Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.
La bellezza ci cerca, ovunque, basta non essere offuscati dalla stanchezza, dalla serialità d’un sentire obbligato, e ci trova. Se diventa estetismo non ci coinvolge davvero, parla con quel narciso che ci accompagna, lo conforta e gli fa credere di appartenergli. Certamente è un sentire concreto la bellezza, è un equilibrio e un imprevisto, ma qui mi fermo perché voi ne sapete più di me e ognuno sa di cosa parla quando parla di bellezza, della sua bellezza.
Mi piace meno la “letteratura” del brutto, dello sporco redento, la povertà non è mai bella per chi è povero e neppure la bruttezza lo è per chi è brutto. Può essere una spinta a riconoscersi, estrarre virtù nascoste, ma costerà fatica. Altra cosa la mediocrità, la miseria interiore e la bruttezza sguaiata senza pensiero, che si distribuiscono ovunque secondo una gaussiana indifferente al censo. Magari più diffuse dove ci si aspetterebbero i migliori talenti. La politica, a esempio, oppure gli alti ruoli di lavoro, pubblico o meno, dove conta più il millantare che la capacità vera. Se la bellezza è un aiuto formidabile a crescere, l’imitazione del mediocre condanna a vedere il peggio come normale.
Però l’umanità c’è ovunque, in centro come nelle periferie e credo che portare la periferia in centro sia un atto di bellezza, come pure far vivere le persone in modo più decente. Lasciarla dov’è, nel bisogno è letteratura e divisione sociale. Quando si parla di mobilità sociale di questo si intende, ovvero del cambiare condizione di partenza. Infine quando si scrive la propria storia non importa molto da dove si viene, l’importante è scriverla, possibilmente con meno luoghi comuni possibili, e in questo avere una direzione è importante. Ma forse nella mia testa c’è un’ icona del bello interiore che è lo star bene nell’equilibrio mobile, mentre il bello esteriore è un urlo che trascina, spesso è apparentemente statico mentre genera pensiero nuovo e acuisce i sensi. Modelli di sentire, che mescolano esperienza, vita, letture, viaggi, sono parte di me, motivo per la mia, di storia.
La bellezza è una direzione, una guida, in realtà cerco me stesso e la mia storia.
Ripetutamente. Se associata al pensiero di una persona, questa parola, evidenzia un’attenzione particolare. La si dissemina per dire altro in un discorso intimo. Ripetutamente è l’insistere del pensiero nel voler far parte, nell’essere assieme oltre il normale e il consueto. Testimonia un comunicare profondo che penetra il giorno, lo riporta a sé senza bisogno di un motivo. In positivo e in negativo.
Nel negativo la costrizione del ripetersi diventa gabbia, prigionia, recinto del pensiero. Lo impoverisce perché lo priva della curiosità allegra, lo priva di ciò che sta attorno. È un pensiero che vuole risistemare le cose, fare ordine e ricondurre a razionalità.
In positivo, il pensiero ripetuto, se non è ossessivo, ma allora è già scivolato di crinale nel negativo, è lieve e curioso. Intendiamoci, è lieve come una carezza che sa andare in profondità, sollecita sia la tenerezza che il desiderio. Coccola perché vuole scoprire, ma pazienta e il disvelarsi è attesa dolce. È un ripetersi che fa bene, che toglie dall’usuale, dalle abitudini. È terapeutico e fertile se dosato con la giusta leggerezza, se tiene lontano il veleno dell’ossessione. Contiene quella leggerezza che apre il sorriso, che chiede, svagata nel quotidiano, che il mondo si riveli un poco attraverso una persona. Teniamo questo ripetutamente da conto, ne esistono altri, ma in questo c’è l’esercizio dell’attenzione, della curiosità partecipe e della gentilezza. L’ascolto insomma, più che il dire, il bussare alla propria porta interiore piuttosto che lo spalancare.
Stavo andando verso Cheren, a nord di Asmara con un’auto a noleggio. Scendere dall’altopiano e immergersi in una pianura in parte coltivata, aveva un segno di preesistenza per i pensieri di ciò che doveva essere stato e ora era in parte in abbandono. Qualche mezzo militare semidistrutto, vecchi carri armati, segnavano la strada assieme ai cartelli che dicevano in Tigrino e in inglese che i campi erano minati. Residui di30 anni di lotta di liberazione dall’Etiopia, si mescolavano con Jacarande in fiore, acacie, alberi dell’incenso. Non c’era nessuno per strada, qualche posto di blocco a cui bisognava mostrare i permessi e lasciare un po’ di legna per i soldati. La strada si snodava piena della polvere che l’auto sollevava e del vento che strappava fiori rossi e foglie secche d’eucalipto. Tutto si posava con lentezza, si vedeva poco e cercavo di non correre, intanto ai lati della strada vedevo gruppetti di case con le donne e i bambini indaffarati a preparare il pranzo, I bambini più grandi, con divise fatte di grembiulini grigi e calzoncini rossi, tornavano da scuola in gruppetti o da soli. Fu in un tratto semidesertico che lo incontrai, piccolo, sandali di pezza, cartella di tela sulla schiena e ben attento a restare sul margine della strada. Mi fermai e gli chiesi in inglese se voleva un passaggio. Scosse la testa e riprese a camminare. Avevo sempre caramelle con me, mi affiancai e gli allungai la mano piena di dolcetti, ne prese uno, disse qualcosa che interpretai come un grazie e riprese a camminare, serio e compunto sotto il sole. Era chiaro che gli avevano insegnato a non dare molta confidenza e continuai la strada verso Cheren. Era ormai l’una passata, avevo sete, c’era un gruppo di capanne e case attraversate da una strada, non c’era nessuno. Mi fermai davanti a quello che sembrava uno spaccio, c’erano due sedie di metallo e sedendomi, uscì un uomo. Gli chiesi una birra. Prima in inglese, poi in italiano. L’uomo mi guardava senza capire, feci il gesto di bere, mimando un bicchiere, sparì senza più tornare dentro una oscurità densa. Entrai nella stanza, che era priva di finestre, la luce si fermava con un segno netto dove iniziava l’ombra, oltre era compito degli occhi abituarsi a vedere nel buio morbido dei riflessi e del chiarore. C’era un banco, un tavolo, delle persone sedute che mangiavano dentro a scodelle, con del pane eritreo intinto in un qualcosa di bianco. Era yogurt di latte d’asina o cammella. Pranzai così, a nord di Asmara i residenti sono spesso di religione sunnita e l’alcool non viene servito nei villaggi. Rifiutai l’acqua, lo yogurt era buono e toglieva fame e sete. Pagando cercavo con gli occhi qualcosa da comprare per dare del denaro senza offendere, c’era talmente poco che presi una scodella di terracotta seccata al sole. Un recipiente buono per lo zighini uno spezzatino piccante che mi servivano sull’enjera, quella specie di pane crespella e che non toccava la scodella o il piatto. Se li avessi lavati si sarebbero rotti a pezzi e sciolti nell’acqua e così, pensai, il mio yogurt aveva avuto molti antenati che avevano reso impermeabile il fondo della scodella. Si sperava in questi casi che nessuno degli antenati avesse l’ameba o che fosse vero che lo yogurt con il suo acidulo e con le colonie di lactobacilli e loro amici fosse uno dei pochi alimenti sicuri.
Era caldo, tornavo verso la strada principale e ritrovai il bimbo in divisa che camminava verso una casa, aveva ancora in mano la caramella, non l’aveva mangiata. Scesi e gli offrii altre caramelle mezze sciolte, mi guardava dal basso con gli occhi spalancati, ne prese un’altra e mormorò qualcosa, poi si riavviò verso la sua casa e sparì nell’ombra. Salendo in auto e puntando su Cheren, pensavo ai profughi eritrei che spesso cercano di arrivare in Italia e tra loro molti cercano di sfuggire a un servizio militare a vita o a condizioni di precarietà assoluta. Non pochi di questi sono tra le vittime dei naufragi e della mancanza di accoglienza e pietà della presuntuosa Europa, dell’Italia, che non riconosce neppure la cittadinanza ai figli di Italiani che hanno occupato quel Paese sino alla seconda guerra mondiale.
Pensavo al benessere malato che spingeva da analisti e da dietologi, all’eccesso di cose che alimentavano i consumi. Pensavo i pensieri che passano quando si ritorna perché si è un po’ cambiati ma non abbastanza per mutare malesseri e vita. Pensavo che Freud in Eritrea non avrebbe avuto successo e che il racconto di ciò che affliggeva costringeva a fare cose, a muoversi in un ambiente bellissimo e difficile. Mentre intravvedevo le prime case di Cheren, l’immagine di quel bimbo non mi lasciava, il viso da adulto consapevole che non c’era nulla da ridere nella sua condizione, la scuola che gli avrebbe insegnato il minimo perché l’istruzione non era un diritto ma un servizio allo stato e per la prima volta mi sono chiesto qual è la linea dell’innocenza e come essa entri nei sentimenti sorgivi. Come essa si muova nel mondo e tracci confini dove si contamina il giusto e l’ingiusto. E questi pensieri non mi hanno abbandonato, perché non basta discernere e riflettere, non basta la ragione sia essa personale o di stato, c’è qualcosa di più profondo dove ancora l’innocenza vive e non ha bisogno della perfezione che genera la colpa, ma si nutre di ciò che sana lo spirito, fa cadere le braccia lungo il corpo, rende attento l’udito, acuto lo sguardo e non presume, non giudica. Ascolta e vede e neppure cerca di capire, solo riconosce l’uomo che sta davanti, ciò che lo attornia, il suo vivere, come un valore.
E va in pace o si siede in pace aspettando il canto del muezzin e la notte che porterà sogni agitati e fantasmi di ciò che era prima, sino al nuovo canto del muezzin. Qui vicino era nato l’uomo e qui ci sono radici che nessuno investiga con il cuore, ma che solo ad intuirle generano la sensazione che qualcosa, nel tempo, non si sia mai spento.
Gennaio ha pomeriggi di ghiaccio, cioccolate fumanti di tenere promesse, mani protese e pensieri leggeri che scavano solchi in cuori accoglienti. Mattine assolate e notti precoci, uno sbattere d’imposte giù, dove stanno i cinesi, giù, dove l’antipatia costruisce cancelli, giù dove la luce fatica a costruire riflessi ma è pianta tenera il gioco, il pianto di bimbo che germoglia singhiozzi ridenti. Le finestre, per poco tempo hanno strizzato lampi d’intesa: ci s’incanta con poco, una maschera, qualcosa da fare, il disordine immane di cose semper fidelis, vive paziente di polvere e attesa d’incontro. Nello scivolar d’ore la luce balbetta, si tinge di rossi improvvisi, ricorda che altrove è nato chi t’ha preceduto, e t’ha subito amato, e in questi azzurri improvvisi, ha vissuto e han preso i suoi occhi. Di gennaio ogni dire il limite eccede, la giornata si scioglie e breve è l’attesa mentre il ricordo nel cuore rintana caldo e fedele, senz’abbandono.
La polvere in Senegal è dappertutto, nelle piste, nei campi, fino alla porta delle case. La polvere è nei giochi, nei visi, nelle mani, sui corpi dei ragazzi e degli uomini. E’ sui vestiti delle donne, nel gesto bello con cui portano un velo sulla testa per il sole, è sui banchi, su ogni oggetto di lavoro, sulle capanne, sulle imposte di ferro della scuola. Così ti viene finalmente il dubbio che la polvere sia un elemento del mondo, che faccia parte della vita e non sia così sporca come si pensa. Infatti non ha l’odore di marcio che ti segue nei mercati delle città, non odora di nulla conosciuto se non di sé ed è giallo ocra. Cotta dal sole, ne prende il colore, viene portata dalle tempeste di sabbia, ma ancor più si genera in questa terra arcaica che si sbriciola fino ad essere talco. Qui la terra è davvero antica, una zolla di universo su cui ominidi hanno cominciato a correre, venendo dalla Rift valley, talmente tanto tempo fa, da poter usare solo l’immaginazione per vederli mentre per decine di migliaia di anni tentavano la savana e si dovevano rizzare in piedi per guardare oltre le erbe alte, cacciare e fuggire. E poi, sconvolti da tanto ardire, tornavano nella foresta, in un entrare e uscire che selezionava, trasformava il ricordo in specie. E allora l’esperienza dell’aria, dello spazio, del correre non li abbandonava e uscivano nuovamente finché si reggevano bene in piedi e correvano su due gambe e le mani stringevano le cose in maniera diversa. Allora è cominciato il cammino per piccoli gruppi mentre altri restavano e aspettavano in una attesa di cui si perdeva memoria e diventava mito.
Tutti hanno pestato questa polvere, se ne sono ricoperti il corpo, l’hanno lanciata per aria nei riti propiziatori, hanno letto il futuro nell’andare del vento. Oggi ci convivono, la sentono parte del mondo e non se ne accorgono. Così in questa polvere c’è la storia del mondo, la traccia degli antenati, il rumore delle percosse che i piedi hanno inferto alla terra, lo sbattere dei piedi, ancora così presente nei balli delle donne nei villaggi, quando la schiena si inarca in avanti, le natiche si protendono, la parte sessuale emerge, mentre le braccia si portano verso la terra, verso la polvere.
La polvere è ovunque e noi la sentiamo, come solo i forestieri possono notare, finché non la sentiamo più, ed allora emerge nelle rituali disinfezioni con il gel, sulle mani che appiccicano, attaccano ovunque. Ma in realtà, è il grasso nostro che trasuda e si combina con la polvere. Gli indigeni hanno le mani secche, a loro basta spolverare, a noi non basta, il grasso che ci difende dal freddo, accumula sporco e alla fine siamo disinfettati nello sporco, incapaci di gestire la polvere. Ecco la differenza, ciò che per noi pesa, per loro fa parte della vita, si toglie prima della preghiera, prima del cibo, ma poi fa entrare nel vivere.
Non vivrei nella polvere, la terrei a bada, ma già sapere che non ha connotati negativi di per sé, è una conquista, un modo di vedere il mondo.
“Il libro che gli serviva aveva cento capitoli, uno per anno – era la storia del ventunesimo secolo. … Un’occhiata all’indice poteva forse bastargli. Saremmo riusciti a dirottare la catastrofe del riscaldamento globale? La trama della storia prevedeva il verificarsi di un conflitto sino-americano? L’ondata di nazionalismi razzisti nel mondo avrebbe ceduto il passo a qualcosa di più generoso, di più costruttivo? Era possibile invertire l’andamento crescente del numero di specie in via di estinzione? La società aperta avrebbe trovato modi nuovi e più giusti per trionfare? L’intelligenza artificiale ci avrebbe resi saggi, folli o irrilevanti? Ce l’avremmo fatta a far passare il secolo senza scambio di testate nucleari? Per come la vedeva lui, anche solo uscire vivi dalla fine del ventunesimo secolo, dalla fine del libro, sarebbe stato un enorme successo.”
Ian Mc Ewan – Lezioni -Einaudi 2023
Fuori, il cielo dall’azzurro glaciale del primo mattino era diventato grigio, come rattrappito dal freddo, poi con il sole pieno, senza dar nell’occhio, s’era stirato in un nuovo azzurro. Un gatto al risveglio.
Guardava gli uccelli becchettare tra l’erba, indeciso su ciò che fosse utile adesso. L’ansia, che poi era irrequietezza e incapacità di afferrare una tranquilla visione del tempo, dell’importanza delle cose e del loro attendere nel compiersi, si era sciolta nella lettura delle ultime pagine del libro. Un finale positivo aiuta l’umore, si disse, riordina le cose e la loro importanza.
Vedere la propria dimensione e avere pensieri più grandi, metteva energia, scartava la visione delle difficoltà e induceva a tentare.
Siamo idee, immagini, desideri, che si portano davanti alla grandezza di un orizzonte che è già infinito anche se lo nasconde. Pensò a quando in montagna la cima sembrava lontanissima e invece non solo la si sarebbe raggiunta, ma il ritorno, ebbri di stanchezza sarebbe avvenuto nella luce calda del pomeriggio che entrava nella sera.
Così al limite dell’acqua, preso dall’orlo dell’onda e dal suo divagare, alzare lo sguardo era perdersi e insieme trovare una diversa dimensione raccolta. Il calore diventava brezza, profumo d’erbe alle spalle e odore di salso davanti. I gesti dei pescatori vicino alle barche erano la dimensione di un tempo che si ripeteva e l’osteria del paese era il luogo dove rompere i silenzi protratti nel lungo dialogare interiore.
Una dimensione al limite e l’estrarre dall’infinito quotidiano accadere, l’essenza di ciò che era importante a sé e agli altri, con quella scala dei valori che costringeva la mente a ricordare il dove e il dito a percorrere l’atlante. Poteva sbattere le ali una farfalla in Tasmania e nel bicchiere di vino, ancora a mezzo, vedere i suoi cerchi muoversi. Oppure era il tuono che rotolava giù dal cielo e costringeva a rapide ricerche di riparo, a crearli, ma qualunque cosa fosse, c’era una gerarchia d’importanza nelle vite dove il desiderato dialogava con la necessità e l’accadere era insieme caso e spinta di volontà. In tutto questo essere oggetto e parte c’erano grandi spazi di libertà da riempire d’affetto, d’amore, d’impegno e di quieto essere in pace con sé. Per il nuovo che veniva e dal passato che mutava, confondendo entrambi la mente e l’agire ben oltre l’accadere.
Siamo memoria nel presente, pensò, e intuizione di ciò che ci riguarderà: una tavola in cui inscrivere lettere e colori che rimandavano ad altro e pian piano trovavano quiete e posto.
Innamorarsi è disequilibrio, è correre su un piano senza attrito, scambiare il tempo con l’attesa, acuire i sensi e il bello d’ogni insieme.
Le vite riescono sempre, spesso si accennano, allora è il momento della scelta mancata, la quale la vita riprende, non come prima, come dopo, come può, ricostruendo, alterando i ricordi, trovando ragioni e abbandonando presto, preferendo il rinnovarsi che il futuro muta mentre il presente – il passato diluisce. Ciò che è stato eccezionale non lo era, nel momento in cui è stato, dopo lo divenne, salvezza tra labirinti d’abitudine, di consapevolezze senz’appello. Il fallimento è compagno fedele, molto capisce e non disdegna sedere né con te a bere e ascoltare lamenti mascherati d’ironia, e sorriderti mentre s’alza e paga il conto.
Della casa ricordavi le grida per le scale, i litigi che s’acquietavano dabbasso, nella grande cucina che sbucava sul cortile. La scala, in pietra d’Istria, la divideva a mezzo, i gradini avevano il colore biondo dei capelli delle ragazze che venivano dal Friuli. Qualcuna a studiare da maestra, altre a servizio in famiglie abbienti e se avevano figli da allattare, spesso erano balie a domicilio. Si trovavano sotto il portico, davanti alla porta in cui entravamo anche noi, erano messe a servizio dalla moglie di Nini, conoscevano strada e porta, si trovavano la domenica pomeriggio, come le moldave o i filippini, adesso.
Chissà che nome aveva davvero Nini. Era un omone grosso, possente e capace di una carezza quando passavo, le sue mani a me sembravano enormi, capaci di chiudersi a pugno ma anche di tenere con eleganza le carte trevigiane che causavano scoppi di voce e insulti immediati. Bastava una carta sbagliata, un punto perso e tutto veniva messo in discussione, la tovaglia, i bicchieri, il bottiglione mezzo pieno di un vino rosso, aspro sin dall’odore e potente nel colore, tanto che neppure la varecchina l’avrebbe tolto dalla tovaglia. Nell’alzarsi degli uomini e della discussione tutto volava in un angolo di quella strana stanza, e mentre liberava il legno del tavolo, scurito dall’uso, rovesciava le sedie, il vino si spandeva sul pavimento d’assi d’abete e finiva la partita. Il pavimento era macchiato tutto l’anno, fino a Pasqua, quando veniva sfregato e poi passato con gommalacca e mordente sciolti nell’alcool, allora assumeva un colore rosso brace che assorbiva ogni macchia e pungeva il naso. Era il momento della diaspora degli scarafaggi che in gran numero uscivano e si infilavano in buchi, sino a quel momento segreti, per non farsi più vedere per un paio di mesi. Alla mia richiesta su dove andassero, mi venivano date risposte che suscitavano ilarità che non capivo. Vanno a Sottomarina a prenotare la stagione estiva oppure scappano verso le pescherie a comprare pesce. Noi abitavamo vicini alle pescherie, erano dall’altra parte del fiume ma non riuscivo a immaginare una cassetta di sardine portata da un esercito di scarafaggi, e a chi le avrebbero portate? E in cambio di cosa? Tutti ridevano e ridevo anch’io.
Cosa facesse Nini, che poi era il capofamiglia che ci ci affittava l’ultimo piano, quello in cui ero nato, era sconosciuto come il nome. Quella stanza con il tavolo delle carte era quasi sempre chiusa. Di notte avvenivano traffici che la riguardavano e c’erano cose che entravano e uscivano. Quando era vuota giocavano a carte e se per caso assistevo, al momento della rissa, venivo fatto allontanare in fretta mentre l’ultimo sguardo coglieva le mani già pronte a parare o a dare e più spesso a prendere gli abiti dell’altro per spingerlo contro il muro. Allora la porta si chiudeva, le voci si alzavano di tono e i contenuti erano quelli delle parole che io non dovevo imparare. A volte la partita riprendeva, più spesso finiva con urli e un ultimo sbattere di porte. Quella stanza era vicina all’ingresso sotto il portico, aveva una finestra ed era stranamente sopraelevata rispetto al corridoio, di due scalini, anch’essi di legno. Sotto al tavolo c’era una gran botola che portava direttamente in cantina. La stessa che nelle prime avventure batticuore, scendevo con il figlio più piccolo di Nini, verso un buio appena rotto da una bocca di lupo che dava sotto al portico, con un’oscurità che non consentiva di distinguere le cose che si ammassavano sulle pareti sino al soffitto a volta. Finita la scala fatta di gradini di mattoni messi in taglio, scivolosi e neri di sporcizia, c’era un pavimento che anch’esso doveva essere di mattoni, ma la polvere depositata e impastata con l’umidità, lo rendeva cedevole al passo. Di passi ne facevo pochi perché c’erano rumori e, Bepi, il compagno d’avventura, diceva ch’erano pantegane così grosse che si sarebbero mangiate un gatto. Per quello di gatti in casa ce n’era solo uno, un soriano sempre in braccio alla moglie di Nini. Gatto pacifico, dall’artiglio bizzoso che non amava essere privato della quiete che aveva scelto. Della cantina sapevo l’odore di umido e di marcio, l’oscurità che prende forma di mobili, damigiane e cose, il brivido di freddo che già si sentiva nell’aprire la porta e che assomigliava all’alito spento dei draghi che illustravano il libro di fiabe che mi era stato regalato per la befana.
La casa mi sembrava grande, a te non era mai piaciuta se non per le stanze ampie e alte e per la vista sui tetti e sul fiume. Eravamo nel centro della città vecchia, si vedeva la torre dell’università, con il suo parafulmine che era fonte di paura per te e per me di ulteriore avventura nell’attesa che una saetta fosse catturata dalla punta di ferro ritta sulla sommità e che, come mi raccontavano gli amici dei giardini dell’arena, l’intera corda di acciaio intrecciato che scendeva al suolo, si illuminasse e restasse incandescente a fischiare e sfrigolare tra sbuffi di vapore. Devo dire che pur attento e impavido, non ho mai visto quella corda infuocarsi ma un fulmine, quello sì che vidi, e il suono fu immediato, tanto era vicino, e fece tremare i vetri e tu ti nascondesti con me in camera. Con la Nonna sentii il terremoto e ci nascondemmo sotto al tavolo, ma la casa doveva essere abituata perché non si aprì neppure una crepa.
La cucina dava sui tetti e sul giardinetto dove c’era un ciliegio che era prodigo di frutti, buoni da alcool e da sciroppi o marmellate, ma poco dolci al gusto. C’erano ragazzi che ne andavano ghiotti e s’arrampicavano sul muro di divisione dal cortile del palazzo a fianco, per coglierli e riempire le mani e le magliette che si alzavano su canottiere bucherellate dall’uso. Erano gli apprendisti del falegname e dell’idraulico che avevano bottega nel gran cortile del palazzo e a me sembravano grandi, ma avevano forse undici o dodici anni. Tu mi raccomandavi di non frequentarli, avrei disubbidito volentieri ma per loro il tempo dei giochi era già finito e se il loro “padrone” li avesse visti giocare con me, li avrebbe presi a calci perché dovevano imparare un mestiere ed era per questo che le famiglie lo pagavano. A fianco della cucina soggiorno, c’era la stanza stretta e lunga, in cui dormiva mia Nonna, con una finestra alta che dava sulle scale illuminate da un grande lucernario. Poi c’era un corridoio largo che dava sulle scale e sull’altro lato una stanza simmetrica a quella della Nonna in cui dormivo io oppure i parenti in visita e poi una grande stanza da letto, che era quella dove dormivi Tu e Papà. C’erano due letti, il vostro e uno vicino alle finestre che davano sulla strada, dove prima c’era stato il lettino azzurro per me e poi un letto più corto del vostro, che serviva ad ospitarmi quando c’erano parenti. Due finestre, i suoni della strada fino a tardi, la luce di un lampione che filtrava dagli “scuri” di legno e il cielo bene in vista quando d’estate le imposte erano socchiuse. Ero nato in quella stanza, di notte, con un viavai di parenti e dei vicini del piano di sotto. Mi raccontasti che era caldo e che tutto avvenne in fretta e con il dolore che non si poteva eliminare. E allora Ti intenerivi e forse quella casa la amavi un poco, perché era legata a me. Per Te era una costrizione e a parte la tua amica dal nome strano, Alba, nulla ti legava a quel posto se non gli amori profondi che tenevano tutto assieme e allontanavano le difficoltà.
Io invece quella casa l’ho amata. Quando era disabitata ho cercato di capire se si poteva affittare o addirittura comprare. Era cambiato tutto. Dalla camera si vedeva ancora il cielo ma un palazzo alto aveva sostituito i tetti a spiovere di fronte, il palazzo a fianco, nonostante avesse storia, un progettista del’600 e una imponenza non comune, oltre che di pregio, era stato abbattuto per farne un insieme moderno di appartamenti, negozi e finestre. Gli artigiani cacciati, il fiume interrato, le pescherie sostituite da un informe mescolanza di marciapiedi, alberi a casaccio, fermate di autobus. Interrato il ponte, scomparsi il panettiere, le osterie, il macellaio, il fabbro, il falegname, il verduraio, il pizzicagnolo. La casa era rimasta per ingordigia della proprietaria, ma si dissolveva nell’incuria. Guardavo gli “scuri” del secondo piano e immaginavo cosa doveva essere stata quell’estate degli strilli e poi i primi giochi, fino ai ricordi vaghi e le sensazioni. Te ne parlai più volte, ma oltre la nostalgia degli anni non c’era un sentire quel luogo come importante oltre a me. Tu stavi bene dov’eri e il ” casa or’è dove si vive” era il tuo luogo del presente. Del passato si poteva raccontare, sorridere, sentirne la pesantezza mitigata dalla gioventù e dalla voglia di vivere, ma tornare indietro no, non era possibile quindi molto meglio andare innanzi.
Non ho mai saputo bene che mestiere facesse Nini, perché qualche volta parlasse spagnolo inframezzandolo con il dialetto e a me sembrava che fosse una sola lingua. Non ho mai capito perché dovevo stare attento qualche mattina mentre lavavano il pavimento e c’erano tracce rosse nel secchio dell’acqua dopo una notte in cui le voci si erano alzate troppo e Tu avevi chiuso a chiave la porta della camera. Penso facesse il contrabbandiere, forse ricettava e qualche volta i conti non tornavano. Ogni tanto spariva o venivano a prendere informazioni, ma cosa facesse davvero non l’ho mai saputo e perché l’avvocato proprietario avesse affittato proprio a lui. A me voleva bene, diceva che gli portavo fortuna a carte, bastava che me ne andassi quando non era aria. Ma quello succedeva quasi ogni volta.
Esiste un orlo del tempo, una fretta che diventa creazione perché genera pensieri che dovrebbero essere continuati e allora attinge a risorse sconosciute, le allinea, cerca di mandarle a mente, le rimanda con il senso della perdita che non sarà colmata perché nulla si ripete davvero nei nostri circuiti di senso, ma intanto altro, interrompe e porta via. Resta un alone che ricorda, sarà dissolto dalla creazione, che è furore e nostalgia.
La ricerca di dominare ciò che è un protendersi nell’ignoto e trarne un immediato senso è solo un capo del refe tessuto d’ illusione: è il filo che tenendo assieme genera il senso e il nuovo.
Così esiste una calma che non è noia, né bonaccia, è l’intromettersi di pensieri che salgono e sconfiggono il rettiliano che vorrebbe tutto e subito. Riportano, i pensieri, in una sospensione del capire della superficie, persino l’intuizione sospendono. Ed è un dialogo tra il dentro e fuori che nei momenti di mirabile equilibrio è meditazione. Nulla urge, nulla va perduto, tutto è labile per sua natura e come il capire si deposita e permette di pensare senza farlo. Vedersi.
In quell’attività dell’anima, ch’è guardarsi nello specchio oltre ciò che ad altri può essere utile, vedo segni del tempo, un lampeggiare d’occhi, tratti che riconosco, e allora indugio nei pensieri, che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe: percorsi ch’io seguo e ricordo. Ma anche il nuovo vedo e non sempre è facile o benevolo, è ciò che trattengo che mi ha segnato? E come lasciare ch’esso si liberi e corrisponda non a ciò che è stato ma a ciò che vorrebbe essere?
Chi mi vede, scivola su tutto questo, chissà che cerca, mentre anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena, e tengo per me, e per pochi altri davvero, il senso di quelle strade che costante indago. Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi (il ricordo è così mutevole e creativo), mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Forse è questo che rende contento il sapere che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia. Andare, mentre mi guardo, andare in scelta o solitaria compagnia, andare restando qui, in cerca di me stesso.