il rating delle capre

In questi giorni passati in Senegal, mi chiedevo come le agenzie di rating giudicherebbero la banca delle capre: tripla A, A+, oppure perenne rischio di default? Credo opterebbero per l’ultima opzione, abituati come sono sono a pensare che la crescita sia indipendente dagli uomini. In questo caso, donne, perché loro sono le correntiste della banca. Loro devono trovare i 4000 CFA, i circa sei euro che saranno il loro investimento sulla capra. E possono essere tanti o pochi per chi ha poco o nulla. Loro, i bambini, porteranno le capre al pascolo, ricaveranno il poco latte, i bambini lo berranno. Servono tre o quattro capre per un litro di latte, c’è poco da mangiare anche per le capre. Il meccanismo che riconsegna alla banca alternativamente ad ogni nascita, le capre prelevate (una capra comporta riconsegnare una capra riconsegnata ogni due parti), allarga il credito ad altre donne, che stanno creando una microeconomia basata sull’orto e le capre. Oltre al baratto, in questi luoghi c’è il piccolo commercio che assicura l’accesso alle piccole cose che servono in famiglie con molti bambini. Una penna, un quaderno, i bambini sono affascinati e cercano le biro, ma soprattutto prosegue una crescita verso la scolarizzazione. Un’altra ong si occupa di sostenere e diffondere la necessità di studiare, di esserci nel mondo e a scuola si mescolano bambini e bambine. Siamo in un paese musulmano, non è così scontato, ma qui non ci sono veli, le donne vestono magnificamente senza obblighi, e sono orgogliose della loro bellezza. Le capre non crescono mai troppo, vengono vendute per carne oppure consumate nei periodi di carestia. Questo risponde anche ad un equilibrio dell’ecosistema che non tollererebbe troppi animali onnivori, che mangiano germogli, foglie, tutto quel che trovano, cartone compreso, quindi come nelle nostre campagne gli animali, sono amati, nutriti e poi consumati. Attualmente il flottante della banca dovrebbe, scrivo dovrebbe perché in quelle parti, mai nulla è davvero certo, dovrebbe essere superiore alle 4000 capre, suddivise su 12 villaggi, che dovrebbero aver generato almeno il doppio di animali viventi, quindi in totale circa 12.000 capre. Il che significa un 2500-3000, donne coinvolte. Non oso calcolare il numero di bambini, visto che sono 4-5 per famiglia. In questo viaggio i nostri aiuti specifici, per le sole capre permetteranno di acquistare subito una sessantina di capre a 20-22 euro l’una, poi con i due progetti che stanno andando avanti, altre ne verranno. L’obbiettivo è di incrementare di 150 capre all’anno il flottante. Il progetto delle capre è il più appariscente, ma altri sono ben più pesanti. Le sementi ad esempio, con questa occasione di visita sono stati forniti i mezzi per acquistare subito 60 quintali di sementi, con la promessa di ricavare ulteriore finanziamento da alcune iniziative che già a febbraio verranno fatte in Italia, m’illumino di meno, ad esempio, per acquistarne almeno altrettante prima della semina di marzo. Poi ci sono progetti sui pozzi, i mulini, ecc. ecc. Sono piccole cose, ma per 23 villaggi stanno giocando un ruolo di affiancamento nella crescita e nell’autosufficienza che deve vedere protagonisti gli abitanti.

Ci sono state diverse riunioni nei villaggi, tutte piene di festa per noi, da parte di persone che a volte neppure sanno bene dov’è l’Italia, in tutte si è parlato dei progetti di cooperazione e in ognuna ci è stato offerto il cibo. Offrire cibo, indipendentemente dalla capacità economica di chi lo offre, fa parte del principio immutabile della sacralità dell’ospite. I villaggi in cui eravamo, sono nel sud della provincia di Kolda, una parte povera del Senegal, confinante con la Guinea Bissau, paese ancora più povero, e sono luoghi in cui la carenza di cibo si manifesta con periodicità quasi annuale. Dipende dal tempo, dalla stagione delle piogge, dall’impossibilità di conservare derrate alimentare senza l’attacco di topi e uccelli e gli altri animali che considerano il territorio altrettanto loro quanto gli uomini. Nella savana il terreno coltivabile viene gestito nell’equilibrio che non può superare un certo limite per fornire legna per il fuoco, assicurare rifugio ed alimento ai predatori, frenare la desertificazione in continuo avanzamento. Non tutto si può coltivare e infatti l’ong 7A con cui collaboriamo, si oppone alla piantagione intensiva di Jatropha per fare bio diesel da esportare, ed invece propone di usare la stessa pianta per radicare il terreno e fare olio da usare sul posto per sapone, autoconsumo come combustibile per preservare legna o altro. Il problema è molto presente, perché il governo tende a dare concessioni trentennali ad aziende, alcune italiane, che pensano di mettere a coltivazione di Jatropha, migliaia di ettari, ripetendo quello che già i francesi hanno fatto, ovvero produrre arachidi destinate all’esportazione, mentre la gente muore di fame.

Capire questo equilibrio di un eco sistema precarissimo, dove non esiste autosufficienza alimentare per gli abitanti di un paese con la stessa dimensione dell’Italia, che è senza montagne ed ha 13 milioni di abitanti, con acqua e terreni fertili, ma anche tantissima savana e deserto che sta crescendo, significa entrare in una delle tante contraddizioni che in Africa sono normalità, perché l’intera Africa, è in realtà il magazzino del primo mondo e come tale non produce per sé, non si arricchisce e finisce nell’indigenza. Superare l’idea dell’intervento sulla fame ed andare verso l’autosufficienza, significa pensare che si possa agire localmente. Con pazienza, cercando di mutare lentamente costumi e rassegnazione verso la coscienza del valore del proprio territorio. Bisogna anche dire che i terreni non sono spesso di proprietà, ma appartengono allo stato e quindi le comunità che li usano  possono essere in qualsiasi momento private di questa possibilità. In Africa ci sono altri parametri, tenderei a dire che è tutto precario, ma è precario per me occidentale, non per chi ci abita e conosce le regole e le tradizioni del vivere. La banca delle capre e quella dei semi sono rispettose delle regole locali, in pratica si inseriscono in un sistema che migliora le sue prestazioni e cambia senza strappi. Come tutte le banche può fallire, quella delle galline è fallita, ad esempio, anche se riproveremo a metterla in piedi, ma ha una azione fondamentale sulla coscienza delle persone che la usano: le rendono protagoniste, responsabili. E’ un passaggio che si inserisce in un mondo che sta mutando con velocità contraddittorie, quasi incomprensibili, nel senso che convive il telefonino con l’infibulazione e il problema non è ritardare l’uso del telefonino, ma eliminare dalle tradizioni, l’infibulazione. Questo passa attraverso la coscienza delle donne del proprio valore. Una cosa piccola come le capre aiuta l’indipendenza economica delle donne, ed è un progetto che cresce, tanto che in una delle riunioni era presente la rappresentante di associazioni di donne di 21 villaggi di confine, oltre 1200 donne, venuta per capire e partecipare alla banca delle capre. E’ bello, fondamentale che questo lavoro si diffonda, che non finisca. Noi possiamo fare poco e molto assieme. Poco perché i nostri contributi sono limitati, anche se crescenti. Molto perché queste persone sanno che ci siamo, che condividiamo con loro lo sforzo di vivere cambiando, che da qualche parte in Italia, progetti comuni crescono.  Sapere che qualcuno mangerà grazie a se stesso, che crescerà bambini con una mortalità infantile minore, che seguirà quel cartello che è presente in ogni villaggio e che vedete nella foto, dà la soddisfazione di fare qualcosa che serve, quindi siamo noi che ringraziamo loro. Questo in qualche modo glielo stiamo dicendo.

p.s. mi è stato chiesto come acquistare una capra. E’ possibile farlo attraverso un versamento di 20 euro sul conto corrente intestato a Gruppo donne ponte san Nicolò, con la causale : credito rotativo delle capre.

L’ Iban è il seguente: IT12 T062 2562 7701 0000000 4258.  Il grazie è anticipato 🙂

Per maggiori notizie sull’ ong, sull’area di intervento e i suoi problemi, consiglio di leggere il sito: http://www.ong7a.org/italiano/2b-kolda.html

 

bevo caffè, alcoolici e fumo il toscano

Tra le tante cose che non sopporto piu ci sono i concerti di capodanno, (plurali perché adesso, oltre a Vienna, li deve fare ogni teatro, teatrino, piazza di paese, fa fino e intelligente, pare). Ma non sopporto neppure la musica classica che comincia a parlare di natale a novembre, la passione secondo Matteo, a pasqua, le major che propongono l’ultimo cd di Lang Lang o Yo-Yo Ma. Non mi piacciono i concerti imbalsamati, con la musica piaciona perché la prima fila o il palco reale, sonnecchiando, possa riconoscerla nella canzonetta che cantava tanti anni fa, insomma non sopporto l’uso distorto della musica per persone che se ne fregano tutto l’anno di lei. Uso il pronome perché, per me, la musica è una persona collettiva, esattamente come la poesia, e va rispettata, considerata, ascoltata. Tutto l’anno, come si vuole e senza occasione, la musica è come la speranza e la razionalità, si esercita ed ascolta ogni giorno. I luoghi comuni anche nella musica, sono perniciosì, illudono gli stupidi e seminano altri luoghi comuni, infine assolvono dal disinteresse e dalla mancanza di intelligenza, e così occultano e devastano.  Per la diretta televisiva, un bel concerto hard rock sarebbe una buona apertura al nuovo, anzi meglio, se spostassimo il concerto del 1° maggio a capo d’anno, qualche milione di persone, tra diretta e presenza in piazza sarebbe felice, parlerebbe di futuro e magari s’incazzerebbe perché è un capo d’anno di qualcosa che, per ora, non promette nulla di buono per lavoro, eguaglianza, possibilità di crescita. Invece si insiste su questa zuppa intelligente, con una coreografia così tradizionale che neppure Zeffirelli saprebbe rendere il tutto, più mieloso e autoconsolatorio, con voci suadenti, che commentano a bassa voce, sempre con le stesse parole: i fiori della riviera, il corpo di ballo, i posti esauriti già l’anno prima. E non potrebbe essere altrimenti, perché non c’è nulla di nuovo da dire e nella sala del Musikverein si vorrebbe far rivivere un’atmosfera morta un secolo fa, ben consci, gli organizzatori, che molto più del nuovo, il ricordo e il malamente sconcluso sono in grado di spillare denaro. Funziona, ma funziona lì e sarebbe giusto lasciarla in quel posto, con tutti i luoghi comuni che si trascina dietro, con i grandi direttori, con il finto scandalo dell’introdurre nuovi brani rispetto al programma canonico, con la sua storia dal 1939 in poi,  con la Radetzkj marsch alla conclusione e tutti che da allora battono le mani a tempo (chissà se si allenano a casa), con la scelta di Strauss jr. che trascinava al ballo, e ridendo portava sfiga mentre la società scivolava verso la guerra e la sua fine. Insomma è una rappresentazione, un’icona che poco ha a che fare con la musica, il futuro e il nuovo che dovrebbe annunciarsi. Peggio, molto peggio, le copie, gli scimmiottamenti che avranno positività locali, forse, ma sarebbe meglio un concerto di zampognari, una banda in piazza, una sciamanica cacciata degli spiriti cattivi piuttosto di far finta che improvvisamente la musica sia importante davvero.

Dopo questa tirata sul concerto di capo d’anno è meglio dirlo : sono una persona a mio modo strana, non medito su quanto fatto una volta all’anno, non ho buoni propositi   conseguenti, continuo a bere caffè, alcoolici e fumare il mezzo toscano, senza eccedere il piacere nella dipendenza. Più o meno come un tempo, e se non sopporto più la fine d’anno e il suo banale inizio, dopo le epoche dei vestiti da sera, dei fifì, dei mantelli, delle bizzarrie che prescindevano dalle ricorrenze, è perché non conta davvero più. E’ solo una data burocratica, che altrove ha forti significati di bilancio aziendale da aggiustare, ma obbligo da rifiutare, assieme al vincolo collettivo di far festa. Dopo il natale, festa dello spirito per i cattolici, serviva un contraltare laico, qualcosa che incitasse alla trasgressione ludica perché non se ne poteva più e l’anno fosse davvero nuovo, come le missae jouculatores del medio evo, i carnevali a parti invertite, ma non è cambiato nulla della pressione di ciò che non va, si è solo dislocata altrove nella società, con gli stessi invariati meccanismi di subordinazione agli interessi di potere. Se la trasgressione è conformismo, che c’è da festeggiare se non c’è cambiamento, se non inizia nulla d’interiore? Questo sarebbe il vero mutare di tempo, quello che supera la confusione del leopardiano venditore di almanacchi.

L’ ottimismo non mi manca, ir- ragionevolmente cambierà, anche il nero impero della ragione dei vincoli cambierà in una nuova ragione delle possibilità.  Se l’anno si sta chiudendo, è solo un fatto burocratico, ma quello nuovo dipende da noi, dalle nostre fortune e dai limiti che abbiamo e che ci poniamo. Tutto assieme. Se posso farvi un augurio, oltre la salute, le soddisfazioni, la serenità nostra e di chi amiamo, è quello di avere passioni. Passioni di quelle importanti, illimitate, bulimiche di crescita. Passioni che facciano vedere il positivo nelle nostre storie. Passioni che prescindano dal piacere fugace, passioni forti e chete, passioni che restano.

E’ quello che auguro a me.

A 4

Col tempo si cambia anche negli oggetti dello scrivere. Adesso il mio formato di pagina è l’A 4. oppure l’ottavo di folio, il pennino preferisce il tratto medio, l’inchiostro grigio azzurro o l’avana. Sciocchezze, si dirà, eppure non tanto, dipende dalla testa credo, dalla disposizione, luogo, destinazione e dimensione delle parole, dei pensieri da scrivere. I formati più grandi esigono fantasia, libertà della mano, lo scorrere senza tema e fretta, ma soprattutto assenza di paura del bianco e del vincolo del contenuto. Nell’A 1 e ancor più nell’A 0, in assenza di un progetto, le parole si aggiungono in un collage di tratti, pensieri, colori, ma serve un tavolo, un posto fisso dove la carta, come fosse un muro, possa restare a lungo ed attendere interventi successivi. Per l’uso “portatile”, per lo scrivere, disegnare, intersecare appunti, ordinare i pensieri, va bene lo spazio medio del 210×297 .

Anche questo spazio, apparentemente conchiuso, consente notevoli libertà. Si può scrivere una semplice riga a metà pagina, contornandola di bianco, si può segmentare di testi ed intersecare di colori e caratteri, si può immaginarlo come una libertà che dalla testa continua sulla materia, quindi senza grandi vincoli.

Nello scrivere preferisco non avere un angolo canonico d’inizio, spesso inizio in alto a destra ad un terzo di pagina, ma non necessariamente. Ci sono dei rimandi, tratti diritti che traspongono verso frasi in altre parti del foglio, se si leggesse con attenzione si vedrebbe il percorso del pensiero che scarta, si muove a salti, poi si riordina. Non bado molto alla scrittura, ha sue abitudini, a volte la guardo dopo e l’osservo come muta con il tempo e l’umore. Mi piace il tratto più ampio, il carattere non piccolo, ma neppure grande, la mano che scorre libera come dipingesse. Ubbie che costano poco, manie. 

Scrivere sul foglio bianco è bello, com’è bello sentire la docilità del pennino, in queste settimane sto usando una Omas, pennino medio, caricata con inchiostro grigio blù.  Le aste delle lettere sono verticali, il foglio è leggermente sghembo, le righe di parole, diritte. Ci tengo alla scrittura orizzontale, penso rifletta come sono verso l’esterno, il nodo interiore dipanato e steso, le asole e le aste senza fronzoli. Non è una scrittura puntuta, è morbida, un po’ gonfia di parole che si aggiungono, ma che si possono scarnificare fino al limite del senso comunicativo. Togliere parole e aggettivi esige eguale impegno del gonfiare le frasi, in realtà il pensiero è lo stesso, solo che a volte serve una caraffa di succo per dissetarsi e a volte basta il profumo di un estratto. Credo ci sia un adattamento progressivo biunivoco, ovvero le parole, le frasi indossano il pensiero e questo a sua volta si conforma, cosicché quello che alla fine ne esce è nuovo, e se si evita la forma come prigionia, la sostanza ne viene arricchita.

Forse.

p.s. dai miei lontani trascorsi chimici, emergono ricordi: la tintura mi piaceva poco. Era aggressiva, con una personalità serva e forte, esigeva un uso, tingeva la pelle e le superfici, intaccava. Quelle poche volte che ho fatto degli inchiostri, la evitavo perché troppo violenta. E neppure le essenze usavo, pur sapendole generose, restavo sul confine tra vegetale e minerale, e i risultati erano incerti, però unici. Ubbie, appunto.

la rotta

E’ uno dei primi ricordi di cui mi resta memoria, segno che scavò un suo posto senza bisogno di ragionare. C’era un muro di sacchi di sabbia  tutt’attorno la cappella degli Scrovegni. Appena dietro, un lago d’acqua enorme, mai più veduto, che invadeva il teatro dei miei giochi di bambinetto. Con mia nonna, aggirammo il parco, passando sul ponte del corso, guardando attoniti, l’acqua invadeva l’intera luce delle arcate, fin davanti al teatro, sulla riva opposta. Di lì si vedeva l’acqua tracimata, il fiume interno che si era creato invadendo prima la “maresana” e poi le mura. Quelle mura avevano retto alla lega di Cambray ed ora erano impotenti, ma io mica lo sapevo, mi pareva così meraviglioso e naturale che ci fosse tutta quell’acqua grigio/marrone con chiazze arcobaleno, che correva ed allungava le dita, invadendo erba e pietra. Sciacquava piano, senz’onde quasi, e correva dove di solito io correvo, riunendosi più a valle, in posti in cui la nonna non mi lasciava mai andare. Era libera quell’acqua, più di me. Di tutto questo mi è rimasta l’immagine fotografica, il senso di stupore e le parole concitate dei grandi. La sera, a casa, la radio parlava del Po, della preoccupazione che era quasi una invocazione, una preghiera: basta, prima la guerra, poi la miseria di questi anni difficili e ancora disgrazie, basta. Non c’erano punti esclamativi, rassegnazione piuttosto. Quella notte il Po, ruppe, tracimò, invase, uccise, spostò popolazioni già provate in un esodo che per molti non ha avuto ritorno. Si riempirono le campagne e le città, di povera gente, donne, bambini, uomini, per lo più braccianti. Sfollati, loro che avevano accolto durante la guerra, chi fuggiva dalle città, erano adesso, erano ospiti d’altri. Si aprì una catena di solidarietà che coinvolse l’intero paese, anche noi demmo qualcosa, tra poveri ci si capiva allora. Per molto tempo la ferità divenne l’incubo annuale delle piene d’autunno. Poi, come accade per i disastri e le guerre, la memoria degli altri rimosse, coinvolta da nuove sollecitazioni e disgrazie, come se ciascuna disgrazia non fosse un problema a sé. Ne sanno qualcosa gli abitanti dell’ Aquila, che anche senza terremoti scompaiono dall’attenzione comune. A sessant’anni da quella che fu la più grande alluvione del Paese non c’è sicurezza che non possa riaccadere, ma forse non è neppure questo il problema maggiore. La tragedia ulteriore è la rimozione dell’accaduto, del dolore e del rivolgimento sociale che ne conseguette. Molti polesani andarono in Fiat, in Falk, nelle grandi fabbriche del nord, molti diventarono altro da sé, spinti da una forza che non aveva mediazione umana e quello che mi chiedo, anche in questi giorni in cui i giornali non hanno ricordato, e solo radio tre, si è cimentata con l’analisi e la memoria, quanto pesi non avere una memoria collettiva che tenga il disastro e la solidarietà, i singoli e la collettività nel nostro essere uomini. Tutti i giorni uomini, non solo quando qualcosa ci tira per i capelli.

Era il 14 novembre del 1951.

il peso

Da qualche parte, a casa di mia madre, dovrebbe esserci una valigia che ricordo da sempre. Fatta di un materiale di un bel colore biondo, rigida, con le chiusure a scatto d’altri tempi, quella valigia aveva seguito mio padre e mia madre, sin dal loro viaggio di nozze di guerra. E la ricordo, pesantissima, da bambino, che d’estate si riempiva di spaghetti, “subioti” e altro, per le nostre lunghissime vacanze al mare, dove non c’era la varietà di cibo della città. C’era una gara, con mio fratello, per portarla su e giù da vaporetti, filovie, treni, poi sarebbe tornata leggera, come i nostri occhi, che si sentivano straniati guardando la casa, le scale, le cose mie e nostre, dopo tanto tempo d’assenza.

Ecco, quella nozione antica di peso, non la trovo più, le valigie hanno le ruote, i portabagagli sono diventati rari nelle  stazioni, negli alberghi il trasporto in camera, spesso, e’ su richiesta. Un campione di platino iridio giace a Sevrès, ma per chi sarà quella sensazione tangibile da palmo della mano? Sono i nuovi abitanti del mondo a circolare con enormi valigie e bagagli. Mani, muscoli, spalle, collo, testa, equilibrio, tutto connesso al quotidiano, ma ancor più alla nozione del vivere. Una nozione che sfugge ormai in occidente, nella civiltà dei colletti bianchi. Mi sono chiesto, vedendo le montagne di bagagli che seguono uomini e donne vicino a corriere, treni, aerei, da dove venissero quelle enormi valigie, quei borsoni a misura d’uomo, nel senso che possono tranquillamente contenere un uomo. La risposta, dalla Cina, e’ parte della domanda, perche questo significa che c’e un mercato compreso da qualcuno, che giustifica una produzione di massa, che esiste altrove una percezione di una realta’ del mondo fatta di grandi numeri rimossi dalla nostra necessita’. E quindi esperienza del reale, che vediamo e non capiamo perche’ la cosa non ci appartiene piu’. In Africa, in Asia, ovunque, ci sono file di persone in cammino, cumuli di fagotti, di scatole, valigie più o meno sfondate, una sensazione del peso che ci e’ sfuggita. Ci siamo gradatamente liberati dal peso per liberarci dalla fatica, adesso e’ la borsa della spesa a dare la misura, e tende a pesare di più, come sempre accade nei periodi crisi: le cose leggere costano di più, mentre il pane, la pasta riempiono e saziano. Gli anziani lo sentono di più per i limiti fisici e per il progressivo impoverimento. E il senso del peso indica la relazione tra popoli ed economia. In questo caso, riflettere sulla fatica si connette alla percezione del mondo, un rendersi conto di dove siamo e come stiamo mutando, noi, qui ed ora. Quasi un tracciare il limite del nostro recinto, culturale, economico, fisico che, nella liberazione della fatica ha trovato la propria ragion d’essere, ma non riflette e perde senso se non capisce che precarietà e peso sono condizioni del vivere e che lì c’è una delle contraddizioni dell’economia eguale.

la dolce tirannia delle parole

Dovevo incastrare le parole nella testa, tenere il minimo lasco tra le immagini, le sensazioni che si accumulavano via via, con le parole che conoscevo, la sintassi, gli accostamenti. Le parole che conoscevo erano il mio mezzo per andare oltre la superficie, far transitare il mio significato. Non con il pretesto di stupire, ma perché era lo sfrido tra parole e senso, il guinzaglio con cui ci si portava a spasso, che doveva essere posto in tensione per ricreare in piccola parte quella tensione-sensazione che si voleva comunicare. Questo comportava tagliare le scorciatoie, i luoghi comuni propri, saturare un modo di pensare e poi abbandonarlo, come se si gettassero via i proverbi, le citazioni troppo usate, pezzi di poesie troppo frequentate ed ormai sterilizzate, gli incipit dei libri, tutto per tenere con gelosia ciò che era stato formazione per metterlo in discussione e farlo lievitare in qualcosa che fosse nuovo e vecchio assieme. Sentivo -e sento- che solo cercando il piacere del significato potevo portarmi vicino a ciò che mi passava per la testa e che altrimenti, lì sarebbe rimasto confinato con il risultato di pullulare, generare circuiti ridondanti, una prigionia interiore senza grido liberatorio. Che poco di quello che pensavo fosse interessante o nuovo, certamente lo sapevo, anzi lo scoprire che qualcosa nato nella mia testa, era anche nato altrove, che le coincidenze fossero così sorprendenti da far pensare una sovrapposizione di teste per un attimo, mi stupiva così tanto da essere ancora più meravigliosa del nuovo. Sentivo di far parte di un tutto più grande, di una comunità che, pur senza conoscersi, da condizioni diverse arrivava allo stesso punto. E che fosse accaduto in passato e così si ripetesse la magia dello stesso pensiero che arrivava alla stessa consapevolezza era altrettanto meraviglioso. Che questo accadesse nella ricerca scientifica mi sembrava naturale, l’oggetto da scoprire era lo stesso e il fatto che gruppi di ricerca ci arrivassero assieme era possibile, anzi quasi una sorta di equità degli sforzi convergenti, ma io trattavo di cose personali, sui sensi che tutti possediamo, senza una particolare intelligenza. Lavoravo sulla mia stranezza, che stranezza per me non era, ma per altri poteva essere e non dovevo mimetizzarla troppo, ma viverla usando più piani comunicativi, uno del lavoro, delle comunicazioni di servizio, e l’altro riservato al mio tempo -che magari libero non era-  ritagliando oasi di significato, di comunicazione profonda verbali o scritte per me stesso e ciò che sentivo. Era inevitabile che i piani si mescolassero e che nel fondersi, le parole diventassero improprie e necessitassero di altre parole per essere spiegate, finché ho accettato che prevalesse proprio il significato e che chi aveva voglia e tempo, capisse e gli altri lasciassero perdere. In questo mi sento un apprendista calligrafo virtuale, che non consegna scartafacci di parole ordinate o di stili, ma che è, a mio modo, l’evoluzione di questo, ovvero colui che usa la parola come un segno che contiene, e il significato, per quanto possibile, coincida con il segno e diventi un ideogramma. Mettere assieme ciò che sento e il contenitore, costringe ad una approssimazione, ma anche ad un ragionamento, ad una scelta che scarta, in continuazione, ciò che meno si avvicina, oppure se il sinonimo non soddisfa doverlo circoscrivere portandolo, verso un nuovo significato, spiegarlo e possedere una nuova parola da usare con circospezione, ma effettivamente nuova. Con queste premesse è evidente che non si poteva parlare sempre a tutti e che il limite del comunicare era chiaro a me, prima che allo sbadiglio degli altri. Ci si fa una ragione di tutto ciò e parlare a chi ascolta, diventa naturale, accettando i pochi. Anche il silenzio accettando, perché è un atto di piccola violenza, il voler comunicare ciò che si sente e non ritenere che per accoglierlo, dall’altra parte ci sia meno, che un gesto di lieve amore, di interesse, di accettazione di un confronto. 

palindromo autunno

Il filare dei platani alza il grigio dei tronchi verso un trionfo giallo e bruno. Le strade dei contadini e dei signori erano piacevoli all’occhio, toglievano il peso dell’andare, almeno per poco. Oggi era il giorno in cui i fittavoli caricavano famiglia e poche cose nei carri ed andavano verso un nuovo podere. La sofferenza si consumava, prima e dopo, nel limite della fame e della fatica prima, nel confronto aspro ed ineguale, che annullava casa, luogo, poi.
La mezzadria, i patti agrari, il bracciantato sono termini che nessun giovane conosce, quelli della mia età li hanno rimossi. In cinquant’anni  un paese agricolo si è trasformato in industriale, poi in generatore di servizi e marchi di moda, adesso non si capisce bene verso cosa vada. Stamattina ero in mezzo alla campagna, all’inaugurazione di un impianto fotovoltaico a terra da 2.7 MW, cinque ettari di pannelli, un tempo ci vivevano due famiglie a grano, vino, orto, pollaio. Non mi piacciono gli impianti a terra, sono solo soldi senz’anima e per giunta, faceva freddo, c’era il vento giusto per il primo raffreddore di stagione. Una classe di ragazzi di un istituto tecnico, faceva folla, interessati ad un lavoro futuro, ma forse meno alla precarietà dei contratti che lo sostengono. Il prete ha parlato a lungo con Genesi e preghiere, la nascita della luce e il fotovoltaico, più stringato e concreto, l’amministratore della società tedesca ha tagliato il nastro. Io pensavo a Olmi e all’albero degli zoccoli e mi parevano fuori posto quei ragazzi, con i vestiti degli studenti di campagna, fatti di strati di felpe da mercatino e calzoni sformati di jeans, con la professoressa giovane, piena di freddo, vestita per altra occasione, non per quel posto in mezzo ai campi, (calza giusta, vestito di lana a pelle e giubbino da bar del pomeriggio), con l’insegnante maschio, incapottato e desideroso di tornare nel caldo di una stanza. Ne ha viste, e provate, abbastanza, lui, per essere scettico sulle promesse solenni della politica, ma soprattutto sa che non dipenderà da lui quello che quei ragazzi davvero potranno fare nella vita. Sono i nipoti dei fittavoli, a loro non è rimasta memoria dei san Martino di famiglia. E’ rimasta solo una data, che qui si festeggia e oggi quanto mai palindroma. Anzi i proprietari dell’impianto hanno scelto le 11, per l’inaugurazione, ora ancor più evocatrice di influssi astrali. Chissà funzioni davvero per questi ragazzi la baggianata delle coincidenze, che nasce da sistemi di misura inventati da ometti che neppure sanno ordinare bene il mondo in cui vivono. Intorno c’è la campagna della bassa, così bella d’autunno che (lei si davvero palindroma e insensibile), si può leggere in senso inverso e lo dice : io c’ero prima e ci sarò anche poi, voi no. Ed io mi faccio travolgere dal pensiero di ciò che è stato, così immobile di stagioni e fertile di mani, il pensiero trasversale di un sistema di numerazione basato sull’11, mi fa sorridere della capacità che abbiamo di entrare ed uscire dal reale. Come fossi davanti al mare di foglie giallo brune di vite e di platano, pensando che qui, in questo luogo, può nascere qualsiasi pensiero, qualsiasi idea che poi righerà il mondo.

P.S. oggi è anche l’anniversario del mio trasloco in questa casa, con il riscaldamento che funziona a mezzo e con l’idraulico e l’elettricista che parlano di schede digitali e di relais, ed io, tranquillamente, penso che tutta questa tecnologia del benessere e del risparmio è più caduca di noi e del nostro bisogno. Ridiamoci sopra, và, che in confronto ad una scheda elettronica, siamo immortali.

ri comporre

Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è già legante. La sento come il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.

Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?

Ricomporre è la conquista dell’interezza, non di un’età dell’oro mai esistita, ma il rimettere assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati. 

Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.

C’è una sensazione bella, molto interiore: prendere in mano, saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso ulteriore che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.

Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza del senso. Non velocità e consumo, ma essere di più, provare con la libertà della lentezza, la gioia della leggerezza.

Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.

Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.

Ricomporre  per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.

librerie

Quando entro in una casa, cerco d’essere poco invadente, ma ho un riflesso condizionato per cui, dopo l’attenzione a chi mi ospita, lo sguardo corre verso le librerie, e poi, più in dettaglio, sui libri. E’ quello che mi attrae di più dopo aver colto il gusto generale dei mobili e degli oggetti, e questi diventano un dato del mio cercare di capire le idee di chi possiede quello spazio, ma l’importante sono le librerie e i libri. 

Credo di farmi condizionare da questo, nel senso che l’ immaginazione corre, mi faccio delle idee sugli abitanti della casa, proprio a partire dalle sequenze e dai titoli, e dai luoghi che li ospitano. Non mi interessa che siano pochi o tanti libri, né la sontuosità o meno delle librerie, ma dove sono, chi li ha acquistati e perché. La mia casa è troppo zeppa di libri e confusa, per essere un termine di paragone, mi incuriosiscono invece i percorsi degli altri. Alcune collane ed editori, mi ben dispongono subito.  Mi piace il formato, il carattere, la carta, le scelte degli autori. Ho un antico amore per Einaudi e Adelphi, per Feltrinelli e Laterza, e poi altri, con alcuni piccoli editori bene in evidenza. Già vederli mi fa pensare bene. Spesso riconosco gli autori e in testa, ho traccia dei libri, per cui mi viene naturale chiedere, dimostrare la curiosità che realmente ho. Non di rado mi sbaglio sui percorsi che hanno portato ad acquistare un libro, o tenerlo dopo un regalo ed è un piacere sbagliarmi perché, dal racconto dell’ospite, apprendo motivazioni sulla ragione del leggere che non sono le mie. Trovare quanto c’è di comune e di differente nel scegliere libri, dice molto di noi. Noi siamo quello che leggiamo e se non leggiamo nulla, non è vero che non siamo nulla, anzi, ma siamo altro, apparteniamo alla, non piccola, schiera dei non lettori che vivono, amano, lavorano lo stesso. Però penso che chi legge abbia qualche circuito mentale diverso, che debba esercitare di più la capacità di immaginare e di essere altrove, e che tutto questo porti al relativo del conoscere più mondi coesistenti.

Ci sono persone che leggono moltissimo e non conservano libri. Le loro librerie sono essenziali, tengono solo ciò che non si può considerare letto mai appieno, a volte anche questo scompare in qualche furore sull’importanza dell’utile, dell’oggetto. Tanto ciò che è importante si ritrova, dicono.

Altri come me, considerano i libri un flusso, ne hanno molti più di quelli che riusciranno mai a leggere. In un flusso le particelle scorrono, non si preoccupano molto di preordinare, sanno che hanno una direzione. Per questo chi pensa ai libri come ad una componente del vivere ha librerie che si susseguono, e l’attenzione del disporre (non c’è un ordine apparente), è spesso geografico-mentale. La necessità e sapere, pressapoco, dov’è un libro per poterlo ritrovare, per approfittare della sua amicizia e sicurezza, perché ci ricordi il motivo che ci ha portato a sceglierlo. Il motivo è una possibilità, un dialogo che è iniziato ed è rimasto sospeso. Potrà continuare, continua a sollecitare anche senza leggerlo a fondo. Gli scaffali, sono librerie obese, solide ed essenziali perché devono contenere, spesso poco pretenziose. Ciò che ha portato a costruirle o ad acquistarle era il libro, non la stanza che doveva tenerle che diviene funzione della libreria e non il contrario. Del costruire librerie ho esperienza, credo comune a molti, ma questo è altra parte del rapporto con il libro, che quasi sempre si abbandona con il benessere economico riservando ad altri il compito di raffigurare i nostri pensieri e desideri di raccoglitori. Ne parlerò in altro momento di questa fase della vita, perché lavorare con il legno mi ha insegnato molto.

Spesso vedo case in cui le persone amano in maniera ordinata il conoscere, incasellano il sapere. Hanno studi solidi, sono specialisti, parlano con forza e competenza. I libri sorreggono il lavoro, sono una finestra e un legame con chi condivide gli interessi. Non importa quale sia la specializzazione, ma la curiosità è sempre limitata dall’utile, considerano molti libri un perditempo, il romanzo o la poesia diventano essi stessi funzionali alla passione principale. Hanno librerie forti di persone forti, che si alzano con sicurezza da poltrone in pelle e prendono il libro giusto. Cercano poco e poi il dito indica: vedi, è così! 

Ci sono case con un rapporto equilibrato con il libro, sanno vivere e lo frequentano per il piacere del contenuto, non eccedono, acquistano ciò che leggeranno, sanno che la vita è molto fuori del leggere. E il leggere in questi casi fa parte, non è il principale interesse, ma c’è, è importante tanto da trasmetterlo ai figli, da farne oggetto di discorso. Le librerie hanno il loro posto, non sono invadenti, ritrovano il ruolo di contenitore. Se guardo le scelte, vedo immediatamente l’interesse definito, che sia la narrativa dei momenti che si sono succeduti nella vita, oppure la poesia che suona bene, mi riporta ad una visione tranquilla del vivere, dove la curiosità è educata, contenuta.

Lascio perdere il libro e la libreria arredo, purtroppo dicono molto e subito. In questi casi cerco di capire oltre l’apparenza, se poi l’interesse non c’è è meglio parlare d’altro. 

Queste sono poche parole sulle mie idee del rapporto libri, librerie, persone e sul tema potrei scrivere un discreto – per pagine, non per contenuti- volume. Si avrebbe una mappa dei miei pregiudizi e storture, molto vicina alla realtà, ma ciò che mi interessa rappresentare qui, adesso, è il fascino che su di me esercita l’ordine nel tenere libri. Mi parla direttamente e devo dire che ancor più mi racconta e prende, il disordine e l’abbandono, la confidenza intima che emerge dall’abitudine, il rapporto automatico, non filtrato dall’apparire, della persona con il libro. E’ il mostrarsi impudico  che mi attrae, il prossimo leggere, l’ultima consultazione, la sottolineatura e l’equilibrio precario dei libri in attesa. Se poi apro un libro,ma per educazione, lo faccio poco in casa d’altri, la testa inizia ad immaginare e connettere ulteriormente. Qui mi fermo, non mi devo mostrare troppo curioso e scortese,  e torno a chi mi ospita.

Se c’è interesse reciproco, ci sarà tempo per parlarne. 

piccole felicità

Trieste ti prende le braccia, da dietro come in gioco di ragazzi, e ti taglia l’urgenza del fare. Ti prende il cuore, non ascolta le tante inutilità che vorresti dire, e ride, mentre risale alla testa e ti muta i programmi. In cambio t’investe di sole, di vento, di profumo di cipresso e di platano potato, di erba alla soglia del mare, di terra, di falesia, di sasso e ancora non finisce di stupirti. Solo i pesci guardano muti tanta profusione insensata che ancora non si ferma e posa.

Dal molo Audace si vede intera piazza Unità, un anfiteatro di palazzi che si fida del mare, che accoglie chi arriva. Dovrebbero attraccare qui le navi, come un tempo, ma non quei mostri multipiano che in ogni porto abbandonano in città, l’equivalente degli abitanti di un paese. No, dovrebbero attraccare  i piroscafi, le navi svelte di una volta, quelle piene di speranza, e non di noia, e fargli scendere piano i passeggeri per dare, intera, la sensazione del suolo che si ferma. Fargli sentire le gambe che hanno voglia di correre, e spingerli a lasciar liberi gli occhi, di scorrere sui marmi e sulle pietre della riva, perché ognuno abbia la sua personale meraviglia. E poi fare una corsa dal molo fino a piazza Unità, senza sentirsi ridicoli, ma felici del sole, di tanto essere uomini in sé, in questo luogo, che è qui e altrove. Come in ogni mare, perché senza essere pesci è il mare che ci unisce. 

Cammino. Lastricato, palazzi, tavolini e caffè all’aperto. Respiro. Cammino.

Respiro soprattutto, il savor di salso, di casa, di buono, di attesa, di pomeriggio, che si stende pigro e promette. Sul mare, tra la marittima e il molo, i canottieri vogano veloci e ridono di mille sfide.  Dall’altra parte, il porto vecchio. Sorgeranno nuovi quartieri, abitazioni, grandi negozi, una nuova città davanti al mare. Smonteranno e demoliranno tutto il possibile, ma speriamo lascino una gru di banchina, una di quelle alte, che finiscono in un becco e sembrano un grande uccello posato tra le navi. Se non per altro dovrebbero lasciarla per ricordare il lavoro, la testa dei costruttori di un tempo, il passo ondeggiante dei facchini, l’odore lontano della merce che arrivava.

Magari davvero la lasceranno davvero. Il sole illumina il porto, le fabbriche, le case, ma soprattutto il mare e il cuore si apre e mi commuovo. E penso alla libertà, al senso del tempo, a ciò che mi e’ stato dato e che spesso mi sembra un fardello. E improvvisamente sono felice di essere qui, in questo tempo.