solo posti in piedi

L’uomo ha fatto fatica a tirarsi in piedi. La sua schiena glielo ricorda per tutta la vita. Ma anche la posizione seduta, di riposo, non è così naturale, le sedie seguono più principi estetici che la fisiologia. E qui finiscono le considerazioni generali. Un tempo il cartello solo posti in piedi indicava un disagio, una minore fruizione di ciò che veniva proposto riservato agli ultimi o ai meno abbienti. Credo che per questo abbiano inventato lo sgabello ovvero un modo per stare in piedi appoggiando la coda. Ma il pensiero non nasce dalla stanca e alcoolica osservazione dei propri vicini appoggiati al bancone del bar, ma dalla notizia che una nuova tendenza dell’organizzazione aziendale magnifica gli effetti produttivi del lavorare in piedi. Se è per questo bastava che ci si guardasse attorno e si sarebbe visto che una gran quantità di persone si siede di rado, ma la grande “intuizione” consiste nel far lavorare in piedi gli impiegati, che non sarebbero proprio in piedi ma sorretti da una gruccia su cui appoggiare i glutei. Se magari gli si racconta che questo rassoda la parte forse ci saranno schiere immediate di adepti. Però sorge una domanda: se ci sarà un aumento di produzione a fronte di un disagio, non appoggiare mai la schiena non è proprio il migliore dei modi per lavorare 8 ore, chi si terrà il beneficio? Ecco una risposta a questa domanda ci riporta all’inizio di queste considerazioni: i primati si sono rizzati sulle zampe posteriori per correre meglio, per raggiungere la frutta sui rami bassi senza fare salti, per spostarsi vedendo cosa c’era sopra le erbe della savana, quindi hanno perseguito un utile. Allora la domanda diventa: se cambio postura che utile ne ho?

un addio è un addio, oppure una perdita di sé?

” Davanti a lei c’era il solito viso giovane di Senkichi, ma non aveva il fascino oggettivo che si può provare per il corpo di un uomo al quale ci si comincia ad abituare. No, era un fascino magnetico, sempre più ambiguo, sempre più totalizzante. qualcosa in lui l’aveva rapita e non sapeva se sarebbe riuscita a separarsene. La sua voce, un gesto banale, il suo sorriso, un’abitudine insignificante come la smorfia esitante che faceva ogni volta che accendeva un fiammifero e ne ammirava la fiamma… Non poteva lasciar andare tutte queste cose che, soprattutto da quando avevano iniziato a convivere, si erano incollate al cuore di Taeko come vischio. Se qualcuno le avesse estirpate con la forza, la sua pelle si sarebbe lacerata fino a sanguinare. ”  Yukio Mishima. La scuola della carne. Feltrinelli

Taeko, la donna, ama e si lascia prendere dal fascino e, man mano, trasforma la presenza dell’amante in vita propria. Appartiene e la sua libertà evolve solo in relazione all’altro finché coincide con l’appartenere. Ma Senkichi non ha lo stesso sentire e ha una libertà che non corrisponde con eguale appartenenza, ha vita propria, e Taeko, mentre dipende sempre di più, lo capisce. Oppone desideri, destino proprio, ma solo nella sua mente, in realtà tutto è a due e vorrebbe un’ attenzione assoluta, essere libera di appartenere ed agire in conseguenza. Non essendo così, si lascia andare all’obbedienza, si conforma agli ordini erotici, modella la sua vita su quello che le viene chiesto, immagina una conclusione comune come libertà condivisa, ma sente che l’altro vive più vite e lei è solo una di queste. Di questo colloquio con l’amato, molto avviene nella sua testa, anche la richiesta di rassicurazione continua per timore della perdita che sarebbe perdita di sé, è implicita. Chiedere troppo potrebbe implicare l’addio. Teme la fine dell’amore come fine propria e il dolore fisico indicibile che ne conseguirebbe, è sul crinale, ha paura, non rompe l’incantesimo e quindi non può andare per proprio conto, deve procedere.

Se qualcuno vuol sapere come va a finire meglio legga il libro, a me interessa capire perché una cultura così differente dalla nostra com’è quella giapponese e in autore così imbevuto di tradizione come Mishima, diventi tanto simile la paura dell’abbandono nei suoi effetti. L’abbandono non ha sempre avuto la stessa fisiologia in occidente, in epoche, anche recenti e attuali, dove le migrazioni sono frequenti, c’è quasi un’inclusione della modalità del lasciarsi nell’ordinato evolvere delle storie amorose. Prima per una necessità che era immanente, dettata dalle cose, ora per una sorta di termine dei vincoli. Per cui è anche strano che questo sentire si sia portato, intatto nel dolore che provoca, nelle vicende di una società come la nostra, più leggera nei contenuti, meno vincolata. Diminuendo i vincoli sociali e religiosi legati al contratto matrimoniale e alle storie amorose era sembrato inizialmente che i sentimenti perdessero incrostazioni, fossero più naturali e liberi, che le storie avessero un evolvere che tralasciava gli assoluti e puntava sulla realtà. Come vi fosse finalmente un primato dell’amore, soprattutto nella sua eguaglianza di sentire e che il resto assumesse man mano la consistenza degli obblighi e della loro soluzione sociale. Invece non è stato così e pur essendo diverse le situazioni in occidente a seconda del contesto nazionale -ciò che è normale in un paese protestante sembra non lo sia in un paese cattolico- l’amore ha evidenziato la difficoltà di essere simmetrico e ha forse accentuato il dolore dell’abbandono. Più libertà ma non eguale, più dolore nell’abbandono, ma non eguale. A ben vedere tutto come prima. Quindi una fisiologia dell’abbandono e del dolore connesso non si è sviluppata. E non parlo delle grandi storie d’amore, ma della quotidianità dell’incontrarsi, amarsi, tenere assieme l’amore, oppure lasciarsi. Che questo accada in ogni cultura, anche se in modi, e credo con intensità differenti, rendono l’abbandono un punto fermo di analisi. A partire dall’abbandono (o dal suo non esserci) si arriva alla tipologia d’amore. E qui, ancora, oriente e occidente si incontrano, l’appartenenza e il sono come tu mi vuoi, è dipendenza, snaturamento del sé. Ma se si chiede a chi percorre questa strada, ci si sente dire che questa libertà consegnata all’altro è prova dell’amore e ancor più è dono assoluto. Piegarsi diviene facile se l’insicurezza di essere amati è alta, eppure in tutte le altre manifestazioni del vivere la vita sembra continuare con gli stessi principi di prima, è solo in quell’ambito che non ci sono più resistenze. Se in una storia non c’è simmetria, qualcuno rincorre perennemente e oscuramente sa che l’abbandono è già compreso nell’inizio, quindi ciò che si vorrebbe, indipendentemente dai sistemi culturali in cui si è nati, è che quel destino fosse rovesciato, che non fosse vero. Così Taeko, immagina evoluzioni cruente e comuni, non riesce a vedere un futuro felice e trasferisce alla passione asimmetrica il compito di far coincidere con un dolore/piacere, il destino comune. Manca un’ ipotesi dell’abbandono come evoluzione della storia amorosa, anche come sintesi di realtà, come passaggio/nascita verso qualcosa di nuovo che sia maggiore perché comprende una crescita. Il dolore come riconquista del reale e di sé, l’amore come qualcosa che mentre segna le vite, le spinge avanti, fa desiderare un nuovo assoluto. Manca questo pezzo nella cultura e quindi ciascuno lo elabora come meglio crede, trova una soluzione oppure implode in ciò che non stato. E questa singolare comunanza rovescia l’analisi: per sapere chi siamo e come saremo amati dovremmo capire perché l’abbandono pesi così tanto in noi come paura assoluta. Anticipo di una solitudine, questa sì assoluta nel nostro vivere, una incompletezza a trovare l’altro e quindi a sentirsi amati per davvero. Manca una educazione ai sentimenti, e questo è così poco naturale da far presupporre che sia un’area lasciata intenzionalmente vuota, come se nell’infelicità degli uomini ci sia un esercizio di potere.

il pescetto di liquirizia

Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.

Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante.  Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.

Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?

Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.

gli uomini del fango

Se fossi in loro mi offenderei.

Per l’assenza di soluzione ai loro problemi e per la somma di luoghi comuni di cui sono oggetto. Per la fuga dei cervelli, per le bombe d’acqua, per la tragica fatalità e per il tutto era già previsto che gli raccontano. Mi offenderei per la presa in giro d’una realtà raccontata, così pelosa e inconsistente da essere sui giornali per tre giorni e poi archiviata. Come si potesse archiviare la realtà…

Angeli del fango. Chissà cosa significa?

Che non si sporcano a spalare merda e fango? Che sono buoni e che rappresentano una sorpresa positiva nell’indifferenza di chi è stato graziato dall’incuria o dalla sorte? I giovani che stanno dando una mano a Genova, sono quelli che abbiamo attorno tutti i giorni. Che troviamo per strada e sono allegri o tristi, che vediamo a piedi, in bicicletta, in motorino. Che vivono in una scuola indecisa su cosa dargli, tra datori di lavoro che invece sanno cosa dargli, cioè poco o nulla. Sono gli stessi giovani che vogliono divertirsi, ma anche avere un futuro. E se credono sempre meno nella politica è perché la politica gli ha detto che hanno meno speranze dei loro padri. Però sono giovani, non ancora consumati dall’indifferenza di chi comunque ce l’ha fatta, e allora si rimboccano le maniche in cerca di un posto di lavoro, studiano, s’impegnano sperando che davvero serva per avere un mestiere.

Nello spalare fango e liquame c’è il massimo della solidarietà e il minimo dell’efficienza. Per spalare con efficienza vanno bene le ruspe, ma se non ci sono o non hanno conducenti, che si fa? Si rispolvera la solidarietà e ci si mette a spalare. Solo che lo stato sono le ruspe assieme alle braccia dei cittadini e se mancano le prime allora è lo Stato che manca. Questi ragazzi non se ne rendono conto, ma ciò che buttano nei rivoli verso il mare è il prodotto di quello che ha reso difficile la loro vita. Uno Stato che interviene a posteriori, che non provvede all’evidenza, dove chi governa il territorio ha paura o peggio, altri interessi, dove la fragilità non è il fatto idrogeologico, ma la vista e la memoria. Uno Stato che sta per adottare un provvedimento che renderà ancora più facile il cemento e l’ha chiamato sblocca Italia, ma non ha ruspe, non ha giudici efficienti, non ha condotte fognarie, canali che portino a mare, non ha coscienza collettiva.

Quello che ci tiene assieme è il minimo dell’efficienza, lo sperare che vada bene. Questo fa parte della coscienza che nasce in famiglia e riguarda i beni comuni, ma a tutti, fuori, i principi che vengono insegnati riguardano il successo di sé, e sono la competitività, la velocità, l’efficienza, la brevità, la resilienza. Sì, anche la resilienza perché in un autoscontri vince chi reagisce meglio alle botte. Qualcuno parla anche di solidarietà, ma sottovoce perché non è di moda come fondamento della politica e così sembra riservata all’antica carità cristiana: la pietà per chi non ce la fa, non il mettersi assieme per cambiare le cose. Renzi non è ancora andato a Genova, luogo difficile in questo momento, Grillo ci va domani, aveva la kermesse 5 stelle a Roma. I due non sono la stessa cosa, preferisco chi proverà a fare, non chi distrugge ogni cosa che tocca. In questi giorni parlare di peste non è bene, abbiamo tutti una vaga inquietudine per Ebola, e abbiamo visto troppi film di fantascienza. Credo che mettere assieme sia la cosa più difficile, che urlare e additare nemici sia più facile. Chi amministra è marginale nel movimento di Grillo, vorrà pur dire qualcosa. Confesso che la mia generazione ha molte colpe, una è quella di non aver ascoltato, o visto, o provveduto. Nel ’66 a Firenze ci potevano pur stare gli angeli del fango, già nel ’70 a Genova (eh sì, accade spesso) era difficile, ma se i figli e i nipoti di quelli di allora sono ancora a spalare, qualcosa nella coscienza ce lo portiamo. I ragazzi di quasi 50 anni fa, una speranza l’avevano, ora questa non c’è, si deve creare. Può nascere una speranza dal fango? Sì, se una coscienza di un giorno, di una settimana, diventa una coscienza comune, se si crederà alla realtà e non alle parole, se quelli che ora sono angeli diventano uomini. Ben più terribili degli angeli, e sporchi di realtà, gli uomini. Un esercito di giovani determinati al cambiamento può cambiare la fatalità, i luoghi comuni, la protezione civile con l’aspirina, la metereologia che non c’è, l’Italia. Sono grandi gli uomini del fango.

fontane senz’acqua

IMG_8878[1]

Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

vecchi marinai

S’ azzuffano le foglie sul balcone,

manca la cura giornaliera,

quella che metteva pace tra i rami.

Nelle stanze s’assommano i tempi:

veli di pensieri usati,

carte ormai scadute di confini,

oggetti muti del loro antico luogo,

e motivo d’essere, .

Troppo a lungo s’è fermata l’aria,

le stagioni, senza sorprese, parlano del tempo.

Non si sciolgono i nodi,

semplicemente invecchiano con noi,

sinché ciò ch’ era nave, diventa relitto

o vestigia d’un allora

che ha interrotto il sogno d’andare.

Sul balcone le piante vivono e muoiono

senza ragione apparente,  

che sia questo il fato,

la seta che lega passato e futuro?

Un motivo è in sé oscuro,

quando non s’ha cuore d’indagare

e prende energia e sopravvento.

Allora quell’ inutile sbattere di foglie  

che sembrano vele,

scende nel cuore, e c’affranta d’anni,

toglie sapore e convince:

di navigare,

alla fine siamo esausti.

Così di questa malinconia di settembre,

di quest’ ansia

che non trova ragione,

ci rassegniamo

e a chi chiede perché, sommessi, diciamo: destino.

dagli errori imparo poco

Ho fatto molti errori, o almeno molti di più di quelli che mi sembrava lecito fare e hanno sempre fatto male. In compenso ho cimparato poco. Spesso gli altri neppure se ne accorgono, ma io lo so  e cerco di capire cos’è successo. Dopo un errore, c’è un imbarazzo interiore, un disorientamento per il risultato inatteso. Cerco di capire la fisiologia dell’errore, attorno è notte e silenzio e i cani abbaiano distanti. Ci si pensa di più di notte agli errori, ma dopo un po’ si vorrebbe concludere e invece raramente accade. Dopo una giornata pesante che si è esercitata su di noi, servirebbe logica, analisi per capire. La razionalità dovrebbe aiutare. Così scompongo, taglio, scruto per capire cosa non era stato previsto. Come se tutto fosse un gioco di previsioni. Come se tutto per funzionare dovesse andare nella direzione attesa.

Non serve molto per capire un errore, e li sotto i nostri occhi, semplicemente non l’abbiamo visto quando era ora. Mi chiedo come sarei se tutto fosse andato come volevo, è quello che brucia, e a questo non posso far nulla. La logica non aiuta, al più da spiegazioni. Non so se ho voglia d’imparare. Adesso poi, a quest’età. Eppure sarebbe più opportuno adesso sbagliare il meno possibile, da giovani si è più leggeri, ci sono occasioni che si ripetono, si impara: gli errori sono buoni insegnanti. E com’è che non ho imparato allora? Forse perché ogni sbaglio ha una vita propria, una età propria. E degli errori ci si ricorda, ma non per evitarli, ci parlano della nostra insufficienza, dell’ansia di perfezione che è solo una ipotesi mai una realtà, in fondo sono i nostri compagni fedeli, l’immagine senza maschere di noi. Dovremmo trattarli meglio gli errori, fare giusto dura poco e s’impara nulla, dà una soddisfazione fugace e sparisce. Invece sbagliare regala una sensazione lunga di dispiacere. Ci impiega tempo a sparire e a volte non se ne va mai del tutto. Chissà perché siamo così poco misericordiosi con gli errori, poco inclini al perdono e alla rimozione. Ci deve pensare il tempo e i neuroni del ricordo che alterano e sfumano.

Taglio ed esamino con meno voglia, ho visto, capito, dovrei cercare ragioni profonde, quelle che non cerco di notte, per capirmi davvero, per conoscermi a fondo. Il profondo è sì introspezione, ma anche occasione e preferisco sorprendermi di me, scoprirmi quando emerge qualcosa che non sapevo di avere. Forse l’analizzare e tagliare per capire dove le cose sono andate storte (le cose, come fossero le cose che sbagliano il loro corso…) ha questa positività ovvero capire un po’ di più, mentre il resto continuerà a bruciare. E’ stupido l’errore, sembra non sentire ragioni per diventare ciò che è: poco, è stata messa in discussione l’opinione che ho di me, una cosa così circoscritta e personale che gli altri neppure la vedono e che fa così male. Un giudizio d’imbecillità, ecco cos’è l’errore, un battersi sulla fronte per non aver capito e visto, e ci teniamo tutti ad essere intelligenti. Chi è intelligente prevede, chi sbaglia non ha previsto, così affiora la stupidità. Sentirsi stupido e cercare di capire. Cosa può capire uno stupido, al più ascolta la notte e l’abbaiare dei cani, capisce ciò che non c’entra, che non rimette le cose a posto. Ascolta il silenzio e spera che il sonno arrivi. Domani si ricomincia.

sul mio scrivere

Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?

Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere. 

Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore,  e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.  

Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere,  e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri. 

palliativi

Ho bisogno d’aggiustar qualcosa,

un orologio, una penna, un libro,

anche una cornice potrebbe bastare.

Ho bisogno di piccole cose che corrano per il tavolo,

di vitine da stringere a fatica tra le dita,

della necessità di mettere a fuoco, 

e aguzzando gli occhi, intanto pensare

perduto in problemi che hanno soluzioni.

Si potrebbe pensare che ciò sia metafora di qualcosa,

che altra sia la pena o il disagio

ma che conta se dalle risposte ingegnose,

verrà poi una strana pace

senza guerra né oggetto?

.

la cina è vicina

Lo scozzese parla dello Yunan e della Cina. Arrossisce se gli si chiede degli amori e delle donne, dei fatti personali. Sorride e cambia discorso. In Cina credo si trovi bene con la sua riservatezza che volentieri parla di paesaggi, tempo e persone del campus. Si attarda sulle abitudini generali e la bellezza, ma non parla di sé. Così qualcuno si preoccupa di raccontare la sua storia. Molto in inglese e un po’ in italiano. Sono singolari le vite avventurose, una sequenza di fatti particolari, rotture dell’abitudine e dei vincoli che si ripetono tra tempi senza storia. Raccontati sembrano naturali i molti, disparati, mestieri, i 18 mesi sabbatici in giro per il mondo, il naufragio alle Figi dopo 1500 km di mare senza saper bene navigare. Le sciocchezze che si possono raccontare perché c’è un dio che protegge gli avventati prima che diventino avventurosi. Così lo lasciamo in quella barca in metallo incagliata nella barriera corallina di un piccolo atollo e pensiamo che è sempre possibile ricominciare se si è vivi.

La conversazione prosegue e si spezzetta. Parlo di politica con il mio vicino. Abbiamo idee simili, ma lui è molto più radicale di me. Non ha i miei imbarazzi nel capire, le sue idee sono chiare e ne ha ragione professionale. Mi racconta cose che in buona parte conosco, ma con la penetrazione di chi ci lavora. E così la riforma della pubblica amministrazione, si rivela molto meno riforma di quel che sembra, il potere si parcellizza, le cose semplici da fare non si fanno e si continueranno a produrre montagne di inutile carta e pochi controlli. Intanto lo scozzese è arrivato in Cina e lì si ferma. Potere dell’inglese, si può trovare un lettorato in una università e molti studenti che seguono le lezioni, anche se prima nella vita affittavi macchine a Edimburgo. E’ da dieci anni nello Yunan e quando gli parlo di Puccini, Turandot, e di Ping, Pong e Pang, un po’ capisce e un po’ no. Gli spiego e si sorride. Bizzarrie di italiani. La conversazione si spezza e si capannella. Torno a parlare di politica, di analogie autoritarie per quanto sta accadendo. E se quelli che non si preoccupano, che rassicurano, si sbagliassero? Difficile essere indifferenti se capisci cosa accade.

Riemerge l’inglese, i racconti di vite senza posti dove tornare per davvero. Spinte incoercibili ad andare, ad annodare e poi allungare la fune. Penso alla scorsa settimana, quando ero in mezzo alla folla. Mi pareva di sentire un brusio. Mi accade sovente quando non conosco chi mi sta vicino, e non sono le parole, sono le vite che vivono a far rumore. Chissà cosa pensano, mi chiedevo, tra persone che andavano o si fermavano secondo trajettorie sconosciute. Sono sicuro che esiste un dizionario semplice, fatto di poche parole che descrivono ciò che si vuole, ciò che è urgente, ciò che condiziona. Se lo si conoscesse, nella folla non importerebbe la lingua che viene parlata, ma emergerebbe un riconoscersi oltre le storie. Toh, anche tu… e sarebbe quasi un battersi sulle spalle. Così avviene nelle vite avventurose, ci si riconosce al livello necessario. Invece tutti proseguono percorsi propri, apparentemente liberi, immersi in solitudini che vengono scambiate per identità e che confluiscono nel rumore senza suono, nel tentativo di scacciare domande fastidiose.

Così penso e lo scozzese continua a raccontare. Le parole si intrecciano. Faccio fatica a seguire il suo inglese, mi perdo, metto assieme il senso con l’inglese più alla mia portata degli altri. Mi stanca questo capire a tratti, il non avere le parole giuste. Mi distraggo. Penso che attorno a noi il mondo ci parla con segni e linguaggi che non capiamo appieno. Anche se è tutto in italiano. Cosa accade nel mondo e in Italia, ma per davvero, oltre la reticenza e la propaganda. Siamo sull’orlo di una svolta autoritaria, come dice G.? E chi lo capisce davvero? Chi fa la fatica di decodificare senza essere già apocalittico e quindi avere un giudizio preformato. C’è confusione appena fuori. Qui la cena e il vino sono buoni. Siamo in un circolo che si protegge con le parole, con i gesti e le abitudini. Con l’amicizia. Eravamo tutti comunisti al tempo di Bellocchio e la Cina di allora era vicina e comprensibile, ma in altro modo, ora che l’abbiamo in casa, siamo tutti liberali.  Anche le nostre storie sono ricche di fatti senza tempo in mezzo. Chissà cos’è successo negli anni silenti che ci pare di non aver vissuto. Lo scozzese tornerà in Cina e noi dove andremo?