“Buon giorno, posso avere una confezione di essenziale?”
Da dietro il banco, un camice bianco si volta e sorride.
“Mi spiace, signore, non ne vediamo da mesi, le ordiniamo e i magazzini neppure ci rispondono. Pensiamo finiscano tutte alla Caritas o a Medici senza frontiere.”
Imbarazzo del cliente, ma anche stizza.
“Questo è il terzo negozio in cui chiedo una confezione di Essenziale e le risposte sono come le sue o più fantasiose. Un suo collega mi ha detto di cercarle in Africa o nei centri profughi.”
Sorriso del camice bianco, aggiustatina agli occhiali. Colpo di tosse di uno dei due clienti che seguono quello al banco.
” Non posso che ripeterle quanto le ho detto, signore, dovrebbe provare da qualche collega di campagna, forse hanno qualche fondo di magazzino in scadenza. Qui abbiamo solo Superfluo, di varie confezioni e prezzi, ma di Essenziale, nulla.”
Mormorii alle spalle del cliente, proteste sottovoce, un cliente guarda l’orologio, riapre la porta. Esce. Il cliente insoddisfatto fa per voltarsi, è visibilmente contrariato, poi ancora si rivolge al camice bianco.
” C’è una legge, anzi la Costituzione, la madre delle leggi, che mi assicura l’Essenziale, deve essere rispettata, sono un cittadino, pago il dovuto, esigo…”
Il camice bianco non sorride più.
“Cosa può esigere, caro Signore, quello che non c’è non c’è, si rivolga alle assistenti sociali del comune, alle associazioni di beneficenza. Ma lei non guarda la televisione, non legge i giornali, non consulta internet, ha mai visto una pubblicità dell’Essenziale? Ha colto qualche invito all’acquisto o alla sua ricerca. No, c’è solo Superfluo che viene offerto in quantità e qualità differente secondo le ricorrenze e stagioni. Perché anche il Superfluo ha cicli produttivi e una domanda variabile, quindi auto, profumi, orologi a Natale e cibo in grande quantità. Tutto in eccesso per poi alimentare le patologie che assicurano altro spazio ai farmaci di moda. Il Superfluo è ciò che muove la società, che la differenzia al suo interno, che stabilisce l’ordine e le gerarchie. Il Superfluo fornisce autorevolezza e potere, può essere gettato, tenuto in gran conto ma è la libertà, se lei non ha questa libertà, non esiste. “
Ormai i clienti in attesa sono molti, le proteste sono ad alta voce, si sovrappongono, si rafforzano, se non ha i soldi per il Superfluo perché deve intralciare gli altri… sarà il solito ecologista… di persone che vogliono limitare la libertà di consumare ce ne sono troppe… basta, esca e lasci che possiamo acquistare.
Entra un poliziotto. “Cos’è questa ressa?”
Il camice bianco spiega succintamente i fatti mentre consegna una confezione variopinta di Superfluo al cliente successivo. Il signore che aveva chiesto l’Essenziale, cerca di sgusciate tra le persone. Lo trattengono. Lo consegnano all’agente. Ci ha fatto perdere un sacco di tempo…è arrogante… pretendeva di avere dei diritti… e ha allungato una mano verso camice bianco, l’ho visto io.
L’agente lo prende in consegna, gli stringe un braccio, l’uomo cerca di divincolarsi. L’agente gli dice che dovrà rispondere di resistenza, mentre escono, gli chiede i documenti.
Persone: non gliela faccia passare liscia… attento sta mettendo una mano dentro la giacca… ha una pistola. L’uomo protesta che sta cercando i documenti. Le voci si alzano, viene immobilizzato, l’agente lo ammanetta. Commenti entusiasti dentro al negozio. Aumentano le vendite di Superfluo. Le persone vanno verso casa, sorridendo soddisfatte.
Scendeva per il bosco. Non c’era neve, solo sassi, qualche pozza ghiacciata, erba bruna. Dagli alberi pendevano foglie cotte dal gelo, piccoli rami ghiacciati, il muschio avvolgeva i tronchi a nord, verde brillante, insensibile alla stagione. Dopo il bivio che portava al paese, avevano tracciato un sentiero nuovo, largo e limitato da filo spinato lucido, recente. Un tempo quel sentiero era limitato da alberi, in gran parte faggi e qualche abete nero, non si vedevano più e il sentiero era servito per trasportarli a valle ed evitare gli sconfinamenti nelle proprietà da parte dei perditempo che camminavano anziché lavorare. In una piccola radura c’era un roccolo ormai semidistrutto dalla stagione. I rami di abete e i tralci di faggio pendevano e non mascheravano più nulla mentre uccelli si posavano sul tetto sconnesso. Sorrise. Alla fine natura omnia vincit, già da qualche anno i lupi erano tornati nei boschi e transitavano in piccoli branchi nella corona di altopiani che corre dall’Adige a Tagliamento e poi proseguivano nelle alpi carniche e giulie. Forse erano venuti da lì, sloveni i croati, ma di certo si erano trovati bene perché crescevano di numero e d’inverno si spingevano tra le stalle o nelle ultime case. Attaccavano un asino o un vitello, quando non si cibavano dei piccoli animali da corsa e da tana del bosco, poi sparivano, sollevando le proteste degli allevatori, albergatori, cacciatori che oltre al rimborso regionale volevano un diritto di caccia e se possibile di eradicazione, ma tra le proteste degli animalisti e i rinvii, il tema non doveva essere così urgente perché passava di stagione in stagione.
Scendendo per il sentiero, pensava ai cacciatori di Brueghel, al loro paesaggio livido, dove la neve contrastava gli ultimi bagliori di luce e impediva alla notte di avvolgere i pendii. La notte era regina del bosco, innevato e ricco di trappole, ma i cacciatori ne erano fuori e con i cani formavano un corteo che scendeva verso case calde, camini fumanti, polente che cuocevano nei paioli. Le prede da spiedo avrebbero spento il selvatico appese al trave vicino alla porta, festa per altri giorni ma intanto, c’era una allegria stanca, impacciata nei muscoli. Qualcosa da mostrare e da dimostrare. Pensava all’anno trascorso, il più caldo nella labile memoria umana, che già disorientava le piante e gli animali, in questo mese avrebbe dovuto stare molto più attento a non scivolare e invece c’erano solo piccoli tratti ghiacciati e qualche sasso infido. Mi servirà un ginocchio nuovo. Pensava. Quello che aveva faceva male a ogni passo ma di quel dolore che è puntura acuta che subito si spegne e non si somma sino a rendere impossibile procedere. Sarebbe stato peggio con la neve, ma sarebbe stato bellissimo vedere che copriva tutto, che ingentiliva il taglio dissennato del bosco ormai ricco di varchi e sarebbero scomparse le lordure dei turisti senza sesto, sarebbero rimaste solo le sue impronte e prima quelle degli animali. Le più gentili degli uccelli da nido, quelle dei cani, delle lepri, delle volpi, di qualche capriolo o addirittura di un cervo che scappato dal Cansiglio, cercava nuovo pascolo. Sarebbe stato più difficile camminare, ma avrebbe reso compatibili le case nuove che continuavano a costruire e si allineavano pretenziose di legni e di poggioli vista bosco, pronte ad essere acquistate e poi arredate e abitate per poco tempo. Come un capriccio, destinate a passare di mano in mano e poi a decadere come accade per carenza di manutenzione e di amore.
Natura omnia vincit, bastava aspettare e intanto scendere guardando dove mettere gli scarponi.
nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?
Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.
La notte di Natale accadono cose meravigliose. Più passano gli anni e più tornano alla memoria i Natali passati, si sentono nostalgie che si erano perdute tra le fodere di vecchi paletot spinati, si sentono le mani della tua ragazza che cercano la tua nelle tasche in cui non molto prima si ospitavano caramelle e tronchetti di liquerizia assieme ad elastici e spaghi. Si ama il freddo di quelle dita, il calore che portano con sé. Si vede la vita passata e si sente il suo scorrere tra argini ed esondazioni, si capiscono con indulgenza gli errori, si lascia che la quiete di ciò che è scorso nel fluire sia di buon augurio per il futuro. Questa è la meraviglia di pochi giorni che non sono calendario, non solo almeno. E’ proprio quello scorrere di ricordi che ci ricorda che tutto accade e può essere letto con gli occhi che non hanno memoria, che ogni anno segue l’altro e noi siamo stati testimoni, partecipi, a volte protagonisti. Per questo i ricordi di età in cui tutto ancora doveva accadere sono così forti, hanno il sapore del legno che brucia nella stufa, il profumo della cannella e delle mele che caramellano in forno, hanno l’odore lieto dell’inchiostro non scritto che contiene tutta la letteratura del mondo, il profumo della carta del libro appena ricevuto in regalo. Tutto deve accadere e si somma, si sommerà, in fondo questa è l’unica certezza che ci fa dormire allegri quando la proviamo intensamente.
La notte di Natale era una passeggiata alle undici di per arrivare in tempo alla messa di mezzanotte, era la chiesa illuminata da luci calde sulle pietre antiche, erano gli inni cantati dal coro di cui facevi parte, era l’attesa della neve che non sempre c’era, mentre il gelo non mancava mai. Era la cioccolata calda a casa prima di dormire per togliere il freddo dentro, era la sensazione di essere svegli per qualcosa, ma anche l’allegria dell’alzarsi tardi con la colazione a letto. Biscotti e ancora cioccolata. Era l’attesa compiuta dei giorni precedenti, la scuola dissolta in un volo di fogli e una corsa, era l’inizio di una vacanza che era così piena da sembrare di non essere tale e perché significava qualcosa, ma quel qualcosa non era il racconto del prete, era un senso di presenza di un fatto antico che era ancora attorno, mischiato alla povertà, alle luci, agli alberi, ai pranzi speciali di mezzogiorno, ai parenti che passavano in visita. Era qualcosa che iniziava e misteriosamente si nascondeva perché da noi non c’erano regali sotto l’albero per sanzionare la giornata. Quelli sarebbero arrivati con la befana, pochi e molto desiderati. Natale era un giorno di cui non si sapeva cosa dire, ma che pure toccava dentro ed era l’inizio di tante storie che sarebbero andate per loro conto. Oltre la contentezza di quel giorno, era il senso di essere assieme in casa, raccolti e luminosi sin dentro a ciò che non aveva nome. Era il mistero che diventavamo noi a noi stessi, Era capire cosa ci avrebbe portato il futuro, ma anche cosa di noi sarebbe rimasto. Quanto calore, quanta leggerezza, affetto, amore, che avrebbero preso forme e meraviglie a noi sconosciute. Era il germe di qualcosa che poi sarebbe diventato altro. Dopo la messa di Natale si tirava un po’ in lungo, i bambini non hanno mai voglia di andare a letto, ma poi avrei dormito profondamente. Mi sarei addormentato senza domande, con desideri che non facevano male, era un attimo, un pensiero disciolto e il giorno dopo era già arrivato.
Crescendo, quando a messa non ci andavo più, la notte di Natale uscivo, avevo già letto molto sul significato della nascita, ma pensavo che ancora non capivo perché figli non ne avevo e invece di quel nascere già sperimentavo le prime scelte. Le svolte della vita, che vedevo in amici d’infanzia, qualcuno più vecchio e già perduto in cerca di un se stesso dove non si sarebbe mai trovato, altri che inseguivano il successo con l’intelligenza furba di chi ha capito tutto. M’aggiravo per le strade vuote e conosciute, mi capitava di entrare in una chiesa quando mancava poco al Gloria, guardavo, le persone vestite a festa, chi avevo incontrato per strada male in arnese, i mendicanti alla porta. Guardavo e poi me ne andavo perché le domande erano più chiare ma sbagliate. Il senso della nascita era nelle mie scelte, nel tempo che sarebbe arrivato. Il giorno dopo a casa non sarebbe mancata la festa, più difficile di un tempo, ma sempre festa era, ci pensavo e mi lasciavo andare.
Chi decide per noi siamo noi stessi, aggiungiamo che chi vive l’amore ha una risorsa infinita che altera la banalità del ripetere, le domande e le risposte che vengono date sono il senso del procedere e qui ho capito una cosa: sono io che nuoto nel tempo ed è il tempo che si forma dentro me. Penso che siano vere entrambe le sensazioni e che nascere sia proprio questo continuo formarsi nella meraviglia del mai fatto mescolato a ciò che siamo stati e che questo sia il nuotare nel flusso. Liberamente, come nessuno l’ha mai fatto prima e come nessuno lo farà mai. Quello che saremo è lì che aspetta e se è cosa buona ci farà bene. Buon Natale.
La strada sono gli stop dell’auto che hai davanti e due righe quasi parallele. La strada è la velocità compatibile, i tuoi pensieri e chi ti sorpassa a destra e a sinistra. La strada è la radio che parla e si perde, che racconta e svanisce. La strada ha davanti colline marrone bruciato, crinite d’alberi che affondano le radici in arenarie piene di fossili e sale. La strada taglia le altezze, serpeggia tra salite e passi ma a volte s’infila in gallerie, allora ha paura del buio, la strada, e lo trasmette a chi non ha il volume troppo alto, a chi non parla, non pensa, non sorpassa sfiorandoti e suonando il clacson. La strada si avvoltola su se stessa ad ogni uscita, dissemina fabbriche, alberghi, distributori, campi e rifiuti ai lati, la strada sa dove andare anche quando tu non lo sai. La strada è un mezzo e un fine, per questo è sempre in riparazione anche dove non si vede nessuno e ci sono solo i limiti e le restrizioni di carreggiata. La strada è onesta, non ti chiede di correre, di bere troppi caffè, di stancarti troppo, ti assicura aderenza e ti mostra i tuoi limiti. La strada è lì fuori che aspetta di perdersi dietro di te, è paziente nella notte, sa stare da sola, tollera il giusto, anzi la strada è giusta. A lato della strada ci sono i colori, anche sopra e davanti, la sera mentre il cielo stende strati di colori caldi nel cielo, ti chiederebbe di fermarti, di guardare attorno, di respirare l’umido che viene dai lati, dai campi bruni, dalle distese d’alberi che corrono verso l’acqua. Ti chiederebbe di ascoltare gli uccelli che raggiungono i nidi, il freddo che entra piano nelle scarpe e risale il giaccone. La strada ti direbbe di attendere, guardarti attorno, ascoltare i pensieri e cercare una locanda per la notte in un paese dove non si va in vacanza. E in una stanza d’altri tempi, con le lenzuola che odorano di cotone e di fumo di legna, mettersi a pensare che c’è tempo e la strada attende senza fretta. È così scivolare nel sonno, con gli occhi che vedono le rosse luci degli stop che si spengono e il grigio racchiuso tra due linee è solo un tappeto di stanchezze consumate.
Ormai certe notizie non riesco più a leggerle, c’è un limite al sapere quando si sa che l’orrore corre e che non c’è più pietà. Mi chiedo come quei soldati, quegli uomini riescano a non vedere ciò che vedono, a fare ciò che fanno. Quale ideologia stravolga così tanto l’umanità, ciò che si è considerato giusto, rispettoso delle vite.
Noi viviamo lontani e vicini e percepisco una dimensione di disillusione nel futuro, che si è interrotta l’attesa del meglio e con essa la sospensione del giudizio. Sostanzialmente con il mutare dei governi non è mutato nulla per l’umanità crudele ma anche per gli aventi bisogno di una prospettiva positiva che cambi la visione del mondo e nel piccolo, la situazione del lavoro, del benessere familiare, mentre i furbi traccheggiano come prima. Si va consolidando e purtroppo accettando, la novità del presidente del consiglio, donna di destra destra, che porta avanti una politica liberista di destra, con continui annunci di distrazione dimassa a fronte di una realtà pessima, nazionale e internazionale. Provate a pensare a cos’era l’Europa fino al Covid, pur con le sue crisi e iniquità era un protagonista della politica internazionale. Ora non esiste più un leader, una nazione guida, un patto di crescita mentre ci sono nazioni un tempo traina ti in recessione, la Brexit è stata derubricata da problema continentale di libero scambio, la dipendenza e l’ossequio verso gli Stati Uniti si è trasformato in appiattimento politico e industriale. L’Europa è un insieme di stati dipendenti che accettano l’idea della guerra e della propria distruzione. Pazzia, ancora pazzia oltre l’inanità. La politica nazionale d’opposizione è sempre in frenesia elettorale e mai attenta al cambiamento delle necessità di chi è in sofferenza. I silenzi del presidente del consiglio sulle derive para fasciste vecchie e nuove, sono ancor più evidenti nel clamore competitivo delle singole forze di questo governo e la narrazione fluisce nel disincanto di una opinione pubblica inerte e atona. Si capisce che ciò che si decide in Italia al più compiace i mercati, segue la corrente ma non la dirige. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende, in termini di speranze di futuro positivo il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista del cambiamento. Continueranno a darelper tutti, i soliti noti. Sostanzialmente, oltre la deriva di destra culturale e ideologica, il governo è neoliberista come purtroppo quelli che l’hanno preceduto, ma con una accentuazione nuova che toglie la speranza di cambiamento:accelera la privatizzazione dei diritti, muore lo stato sociale e questo avviene con la sola protesta del sindacato. È neppure tutto, mentre l’opposizione non riesce neppure a contrattare un salario minimo di 9 euro. Gli aventi bisogno avranno sempre più bisogno e meno prospettiva di mutare le loro vite. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista della partecipazione.e solo una rivendicazione radicale dei diritti e della dignità dovuta a ogni uomo di questo Paese, di questa Europa, di questo mondo potrebbe ridare speranza. Si celebrano i 75 anni della dichiarazione universale dell’O.N.U. per la pace e i diritti umani ma ciò che accade nel mondo, a Gaza, è morte, distruzione di speranza e di vita, è il fallimento di una speranza.
75 anni di promessa di eguaglianza, di riconoscimento di diritti fondamentali alla vita e alla dignità di ogni essere umano spente nelle mura, nei reticolato, nelle avi affondato, nelle frontiere bloccate alla pietà, nelle bombe intelligenti, negli odi a cresciuti, delle diaspore e nei genocidio, nel benessere stivato dove non c’è bisogno, nella realtà occultatano, mutata, smentita, resa virtuale così il dolore altrui non si percepisce. Non c’è nulla da celebrare se le parole non diventano sostanza e vita, dignità e possibilità concreta di esistere. Non si può celebrare nulla se l’ingiustizia, l’arbitro, la discriminazione regnano e regolano i rapporti tra stati e tra uomini.
Ogni parola diviene ipocrisia, ogni fascismo, dittatura, libertà violata, compatibile con una politica che mistifica la realtà e pone la domanda:volete ciò che avete oppure che vi sia tolto?
Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è gia il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Nulla s’aggiusta e ritrova senso se non attraverso il ricomporre. Lo conosce il kintsugi nel saldare in oro le fratture, trae da esse la pazienza e la rilettura di ciò che s’è appreso e disperso.
Abbiamo dovuto rinunciare al presumere, scelta non difficile se non si vive nel posto sbagliato, ma è rimasto l’intuito, a volte delicato come piuma d’angelo, altre volte lama che s’affila.
Ricomporre però è la conquista dell’interezza, della comprensione piena, non dell’apparenza o di un’età dell’oro mai esistita, rimette assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella quella del prendere in mano il pezzo giusto, del saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza. Messe da parte velocità e consumo, per essere di più, bisogna provare con la libertà della lentezza, con l’auto ironia, il senso del limite, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Nella sera la pace è un uccello che s’ammanta di rosso e di grigio, e pesca nell’acqua, per suo conto cenando, S’offende del mutare nell’aria, mi guarda, disapprova il mio essere altrove, le ali allarga, abbraccia nel bianco Il colore nel volo. Poco s’agita attorno, appena un sussurro, l’aria è il ferro e l’argento che cuce un tappeto alla sera. Lontano. Tace il piccolo bosco, nasconde ricci e nidi affollati, e mentre l’ombra divora gli arbusti, l’oro dei pioppi conversa col sole.
Le giornate del ricordo sono importanti, sabato quella contro la violenza sulle donne è stata corale per i tanti che sentono questa società intrisa di problemi, antica nella ferocia e nei pregiudizi, moderna nell’indifferenza e nella rapida smemoratezza. Bellissime le manifestazioni, precedute dalle discussioni, arricchite in convegni, esplose nel colore di striscioni e cartelli, nei cori, nella vicinanza forte interpretata dalle ragazze di ogni età, dagli uomini che sentono la contraddizione in sé. Sono emozioni e consapevolezze che resteranno più a lungo del giorno.
Affrontare il problema della violenza sulle donne e non solo, è questione di velocità corale intuitiva. L’educazione, il cambiamento sociale hanno tempi lenti, la violenza crescente, l’odio verso il debole, il diverso, l’intolleranza hanno tempi velocissimi. È il capire ciò che accade e la consapevolezza che ne consegue che sono urgenti.
Essere consapevoli che la violenza non è il modo naturale di vivere in una società malata di competizione, di potere, di sopraffazione, non è natura umana ma natura deviata ed è assurda nel suo rovinare menti e vite. Avere un futuro personale, affettivo, che rende davvero mobili le vite nel loro scorrere, esclude la violenza, bisogna capire profondamente che essere violenti non è un potere ma la dimostrazione della propria incapacità a gestire se stessi, i propri sentimenti, le proprie azioni. Questa comprensione collettiva e profonda è necessaria e di primaria importanza.
Essere violenti, in qualsiasi modo avvenga, è una debolezza che impedisce il bene proprio e altrui, la libertà di essere. E non è possibile accelerare il bene che radica e che per darsi visibilità ha bisogno di tempo, mentre il peggio è solo consumo e istante, più facile, immediato, ma devastante nei risultati. Oggi la solitudine sembra preferire un nemico da combattere piuttosto che un amico da capire e coltivare. Abbiamo bisogno di una tregua dai luoghi comuni, dal sociale non equo. Le donne hanno bisogno di attenzione e di una tregua che le riconosca appieno in ciò che sono e fanno, per attrezzarsi e diventare più forti e la tregua la può dare chi ha il potere considerando importante la violenza sulle donne, difendendole senza attenuanti.
Per questo non basta una giornata, un’emozione, una solidarietà, ma serve tutto il tempo che abbiamo per cambiare, il rumore che mantenga alta l’attenzione e il capire ciò che accade, della sua gravità, diventi coscienza predominante.
Non ho parlato di Giulia Cecchettin, della sua morte tragica, del dolore e dell’emozione profonda che ha generato in moltissime persone. A Padova un corteo di veglia di oltre 10.000 persone non s’è visto mai, ed erano giovani e di ogni età, accumulati dal senso di smarrimento e dolore che genera una morte ingiusta e assurda. È subentrata la consapevolezza che la morte di Giulia è tutte le morti senza storia, senza notizia, ridotte a fatto, mentre sono violenza senza fine che prosegue nella loro rimozione dal vissuto comune. Da questo dolore spero nasca uno spartiacque, un prima che viene modificato dal dopo. Non sarà facile ma Giulia vive in chi la onora con il voler togliere la violenza dall’amore, dalle relazioni e dalla vita quotidiana e non solo in forza di legge ma per convinzione profonda che muta davvero i rapporti tra le persone.
Quando una persona che conosci e che spesso è a casa non ti risponde più volte al telefono cerchi qualcun altro che gli è vicino o lo conosce. Ho cercato allora suo fratello, un mio vecchio collega con cui avevamo condiviso, storie, cene, lunghissimi discorsi, vino. Non necessariamente in quest’ordine, ma sempre con il piacere di incontrarci. Neppure suo fratello ha risposto al telefono.
Un mio caro amico mi ha raccontato che più o meno un secolo fa era accaduta una tempesta elettromagnetica solare così violenta che per settimane c’erano state aurore boreali a tutte le latitudini, disturbi dell’umore, tracce sulla crescita delle piante, animali che impazzivano, interruzione in tutte le macchine elettriche che a quel tempo facevano ben poco per tenere assieme la civiltà. in questi giorni c’è una tempesta in corso, ma ci ha regalato solo splendidi tramonti, se avesse voluto infierire l’intera civiltà si sarebbe paralizzata e nessun telefonino, centrale elettrica, macchina ecologica e non ecologica avrebbe funzionato. Che fare in questi casi se non tornare a carta e penna e così ho fatto: un biglietto in cassetta postale con la richiesta di notizie. Dopo qualche giorno è arrivata la telefonata da un nuovo numero e con essa la relazione dello stato di salute non buono del mio amico e ancor peggio quello del fratello. Era in un istituto ormai da mesi, spesso scordava dov’era e cercava il suo banco da lavoro, la lente da mettere all’occhio, gli infiniti cassetti da cui estraeva viti e ingranaggi, poi la sua mente andava ai viaggi innumerevoli fatti in tutte le parti del mondo, in condizioni molto vicine agli abitanti dei paesi che visitava, allora venivano fuori racconti di avventure, di fatti inusitati per l’esperienza comune, di meraviglie viste e perdute, ma ben presenti nella sua mente. I vicini lo ascoltavano, poi pensando fosse un romanzo, ed invece era una vita, si stancavano e andavano dietro ai loro pensieri.
Il mio amico, mi raccontava con precisione cosa era accaduto e accadeva al fratello e a sé e traeva delle conclusioni sul vivere, sulla necessità di avere qualcuno vicino, sulla solitudine che inevitabilmente prende il sopravvento quando ciò che si ha da dire è molto, troppo per chi ascolta e non ha la stessa esperienza. Finché parlava, poi glielo dissi, immaginavo che al fratello, portassero il tavolo da lavoro, quello con il ripiano che aveva una insenatura per il corpo che si inseriva in esso, le fotografie ormai falsate nei colori messe in cornici con altre fotografie messe ai lati come compagnia di terre lontane da tenere vicine e che lui, messo davanti alla finestra come a casa, ricominciasse a mettere insieme macchine, piccoli automi meccanici, orologi che avevano bisogno di essere lubrificati, come accade alla mente quando ricorda e a volte si ferma per guardare lontano, oltre il vetro ma in realtà guarda dentro e vede, e sente, e un ricordo si mescola ai suoni esterni, e ha un sapore che nell’aria non c’è, un colore che non esiste perché è un frullo di luce che per un attimo ha colpito la retina molto tempo fa.
Le sue mani, il corpo stesso era un tutt’uno con ciò che aveva fatto e faceva, la delicatezza dell’entomologo, la sensibilità del pittore, la precisione dell’inventore che organizza in nuovo modo il consueto e rispetta ciò che già funziona per farlo funzionare meglio. Lui era tutto questo, capace di camminare per giorni mangiando banane e cocco in luoghi in cui passavano ben poche presenze estranee, era in grado di vivere tra persone che adottavano i linguaggi sconosciuti o dimenticati, del corpo, del viso, del tatto, delle mani e tornato a casa scaricava la sua piccola macchina fotografica. Faceva stampare le fotografie che erano sempre poche ma ciascuna l’inizio di un racconto, salutava il fratello e riprendeva il suo posto tra suoni di pendoli, battere di secondi, impercettibili sussurri di orologi di gran pregio che solo lui sapeva rimettere in ordine nella città.
Per questo pensai che ovunque fosse avesse bisogno della sua zattera, del suo tavolo, della luce concentrata, della lente sull’occhio e delle pinzette di varie dimensioni, ma tutte minuscole come i cacciaviti e le frese sottili. Pensavo al cassetto dei quadranti dove si mescolavano nobili e plebei in allegra confusione, perché l’utile non dipende dal nome ma da ciò a cui qualcosa serve, pensavo alle viti che erano come i grani di pepe che aveva portato dall’isola delle spezie e che forse per lui avevano lo stesso profumo. E forse pensava, chiamandolo e prendendoli tra le punte aguzze delle pinzette, ai nomi delle cose che ruotano, che trasmettono il moto con lentezze esasperanti, che dominano il tempo e sono così inusitate da richiamare ben altro nella vita quotidiana. Nomi antichi che venivano dal medioevo, nomi dati da eretici ugonotti poi ginevrini, nomi che si erano portati in una sacca gli attrezzi per la misura del tempo, per costruire orologi, assieme alle bibbie e le eresie che avevano rimesso in moto l’Europa e poi le Americhe. Nomi che gli orologiai scambiavano tra loro, che regolavano il mondo, il correre dei treni, gli appuntamenti amorosi e quelli d’interesse, nomi che muovevano migliaia di persone , che li allineavano in catene di montaggio, nomi da campanile quando l’alba e il tramonto, la fame e il sonno non bastavano più. Nomi assemblati con cura senza errore perché in un orologio è il mondo che funziona e il tempo si muove danzando con esso, in sincronia perfetta.
L’orologiaio che aveva conosciuto il mondo, gli orologi d’acqua e di sabbia, le sfere giganti delle torri, gli astrari e la precisione delle menti che sapevano descrivere l’ora dal moto del sole o da quello della luna. Lui che aveva capito che atmos, l’eterno orologio che si muove per le variazioni di pressione era pur sempre un’approssimazione del tempo, come ogni orologio, compreso quello atomico che basa se stesso nei tempi di decadimento di una particella, compreso quello dell’universo dove il tempo conta davvero poco ed è l’energia a farla da padrona finché non emergerà la gravità quantistica a rimettere ordine alle cose. Lui sapeva che ciò che metteva assieme, per quanto preciso, era una approssimazione di una convenzione e che l’esattezza era in chi guardava le cose evolvere, lo sapeva mentre adattava se stesso a ciò che mutava, fosse l’inferno della Dancalia o il verde infinito dell’Amazzonia o semplicemente ricostruire una mozza o un bilanciere perduto. Il tempo era nell’uomo e lo approssimava e da esso era approssimato. Questo lo rendeva leggero su ciò che di mirabile faceva, conosceva il senso del tempo e della sua misura e di tutto ciò che era apparenza e veniva portato al polso, messo su un mobile importante, appeso a un muro pregiato, conosceva il limite. Il tempo ripete se stesso, mentre l’uomo era una fonte continua di meraviglia, questo era il senso dei suoi racconti.
Non gli hanno dato la sua zattera, così penso che dolcemente si sia lasciato andare al flusso dei ricordo, al fiume di tutto il tempo che aveva regolato e che ora non aveva più significato. Penso che ora sia un bel viaggio, l’ultimo che ancora può raccontare senza parlare, certo che chi lo ascolta adesso sarà attento e sorriderà alle sue parole su ciò che è urgente e ciò che non lo è mai stato.
Gli anni perduti, sono quelli che sembrano mancare alla memoria, ma non lo sono per davvero perché inattesi, torneranno. Anni perduti sono quelli ben presenti, fatti di chiusure, conclusioni senza concludere, acquisizioni sospese, addii senza motivo.
Anni perduti sono quelli scialacquati nel dover essere, nelle prigionie di mode e di buoni sensi. Anni perduti sono tutti quelli che non hanno cambiato dentro, che non hanno camminato, che non si sono rincorsi nelle passioni, che sono diventati sabbia senza essere pietra.
Le sedute di analisi disseminate nella coscienza, semi che fruttificano per loro conto, maleducati ricordi che non leggono l’identità, fatiche difficili senza produrre svolte apparenti, sono anni perduti?
E aver ben presente come ci si lascia in una stazione, un po’ travolti dalla disperazione del rivedersi non quando si vorrebbe, ma seguendo la necessità, l’evocare nella mente ogni amicizia che si credeva vera e si è lasciata impallidire e svanire, sono anni perduti?
Le parole di Osip Mandel’stam in Tristia hanno l’odore del fuoco dei bivacchi, il freddo della notte che si insinua nelle parole e la definitività degli addii con l’amore vivo che ferisce e sutura, senz’altro pensante o di mano leggera nella vita. Oggi è meglio di allora, eppure questo addensare di sentire senza orizzonte certifica gli anni come necessari, importanti, definitivi, mai perduti. Quindi anche dove il cielo si rovescia nell’alba, la disperazione diviene dolore e partenza, nulla pensa che tutto sia stato inutile. L’analisi dovrebbe essere così definitiva e profonda da essere un eterno addio che apre nel sentire diverso il mondo e al tempo stesso tiene ben fermo ciò che si è stati davvero, perché quello stare si ripeterà come ogni verità.
Cosa c’entra l’analisi con gli anni perduti lo si trova nella sua necessità di veder dietro l’apparenza, nel cogliere noi nel pensiero e gesto solo a noi noto, ma in quegli anni del disvelamento, noi dove eravamo?