la città

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Di questa città pensavo di conoscere molto, l’ho percorsa e amata di giorno e di notte. Mi è entrata dentro, senza chiedere permesso, sin da bambino. Quatta quatta si è confusa con me, con il sentimento che genera un luogo in cui tornare. La città è andata oltre la stessa casa in cui avevo depositato parte di me, l’ha ricompresa, diventando cornice di un modo di vedere il mondo. Anche viaggiando non poco, si è fatta sentire, ancorandomi a questo sentir le cose, che è un guardare dal medio al grande, dal bello conosciuto alla meraviglia sconosciuta. Vivere in una media città ha quasi tutto, la storia, i servizi, le bellezze che si scoprono crescendo, ma è anche la lingua e una particolare conformazione dell’essere che include quanti scelgono di non essere stranieri. Di appartenere restando liberi.

Guardare le cose sapendo di avere una storia alle spalle, permette di gustare la differenza, di non fare confronti e di aggiungere mondo a quello che ci ha visti nascere. Insomma è un modo di crescere senza fine che è pieno di sentire, che ha i cinque sensi allenati a percepire la differenza. Così si sentono profumi, cadenze, si vedono differenze nel costruire e nel camminare. Una città ricca di portici è più lenta, si mostra nell’apparenza, chiede di acquistare in un camminare che guarda, ma essa non è in vendita, vende ed è orgogliosa di avere i suoi cittadini in mezzo ai “foresti” che magari sono solo quelli dei comuni di un’altra provincia. Come nel Gianni Schicchi è la campagna che affluisce in città e viene assorbita, ma la arricchisce, quasi la obbliga a essere bella, come un albero fiorito.

Di questa città, in cui sono nato, conoscevo persone, storie, palazzi, le strade e i giardini nascosti, questo mi ha fatto pensare che il suo mondo avesse per me, sempre un tratto conosciuto. Anche le persone che avevano la mia età, mi sembravano parte di una conoscenza collettiva. Era presunzione e me ne sono accorto che già ero avanti con gli anni.

Nelle manifestazioni, allo stadio, per strada, conoscevo sempre gli stessi. Non erano pochi perché avevo unito conoscenza naturale alla vita pubblica, ma mi accorgevo che la gran parte delle persone erano diventate sconosciute. Questo mi ha fatto pensare due cose, che gli abitanti cambiavano con il passare del tempo, e io non aumentavo la rete di conoscenze nate in certi quartieri ormai mutati. Ero stato presuntuoso nel credere di conoscere perché camminavo di giorno e di notte, guardando i palazzi e i giardini: avevo vissuto la città e mi ero accontentato dell’amore reciproco. Il fatto che la città mi avesse coccolato, concedendosi alle mie perlustrazioni curiose, nascondeva una parte che non era fatta di vie e di ricordi, ma era più profonda. Mi sfuggiva la sua essenza, il suo sommare vite e attese dentro le case, ciò che essa perdeva in silenzio e come essa mutava.

Eppure l’avevo vista cambiare, ma senza l’attenzione che si trasforma in dolore, così avevo visto abbattere palazzi pieni di storie, chiudere corsi d’acqua, trasformare i giardini, in cui giocavo da bambino. Al loro posto erano sorti condomini tutti uguali, pieni di persone che erano attirate dalla città e dalle occasioni che essa offriva. Avevo visto scomparire la campagna poco oltre le mura, riempita di villette con piccoli giardini, intervallate da condomini, ma scollegate dal tessuto di relazione e di portici che metteva insieme le persone ogni giorno. Erano le case dei “geometri” fatte con lo stampino, che assicuravano benesseri nuovi e ne perdevano altri. Le strade avevano nomi nuovi, come i quartieri. Al loro centro erano nate chiese magniloquenti che dovevano ospitare i nuovi fedeli, ben presto si erano rivelate eccessive per dimensioni, ma erano diventate l’unico luogo con una piazza per un incontro, un mercato. I nuovi quartieri pullulavano di una vita inquieta, che mutava la socialità, pieni di non luoghi e supermercati, cambiavano le destinazioni iniziali e deperivano con i condomini e le villette che sembravano vecchi senza storia.

In pochi anni le autostrade avevano cinto la città e portavano ovunque, l’università si riempiva di studenti che venivano da ogni dove e restava famosa in Italia per storia e talenti. La modernità smantellava linee di tram (che ora stanno rifacendo) , chiudeva fabbriche che avevano fatto la rivoluzione industriale. Scomparivano interi quartieri, con la scusa di risanare parti centrali della città, mentre li inzeppavano di palazzoni che nulla avevano a che fare con la storia e con ciò che li attorniava, Così deportavano abitanti nelle periferie in un esodo da quello che prima era stato un tessuto di malsane case medioevali. Anche la lingua mutava, perduti i gerghi tipici delle osterie che non erano usciti dai confini del quartiere, il parlare si impoveriva, scomparivano parole, mestieri, persino i visi non avevano più l’ammiccare che aveva contraddistinto l’aggiunta ai gerghi e al dialetto. Si erano chiuse le sale dove si riunivano “cappati” delle fraglie e delle corporazioni, per decidere beneficenze e casse peote. Chiuso tutto questo l’essenza della città si era nascosta in luoghi impensati, ritratta come un animale ferito che aspetta passi il malessere che le impedisce di vivere.

E questo sfuggire della sua essenza, che non afferravo, era il suo sommare delle vite e delle attese dentro le case. Quello che la politica non avrebbe mai sentito pulsare era un cuore vivo che si difendeva e interpretava il futuro. Che lo riportava dentro di sé e lo elargiva piano a chi sapeva ascoltare e non solo abitare.

C’è uno spirito della città che non muore e si veste del tempo in cui vive, ma resta profondo, come una radice, chiedendo di essere unico e amato. Questo era ed è, il carattere da decifrare, composto di molte suggestioni, che si racchiude in una bellezza che tutto comprende e rende irripetibile l’altrove.

metafore sugli scacchi

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C’è un modo particolare di mettere le dita, con l’indice e il pollice che stringono il pezzo che verrà mosso sulla scacchiera. Sia esso re, pedone o altro, le dita assaporano il legno liscio e lavorato, lo alzano di quel tanto che è necessario e con un accenno della bocca, percuotono il pezzo avversario, abbattendolo prima di toglierlo dal campo. I legni fanno un suono particolare, secco e breve, quasi un lamento che si mischia al sussurrato grido di conquista, poi tutto tace e il campo attende la mossa successiva.
Accade così anche in alcune amicizie o amori giunti a fine, che il gioco tolga l’altro dal futuro e lo metta a lato, in attesa di diventare ricordo o protagonista in una successiva partita. Questo mescola disperazione e speranza, esse, viste dal legno, che pur rappresenta vita, azione, possibilità, quelle dita sembrano il destino che l’intelligenza compie e non di rado, sbaglia.
Nello svolgersi del caso, esistono regole precise, colme di alternative, è la passione o l’intelligenza, che qualcuno innalza mentre altri abbatte, a scegliere.

Così funzionano le cose, per recondita necessità, e non ci sarebbe da dolersi, neppure al suono che abbatte e sancisce l’esser messo da parte, perché in qualche tempo la partita ricomincerà con diversi attori.

ricordi come lacca

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Passavano i giorni del sole e delle corse fino a sera, iniziava l’anno tra profumi d’inchiostri, di carta e di matite Giotto. Aule già fredde, anticipavano l’inverno su teste chine, grembiulini neri e fiocchi azzurri su colletti bianchi. Lontano, verso la lavagna, dietro una cattedra fortezza e nave, si generavano parole, inusitate alcune, altre comuni, tutte con un’ autorità senza spiegazioni. Andava così che dopo un po’ mi distraevo e lasciavo scorrere lo sguardo verso le finestre oppure sul foglio desolato di biancore. Senso del limite, imparato presto, ma in cambio tenevo i sogni ben stretti tra le dita piccole e d’inchiostro, i tinti polpastrelli. Sembravo, ma non ero l’unico, uno stralunato reo dopo l’arresto, pronto per le impronte e per l’accusa di non fare quel di più che avrei potuto ma pervicacemente negavo. Eppure quei luoghi li ho amati, come la polvere che danzava nei raggi di sole, i banchi di legno e lo sporco dei muri e degli angoli che non se ne andava mai.

Poi, come lacca, le età si sono stese, lucenti di ricordo. Solide, ancora promettono il meglio, se ci sarà attenzione a ciò che muta, ma ora hanno aggiunto una solitudine colma d’immobile incomunicabilità se non si coglieranno più i sogni e le attese.

Cosa sognano le età che sono accumulate, cosa vedono gli occhi che del vedere non sono mai sazi, cosa pensa la testa nelle notti diversamente insonni? Di tutto un po’ senza la spavalderia d’un tempo, preso tra limite, frenesia, un poco di rimpianto per le passioni devastanti che aravano giorni, realtà, impegni e notti.
Che mondo s’è creato. Non io solo, ma eravamo distratti quando è accaduto, impegnati a vivere più che a prevedere. Spero stessimo facendo l’amore mentre le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie immobiliari e i bar toglievano i tavolini dove parlare per trasformarsi in wine qualcosa e ristorantini pretenziosi. Fumavamo molto, eravamo ignari, dolci, indifesi, con piccoli lapis scrivevamo poesie dappoco e numeri di telefono, cercando amici meno squattrinati che ci assicurassero il costo di una cena.
Vennero poi parole d’ordine nuove, età inesplorate, non più numeri, ma libri, lettere di passione, disperata dalle assenze e altro, ma non c’erano ancora password e accenti da evitare per aprire i file, solo carta da annusare e poi rileggere.
Noi ci baciavamo felici, impegnati a costruire un mondo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro.
Dopo, in un’altra età, sono venute le cose complicate, le parole muta vano significato e forma, si abbreviavano, quasi acronimi di senso. La tecnologia divorava il poco tempo, che era della tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti con molta potenza di calcolo a disposizione.
Anche in questo settembre, riassumo nostalgie, le nostre vite piccole e grandi, il terribile e il quotidiano che negli anni è accaduto altrove. Già scordato, come Beslan, le guerre in Africa e in Oriente, le due torri, l’URSS e la DDR e mentre tutto si sovrappone e genera confusione tra realtà e virtuale, ricordo che è tutto vero e non basta sia stato lontano per non colpire il cuore.

Non basta chiudere la casa, immergersi nei libri e nelle parole, spegnere la tv all’ora di pranzo, perché tra poco si vota, ci sono guerre in corso, un pianeta che si consuma per profitto.
Per vivere ricordo e guardo, in fila con altri che hanno la mia età, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.
Non basta ma del poco che ho imparato, perché è vero, potevo fare di più, penso che in questo mondo chi ha solo il tempo fa sempre lunghe file e dimentica ciò che non serve a vivere. E non è poco per la nuova stagione che chiede a tutti di fare il possibile da regalare al giorno che si costruisce, all’amore e alla speranza.

tempo grosso

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Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d, le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con voce baritonale la sua allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo posto il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

Penso a due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Senza giudicare esemplificavano ciò che si consuma è ciò che nasce. Ebbene credo che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro. Ciò comporta il sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere sulla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio della coscienza al reale. E proprio nella loro caricaturale dimensione diventano il segno di una complessità decostruita, ridotta a oggetto che ha una doppia funzione, quella del farsi capire e al tempo stesso portare altrove il pensiero. Il tempo non è un girare di ingranaggi e muovere le lancette secondo convenzioni. I nostri avi avevano un tempo differente, scandito dalla luce, dai bioritmo, dalla necessità. Costruivano astrari giganteschi e li mettevano nella piazza principale perché era più importante conoscere dove erano le costellazioni che l’ora del giorno. Era una complessità che dialogava con l’immaginario che ciascuno contiene, generava auspici, attendeva che si compissero cose grandi che riguardavano tutti e avrebbero mutato le vite. Il tempo grosso prendeva il posto dell’attimo e la precisione diventava tendenza, volontà, necessità di contenuto, perché il tempo senza contenuto non è vita, è un nulla che si scandisce.

lettera 9

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Caro Dottore, siamo organismi complessi, interconnessi e reciprocamente influenzanti. Posso aggiungere che appartenendo a culture definite, è un’anomalia che il pensiero, pur essendo singolare e particolare, abbia la capacità di espandersi verso la comprensione di altre culture in modo egualitario. E’ sempre ciò che ci differenzia che prende il sopravvento su ciò che ci rende uguali, anche se siamo uguali e il riconoscimento della differenza ci fa sentire a posto con la coscienza. Voglio dirle, Dottore, che la nostra comune, piccola patria sarà un motivo di orgoglio ma è anche una barriera verso ciò che non sentiamo nostro. Solo la scienza, pare, riesca a superare questi limiti e a vedere il prodotto dell’uomo esaltandone la differenza. Forse perché cerca di comprendere il meccanismo costruttivo e vuole procedere oltre ad esso e perfezionarlo o rivoluzionarlo, piuttosto che limitarsi alla replica. Lei non mi chiede mai nulla, ma le mie domande sono le sue e nessuna ha una risposta certa. Se ci chiediamo cosa facciamo qui, in questo pianeta, quale scopo ha la coscienza e le domande che essa genera, al più dobbiamo chiedere aiuto. Anche nella solitudine chiediamo aiuto perché ogni artificio o realtà che troviamo in noi per dare una risposta, alla fine traballa e si rivela incapace di essere una soluzione definitiva. Siamo pulsioni, fame, necessità di branco e solitudine, sesso, conoscenza, paura di ciò che non conosciamo.

Di cosa abbiamo paura Dottore? Perché è chiaro che la paura la portiamo dentro ed è anzitutto il timore inane di non restare integri, di perdere la vitalità o quello che per noi coincide con l’essere vivi. Questa paura è il sentimento più diffuso nella società ed è così efficace che si adopera molto, sia per intimorire, ridurre al silenzio i singoli, ma anche per unire verso un nemico che quasi mai esiste. La paura si insinua negli interstizi del pensiero, investe e avvolge le azioni, ma soprattutto si manifesta nella solitudine. Essere soli è una scelta e ben più spesso una condizione. Se è una scelta, e la volontà ha gli elementi per considerarla come un modo per raggiungere l’equilibrio e il benessere (con la complessità che ci attornia e che portiamo dentro di noi), allora la solitudine riesce a confinare la paura, ma se essa è il risultato del rifiuto, dell’essere messi da parte o del non avere successo allora diviene patologia interiore ed esteriore. Le parlo della paura, Dottore, perché essa, nei suoi vari gradi passa dal collettivo all’individuale, se si riferisce alla salute diviene ipocondria, se si riferisce al lavoro o al proprio futuro, non di rado sconfina nell’angoscia. Allora la si copre, la si imbelletta o relativizza. Se si riesce a raggiungere il cinismo necessario, la si giudica un prodotto del vivere e della società. Diviene l’homini lupus che dovrebbe giustificare le nefandezze che si tolgono da un esame delle cause e ancor più spesso dalla considerazione che la minaccia non è necessaria. Come mettiamo insieme tutto questo, Dottore, con ciò che viene considerato giusto, naturale, ovvero un mondo in cui c’è l’onestà, l’onore, il rispetto, l’eguaglianza tra gli uomini. E’ la differenza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è la realtà che genera la paura, che non lascia tregua al pensiero che non sono bastati 400.000 anni di Specie per raddrizzare le cose, che i filosofi e i profeti hanno convinto chi gli stava attorno ma non hanno vinto sulla totalità. Il sospetto ì, il pregiudizio, la tendenza a verificare le verità degli altri sono tutte armi che ci rendono più deboli, indifesi rispetto a un mondo che non capiamo appieno, ma soprattutto indifesi verso noi stessi.

Lei ha paura Dottore? Paura di non farcela. Paura di perdere ciò che è prezioso per vivere. Paura di morire. Lei ha queste paure oppure le ha superate e insegna a superarle. Lo stoicismo o la saggezza che ho incontrato in Africa, in Medio Oriente, l’affidarsi e l’accettare è ciò che anche Lei considera come unica strada per sconfiggere il timore che ci prende di notte e che rende i pensieri più pesanti della stessa solitudine? Una sua risposta rimetterebbe in ordine le cose. Io sarei il paziente e lei il medico, ma con una relazione nuova, con una serie di conseguenze che risalirebbero a monte delle infinite paure che tacito e che fanno capolino nel lavoro, nel rapporto con gli altri, in quello che conosco e soprattutto in ciò che non conosco di me stesso. Credo che ci siano poche pulsioni fondamentali e che queste si trasformino poi in gesti concreti, in decisioni. Abbiamo abolito il fato e ci troviamo a scegliere e poi a trarne le conseguenze. Un tempo la colpa veniva inoculata per cose ben più importanti delle attuali, 1800 anni di precetti l’hanno sparsa nei nostri gesti e in ciò che ad essi segue. Tutto questo, se scaviamo, viene ricondotto a un meccanismo primordiale di minaccia e Lei dovrebbe dirmi dove questo si inattiva, come ci fosse un interruttore virtuale che toglie il timore preventivo, che libera la scelta e con essa la libertà di ciascuno. Non voglio dire che non debba esistere una correlazione tra causa ed effetto, ma che essa debba essere vista nel contesto in cui avviene e matura. Insomma Lei dovrebbe insegnare come ci si perdona come meccanismo interiore per scegliere liberamente e trarne le conseguenze. Quando sono venuto da Lei, non volevo ripetere errori precedenti. Credevo fosse questo il motivo, insieme al concetto di fallimento che è insito in quello di successo. Ne abbiamo già parlato, ma se adesso guardo indietro vedo che non è questo il motivo reale del nostro incontro, capisco che alla base c’era un giudizio su me stesso e sulle opere compiute che voleva essere trasformato in successo. Mi creda, non c’era nulla di narcisistico, ma il senso di voler fare bene, di scegliere bene e di portare a compimento ciò che giudicavo importante. Era un modo per fare i conti con il passato e di passare al nuovo dimostrando di aver imparato oppure apprendere i meccanismi, le modalità per scegliere bene tra più opzioni ? Credo di aver confuso le cose, perché non avevo considerato il timore di fallire come una limitazione all’agire e non ero risalito all’origine della paura. Non avevo considerato che tutti abbiamo paura, anche Lei, e che questo ci rende aggressivi o remissivi, che i meccanismi di relazione diventano modalità di governo e poi fatti, oggetti concreti. Non l’avevo considerato perché non l’avevo capito, ora bisognerebbe sistemare le cose apprese, farne un bel fascicolo ordinato e leggere la sequenza di ciò che è stato sotto nuova luce. Insomma accettarsi per quello che si è diventati senza giudizi e pretese. Credo sia questo che dovrei fare, che ne dice Dottore?

“L’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme”.

Edgar Lee Masters, “Antologia di Spoon River”

del corpo e di altri misteri

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La cura di sé muta con l’età, cambiano i suoi fini e la relazione che il corpo ha con sé stesso e con gli altri. Al corpo si chiede di essere funzionale, di garantire il benessere e attraverso questo, una bellezza che muta il fascino nell’alone che ha chi sta bene. C’è più sincerità e misura che deriva dal cambiare delle abitudini, comprensione per la difficoltà che ha un meccanismo complesso di coordinarsi senza errori. E ciò vale anche per la mente. Studiare un pensiero, comprendere profondamente una frase non è più il pattinare sui significati dell’età della fretta, ma sentirne le asperità e le luci che si aprono oltre le crepe di ragionamenti consolidati.

Corpo e mente, prima così chiari e assertivi assumono la loro complessità profonda, aprono vie mai esplorate, mettono pozze di significati sul cammino. Soffermarsi, seguire un pensiero nuovo che scava nei significati, usare le parole nel loro turgore di senso, dà un piacere mai provato prima. E si comprende il limite del non sapere oltre la spavalderia che faceva sembrare la conoscenza un luogo in cui scegliere cosa conoscere.

L’utile e l’immediato perdono primati, si ascolta il cuore, quello fisico, quello mentale, ci si chiede cosa sia benessere e si comprende che ciò che è complesso ha una sua intelligente relazione con noi:ci parla e ci invita a capire le sue esigenze, conciliare con le nostre. La sensualità e la bellezza si fondono, divengono percezione profonda, catalogo di ciò che fa stare bene.

Questo io che si innalza a noi, ha il suo posto nelle cose che si fanno, negli amici che diventano o profondi oppure conoscenze, si acquista il senso del limite e il rispetto per l’onnipotenza che non è una presunzione da esercitare ma una costruzione a cui portare un contributo. E si sa che esso sarà relativo, vissuto non per mettersi in luce ma per la piccola soddisfazione di aver capito un poco del nostro grande mistero: cosa ci facciamo qui.

ritorni

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Stasera, tornando, avevo le Alpi Carniche alle spalle. Erano avvolte da temporali e i picchi emergevano tra nubi nere. Sono belle queste dolomiti, un po’ neglette, poco frequentate e i paesi non hanno quel kitsch che tutta la parte bolzanina e trentino veneta si sono trascinati dall’Austria. Ti sarebbe piaciuto vederle. Un pomeriggio mi fermai apposta a Ponte Rosso per guardare. Seduto a un bar di zona industriale, guardavo verso le cime che apparivano improvvise e nette tra le nubi che correvano. Credo di aver suscitato qualche commento tra gli avventori frettolosi che si chiedevano cosa quel tizio guardasse, tanto che mi chiesero, oltre all’ordinazione, se avevo bisogno di qualcosa, ma era di quiete che avevo bisogno e questa non si può ordinare al bar. Stasera invece ero solo, guidavo e guardavo. In autostrada ci sono questi ponti, che l’attraversano, semplici, tesi e dritti, con una ringhiera un po’ alta e qualcuno che guarda. Sono cinque, sei travi che poggiano su due rampe. Lì sotto, oggi, c’erano macchie di sole e sopra vedevi un grigio asfalto a pennellate larghe, che a volte sfumava in azzurro. Solo che quel grigio era il cielo, mentre l’asfalto, quello vero, marezzava di giallo. Ho avuto modo di guardare con attenzione quei ponti: rompono la vista, l’orizzonte, forse servono anche a non distrarsi e sono poco frequentati perché attorno c’è la campagna. Mi parevano dei boccascena. Solo che oltre si vedevano case, fabbriche, alberi senza confini, qualche macchia di pioppi da cartiera.

Sono arrivato al Piave e il ponte, lunghissimo, oscurava la vista laterale con transenne molto alte. Però qualcosa si vedeva comunque. E’ strano che sul ponte del fiume sacro alla Patria non ci sia un posto dove fermarsi. Non si può pensare, meditare su quello che è accaduto su quelle sponde: nel secolo scorso la guerra e il Vajont e non solo. Quest’anno, da giugno è stato quasi sempre una serie di pozze che comunicavano, immagino, carsicamente, e faceva pena quel mare di ghiaia, arido, senza una idea di fiume. Potevano chiamarlo: fiume secco alla Patria non sacro. Ma è spesso così, ormai più che un corso d’acqua è una nozione: lunghezza del ponte, nome, cartello. Però oggi, stranamente c’erano larghe vene d’acqua che attraversavano la ghiaia. Poca cosa, ma almeno aveva la parvenza d’un fiumicello.

Pensa che gli hanno cambiato nome perché la virtù mascolina del fare la guerra non sopportava che il fiume avesse un nome femminile: la Piave. Bisognava provvedere, ci pensò D’Annunzio. Anche la fronte non andava bene e la mutarono in il fronte. Le donne mica potevano assaltare, resistere al nemico, dovevano allevare i figli, dargli da mangiare non si sa come, e piangere compostamente i morti. Senza disturbare. Quei femminili nei fiumi e nelle cose di guerra davano fastidio e così senza saperlo hanno genderizzato le cose, gli hanno cambiato sesso mantenendone la funzione.

Oggi comunque la Piave ti sarebbe piaciuta. Ho rallentato, cambiato corsia e ho visto quell’acqua limpida in mezzo ai sassi bianchi. Sarebbe stato bello sedersi con i piedi nell’acqua e guardare il grigio sui monti che contrastava con il biancore dei sassi. È tutta questione di luce, le cose diventano nette e anche i pensieri lo fanno. È durato poco ma quell’acqua mi ha fatto bene, c’era la continuità delle cose, la corrispondenza con le parole. Ho pensato che se anche era un fiumetto, uno di quelli che abbiamo a iosa tra i nostri campi e a cui nessuno penserebbe di cambiare nome, però questo era il fiume della Patria e che forse anche tutto quel bianco che rifletteva il cielo e faceva risaltare il verde dei campi era fiume e Patria. Così com’è adesso. Sulla Piave non ci sono argini, forse perché non ha mai troppa acqua. Ho pensato che quando accade che ce ne sia molta, di acqua, allora la Piave porta sfiga, quindi è meglio così: si vede che le centrali idroelettriche pensano alla nostra salute oltre che ai loro profitti.

Il cielo davanti era indeciso tra scrosci d’acqua e sole a manate, come se la stagione fosse in bilico e non sapesse più bene dove andare. Ho pensato che le facciamo correre troppo le stagioni, neppure ci accorgiamo di quello che ci dicono. Bisognerebbe fermarsi, ma un grill non è una cosa ferma, è parte della corsa. E noi dobbiamo sempre arrivare da qualche parte. Rallentare fa parte del vedere e del raccontare ciò che si vede, e oggi ti sarebbe piaciuto fermarsi assieme, scambiare il silenzio e qualcosa di quello che vedevamo.

l’ultima settimana di agosto

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L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

inshallah

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Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

dell’innocenza mai posseduta, il nero

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Nel rigoroso candore del nero,
che tutto assorbe e ordina,
c’è lo stato perplesso di chi osserva,
la sua infantile inermità.
E se tutto poi fosse ruotato sulla necessità
d’una rottura,
una liberazione, come oggi si direbbe, scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero,
oppure il bianco,
oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia,
se tutto questo fosse il senso d’una ribellione,
molto insegnerebbe il contemplare la paura,
il rifiuto dell’irrequietezza,
il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza.
Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso,
e renderebbe meno certe le direzioni dei passi,
l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti,
per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavaliere indomito che liberi.
Ma da chi e cosa lo sappiamo
e non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno,
non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia,
a noi tocca liberarci
e cogliere ciò che contiene il nero.

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