bulbacee

Chissà quali sono i motivi reali che ci fanno preferire un fiore rispetto ad un altro, certo è che una identificazione con il mondo vegetale emerge negli uomini. Forse più nelle donne che negli uomini, ma se io ascolto il mio lato femminile(?) trovo una predilezione per le fresie e le bulbacee. Tralascio il perchè delle fresie e a cosa mi riporta, vorrei indagare sulle bulbacee.

Nella mia vecchia casa, c’è un fiorire di tulipani, sono bulbi antichi, piantati da mia mamma o da me, che si rinnovano da soli negli anni, scendono in profondità, ma nell’epoca della fioritura, si fanno strada tra l’erba e riempiono di colore incuranti della poca cura che ormai ha quella terra.

La stessa cosa avviene in alcuni vasi della terrazza, dove abito ora. Sono bulbi piantati da me per scelta ed entusiasmo. Acquistati in Prato in qualche sabato di sole hanno già allietato, poi sono stati recisi ed hanno continuato per loro conto a vivere e crescere. La cosa mi provoca un’emozione lieve e lieta, un’attesa curiosa di scoperta che sempre si soddisfa. La motivo così: come nelle persone che mi attraggono, c’è l’intuizione che qualcosa sia coperto, eppure lavori con alacrità sommersa, che il colore sboccerà improvviso, che la forma anch’essa sorprenderà senza rispettare l’idea canonica che porto in testa. La durata, sia pur breve, non si esaurirà in un anno, ma tornerà a stupire, in una munificenza che è dono e novità che insegna, senza noia o paragone.

Francamente le rose mi annoiano, se non le ultime d’inverno o la prima d’aprile, si ripetono e danno la certezza di un colore, d’una forma esplicita già nel bocciolo. Nella rosa, come in altri fiori, sento un proporsi esteriore, le bulbacee , invece, hanno la discrezione di chi opera su di sé, a tratti si mostra e del suo splendore offre traccia pudica, mentre poi in silenzio continuerà il suo discreto, notturno lavoro.

 

you tube ed io cheffò

Evito i doppi sensi, parlerò di musica. Per ora.

Da orrende scatole di latta e pixel, l’idea del suono si ricompone in noi, mp3, you tube, quel che passa il convento. Sembra basti. Forse un segno dell’evoluzione del sentire è questo, o dal vivo oppure approssimazione. Ieri un’amica mi diceva che non ha in casa riproduttori di suono, a parte la radio. Fa parte della conventicola snobbiosetta, di cui faccio anch’io parte, degli ascoltatori di radio 3. Solo che io aggiungo le radio digitali ai miei ascolti via etere, poi i cd, l’mp3. Gielo dico oppure taccio che ormai il mondo non è quello della sua giovinezza, quando un giradischi era un segno di opulenza?  Oppure è lei che è avanti, con i suoi ascolti su you tube ed io invece spaventosamente retrò, con i miei troppi impianti hi-fi, le scaffalate di dischi, i registratori, la marea di cd che occupa lo spazio non occupato dai libri. Premetto che mi piace la musica, ma non ho particolari conoscenze e neppure l’orecchio assoluto. Avere a disposizione strumenti plurimi cosa comporta per il nostro rapporto con la musica? Faccio un esempio carogna: nel pezzo della Grimaud dell’opera 80 di Beeethoven pubblicato ieri, al minuto 0.35, c’è una nota sbagliata. L’ho letto, non me n’ero accorto. Ho riascoltato, è vero, per questo ho preferito questa versione a quella più bella dei proms 2008. E’ vera. E la questione della nota sbagliata mi pare esiziale, finalizzata a qualcosa che poco ha a che fare con il rapporto vitale che possiamo (in questo possiamo ci sta tantissimo) avere con la musica. Se si ascoltano concerti dal vivo, a me capita, con orchestre, direttori e solisti importanti, l’esito della serata dipende dall’estro, dalla sala, dallo strumento, dall’emozione di chi suona, dal momento. Non di rado qualcuno stona, aggiunge di suo suonando a memoria, parliamo di musica scritta e quindi terreno di caccia per i melomani in vena di bravura. Già una cadenza è materia del contendere, opinabile. Ebbene la magia c’è sempre, anche quando non si è d’accordo, anche quando l’applauso è solo liberatorio per sciogliere la tensione, anche quando l’applauso si trattiene perché l’incanto non si vorrebbe rompere. C’è un caso, ma io sono di parte perchè riguarda il mio direttore preferito ovvero Carlos Kleiber, che finita l’ultima nota, lasciato spegnere il suono, ancora nessuno applaude, finché uno prende il coraggio ed esplode la sala. In questo caso l’applauso era poco per descrivere il senso di unicità di ciò che si era udito, eppure magari ci sarebbero chissà quante osservazioni sul metronomo, oppure sulle parti di orchestra, ma era il grande incantatore che aveva preso tutti e portati altrove, per un tempo unico e non ripetibile. Questa è la musica fuori studio: iterazione ed emozione prima quasi che senso. Glenn Gould scelse ad un certo punto della vita, di non fare più concerti, la sua volontà di perfezione si poteva attuare solo in studio, solo con quella sedia, solo con quello Steinway CD 318. Per chi lo ama, quasi più degli autori che ha interpretato, Bach ad esempio, non resta che ascoltare ciò che ha lasciato ed il suo imperativo della musica che si genera e poi si fa esperienza e poi si stratifica in vita.

Bisogna ascoltare, questo è il comandamento, lasciare che sia la musica ad entrare e l’interprete essere il servitore dell’ascolto, colui che porta alla soddisfazione del desiderio, ciò che serve. In questa ricerca di ascolto, nelle mie piccole manie tecnologiche ho cercato qualcosa che si avvicinasse al vero, ben sapendo che quell’elettronica, quelle scatole e quell’aria spostata in vibrazione, non erano il vero, c’assomigliavano. Per questo ho infarcito la casa di impianti e casse acustiche, ma l’esperienza vera si svolge solo in due modi: andando a concerto e abbandonandomi nelle mani di chi potrà provocare emozione, sensazione irripetibile, ricordo. Oppure nel gesto di scegliere un cd o un disco, metterli sul piatto, sedermi in poltrona e lasciare che il pensiero che ha scelto quella musica, quell’autore, quell’interprete, prosegua ad emozionare. A questo punto non m’interessa che ciò che ascolto sia il frutto di un ingegnere acustico, ascolto ciò che alimenta un pensiero.  Gould, come tutti quelli che registrano, accettava di buon grado, anzi pretendeva che alcune frequenze fossero evidenziate rispetto ad altre, in questo caso l’elettronica si inserisce nell’interpretazione, non c’è solo la perfezione delle note, ma anche il volume del suono corretto per un riproduttore. Ecco, questo è il mio limite, oltre cambia il rapporto con l’ascoltare e uso mp3 e you tube per altro, non c’è più la magia complessiva. Punto al particolare, a volte lo vedo nel gesto nel direttore, oppure colgo l’espressione, la rarità, ma il suono è compresso, inscatolato, spesso svilito dalla registrazione. Cosa mi resta, allora, di quello che penso sia l’emozione della musica, ciò che mi cambia e a volte mi salva? Poco, solo la testimonianza che è accaduto qualcosa, che qualcuno era in quel posto ed è stato fortunato a sentire ciò che io non sento. A volte è la voglia di confrontare un’idea, capire qualcosa in più, ma per ri partecipare ci dev’ essere una curiosità, una necessità veniale da soddisfare senza grande fatica, qualcosa di accessorio rispetto al piacere e la volontà dell’ascoltare profondamente.   

You tube mi mette davanti ad uno schermo e l’mp3 mi porta altrove finché corro o faccio altro, le condizioni per essere davvero attento non ci sono, è arredo del giorno, colonna sonora di un film con vicende che a volte si combinano a volte no. Questo il limite e l’opportunità, come per lo scrivere ci sono mezzi crescenti, ma l’esercizio dell’emozione è cosa seria.   

p.s. per non parlare troppo male di questi strumenti, che se non ci fossero qualcosa adesso mancherebbe, allego sempre la Fantasia corale op.80, con il mio pianista di riferimento, Sviatoslav Richter, nell’edizione con Sanderling direttore. Val la pena di ascoltarla, proprio per quanto dicevo, senza pensare alla qualità del suono mono: sono entrato in sala da concerto, ascolto.

noia

Potendo scegliersi la noia opterei per quella inattiva, possibilmente gestita in solitudine. La noia in compagnia, impegna troppo e soprattutto incattivisce. La noia è priva di oggetto, ma spesso si svolge in luoghi dove di oggetti ve ne sono fin troppi. Gli oggetti non sono un antidoto alla noia. La noia dovrebbe sempre essere un fatto personale, anche quando si è in compagnia. Capirla nell’altro, lasciarlo silenzioso a gestirla. E invece quando ci si annoia, si cerca un diversivo che sotterri il problema. Spesso si cerca di respingere la noia con il rumore, con il gruppo. Non mi piace, aggiunge fatica e fastidio, fabbrica sorrisi e convenevoli privi di verità, diventa un esercizio che sposta dalla noia al malessere. Forse è una mia sensazione, ma nei discorsi, in questi luoghi pieni di persone perennemente in procinto di qualcosa, le parole sono bolle, che lente rimbalzano, spesso si ripetono, finché scoppiano senza lasciar traccia. Neanche una traccia d’umido, meno di una bolla di sapone. Si beve per noia, si mangia per noia, si parla (quasi sempre d’altri) per noia. Ci sono persone che riescono a divertirsi, annoiandosi, a me fa l’effetto contrario, dopo un po’ di questa immersione la spinta verso la porta è inarrestabile, qualsiasi cosa sembra un sollievo, uscire, uscire, aria. Ed uscendo si avverte ancora l’eco d’un saluto: peccato ci si stava divertendo. Se fosse vero sarebbe da grandi, uscire lasciando una punta di assenza, invece è la traccia di quei convenevoli che già annoiavano all’interno. La noia collettiva spinge alla falsità, diventa tutto fasullo perché solo il silenzio è l’ antidoto alla noia di un gruppo che non comunica davvero. L’alternativa è dire ciò che si pensa, senza cattiveria, ma sembra sia disdicevole, ed allora non si fa.  Non c’è via d’uscita, bisogna scegliere con oculatezza, e senza scopo lenitivo, le compagnie, perché il problema della noia in compagnia è che oltre ad annoiarsi, si annoia. Su di me questa violenza masochistica ha un effetto di blocco, si inceppa qualcosa ed i meccanismi del relativo, rallentano, ho la sensazione di annoiare, una specie tossica di noia entra in me, si è chiuso il cerchio, sono diventato causa della mia noia: annoio me stesso. Ecco perché me ne devo andare, non mi sopporto, devo tornare ad una noia solitaria, inattiva, compatibile, da meditazione. Magari prendo sonno.

la linea dello sporco

L’abitudine a non rovesciare i pitali in strada non è eradicata da molto. Anche in Europa e in Italia, a seconda del posto, si tratta dalle due alle cinque generazioni. Le fognature e la relativa depurazione, sono quasi un’opinione in non poche città, e quelle che, con sublime eufemismo, l’ingegneria idraulica chiama acque nere, vengono trattate, non di rado, per diluizione, in citta grandi e medie.. Dosi non proprio omeopatiche di dejezioni umane e animali circolano nei fiumi e mentre si discetta di BOD e carico batterico, queste allegramente sciacquettano le sabbie e gli scogli delle nostre spiagge. Non a caso un luogo, che serviva per purificare le acque di fogna vicino a Milano, erano le marcite (sic), dove l’acqua per filtrazione ed ossidazione all’aria, si depurava e ricaricava la falda. Nulla di straordinario, insomma, e noi, non è una notizia, pur lavandoci frequentemente mani e corpo, pur consumando migliaia di litri di acqua potabile sulla nostra pelle, con lo sporco abbiamo un rapporto che, puliti o meno, rimuoviamo dalla realtà. Presumiamo. Anche perché con diverso sporco si convive, e con molto, che sporco non è, si combatte senza indagare eccessivamente. Essere puliti significa pulire il corpo e ciò che vediamo attorno a noi. La nozione di sporco, pur ben presente da sempre, è mutata con il tempo e le latitudini, e in occidente la sua rimozione è diventata pratica distintiva della classe media. Le pratiche che si insegnano ai bambini, ovvero lavarsi le mani prima dei pasti ed in altre occasioni della vita quotidiana, e il lavarsi con frequenza il corpo, adesso è pratica di massa, un tempo, senza bagni in casa era più difficile per tutti. Del povero, per affrancarlo e testimoniarne la cura, si diceva quand’ero ragazzo, che era pulito, magari con le pezze al culo, ma lindo. Lindo è una bellissima parola ormai desueta, con il suo significato spagnolo di bellezza visibile, ma che nei miei anni di ragazzo ancora si diceva. Mia madre la usava, e notava se frequentavo qualche ragazza dalla frequenza con cui mi lavavo. C’è anche un rapporto eccessivo con la pulizia che è indice di qualche altra carenza, ma in genere ci si lava di più di un tempo. Da mediamente pulito, quasi igienista, ho cominciato a notare la linea dello sporco, viaggiando, e rendendomi conto che nella nostra testa, il pulito coincide con la civiltà europea (e con la civiltà giapponese) e che la linea dello sporco si abbassava nel tempo, ad esempio nella nostra penisola, fino ad uscirne. Seguendola la vedevo abbassarsi nei Balcani, in Medio Oriente, adesso la percepisco frastagliata  in Africa, in Sud America. E’ una linea in movimento e seppure i mal di pancia non si riescano ad evitare, è evidente che il pulito è aggressivo e conquista nuovi territori.  L’industria dei detersivi ha aggredito lo sporco e il pianeta, con eccessi visibili su qualunque spiaggia, troppo in alcuni posti,  ma ciò che m’interessa qui, è il rapporto con lo sporco e con la sua idea. Ogni volta che vado in un paese un po’ precario dal punto di vista dell’acqua, l’ Africa, ad esempio, mi accorgo che abbasso il livello di nozione di sporco.  Non essendoci acqua mi disinfetto con quei gel che la sostituiscono, e chiunque li provi sa che la sensazione di unto resta, le mani appiccicano, ed appiccicoso nella nostra testa equivale a sporco. Ma anche polvere e terra equivalgono a sporco, così il fango, l’acqua di fiume, invece la sabbia viene assolta, l’acqua di mare e la schiuma che produce un sapone, sembrano pulite. Non è vero, e molti concetti di pulito nei paesi privi d’acqua, o quasi, si rovesciano. L’acqua serve per bere, ci si lava con acqua non potabile, il dubbio se lavarci i denti con acqua del rubinetto ci assale ogni volta, cerchiamo angoli d’occidente, oppure abbandoniamo le idee di casa e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Un corpo lucido di burro di caritè sta bene al sole, ed anche all’ombra, e non è unto, la polvere non è sporca e si scuote dalle mani e dagli abiti, i vestiti vengono lavati con saponi spesso naturali ed in acque che è meglio non indagare, ma i vestiti non si mangiano. Lo sporco si trasferisce dalla superficie a quello che si manda dentro, si cerca di capire se è buono o cattivo per noi. Ciò che non fa male è buono, ciò che è sulla pelle e non puzza è buono e così via. Nella battaglia per la sopravvivenza, parlo proprio di vita per chi abita in questi paesi, il pulito avanza e retrocede, dipende dai fenomeni atmosferici. Il limite delle enteriti potrebbe essere un buon confine, farle arretrare significa aver confinato lo sporco, quello cattivo non quello delle nostre teste. In un’osteria di Cheren in Eritrea ho mangiato youghurt di cammella, pane cotto sulla pietra arroventata ed era buonissimo, oppure potrei parlare di una visita inopinata in una cucina dove si cucinava alla dancala, il pesce era squisito, ma meglio non indagare sulla confezione del cibo, sulla pulizia dei contenitori e delle mani di chi lo confezionava. E’ andata bene. Due mesi fa mangiare nei villaggi, nel sud del Senegal, direttamente con le mani, non ha fatto male a nessuno, ma poteva accadere, semplicemente si era disinstallato il controllo del pulito e ci si adattava, d’altronde una forchetta chissà con che acqua è lavata visto che non ci sono acquedotti, né fognature. Meglio le mani. Forse. Credo subentri una accettazione passiva, per noi che conosciamo i rischi, si spera, per chi ci vive semplicemente non ci pensa, non è quello che fa venire l’enterite. Ed è quella, invece la parte cattiva del villaggio, quella da cui tenere distanti i bambini. In questi casi subentra la nozione di sporco che avevano i nostri nonni, ben presente negli studi medici quand’ero bambino, lo sporco è quello che fa ammalare, il resto è compatibile ed è fatto di acqua sul corpo, sulle mani. In Senegal c’è un’abitudine molto musulmana, quando si vanno a fare i propri bisogni, anche nella savana, si porta con sé l’acqua per lavarsi le mani e il resto. Nei bagni degli alberghi si trovano delle strane teiere di plastica variopinta piene d’acqua, servono per lavare le parti intime, anche se non c’è traccia di sapone. La funzione purificante dell’acqua è arcaica, non pulisce solo il corpo, ma anche la funzione e non ha bisogno di sapone. Anche prima della preghiera ci si lava, i piedi e le mani. L’idea del pulito è qualcosa che con attenzioni diverse circola ovunque, un buon motivo per ripensare alla superiorità delle culture, e la cultura dell’acqua ci permette di capirci subito e porta a far arretrare quella linea di cui parlavo. Forse per questo i pozzi sono necessari, non solo per bere, ma per consolidare la linea del benessere, contro quella dello sporco della parte cattiva che fa star male. 

Quest’anno spero ci si concentri anche su questo a sud di Kolda, con la onlus, un paio di pozzi, magari con pompe a pannelli fotovoltaici, potrebbero essere un buon contributo per mettere un confine nuovo e far vivere meglio. Ne discuteremo con chi ci abita da quelle parti. Vi dirò.

tilt

Il dottore la prendeva mettendole le mani ai fianchi, lei ferma sulle gambe e lui, sinuoso, muoveva le anche, la assecondava, con le spalle che assumevano un ondeggiare di danza. Non si girava mai, a volte si stendeva su di lei, alla fine soprattutto, e l’impressione era quella di un rapporto intonso, esclusivo. Il dottore, studiava medicina, giocava malamente a poker, fumava e tossiva molto. Il suo amore per il flipper era assoluto, e nel flipper versava gran parte del suo mensile di studente fuori sede. Eravamo in tanti innamorati di quella macchina, ma non con lo stesso trasporto e infatuazione, Il nostro era un amore a singulti, alimentato dal fascino sensuale che partiva dall’immagine, dal cinguettio dei rimandi elettromagnetici, dalla neghittosità che la pervadeva nell’essere violata. A noi piaceva vincere subito, di forza, e si vinceva una o più giocate, per il dottore, invece era un coito che aspirava ad essere perennemente sospeso. La sua passione era condurla sino ad un momento prima del limite che sospendeva la partita, il tilt, come fosse una questione di danza, di movimenti accompagnati. Nel bar c’erano due flipper, lui giocava sempre con lo stesso, quello che aveva una bella ragazza in mostra, vestita da cowgirl, con le luci in posizioni strategiche. Quando si giocava a poker, i flipper disturbavano, spesso li staccavamo, ma se c’era lui, ci si adattava. Credo per rispetto e per imparare. A volte si sospendeva la partita per guardarlo. Chi ha giocato con i flipper elettromagnetici mi capisce, non era solo questione di rimandare una bilia d’acciaio con le palette, ma di controllarla, accompagnarla facendola partire per trajettorie diverse. L’abilità consisteva nel far scorrere la bilia sulle palette sino al punto giusto e poi farla schizzare. E il sogno era che i funghi, si illuminassero a ripetizione suonando, che la bilia restasse imprigionata in un gioco di rimandi, che oltre ai punti, vorticosi di suoni, le trajettorie la tenessero in gioco. In eterno. Il dottore era un asso, nel trovare un accordo con la macchina, nel far volare quella bilia, tra funghi, ostacoli, molle, lampadine, elettromagneti, come fosse sospesa, fermando il tempo, mentre tutto avveniva con una velocità incredibile. Raccontavano di tarature delicate dell’interruttore del tilt, e pareva l’aggeggio, fosse una goccia di mercurio sospesa tra due  contatti, che chiudeva la partita, se agitata troppo, quindi bisognava muovere la goccia, senza vederla o sapere dov’era, sino all’ attimo prima del contatto. E si diceva, che per lui, per il dottore, dovessero tarare ogni volta con più precisione, per impedirgli di vincere troppo spesso. Favole da bar, quel che è vero, è che lui ci parlava davvero con la macchina, a bassa voce, non con le nostre imprecazioni, con gli scossoni e i pugni, lui, aveva la macchina sui polpastrelli, sui palmi, nella testa e la muoveva con forza gentile, suadente. Preso, presa.

Tilt è stata la prima parola inglese di cui ho capito davvero il significato profondo. Mi è tornata in mente, qualche giorno fa, quando ho letto della morte da centenario, di Steve Kordek, uno degli inventori del flipper. Era una parola, allora, molto usata per definire uno stato in cui spesso precipitavamo davanti alle difficoltà, ma non era definitivo, era un momento e poi la partita ricominciava. Anche nella vita, cosa non da poco.

Il dottore si è laureato, un po’ tardi, uno sfigato direbbero adesso, ha fatto il cardiochirurgo, il primario. Mi piace immaginare nella sua casa, un vecchio flipper in soggiorno e che le sue mani abbiano ancora lo stesso amore.

giulivismo

Mi piace l’allegria naturale che sfiocca verso l’alto, spinta dal vento dell’assurdo, e si spegne in un sorriso. Se riprende è per abbrivio e magari riscoppia in una risata, ma non è condizione forzata ed è cortese con la propria intelligenza e sensibilità.

Mi piace l’ottimismo, che rovescia il reale banale, lo prende in mano e lo guarda sotto, sopra, di lato, si meraviglia del nuovo che non era notato, e lo rispetta, ma non teme di porre da canto la polvere e lo scontato. Mi piace perché è una conquista attiva, perché strattona la vita per tenerla sveglia.

Mi piace il sorriso che assomiglia al lampo, che riporta al bianco inatteso, agli occhi senza velo. Mi piace perché quando scompare lascia nell’aria una sensazione priva di sguaiatezza, una vibrazione che accarezza.

Non mi piace il giulivismo che deborda in molte parti del quotidiano, la fiducia acritica sulle progressive sorti senza impegno. Non mi piace vedere l’impressione del sé senza autoironia, sentire la coda cattolica che serpeggia ovunque, dalla politica ai comportamente individuali, perché il pensare positivo cambia il mondo, perché la tracotante fiducia di sé allontana il dubbio e la paura. Che stupidaggine, essere giulivi non è l’esercizio della speranza, è un esorcismo superficiale che banalizza quanto accade davvero, per rifugiare in una considerazione del mondo come propria estensione. A te è stata data la terra, adoperala. 

E neppure il giulivismo catastrofico mi piace, il vivo alla grande perché non dura, altra coda del cattolicesimo d’antan, la reazione al pulvis est, con la reiterata sopravvalutazione del presente come costruzione positiva nel negativo delle storie.

Solo la digestione lunga del sauro supera il giulivismo, ma almeno quest’ultimo dorme finché si pasce di sé. 

viandante

Mi stendo. I piedi sono su un tappetino persiano steso di traverso sul sommier.

Potrei addormentarmi, tanta è la stanchezza. Forse sarebbe meglio.

Silenzio. Sento la sua presenza seduta dietro la mia testa. Quasi lo vedo che si accarezza la barba corta e bianca. Potrebbe dormire anche lui. Chissà, forse a volte lo fa, oppure si rifugia in quello stato di coscienza che non è sonno, ma neppure è realtà, è solo presenza vigile e mente altrove.

La realtà. Questo dovrebbe essere il regno della realtà. Od almeno della sua approssimazione. Chi viene per aiutarsi, è perché vuole capire com’è e com’essere nella realtà degli altri. E poi scrivere una storia nuova. Qui c’è il nuovo da scrivere nel proprio presente e futuro. Mi torna in mente Rashomon, e il Mackbet, quando la foresta camminerà ci sarà la resa dei conti. Gli alberi camminano sulle loro radici? Questa è la vera fatica dello scrivere una storia nuova di sé, far camminare le radici. C’è un gran parlare di deimon, di sequela di sé, di fato e mi sembra, nella difficoltà, tutto più facile che far camminare le radici.

Silenzio. Chiudo gli occhi, non so mai dove mettere le mani, le tengo unite a scaldare il chakra manipura dell’addome. E’ un buon posto, significativo.

Silenzio.

Lo so che devo iniziare. Lui non parlerà. Parla sempre con parsimonia e dice le cose sensate e sorprendenti che sospendono il giudizio sulla fine di questo rapporto iniziato da poco. Mi fa tornare e gli do un’altra possibilità. Credo che lo sappiamo entrambi che può finire in ogni momento. Potrei alzarmi e salutarlo, iniziare a scrivere la nuova storia senza questo angolo di riflessione. Non ho vincoli particolari che non dipendano da me, lo sento ed è il bello della diretta conquistata: non faccio per accontentare qualcuno e mi sembra così strano aver iniziato un percorso freudiano, da non averne dipendenza. 

Parlo. Comincio a raccontare delle ultime notti con poco sonno, della stanchezza delle situazioni in cui vivo da troppo tempo. E poi gli servo la ciliegina, i sogni. Ultimamente sogno molto e ricordo i sogni. Parto da un sogno erotico, accenno, poi passo al punto, per me nodale. Non fornisco interpretazioni, lascio a lui la palla. Inizia il suo ragionare, è un po’ scontato, troppi i riferimenti impliciti al suo mestiere, comunque è interessante.

Ascolto, penso, è un confronto tra noi. La realtà dal sogno che si rinnova e scambia. In fondo la sua abilità è nel farmi collegare cose che conosco e che non sono nella sua testa, ma nella mia.

Siamo entrambi svegli. E non è poco.

un gigante nel vicolo

Nello scuotere improvviso, c’è un singulto di stupore e di paura, poi la comprensione subitanea: terremoto. Dei pensieri successivi, parlerò, ma l’immagine che si forma in testa, e che si ripeterà nella scossa successiva, è quella di un gigante, ben piantato nel vicolo, che con le sue mani enormi ha abbrancato le pareti, e comincia a scuotere la casa. Chissà perché lo fa, c’è stupore, forse vuole misurare la sua forza, forse, oppure vuol far cadere qualcosa per sé, o ancora è per allegria sua. E’ l’una di notte, nel vicolo c’è il solito silenzio notturno e quel frullo che si sente ed accompagna la scossa, è un ansito soffiato del gigante, è il suo alito sulla nostra paura. Nostra? Mia, che sono in piedi a quest’ora e sento il pavimento scorrere, libri cadere e guardo inutilmente il soffitto alla ricerca di lampadari oscillanti che non ci sono. Ho messo faretti dappertutto, e adesso mi mancano i lampadari, come servissero i segnalatori di terremoti, guardo la pendola: si è fermata e l’altra,  ferma, si è messa in moto, ma intanto il gigante si è stancato.

Ci sono troppi libri in questa casa, è il pensiero principale adesso, pensiero aiutato dai tonfi delle cadute dei volumi sul legno. Questo pensiero mi assorbe, distoglie dalla sensazione di vuoto che sentivo sino a poco fa. Intorno non accade nulla, c’è un senso di sospensione calma, e l’inquietudine si rintana, è quella che attende la scossa successiva, quella che non arriva. Sono determinato a stare in casa. Ragiono sui 4 piani di scale da correre, troppi se c’è un disastro, e sull’età della casa: è vecchia quel tanto da aver visto e sentito altri terremoti. Queste sono case tirate su con quello che c’era, in anni di ricostruzioni dove c’erano i bravi e le canaglie, posso solo sperare che chi ha costruito non abbia unicamente recuperato materiali più antichi, ma sapesse cosa faceva. Concludo che non è l’ora, né per lei, né per i miei amici dei piani inferiori: possono continuare a dormire, loro. Non si muove nessuno. Guardo le finestre attorno, è tutto bujo, a parte il solito nottambulo cinefilo che si è affacciato. Solo io e lui siamo svegli, questo mi fa sentire più sicuro sull’entità del terremoto, ma sono anche, inequivocabilmente, solo nella notte. Guardo su internet e già ci sono le prime notizie: l’epicentro è vicino a Verona, la scossa è stata forte, ma senza danni.

Ho troppi libri, e giornali e carta, è la mia bulimia che ha accumulato e che non so come affrontare senza un dolore di perdita. Il terremoto, anzi il gigante, ha rimesso in evidenza questo problema di oggetti e spazi a disposizione. E qui comincia una riflessione sul mio modo di vivere, non riesco a fermarla neppure a letto, è un sonno difficile, con l’ inconscia attesa della prossima scossa. Non so che arriverà il giorno dopo alle 16, sono vigile, potrebbe esserci subito e più forte. Eppure tra “troppi” libri, terremoto incipiente e casa vecchiotta, il sonno arriva, segno che alla fine prevale la fiducia. Tanto che posso fare?

Del senso ironico del tempo della terra che si scuote, capisco il giorno successivo: è il nostro fragile umano tempo cronologico in discussione, la terra si muove di continuo. Le nostre serie storiche, limitate dalle nostre attese di vita, sono cronologie ridicole per il mondo. Sono ben attento a non scivolare nel relativo: ciò che vediamo e sentiamo è il nostro reale, siamo noi che scriviamo le storie che la terra scrive altrimenti. La sensazione della nostra pochezza annichilirebbe le sconsiderate volontà del costruire sul poco e sul breve e proiettare all’infinito, toglierebbe voglia di futuro all’uomo. Non è un gran valore, ci occupa di grandi personali considerazioni il tempo, ma è la nostra incauta misura, com’ è misura il ricordo, le serie storiche dei terremoti in val padana, rari per gli uomini, molto frequenti per la terra. Del resto non conosco forse, fin da bambino quell’abside interrotto di santa Sofia, rimasto incompiuto, dopo che un sisma aveva raso al suolo i resti dell’impero romano nella città. 800 anni sono un batter di ciglia per la terra, uno sbadiglio nei suoi milioni di anni fatti di brividi che noi annotiamo diligenti nelle nostre storie. Come fossimo osservatori di un’altro pianeta, attenti a questa palla color blù e fango, ma anche distaccati conservatori d’altre memorie.

E i miei affetti, i miei libri, le mie cose, mi riportano a me, al contingente che dilata nel tempo, non voglio vivere solo nell’attimo per fuggire il senso di morte che questo porta con sé, voglio il giorno come un mantice di fisarmonica che si dilata e suona, perché questa è la mia musica, la mia vita, di cui fa parte anche il terremoto e il rispetto per il gigante che mi lascia vivere, ma mi ricorda che qualche conto, non con lui, ma con me devo rinegoziarlo.

E magari saldarlo.

‘a frito’a

A fine gennaio, veniva preannunciato con piccoli conciliaboli di donne: se fa doman dopo pranso, bisogna ‘ndare comprare pinoi, uveta, sedrini ( si fa domani dopo pranzo, è necessario comprare…). E mia mamma o mia nonna compravano pinoli, uva passa, cedrini e lievito di birra.  E noi capivamo che si preparava la gioia vera del carnevale. Era l’altro versante delle mascherine di cartone portate sul viso, dei coriandoli sul cappotto, delle stelle filanti multicolori, di tutto quel fingere dei bambini votato all’esterno, alle corse, al fatto di non vedersi davvero, ed invece essere ciò che ci pareva, quell’essere altro che cessava sulla porta e mutava in casa, perché il carnevale continuava con i grandi e i piccoli assieme a tavola davanti alle frittole, o meglio in dialetto: ‘e frito’e.

La ricetta di casa era quella veneziana modificata, conservando quel tripudio di uva passa, cedrini e pinoli che venivano incorporati nell’impasto di farina, zucchero, lievito, un rosso d’uovo e un bicchierino di grappa (e qui interminabili discussioni se aggiungere o meno il latte), lievitati e lasciati riposare la notte nella terrina coperta vicino alla stufa.  In campagna, e anche a Venezia, ‘e frito’e si friggevano nello strutto fresco del maiale macellato a dicembre, spesso mescolato con dell’olio di semi. In città, da noi, solo nell’olio. Era una magia vedere che da un cucchiaio di pastella prendeva forma una palla che si gonfiava, prima bionda e poi bruna, rigirata e tolta prima che scurisse troppo e messa su carta paglia ad asciugare. Spolveravo di zucchero grosso, e mangiavo ancora bollente. La nonna mi allontanava con una frittella per mano, le frittelle dovevano aspettare i grandi. Solo a volte si mangiavano calde, ‘a fritola xe bona calda, e giù che i grandi ridevano, noi non capivamo visto che eravamo gli unici a mangiarle appena cotte e ci chiedevamo perché non le facessero al pomeriggio per gustarle calde. Allora spiegavano che non si poteva, sia per la quantità e le attese, perché era bello offrirle e c’era il problema dell’odore di fritto da non regalare agli ospiti A noi invece lo regalavano l’odore ed eravamo felici portatori de spussa de fritoin,  che ci avrebbe seguito su abiti e cappotti per un paio di giorni. Mica mi dispiaceva, pur zitto, l’odore avrebbe testimoniato al mondo che avevamo mangiato fritole e galani.

I galani, erano un complemento, rispetto alla regina frito’a, (la frittola era il dolce veneziano per eccellenza, diffuso dall’Istria a Milano, aveva seguito la Repubblica e la confraternita dei fritoini, che diventavano tali e potevano smerciare il fritto solo per diritto dinastico, ma questo l’avrei saputo molto dopo ) più rapidi d’impasto, tirati sottili come sfoglia da tagliatella, tagliati a rombi e fritti in poco tempo, subito tolti e messi a cedere anch’essi olio alla carta e spolverati di zucchero.

Due scuole di pensiero si dividevano nel pomeriggio arroventato dalla stufa ben carica e come per le permutazioni, si frangevano in molte varianti che consideravano con convinzione od orrore le alternative. I veneziani non mettevano latte e uova nelle frittelle, vino bianco al posto della grappa, ma noi eravamo di terra, non d’acqua, da noi esistevano, sia pure in campagna  galline e mucche e vigne, per cui, sia pure i quantità modiche, venivano aggiunti tutti questi ingrdienti, quasi a dispetto dei veneziani che avevano tolto la libertà ai padovani 500 anni prima.

Anche i galani (qui la grafia dialettale è inesatta, la tastiera non soccorre perché servirebbe la l tagliata essendo aspirata, e poi ci sono posti dove si aspira di più e altri meno, per cui grande è la confusione sotto il cielo piccolo del Veneto,  ma un veneto non dice galani, ma ga’ani e così fa scoprire da dove proviene), finché si gustavano, suscitavano discussioni non da poco, e c’era chi apparteneva alla scuola della bolla piccola e fitta su pasta sottile e invece altri di parere opposto che sostenevano la bolla grande e friabilissima su pasta leggermente più grossa, infine altri ancora invertivano lo spessore della pasta con le bolle di preferenza. Si diceva, se ciacolava per asserzioni, più che per opinioni.

Su queste discussioni e molto d’altro si perdevano i grandi, io asciugavo l’olio delle dita, sui quaderni e sui libri di scuola e nell’unto da ceffoni perdevo me stesso.

p.s. allego la ricetta di casa:

250 g di farina 00

15 g di lievito di birra

50 g di uva passa ammollata nel latte

50 g di pinoli

una manciata di cedrini (questa cosa della manciata mi piace, facciamo 50 g per capirci)

poco zucchero, 50 g sono sufficienti

un rosso d’uovo

scorza di limone grattuggiata

un bicchierino di grappa

Si scioglie il lievito in acqua tiepida assieme allo zucchero mescolato con il tuorlo d’uovo, si aggiunge la grappa e la farina con poca acqua. Si mescola a lungo finché le bollicine in superficie ci dicono che sta lievitando. Si lascia riposare coperto in un luogo caldo. (a casa mettevano la terrina vicino alla stufa tutta la notte)

Quando è lievitato bene, circa il doppio del volume, si incorpora l’uvetta, i cedrini il limone grattuggiato, i pinoli e il poco latte dell’ammollo, si impasta tenendo la pastella abbastanza fluida. Si frigge in olio bollente lasciando colare a cucchiaiate, si gira e quando è marrone non troppo scuro si toglie e si scola su carta assorbente. L’abilità è il cuocere dentro e fuori senza bruciare.

A casa si spolverava con zucchero grosso, adesso si preferisce lo zucchero a velo, a me piace quello grosso.

sfigato

Sfigato è chi accetta questo mondo e non pensa possa cambiare. Sfigato a se stesso e non ad altri, prigioniero di una decadenza che lo precederà, dell’insoddisfazione nascosta sotto strati di conformismo, tronfio e cieco.

Sfigato è colui che non vede e non si vede, che non si cura di chi ha vicino, che si pensa realizzato perché ha un biglietto da visita e un curriculum.

Sfigato è colui che si convince che i fatti gli diano ragione anche quando sa che non ce l’ha.

Sfigato è chi irride gli sforzi altrui, chi non si sforza di capire che esistono altri modi di vivere e di essere.

Sfigato è chi invidia la felicità, chi si bea della propria, chi capisce solo chi gli da ragione.

Sfigato è chi perde un amico piuttosto che un’occasione, chi non sa stare zitto se non ha nulla da dire, chi parla pensando che il suo sia il parametro del mondo.

Sfigato è chi non ha dubbi, chi possiede e non serve il potere, chi pensa di avere più diritti perché se li è meritati.

Sfigato è chi pensa di sapere, di avere, di essere, perché è finito il tempo della curiosità e adesso c’è solo quello della concretezza.

Sfigato è chi non più i sogni, chi non ha un tempo da condividere con chi gli vuole bene, chi pensa di non avere qualcosa da donare.

Sfigato è chi non capisce la solitudine degli altri, e pensa che è solo questione di volontà per stare bene.

Sfigato è chi si crede invulnerabile, al di sopra d’ogni giudizio, padrone del presente e del futuro.

Sfigato è chi insegna e non apprende, chi non capisce quando è ora di star zitto.

Sfigato è chi non capisce quando è ora di mettersi da parte, e si crede indispensabile.

p.s. aggiungete pure che c’è posto