Inutile, come il rintocco lontano, il ricordo si sveglia è bronzo pensoso, traccia d’aria e colore sulle cose. C’è il borbottio del sole d’inverno, quello gentile sui vetri, che talvolta accarezza la neve, ma s’accontenta di brillare la pioggia, è dolce senza illudere mentre mormora la stagione del gelo.
Tra oggetti ora fidati le cose si sentono scordate, ma attendono e sono madie ricolme di pazienze infinite in cui si consumano, eppure stanno certe d’essere riprese. Col tempo s’affilano i mesi, i minuti stanno al loro posto, solo gli anni s’ammucchiano e l’inutile è arco di stupore, perché molto s’è compiuto ma ciò che attende è nuovo, come quel germogliare di cui non si conosce la foglia mentre la radice è parte di noi e beve nel mondo già stato. Ho amato e il cielo rammenta, urge la vita in questa unione in cui ogni segno è curvo come cuore forte e paziente. Se stendo le braccia alla luce ne sento il battere dolce.
Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto, era una risposta a qualcosa e forse era solo naturale evoluzione, crescita.
Come ci si muta secondo l’età? Ciò ch’era accaduto sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si formava autonomi in famiglia. Quel darsi nella crescita senza un criterio, che non fosse il seguire tutto quello che prorompeva e premeva negli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che metteva in campo la voglia di misurare sé e il mondo, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità.
Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è la chiusura di una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo.
E questo riunire è più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché è un riunir restando individualità forte, un sentire comune che ha sentire diversi.
In questa fase, che già gli sembrata così forte, l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie.
Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito più nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima.
Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile crescita e indipendenza.
Ciò che aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali e alte, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria adeguatezza. Così gli pareva, occorreva velocità e intensità. E c’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo.
Possiamo riflettere serenamente sul risultato elettorale e mi limiterò a questo, anche se la partita politica che si è aperta riguarda le politiche nazionali future. Due regioni importanti del sud, Campania e Puglia sono andate al centro sinistra. Sommate alla Toscana, pareggiano il conto numerico, della tornata elettorale. Difficile individuare elementi di discontinuità nei programmi, che sono elenchi di intenzioni e desideri. La novità toscana e campana è il comparire di liste di sinistra che si collocano oltre lo schieramento e che raggiungono percentuali vicine al superamento del quorum di ingresso nei Consigli regionali. L’astensionismo ci certifica che ovunque perdono, quelli che non vogliono enti locali distanti dai problemi del territorio, dei suoi abitanti, del futuro loro e dei loro figli. Le regionali hanno evidenziato che c’è una parte maggioritaria di elettori che non vota più. La sinistra ne è più colpita e ciò si deduce dalle percentuali che rimescolano i votanti mentre diminuisce Il voto assoluto.
Questo fa molto bene alla destra e giova alla sinistra neoliberista.
Né l’uno né l’altra, per questi elettori non votanti, rappresentano una alternativa o una speranza. Il non voto è stato rappresentato a lungo con metafore vegetali. Praterie, boschi, ma in realtà si tratta di un voto da conquistare con una proposta che sia alternativa e concreta. Orbene, a sinistra, nessuno, sottolineo nessuno, ha ancora proposto una sintesi tra diritti e cambiamento, tra equità e crescita, tra gestione della cosa pubblica e legalità, tra il dire e il fare che cambia le vite di chi dovrebbe essere rappresentato. Sembra un luogo comune ma non è evocando il nuovo che esso si realizza, è lottando per esso che le persone sfiduciate riconoscono coerenza e concretezza. E forse possono dare il loro consenso a chi risulta credibile oltre le parole, quando vengono sostanziate dai fatti.
Quindi lo spazio per chi vuole pensare, agire ed essere, a sinistra c’è tutto, ma è faticoso. Implica trasparenza e coinvolgimento di chi elegge, comporta che anche in coalizione ci siano principi che non si negoziano, obiettivi che sono una verifica interna di coerenza oltre ad essere risultato tangibile. E se i protagonisti di questa nuova sintesi sono giovani è meglio, perché nessuno dei “vecchi”, può fare il protagonista di qualsivoglia cosa, parlo anche di me stesso, al più possiamo essere utili . Il fatto che sia stato messo il privato davanti al pubblico, esaltato il successo individuale come misura della benedizione del dio del mercato contro l’idea che pensare agli altri sia vecchio e residuale, ha tolto una prospettiva comune al cambiamento. Ha fatto un danno assoluto perché ha tolto dalla politica una società per cui lottare. Sinistra Futura, l’associazione politica che coordino, parte da queste consapevolezze e cercherà di costruire con chi è disponibile, una proposta sociale alternativa, che è generata dai problemi di chi non ha difese, di chi vuole giustizia sociale, pace, un ambiente sano in cui vivere e un lavoro che porti con sé la crescita e l’equità. Il lavoro di chi non accetta il politicismo come fine della politica e mezzo per il potere personale, continua con più forza e determinazione oltre il voto. Interroga, propone, pretende il giusto e si vede dalle iniziative che si moltiplicano per la pace, per la difesa del lavoro e la sua dignità, per avere servizi sociali, sanità, scuola in grado di assicurare benessere ed eguaglianza.
Siamo liberi se le idee sono forti, se siamo disposti a lottare per esse. .
Da qualche parte nascerà il mondo nuovo, non dubitatene. Scorre nel sangue, s’ annida nei pensieri, la realtà lo alimenta e lo fa crescere. Sarà con noi oltre la convenienza, oltre la cupidigia, oltre l’egoismo. I sentimenti hanno misura solo nell’uomo senza amore assieme diventano fiume e mare. E’ un bisogno di vita, non un desiderio e così emergerà, prima, come grido di pochi, poi crescerà e dilagando farà battere i cuori, scaldare le tempie. Farà esercitare le intelligenze, per mostrare l’evidenza a chi non vuol vedere.
Del resto vediamo, subiamo, sentiamo cosa produce un capitalismo senza dialettica. Lo viviamo nell’ambiente che si deteriora E ci rifiuta, nel lavoro che manca, nelle crisi che non trovano soluzioni, nel distacco sempre più forte tra chi ha e chi non ha. Lo sentiamo nei diritti che si affievoliscono, nell’uomo che conta meno del denaro, lo vediamo nella diseguaglianza che cresce, nella povertà senza riscatto, nella ingiusta lotta tra poveri per strapparsi un diritto. Perché consumata la democrazia, il rispetto, la dignità degli uomini, il denaro lucra sulla crisi, sulla salute, sui settarismi, sull’intolleranza.
Nascerà da qualche parte, avrà un nome antico, rivoluzione, e parlerà ancora con parole antiche: uguaglianza, fraternità, libertà, ma tutto sembrerà nuovo a chi lo vivrà. Non è una speranza, è una certezza, è sempre stato così, la storia non si ripete ma obbedisce alla spinta verso l’essere assieme, verso il costruirla assieme. Non prevalebunt è l’equivalente del no pasaran, sempre le stesse parole, sempre gli stessi bisogni. Profondi, radicati, incoercibili, certi.
Cosa ha visto il vecchio comunista palestinese, la sua vita è lunga, i suoi occhi sono chiari, le parole scandite, aguzze pietre intrise di terra, ricordo e presente. C’è l’ombra di un olivo, s’appoggia appena e toglie il sudore il dorso della mano, il pensiero segmenta la vita, il passato, l’attesa, il dolore. Il quotidiano fare, l’amare, sperare. Non c’è futuro senza paziente lotta, senza il bene che è giustizia. Già nel lavoro è il rifiuto del sopruso e nel dar vita alla terra amata e stenta è resistenza, l’olio profumato e il grano. Essere per i giorni che verranno, sentirne il profumo nel vento che il sole riscalda e a sera rinfresca e parla di casa come una carezza che fiorisce dalla pelle dura di lavoro e d’amore.
Chiusa la porta ora l’aria è una lama che sfugge, la luce batte sui vetri, sgomita, apre varchi, chiede alle probabilità, che gli occhi socchiudono, che il sogno inizi. Là dove il verde si guarda e s’intenerisce di sé chiedi a chi tiene conto, dei fili dell’erba, d’ogni orma passata, del volo in ogni sua specie. Vedi come scava la luce nei muri, cogli l’ombra dei passi che addolcisce la pietra, E senti del cuore gli inciampi, il canto sommesso delle cose in disparte, e il dire tuo, nel pensiero che esita, diviene cura eccessiva del gesto, sino al sospiro che ammutolisce. Immagino la penombra, il rumore della quiete e l’offerta che sceglie, dal senso la forma del dirlo, accosti il sentire come fosse colore e dissona o converge del tutto la piena armonia.
Le parole sono imprecisioni del sentire che attende di capire. Noi che innocenti diciamo siamo i mediatori dell’attesa. So che non è risposta al percorrere il profondo, ma così il pensiero corre libero fino ad inciampare in una riflessione che fa ciò che deve e si sofferma e guarda la nuova luce generosa. Poi dirà qualcosa fuori tema a sé, le cose migliori nascono dalla fatica del niente dalla mente che ascolta e accoglie senza chiedere.
Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo. Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva in esse ma non restava traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme. Neppure una certezza, solo la speranza che la morte fosse stata immediata. Che non avesse pensato e sofferto troppo. Nella concitazione della battaglia e nel silenzio che la seguiva, di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia così restò il nome. Morto definitivo. Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che lo sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati. Si difendeva nascondendo I semi nella polvere e nel sangue, mostrandosi petraia bianca, aspra. Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde. Di Te non restava nulla oltre al nome, con quello ti hanno sepolto. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, quelli che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma loro vi volevano, vi vogliono? Gliel’avete mai chiesto? Immagino che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline tra voi soldati. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme. E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio, con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro. Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto senza di Te ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque. Tutti avete lasciato traccia in noi. Voi tutti. Siete.
È così raro tenere il filo dei ricordi senza tempo, cucirli d’ordinato andare mentre gli occhi s’alzano verso il vetro e il cielo. Dolce è passare il dorso della mano, e scrivere immemori il vapore, presi dalla trama delle gocce che corrono e cancellano la storia. Pomeriggio d’autunno di cui amare il calore immoto, è tenera la penombra della quiete prima della lampada, che rammenta il segno d’un rumore antico. Il pensiero annusa il tempo e taglia il cotone con forbice affilata, attento al gesso dei confini, per cucire una sorpresa stata. Come voce nel teatro vuoto, nella casa dagli accostati scuri, la notte entra staffilando la residua luce, il credo dell’amare è rimasto a guardia del sentire.
Perché scrivere pessime poesie, se non per dirsi che si vive, che si sente nel rumore del mondo ancora l’uomo e la sua cura. E attorno, guardando, preziosa è la pace del colore senza tempo, del suono d’acqua sulla riva che afferra e si ritrae. Lo sguardo scioglie sé nell’infinito ed è finalmente piccola cosa senza pretese e ordine, vibrazione quieta d’universo che il suo posto e luogo sente e vive. È allora che la speranza incredula emerge e attinge al buono senza nome o dimensione, senza cinico rifiuto della grammatica realtà, e delle sue terribili parole mutate in ferocia e sangue e rovine e terra e pianto. Dire bimbo o donna o vecchio è già dolore e nel sentire la violenza nasce l’agire, il disgusto per ciò che piega le menti oltre la maledizione di Caino. Si scontra in me la realtà nel dilaniarsi d’ogni comprensione col bisogno d’una quiete dove l’animo si posi, e poi riprenda la paziente lotta.