l’esistenza bambina quando il correre non ha un senso se non nella competizione, e il toccarsi o il fuggire è un gioco dove alla fine ci si trova con le guance arrossate, e il corpo pieno di sudore che sino ad un attimo prima è stato felice e adesso vive ancora della traccia di quella felicità, ma già subentra uno sconcerto. E la domanda è: e adesso?

Di tutto questo ragionare, in fondo così semplice, avrei dovuto dar forma in parole piane dicendo che per me la vita cheta, non era un riposo, ma il dominio delle passioni accessorie per condurle in poche grandi, e che queste contavano davvero, perché finalmente eran divenute certezze. Certezze di metodo, non di momento, e come tali destinate a durare. C’era un esempio che mi ripetevo, ed era collegato al durare delle cose e di noi con esse, ed era raffigurato nel lavoro paziente che diventa arte e lucentezza, lo stendere infinite mani di colore sino ad ottenere una lacca, oppure il piegare il metallo e batterlo su di sé per cambiarne proprietà ed accrescerle sino a un taglio ineguagliabile, o ancora l’esercizio del ripetere calligrafico, che sembra inutile nella sua presunta eguaglianza e invece, a chi sa vedere, testimonia la differenza che s’avvicina all’idea di perfezione. Era tutto così importante nella mia testa e così dimostrativo di ciò che pensavo che poi nel dirlo, si sminuiva e così mutava in giudizio nel non essere compreso. Allora diventavo ben più importante di te, e del tuo non comprendere m’importava poco, certo che il mio modo di vedere il mondo fosse l’unico per me possibile. Non capendo, allora, che aggiungere modi di vedere, e restar se stessi, era la maniera per arricchire ciò che si vedeva e si era.

resterà poco se non lo vogliamo davvero

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Resterà poco di noi dopo il diluvio di vita, di passioni, di dolori, di gioie sciolte nel quotidiano, smarrite nelle scelte. Abbiamo usato parole così sghembe da far scoppiare ilarità subito dimenticate. I nostri passi hanno preso a calci foglie e sono corsi sulla spiaggia, fatto cose insulse o piccoli eroismi, abbiamo amato senza che ce l’avessero insegnato. E a volte, stupiti, ci siamo soffermati davanti a tramonti colossali, compiuto viaggi assurdi, fatto sciocchezze e rincorso felicità, questo prima del digitale e di racchiudere ciò che eravamo in foto tutte eguali. Abbiamo costruito, dilapidato, sporcato pagine d’inchiostro, imbrattato tele, passato le dita su superfici lisce, prima scabre, e rimpiangendo il bianco, la grana, il lavoro non perfetto, abbiamo sorriso. E quante carezze e baci sono rimasti senza memoria, quante banchine di stazioni, sale di aeroporti, auto prese al volo, partenze difficili, ritorni ancora più difficili perché il cappello dalla testa era scivolato in mano. Quanto di tutto questo è davvero nulla, oppure semplicemente vita? Resterà poco se le esperienze si sono succedute senza mai fermare lo sguardo, se non ci siamo mai detti che il momento era così pieno di futuro da essere per sempre. Rincorrere l’esperienza è cacciare la paura della morte, ma chi più del ricordo la confina davvero dove deve stare? Per questo dovremmo scrivere, dipingere, fare oggetti, oppure raccontare molto di noi a chi ci è vicino.

Di te non conosco che l’adesso, e conoscere è parola davvero pretenziosa, sono attento, ecco, indago per interesse vero, ti faccio ridere, a volte, perché vedo cose che tu non vedi, ma del tuo essere d’un tempo non so nulla o quasi. E com’era l’amore nuovo che hai avuto allora, i palpiti te li ricordi e le tue tenerezze tra silenzi complici e parole sono tutte poi sfumate? Cosa fu il tuo mettere al mondo una vita, dei pensieri e delle paure che n’ è poi stato? Dei tuoi innamoramenti, delle gioie e delle disperazioni cosa resterà, se neppure lo ricordi a te?

Usano un termine che non adopero volentieri, dopo che pubblicitari, politici, persino manager e attori, l’hanno sporcato di non senso: narrazione. Però non ho sinonimi e la narrazione parla di qualcosa che avviene dentro e fuori, che è veduto, ma che non c’è davvero. Non ancora. E’ un mondo possibile, il passato che trasmuta in futuro, poco reale adesso, ma concreto e a portata di mano, e questo spiega la meraviglia che accompagna l’ascolto, il fatto che possa prender vita perché è stato. Qual’è la tua narrazione, intrisa di realtà, che non racconti?

Forse preferivi l’esperienza, la vita reale, ti dicevi che tutto passava in fretta. E’ passato e cos’è rimasto in te? Me lo chiedo perché non ne ho misura, vedo il presente solamente, mentre pezzi lunghi della tua vita, scompaiono anche a te. Com’erano i tuoi trent’anni? e i venti?

Cosa eravamo allora, distanti nelle nostre vite. L’epica dei giorni di furore e le quieti immani. L’abitudine ancora molle da plasmare e gli scarti repentini dell’umore, le tristezze che dilagavano e le alzate d’orgoglio incerto: manca molto all’appello. Racconta di te che resti traccia della vita, bella a te anzitutto. Racconta senza nostalgia d’aver vissuto, racconta e i giorni che verranno saranno nuovi, racconta senza fretta, prenditi tempo e risali assieme a chi ti ascolta. Ci sei tu nella tua vita assieme al mondo. Ricordi come si chiudevano i pensieri d’assoluto?  dopo di noi il diluvio ed era così bello pensarlo allora, invece il diluvio non c’ha portati via. E neppure siamo naufragati, siamo finiti molto in là, ma ciò che c’è stato in mezzo non è stato un caso. Per questo ci serve ancora e ci servirà, non è stato un caso e se resta poco di noi il mondo perderà qualcosa. E’ l’era dell’oblio, non l’avevamo mai conosciuta prima, ma restiamo ribelli ancora: ricordiamo per avere futuro.

istruzioni per l’uso

Di tutte le manipolazioni tentate su di me, quella che mi è stata più distante è l’essere usato. E naturalmente ho cercato di non usare.

E’ stata una buona scelta nel vivere ?

Non potrò mai saperlo davvero. Non ne ho la controprova, però ne conosco il prezzo, e vale la scelta.

Una scelta può spingere in avanti oppure far retrocedere, ma certamente non ha lascia nulla di fermo.

Una scelta non elimina le possibilità che si sono perdute, vivranno altrove, in altri  e così non basterà il ricordo o l’emozione che l’accompagnerà.

Ed è davvero una scelta, se corrisponde alla propria pelle come un abito ben tagliato. Questo è il tradire o l’essere fedele.

Però confondono la pazienza con l’arrendevolezza, la forza di lasciar perdere con la debolezza. Forse non può essere altrimenti, ciò che certamente non sarà buono è il tradire se stessi.

Poi per descrivere cosa ci accade bisogna leggersi dentro, e lì non ci si nutre di frasi usate. Neppure quando le parole sono buone. Neppure in prospettiva.

Per adesso può bastare aver fugato una sensazione.

Per ora può bastare.

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

sempre

Sempre oltre la linea dell’orizzonte eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
E sorrido.