Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro?
Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere, con l’ indifferente pazienza di chi non conosce il tempo.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che trasformava energia in materia? L’interno della bocca si è ammorbidito e poi seccato per la meraviglia.
C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, degli abiti che si muovevano, un corpo avvolto, il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?
Mentre il quadro, apparentemente immobile, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, forse lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria.
Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme al pulviscolo d’intelletto che staziona in ogni museo o biblioteca o montagna, foresta o mare, danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.
E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.
Parliamo tanto di me, che questo poi si fa guardando il mondo e raffrontandoci in continuo con ciò che percepiamo, sentiamo, guardiamo. A questo serve scrivere parlando d’altro. E pure a dire la verità scrivendo, la mia verità. La verità non si esibisce, si racconta, è un’approssimazione della comprensione, ma la verità di chi scrive onestamente, anche quando è ipotetica, è chirurgica. Almeno chirurgica a sé, e inseguendo qualche demone, lo anatomizza, mentre vuol lasciarlo vivo ed aderente alla sua verità. Ché poi è la stessa di chi scrive. La verità del guitto, invece, balla larga nei vestiti non sono suoi e vuole farli apparire tali.
Dirla con semplicità, la verità, ma questo è il segreto dello scrittore di rango che ammanta la semplicità di vesti e la lascia spogliare da chi conosce l’erotismo della verità.
La verità ha una sua malinconia, che supera di molto il racconto del proprio malessere, anzi il parlar d’altro è un modo per proporre diversamente la malinconia che è nelle cose. E sono le cose che ci colpiscono, che offendono; in fondo la verità è una mediazione tra un sentire e un essere ed entrambe le condizioni sono vulnerabili dalle cose.
E se restiamo in ambiti domestici: la nostra verità, che è poi bisogno, non ha specchio nel bujo del non vedersi, del non sapere chi si ha davanti. Soprattutto se si scrive come si borbotta tra sé. Il fatto di non avere specchio nello sguardo, nell’espressione, fa trovare specchio nelle parole e qui, a volte, si potrebbe usare la perfetta ricetta dello scrittore, ovvero mistero, storia, erotismo q.b. Ma questa non è mica verità, è sceneggiatura, plot narrativo. Eppure quanti tentativi maldestri di racconto auto specchiante slegato da chi scrive, si trovano.
Chi ha lembi di storia comune si capisce per ricordi conosciuti, sensazioni sperimentate. Aiuta il vissuto che si sovrappone. Questa condizione si può trasferire anche nella relazione epistolare, che è fatta di sintonie profonde, rivelazioni intime, è un percorso di conoscenza, una relazione. Invece scrivere spesso razionalizza, semplifica. Una frase in testa è fatta di continuità piene di puntini multimediali, qui spiegare tutto diventa una fatica immane. Allora si toglie il magico, l’irrazionale, e si perde il succo della vita vera.
No sempre scrivo per essere capito subito, non da tutti almeno, ma per la sintonia con chi pensa di aver capito. È così che accade: si guarda, si sente, si approssima e si capisce che manca qualcosa. Quello che si era sentito davvero.
Allineando bisogni e soddisfazione di essi, manca sempre qualcosa. Non basta mai, come negli amori migliori. È questo che spinge a scrivere, a mettere in fila parole e concetti, oppure è l’assenza, il vuoto del non compiuto e possibile. I diari sono il dialogo con il sé profondo, cose da adolescenti che non crescono mai. Se è vero che tutte le età della vita coesistono e stanno silenti per dissimulare la complessità e al tempo stesso per non dare troppo nell’occhio ai severi censori della normalità sociale, non sono ferme, agiscono. Così nel poligono delle forze che contraddistingue le scelte, accanto alle necessità troviamo tutto sino all’innocenza e all’assenza di etica sociale. Difficile distinguere le influenze di ciascuna componente, servirebbe un gascromatografo dell’anima che distingua presenze e percentuali, ma sarebbero solo numeri, mentre basta un’ammaliar del bello perché tutto muti e ciò che sembrava importante diventi accessorio. I diari si scrivono a posteriori come noi fossimo il libro e leggessimo dentro una trama da comprendere, il gesto da interpretare, un pensiero che si fa insistente e diviene desiderio. L’adolescente si muove tra forze immani, quelle esteriori che comprimono e regolano e quelle interiori che non tollerano vincoli, che dialogano con i sentimenti. Da un lato sta il giardiniere che costringe e pota e dall’altro la pianta che sboccia e vuole trasformare se stessa, darsi un senso, seguire la pulsione. Il diario raccoglie strade, sentieri, percorsi. La ricerca della verità e del senso delle cose mai facile da mettere in parole.
Per molto tempo, lo faccio anche ora, mi fermavo in una vecchia osteria diventata bar, dove a volte incontravo gli amici. Ci fossero o meno, guardavo le persone attorno. Giovani soprattutto, un tempo erano coetanei o di poco più giovani e poi via via il distacco di età era aumentato. Guardavo, senza intenzione morbosa, lasciando che i gesti, i frammenti di parole mi arrivassero mentre immaginavo le vite. Erano libri da leggere, non ancora scritti eppure già in azione e non meno espliciti. Quando si immagina ci sono almeno due componenti, se stessi nel momento e il complesso di storie, nozioni, intuito ed esperienze che si sono accumulate. Se ci pensiamo bene in fondo tutto coincide in noi, si ricompone e ci porta verso uno specchio, verso la nostra immagine sfuocata ma riconoscibile. Le storie che leggiamo negli altri hanno molto di noi e delle nostre età conviventi, del luogo, dell’emozione che stiamo vivendo, del milieu a cui apparteniamo. Per questo è difficile separare, ma non estrarre e discernere, solo che ciascun elemento, ciascun tratto, che poi verrà tradotto in pensieri e in parole, è un’ approssimazione del compiuto che per fortuna non si compie. Capire che siamo destinati a restare interrotti spinge a fare, a essere, a costruirsi partendo da progetti che per loro natura sono sempre imprecisi. Analizzare l’imprecisione, il confine o meglio il limes, è il tuo compito, caro diario. Che tu sia scritto o meno, parli e rifletti, cerchi tranquillità nella bufera e generi tempesta, questo sembra essere il tuo compito mentre unisci passato al presente e generi futuro.
Il profumo di un luogo, di una situazione vissuta, muta nel tempo e si mescola al presente, è un potente generatore di storia che agisce, ma ha radici talmente profonde e contorte che ciò che lo alimenta si perde dentro. Ci sono verità acquisite, magari da mettere in discussione perché ormai obsolete, sentimenti forti che sono i punti in cui salvarsi, un mescolarsi di rifiuto e accettazione, di desiderio e rinuncia, di tempo senza limite e fretta. Tutto in salsa quotidiana cioè scandito da quelle consuetudini che tengono assieme il giorno, ne sono trama finché non emerge una passione forte e imperiosa che scardinerà ogni priorità. Tu, caro diario puoi essere un insieme di frammenti, un mosaico a cui le tessere si aggiungono e mutano intento e figura, oppure un fedele registratore di indizi la cui chiave resta nel possessore della logica, ovvero in chi ti scrive. Leggere un diario è spiare dal buco di una serratura, si vedono solo parti della stanza, delle figure, si completa con la mente il quadro, ma cosa agisce e sosta nella penombra, negli angoli morti non è dato sapere, però se ne vede l’effetto. E questo, caro diario, tu sei: un libro mastro di effetti e di cause in cui resta un insieme ma la forza del particolare si smorza, per questo vorrei tu fossi un insieme di tracce, di storie che iniziano o che continuano mentre il loro cominciamento si perde in anni, esperienze, vissuto. Un insieme di storie che mescolano il parlato al pensato, la riflessione all’impressione e che il tutto sia un testo aperto che continua, annoda e scioglie, tace e attende il momento propizio in cui la pianta e il fiore, tutt’uno sembrano compiersi ma in realtà, insoddisfatti, proseguono e ancora generano. E’ così strano il tempo, caro diario, così galantuomo nel suo codice morale che ogni cosa trova un posto e si deve decidere se lasciarla o tenerla con noi, ovvero pensare che vi sia una circolarità, un ripetersi che ci rende prevedibili, oppure una linea che con fatica traccia se stessa e di cui tu sei testimone. Ognuno sceglie e in questa scelta mette un bisogno che fatica a distinguere la fuga dalla corsa verso il nuovo o l’antica mancanza dal circolare ripetersi di un rimpianto che muta e si rinnova. Se si toglie la colpa non resta l’innocenza, bisogna ricordarlo, e tu caro diario, non dimentichi, approssimi. Ricordalo.
Ci sono dei punti fragili, linee di frattura dove ciò che si rompe ha un profilo netto e un dolore acuto. Sono grafie che l’animo mette a disposizione, non facili da leggere, hanno storie e vedono il futuro. Restano accoste se vengono rispettate, sono segni che possono colmarsi d’oro per essere saldati, ma preferiscono l’attenzione, il meditare sul vuoto e su ciò che tiene assieme. Prima erano uno e lo sono tutt’ora ma diversi e nuovi, bisogna capire come. Adesso raccontano.
Cos’è l’insieme e perché ha bisogno d’essere unito? È questo il senso dell’equilibrio, della sutura che connette e salda il passato, costruito col presente e futuro?
Rabbercia i pezzi chi non è cosciente di sé, chi si dibatte, chi è disorientato e non conosce ancora la differenza tra la profondità e lo stare a galla. Forse per questo ciò che si produce senza coscienza e convinzione, si sgretola e ha bisogno di integrità, di un passato che non sia gettato in disparte ma sia valore.
Sedevano con i loro camici bianchi in tre, due uomini e una donna. Lei prendeva appunti era a lato, l’uomo al centro e parlava con voce più bassa. Chiedeva del presente. Non usò mai la parola sofferenza, neppure dolore adoperò, trasse conclusioni senza chiedere del prima. La donna annotò ogni parola significativa. Ma come faceva a sapere che avevano lo stesso concetto di importanza? Era stato emesso un giudizio. Si sentiva.
L’effetto negativo poteva essere sciolto con una rassicurazione, la causa non aveva dignità d’essere indagata? Con la stessa voce che chiedeva, l’uomo al centro, propose di soffermarsi il tempo necessario per precisare. Lo scrisse.
Fu un punto di frattura, profondo e chiaro, generato separando il prima dal dopo, padre di altre successive fratture e fatica e dolore di suture. Così, avanti, all’infinito, che è poi un non finito, dove il peso, tutto il peso, del discernere ciò che è buono da ciò che non fa bene, ricade sempre su chi si tiene assieme e cerca, trova, i numeri, gli equilibri, così l’opera d’arte del vivere è una scultura mobile di Calder, un tener di buon conto l’aria e l’oscillare. Il senso è ciò che avrà equilibrio e movimento.
Solo se non s’è compreso la frattura non genera e non sublima, ma basta attendere e tutto tornerà ad avere un nesso tra ciò che è stato e ciò che sarà.
Ognuno di noi è il prodotto di un numero grande di variabili e di scelte altrui. Le strade che generano e percorrono le vite sono il frutto di scelte che si intersecano con il nostro libero arbitrio. È il regno della possibilità e degli universi paralleli e molto più concretamente è la nostra storia che deriva da una catena ininterrotta di vite e presenze. Mi capita di pensare a mio nonno, di lui ho una fotografia, pochi pezzi di racconto degli anni di vita, storie di famiglie che si scindevano perché una morte toglieva la possibilità di continuare una attività, un commercio, l’integrità di un clan. Così un gruppo si spostava, cercava fortuna lontano dalla piccola patria che per secoli era stata il luogo della presenza unita. Mio nonno con l’intero ramo familiare non aveva fatto eccezione, ma questa è un’altra storia. Da questo nonno sono venuto anch’io, dalle scelte sue e soprattutto di altri, si è determinata la sua vita e quella di mio padre e mia nonna e come onde in uno specchio d’acqua, altre vite e scelte in un intersecarsi continuo. Quattro anni fa ho cercato il luogo dove si è annodato un tempo con altri tempi, ho capito che tra quelle doline, macchie di quercia, terreni aspri e case sparse, era accaduto qualcosa che era dolore, storia e continuità. Gli ho reso grazie, come sò e posso. Ognuno di noi inizia ed è continuità, questo il senso di essere flusso. Passato, presente, futuro. Non ci si perde nella memoria e lì si trovano dolcezza e gratitudine e senso.
Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare. Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete. Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo. Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo. Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo. Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso. Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa. Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato. La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre. A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non formalmente, c’era la pace. Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile? Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia. Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava. Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti. Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina delle bottiglie che ora non c’è in nessuna carta geografica.
Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Oggi era previsto sereno ma il cielo si è riempito delle nubi in ritardo e ha lasciato enormi chiazze d’ombra sui prati. Ho trovato una recinzione di pietra lungo il sentiero, dei dolmen a intervalli regolari incastrati in un muro di pietre da giganti. Oltre e dalla parte del sentiero, fiori sfacciati a mazzi enormi, i semi non si curano dei confini. Poco oltre il bosco che si scuriva incolto e geloso dei suoi animali. Sopra il cielo, alternando il bianco, all’azzurro, alla luce piena. Un albero, tra gli altri s’è illuminato e ho pensato all’allumer che metteva tra le parole le figure e i simboli. Quell’albero era il prescelto e parlava col cielo, gli altri in silenzio ascoltavano la luce. Il cielo sopra le case, ammucchia nubi, le dipinge di tutte le tonalità del blu e guarda le luci gialle. Sente i rumori che si sgranano nell’aria sottile, già pregna delle goccioline di rugiada che troveremo domattina. Ammassi di case e ammassi di nubi, le seconde si sciolgono e riformano con una libertà priva di timori. Le case si stringono l’un l’altra per ragione di piccole speculazioni che hanno arricchito qualcuno e impoverito tutti. Il cielo guarda e nessuno alza il capo verso la sua libertà. Le previsioni non azzeccano più, ieri doveva piovere ed è stato sole tutto il giorno. Il cielo ammucchia nubi, le spinge come pecore che lasciano ciuffi di lana sul filo spinato e poi libere si radunano sotto l’albero più grande.
La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola sul balcone è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri s’accucciano nel fresco della sera. È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. I ricordi si presentano e dicono di altre età, come eravamo, cos’è rimasto e il molto lasciato da parte. Puntuali le Pleiadi tornano a stupire, come ogni cosa che mai si ripete ma torna ed evoca. Il tempo corre su specchi deformati, se con attenzione si decifra una immagine essa è già connessa ad altro e diviene un preciso oscuro generatore di emozioni. L’orologio scandisce il suo tempo, una continuità che rassicura e sovrappone contenuti. È il contributo di ciascuno al tempo, non a quello biologico. Mi interessa molto più la meccanica che muove gli orologi che non ciò che segnano. Un po’ di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa, dalla radio, ha evocato la Barbagia, così sono tornate alla mente le notti in cui il cielo risucchiava ogni luce verso l’infinito e splendeva di galassie, stelle, pianeti, come osservasse la meraviglia di chi lo guardava. Attorno i rumori degli animali e delle cose che aggiustavano se stessi al freddo, dentro il buio denso che toglieva ogni orientamento.
L’esperienza del buio è l’immersione nel sé senza più logica e ragione ed è un cammino immobile trovare la quiete che rassicura mentre tutto attorno e dentro si amplifica. Cacciare la paura per non dipendere da essa. Nei notiziari si genera timore, si alterano le carte, non si dice ciò che non c’è nel porto di questa realtà manipolata, ma si mostra in filigrana l’insensatezza di chi non pensa che tutto abbia una conseguenza. Così si occulta l’evidenza delle precarietà, con la paura che rende inani e incapaci di modificare le cose. Cosa indispensabile a chi ha il potere.
Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Il passato è già stato, ha donato e ha rimescolato i tarocchi. Emergono i luoghi, le emozioni, le persone che riconnetto o i fili in me e questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta. Nell’andare c’era tutto, la malinconia e l’ansia di vedere e provare, la misura e l’eccesso, ciò che rassicura a era il tornare. Una emozione antica dove l’allegria era avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni. Sta a noi governare il tempo e lo scoprir se stessi, mutando e accumulando la ricchezza del vivere e della meraviglia di veder oltre: che i vostri desideri siano esauditi.
Ci si svegliava presto al mattino a Hiroshima, gli artigiani, gli scolari, gli operai e gli impiegati facevano colazione e uscivano per raggiungere i luoghi di studio e di lavoro. La bomba fu sganciata alle 8.14 e 45 secondi, impiegò 43 secondi a raggiungere l’altezza di 580 metri dal suolo ed esplose. Come programmato. Il B 29 “Enola Gay” compì una virata di 159° in caduta per 500 metri per prendere velocità e allontanarsi dagli effetti devastanti dello scoppio, previsti e noti. La missione era compiuta e ciò che accadeva poi non riguardava i militari d’equipaggio. I tre aerei tornarono alla base. Tra 70.000 e 80.000 persone morirono subito, poi si “stima” una cifra totale di 220.000 nelle ore e nei giorni seguenti. Stimare fu difficile perché bruciò tutto, anagrafe compresa e non si conosceva il numero di sfollati e visitatori in una città giudicata relativamente sicura. La stima fu basata sul numero delle magre razioni alimentari necessarie giornaliere. Numeri, cose che acquistano significato quando enumerano qualcosa e queste erano persone prima vive. Gli animali, i viventi non animali, le cose furono racchiusi nelle parole : distruzione totale.
Fino alle 8.16 e 28 secondi quali erano i pensieri delle persone di Hiroshima. Quali erano stati i loro sentimenti, attese, dolori e speranze nei giorni precedenti la distruzione assoluta del 6 agosto 1945. Certamente c’era l’attesa della fine della guerra, la normalità delle vite e dei lavori di ciascuno, la scuola, i sentimenti consolidati e quelli che sbocciavano. Tutto cancellato, tolto da ogni possibilità di esistere.
Ho ripensato alle biografie di Fermi, di Oppenheimer e alle tante vite di geniali fisici, matematici, chimici, tecnologi, che si affollarono attorno al progetto Manhattan, per costruire non una ma due bombe. Diverse ed entrambe inumane per la devastazione che avrebbero creato. Ho capito che per molti era una sfida scientifica, un ardimento nello scoprire privo di giudizio etico nonostante gli avvertimenti di Leo Szilard già dal 1938. Sapevano, non il luogo, non il giorno ma conoscevano la potenza letale che avevano inventato. Discussero tra loro, ma non fu una cosa seria perché non decidevano, fu prospettata al Presidente Truman l’opportunità della sola vista dell’effetto dell’arma in un’isola disabitata per indurre alla resa immediata il Giappone. Ipotesi scartata sia dai militari che dalla politica. La strategia di colpire i civili per fiaccare la resistenza del nemico, del resto, era già stata usata in Europa, pianificata con decisione dei comandi politici e militari. Avevano iniziato i tedeschi sull’Inghilterra a Coventry e altrove, gli alleati non avevano fatto da meno in tutta la Germania e non solo, con la nefandezza di Dresda, città senza alcun interesse militare. E ci fu una decisione strategica presa in tal senso, collegialmente per la Germania e i suoi alleati, durante un incontro dei capi di governo in Canada. Fu un ulteriore salto di disumanità con un esito che era più che prevedibile.
Su questo dovremmo riflettere, perché i dissensi tra paesi democratici furono davvero pochi, anche se ci furono, e nel caso del Giappone, la seconda bomba atomica fu un sostanziale esperimento sull’uomo. Il 6 agosto dovrebbe essere consacrato alla riflessione sulla normalità delle vite e sul loro diritto di esistere oltre le decisioni dei loro governanti. Se alla parola civili sostituiamo inermi si dovrebbe capire che ciò che accadde a Hiroshima non fu normale attività bellica, come non lo è a Gaza e non lo è stato in molti altri luoghi dal 1945 ad oggi, uccidere civili inermi è diventato al più un effetto secondario. Questo spinge le menti su quella relatività del giusto che fa compiere efferatezze immani. E non bisogna dimenticare mai che ogni pensiero terribile ha avuto attuazione dopo essere stato formulato.
Parlare di lavoro oggi quando ci è mutato tra le mani e la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che quello che esso contengono, porta a domande semplici, a parole che descrivono ciò che dovrebbe essere un lavoro: sano, sicuro, retribuito equamente, arricchente per chi lo compie oltre che per il datore, dignitoso. Ci sono mondi possibili ed economie alternative che contengono questo lavoro, difficili, certo, perché basati su giustizia ed equità, ma non fuori della portata degli uomini. Deaglio dice che bisogna partire dal lavoro com’è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà. Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo. Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Cambiare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL. Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo più semplice se diventa un problema europeo. Quello di cui non si parla spesso è se il lavoro, anche quando c’è, sia sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Oggi questo non avviene se non in parte e segmenta la parte più attiva della popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco. Troppo o poco rispetto a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo partito e l’umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.
C’è una parola veneta, transete, che probabilmente deriva dal latino transeat, ed esprime il portar pazienza, il farsene una ragione. Credo sia un sentimento comune che, ad onta delle dichiarazioni roboanti della destra, coinvolge il Paese e i suoi abitanti. Però questo attendere che passi, non ha la filosofia e gli occhi antichi di chi ne aveva viste tante e sapeva che anche i forti, gli arroganti, i dominatori, passavano davvero, ma è più una sfiducia sulla possibilità di cambiare. La mobilità sociale non esiste più, i dati sul l’occupazione migliorano ma se si guarda a cosa c’è dietro, oltre al modo di rilevarli ( basta che una persona lavori un giorno a settimana per definirla occupata), c’è un mondo di voucher, di lavori presi e lasciati, di nero, di precariato senza speranza e un terzo dei giovani senza occupazione. Questo non è un dato transitorio, ma ormai strutturale se non si interviene sulle modalità di lavoro. Il sud cresce più del nord, è un buon segnale ma significa anche che il nord non cresce più, che le banche cedono i crediti difficili, cedono i prestiti fatti alle aziende in difficoltà e le condannano a morte. C’è un corpo ferito che aspetta succeda qualcosa che lo riguardi davvero, che il profluvio di parole porti via la spazzatura della corruzione, dei furbi che infestano ogni angolo di vita. Aspetta attenzione questo nuovo proletariato senza prole, ma non fa, non si muove. Un politico che stimo, ai suoi tempi democristiano, si chiedeva qualche giorno fa, cosa fa la sinistra di fronte ai grandi problemi dell’immigrazione, della povertà crescente, della sanità negata, dell’insicurezza diffusa. Diceva che una risposta la destra la dava togliendo libertà e promettendo l’impossibile a tutti per premiare i pochi, ma mancava la risposta della sinistra, che non può essere che nuova e diversa dal passato. Parlava del PD e il PD non è la sinistra ma al più un centro riformista che contiene pulsioni minoritarie di sinistra. E allora la domanda è: cosa fa il centro riformista di fronte a questi problemi, come pensa di rispondervi? Ancora con un neo liberismo che è l’antitesi del cambiamento reale dello status quo? Molti sono stanchi di parole, di obiettivi fasulli e non può essere il solo sindacato, la CGIL a coniugare la politica alla sofferenza sociale.
La risposta alla precarietà, latita e prende forma l’accettazione di una normalità, dove è solo il merito non il diritto o la dignità a cambiare le vite, è una non risposta perché quella normalità è l’omissione della gravità dei problemi e la difficoltà della loro soluzione. La normalità in un mondo globalizzato e interconnesso, cos’è? Far finta di niente e sperare che passi, ma se non passa? Una ricetta sull’affrontare l’ineguaglianza crescente, l’impoverimento delle classi medie, l’illegalità e la corruzione come prassi economica e sociale è stata proposta dalla sinistra radicale europea, Pichetty ha trovato modo di rappresentare correttivi economici in tempi moderatamente brevi. Altra sinistra si sforza nel mostrare una realtà che vuole mutare in tempi lunghi e azioni costanti di riequilibrio sociale, economico. Ma questo elettoralmente non paga, chi vuole passi la nottata, lo vuole subito e soprattutto non ha intenzione di coinvolgersi se non vede certezze nel mutamento. Così il problema non sono le proposte ma quanto queste possano diventare un orizzonte condiviso, un modo per costruire le vite. Ripeto bisogna chiedersi cos’è la normalità e se quella attuale è quella che vogliamo conservare. Questo è il tema della sinistra, anche per tutti quelli che seppelliscono l’insoddisfazione in un’ attesa catatonica di qualcosa che comunque verrà ma non sarà quello che si voleva perché fatto da altri e per altri fini.
P. S. Cara Elly a calcio, in una partita di beneficenza, si può esultare con Renzi ma per fare riforme radicali che cambino davvero la vita delle persone e le convicano che la sinistra è alternativa alla destra, bisogna giocare con altri giocatori.