pietre che non sono pietre

Ogni giorno ci passo vicino, evito di calpestarle quelle pietre che non sono pietre e hanno dei nomi incisi: sono inciampi per il pensiero. Ci sono tre quadrati affiancati, color ottone, davanti alla loro casa. Due sono donne, il nome, la data di nascita e il luogo di morte. In giro nelle strade vicine, ce ne sono altre, i luoghi di morte si ripetono. Anche per i bambini. I bambini non tornarono dai campi se non per pochissime eccezioni. Fa ancora più male pensare che furono non solo uccisi, ma usati per sperimentare la follia di chi doveva essere uomo di scienza. Mengele. Non riesco a pensare ai bambini, però gli adulti mi lasciano uno spazio per lasciar filtrare le loro vite. In particolare di quelle tre persone, sulle pietre, c’è persino una storia che ne narra la vita precedente, anzi il percorso della famiglia. L’oriente, la Crimea, Sebastopoli, poi Trieste in cerca di fortuna e infine la mia città. Un commercio che cresceva con la fatica e l’abilità. Un negozio, poi la casa soprastante, vite borghesi. Discretamente agiate, ma senza grandi pretese se non quella di una normalità. Furono denunciate dalla dipendente del negozio. 500 lire più forse, una percentuale sui beni che venivano confiscati per legge. Presi gli ebrei che fine potevano fare? Fossoli, Buchenwald, un po’ di lavoro pesantissimo per chi era abituato a vendere guanti e cravatte, poi il forno e il camino. L’uomo era già anziano per l’epoca, oggi sarebbe diverso, morì prima, forse addirittura nel trasferimento. Si può pensare che sia stato fortunato? È terribile pensare che tutto avesse una normalità, come fosse una vita parallela.

In questi giorni, sono passati 70 anni, i fascicoli degli ebrei veneziani e veneti sono a disposizione. Ci sono i nomi dei deportati, i beni confiscati, a volte divenuti possesso dei denuncianti, i nomi dei delatori. I delatori saranno ormai morti, ma hanno avuto figli, nipoti, si sono approfittati dell’inumanità delle leggi razziali. Cosa penseranno? E le dattilografe degli uffici pubblici che stendevano gli elenchi prima delle retate, cosa avranno pensato? C’è stata qualcuna che ha avvisato? Non ci furono castighi a fine guerra, neppure giustizia. Nulla, solo la colpa ribaltata sulle vittime.

Ci sono molti modi di non ricordare. Ad esempio basta non mettere su una via un nome che lo meritava solo per la sorte che gli era toccata, oppure basta non togliere il nome di uno che sarà stato pure un combattente ma era dalla parte sbagliata e qualche crimine l’ha commesso. Le vie e le piazze hanno nomi sbagliati a volte e non aiutano la domanda: ma chi era? Quando passo non riesco a distogliere il pensiero che quelle vite avrebbero proseguito, sarebbero state generatrici di tenerezza, di amore, di altre vite. Avrebbero fatto di sicuro qualche errore, come tutti, si sarebbero dispiaciute, avrebbero riso e pianto. Non sarebbero state più buone di molti, ma certamente non avrebbero  denunciato, non avrebbero venduto il vicino per 500 lire.

Ciò che non si può tollerare è che tutto questo sia rimosso, che diventi tutto uguale e che tra vittime e carnefici non ci sia differenza. A questo serve la storia e la pietà. Con la pietà si può togliere una maledizione, ma non il ricordo, non la storia. Tutto questo è accaduto e le vite che non sono più state continuano a interpellare da quelle pietre. Volevano vivere, gli è stato tolto il diritto di avere un futuro. Questo penso e penso anche che continua ad accadere. In modi diversi, magari senza delazione, ma con l’indifferenza. Più avanti c’è la chiesa dei Servi, un voto e un dono alla città quando la collera degli eventi coinvolgeva uomini e divinità, con il Cristo del Donatello e il dolore di Maria. Che avrà detto il parroco di quello che accadeva allora, attorno?

Da piccolo per san Valentino, mia nonna mi portava in quella chiesa, a prendere la chiave che mi avrebbe difeso dal mal caduco, dall’epilessia. Forse anche le donne, saranno state portate a ricevere quel segno di benedizione, oppure avranno osservato passando sotto il portico desiderando di essere comunque salvate dalla malattia. E l’uomo, Moisè, ne avrà parlato in casa, la domenica, a fine pasto con i dolci che si acquistavano nella premiata offelleria Zaccaria, in fondo a quel portico. Avranno parlato della festa, del quartiere, delle signore e dei gentiluomini che passavano nella bella bottega, e di loro stessi avranno parlato, attendendo felici che il futuro facesse il suo buon corso.

Penso a Loro quando passo vicino a quelle pietre, che non sono pietre, e le guardo senza calpestarle, sperando che quel tempo non si ripeta mai più, ma so che dipende da noi. Loro, a cui è stato tolto il futuro, possono solo aiutarci a ricordarlo, a conservare un’emozione che distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è umano da ciò che nemmeno le bestie fanno. 

tempo e maritozzi

C’è un tempo in cui s’impara tutto, una tempesta  di saperi viene dentri e s’accoglie alla rinfusa. A sera sembra che la giornata sia stata piena ma già manca il domani che sarà meglio e che si pregusta assieme alla stanchezza. L’ordine delle cose è quello delle tasche ricolme di oggetti che hanno valori immensi se si perdono, solo per poco però, poi si dimenticano e continuano la loro vita. Della vita degli oggetti spesso mi sono chiesto: dove vanno, con chi sono, se davvero da qualche parte ci attendono. Magari sono  in un luogo che è quello che ricordiamo, oppure  non è quello eppure  non importa perché tanto ci sono e vivono.   

Altre volte gli oggetti e ciò che s’impara viene prestato o rubato e ci dispiace tantissimo perché sappiamo che non tornerà più e non sapremo mai se chi lo avrà lo riconoscerà col suo passato, se le cose saranno  tenute da conto o buttate. Tutte le mie collezioni di ragazzo hanno fatto questa fine e ancora mi chiedo se proprio tutto è finito in discarica oppure se qualcosa vive altrove, in un altro contesto, con la stessa attenzione felice.

Accade anche a ciò che si impara e poi si trasmette, e in particolare alle parole, che sono davvero nostre  quando stratificano  significati, e sono freschissime quando sono apprese e attendono di sfolgorare per amore, prima d’essere affidate. Chissà in altri pensieri che fine faranno, che luce avranno, e in fondo non importa perché la loro meraviglia è che generano sempre qualcosa di nuovo. Per questo mi piacciono i testi che evolvono, che sono imperfetti, che si aggiungono e trovano nuove sensibilità e vite. Insomma ciò che nasce quando si chiude un libro. E mi piace da sempre perché anche da ragazzo avevo le guance rosse per l’emozione e non volevo finisse. C’è poi un’ eroticità forte nella parola, preannuncia, sente, racconta, desidera, non si ripete mai eguale. E così accade, è accaduto anche tra chi conta con sistemi numerici differenti, e preferisce la nettezza del binario, al massimo gli ordinali, mentre ad altri, a me piacciono le frazioni che generano numeri sorprendenti perché dopo uno ce ne sarà un altro e poi un altro ancora, magari più grande del precedente e poi chissà.

Era così, imparando e applicando che avevamo iniziato a credere di capirci oppure era già tutto chiaro? Sembrava tutto così netto anche se non è mai così, però consolano le cose chiare anche se hanno sempre qualcosa che tengono dietro la schiena e non vogliono mostrare. Non mostrano fino in fondo, ci sfidano a indovinare ma sono chiare e i colori chiari rasserenano.

Ad esempio la panna del maritozzo di stamattina rasserenava, cercava di nascondersi dietro una moderata dolcezza, mentre svillaneggiava la paziente cedevolezza del maritozzo, faceva la prima donna, ma cos’è una prima donna senza un contesto che le sorrida? Ecco questo faceva il maritozzo, le sorrideva accogliendola, si faceva piccolo e bruno per esaltare la sua bianchezzaa e la consistenza del suo sorriso di densa beatitudine, ma senza di lui, quella panna sarebbe stata aria, acqua e grasso emulsionati. Alla fine eccessivi persino all’apparenza,  stomachevoli.

È  l’equilibrio di chi lascia passare e di chi accompagna, di chi si perde e chi si ritrova. E chi impara non smette mai, anche quando non ha più i calzoni corti e ancora sorride perché sa ciò che ha in tasca, ha collezioni a casa di cui è contento,   sa di qualcosa che ha perduto ma è sicuro che lo aspetta da qualche parte ed è paziente.

Perché finché si impara si prova e si vive e la vita è amore, poi non si sa, ma lo sappiamo che non si smette mai di imparare. Se si vuole.

questione di stile

piccoli peccati

 

Si era vestito con cura. Prima guardando il corpo nudo allo specchio e constatando che le immagini non corrispondono mai alla testa. Servirebbe, pensò, un farsi secondo ciò che si vede, un modificare per piccoli tratti quello che c’è e aggiungere il mancante. Chissà da dove vengono questi modelli. Sorrise. Stava leggendo un libro sulla paleogenetica e di come i DNA antichi dimostrassero che la prima forma di integrazione fosse stata il sesso. Un’infinita sequenza di rapporti sessuali che lasciavano tracce di specie homo scomparse, mentre altre ora presenti, erano ben distanti dall’identità che governi e ideologie facevano credere. Tutti mescolati, malamente o meno ma tutti con una carta d’identità talmente composita da capire che solo il mescolarsi era stata la risorsa vitale della specie. Pensieri sparsi in cerca della biancheria. Da aggiungere piano perché c’è un piacere del pulito che ci riguarda prima di essere un modo per vedere ed essere visti con quella vista particolare che è l’olfatto. La vestizione continuava con la camicia. Chiara, meglio i quadretti. Piccoli e azzurri. I calzini lunghi, scuri e si era fermato sui pantaloni. Chiari certamente. Potevano andare bene anche i jeans, ma meglio un color corda. Quando si chiudeva la cintura c’era un misto di soddisfazione e proposito, non era ingrassato, doveva dimagrire. Si dimagra per sé, pensava, per quel senso di leggerezza che ha un corpo più leggero, con i muscoli che funzionano bene. Si guardò le mani. Grandi, mai così abili come avrebbe voluto, ma silenziose e disponibili ancelle. Il linguaggio delle mani è raramente fatto di utilità. Persino quando lavorano provano quel misto di soddisfazione che rende ciò che si fa una dimostrazione di abilità o di goffaggine, ma non sono mai indifferenti. Hanno capacità espressive incredibili, portano la carezza e lo schiaffo, ma soprattutto hanno un tatto così diffuso e una capacità incredibile di disegnare con le dita e con il palmo. Raccolgono, tengono, sfiorano, restano a un millimetro da un’altra pelle e si sentono. Allacciano e sciolgono. Respirano la tenerezza e la paura, sono calde o fredde mai indifferenti. Si ha sempre una difficoltà a mettere le mani in modo armonico, persino la notte quando si dorme. Di giorno, pensò, devono aver inventato le tasche per dar loro un posto altrimenti sarebbero state svolazzanti e rivelatrici propaggini di sé. Gli piacevano le sue mani, le unghie appena rosa, corte, sempre pulite. Erano una parte di sé che non avrebbe mutato. Ormai era ora di mettere la giacca. Gli piacevano le giacche scure e quelle pastello, le tinte unite con una piccola idiosincrasia per il marrone che stava tra il bruciato e il nocciola. Quel marrone insipido che sta bene solo alle foglie secche, che non si sposa con nulla se non con se stesso, anche se non rifiuta l’azzurro e il nero. Forse gli ricordava quegli infagottamenti che un tempo si mettevano addosso ai bambini come cappotti ed erano il residuo di cappotti adulti adattati. Forse era il ricordo di qualcosa che lo respingeva, che lo riportava alle fanghiglie e ai rimproveri. Forse. Comunque fosse il marrone, quel marrone ovvero il pantone 130, nel suo guardaroba non c’era. La giacca, abbiamo detto scura, si ripeté, e scura venne tra le mani, tra il blu e il nero. C’è un piacere nel mettere la prima manica e nel cercare la seconda, sono le spalle che funzionano a dovere, i muscoli che con la loro intelligenza fanno il movimento e la mano sbuca tranquilla e con essa un centimetro di camicia da regolare con le dita e poi c’è quel movimento sincrono che aggiusta le spalle e veramente indossa la giacca, la mette sul corpo non sulla camicia. Diventa parte di noi, pensò. Non bastava, faceva ancora freddo, aggiunse un impermeabile corto, azzurro scuro, quasi blu. Sportivo e con il cappuccio. Ricordò che suo Padre aveva un bellissimo impermeabile bianco, doppio petto, lungo al ginocchio e con cintura in vita, fatto di quel cotone pesante che si usava un tempo. Inglese come si doveva per un regalo, ed era stato un regalo. Gli piaceva l’idea di quell’avvolgere che hanno i soprabiti ampi, ricordo dei mantelli e dell’abbraccio. Chissà che fine aveva fatto quell’impermeabile, pensò, non per un nostalgico uso ma perché le cose, anche quelle belle si perdono. Traslochi, vita, e spariscono, resta la sensazione di qualcosa che aveva un significato e che da qualche parte possa ancora esistere, ma si sa che non è vero. Ossia, pensò, non sempre è vero. Le scarpe, nere. Mancava poco ad uscire. Allacciava le scarpe sul pianerottolo, appoggiando il piede a uno scalino e piegando bene la schiena. Da qualche tempo gli doleva per vecchi insulti rinfrescati di recente. Aveva fatto un gran servizio quella colonna, aveva retto, tenuto alta la testa e dritti gli occhi. Importanti entrambi, anche se da tenere con la giusta riservatezza: la testa e gli occhi rivelano molto e indagano di più. Meglio la seconda funzione da usare sempre con accoglienza intelligente, mentre la prima dev’essere riservata, pensò, a ciò che ci lega o può legarci. Uno sguardo che lascia perplesso l’interlocutore è lo sguardo che si perde o che maschera, o ancora che non dice nulla, meglio dire la verità, ossia che abbiamo idee per nostro conto. Nel frattempo aveva legato anche la seconda scarpa e il lacci avevano bisogno di essere cambiati. Alzò lo sguardo verso il lucernario. Non pioveva e il vento muoveva le nubi. Chiuse la porta e cominciò a scendere le scale. Fuori c’era la città, questa era la casa e una città è fatta di tante case che corrispondono a tante vite che un poco si assomigliano e un poco no. Dipende dalle scelte. Lui non assomigliava, pensò, ma saperlo non era subito la felicità, era la coscienza che si poteva trovare dell’altro in sé. Una piccola lieta, fatica.

chiedimi se sono felice

C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade. 

Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere  la possibilità di essere più forti assieme.

Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza  cosicché il nemico diviene l’altro povero.  Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.

Il problema di questa bolla di malcontento  è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.

Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi.   Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.

Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.

Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione  ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.

È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non  lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?

Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?

Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante,  se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.

Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono  essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa. 

Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?

lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

tema: come hai trascorso il sabato

 

oznor
oznor

 

La giornata è trascorsa tra discorsi leggeri e sorsi di vino. Sia quello rosso, di corpo robusto e rotondo, da lavoratore della terra, che sarà generosa ma non è mai gratuita. Sia quello bianco , che in realtà era di un giallo dolce d’aspetto, trasparente e profumato, fresco con la gentilezza dell’amore che mai disseta appieno. Così i discorsi sono proseguiti all’aria aperta, nel sole già forte di un aprile senza timori. Credo che il tentativo fosse quello di dare ai processi digestivi la possibilità di un giusto posto per ogni cosa gustata, di togliere di mezzo l’eccesso e di propiziare un rientro che in fondo nessuno voleva. Così senza ordine, a piccoli gruppetti, attratti dal discorso dell’uno o dalla battuta dell’altro siamo sciamati tra strade di colle che diventavano capezzagne, limiti di campo, mura di mattoni antichi e ville che un tempo avevano attestato più la modesta fortuna delle famiglie che la loro voglia di eccellere. Attorno macchie gialle di fiori di tarassaco, cipressi altissimi, alberi che erano già meta di api  prima dei declivi ritmati dalle vigne. Filari ben tesi, potature severe, qui il grappolo deve ricevere molto sole e non conta il molto ma il buono. Parlavamo di politicante, di società che muta, di adeguatezze e di tentativi di essere importanti per le idee prima che per i numeri. Il conformismo che si sperimenta nei partiti è lo stesso dello società, un gruppo diventa maggioritario perché è esso stesso continuazione di un aggregarsi attorno a capi che decidono di dividere un potere, non le idee che stranamente restano le stesse, al più si  distingue, di colgono le differenze, ma la realtà è l’eterna lotta tra ciò che muta e ciò che non vuole mutare. E la ragione per non mutare sta tutta nel potere e nel gruppo che si sente parte di esso. Ragionavamo di questo tra battute e coscienza di essere parte piccola di un modo di far politica che non ci andava, così scivolava qualche battuta, il piccolo pettegolezzo, la risata lieve che libera perché anche chi è potente ha debolezze e quando queste emergono diventa un po’ meno paludato. È la considerazione che ognuno va in bagno ogni giorno, che le funzioni corporali non sono nobili, o come ebbe a dire , un’amica che ci precedeva ridendo: pensalo quando sta per fare all’amore, é proprio un bel momento di verità. se le cose non funzionano. Dovevamo aggiustare il pomeriggio, non i destini del mondo,, ricordare l’aria leggera e piena di profumi, mettere in fila tanti bei propositi, ricordarci che la giornata era soprattutto nostra e che come ai tempi delle medie il tema da svolgere era cosa si era fatto di noi nel dì di festa, concludendo che il sonno sarebbe arrivato tardi ma stanchi e felici di essere chi eravamo.