lavorare a casa

Il lavoro è anche un luogo dove si vive, dove andare, con abitudini e regole. Tutto questo lo sa bene chi il lavoro lo perde, oppure ne esce. Allora la casa, l’assenza di orari prefissati, il non avere un fine definito al fare diventa straniamento, fallimento del sé.

Anche l’uscita da un lavoro, la rideterminazione di uno nuovo o ancor più la pensione generano sensazioni sono simili, eppure differenti, ad esempio nel caso della pensione in parte la questione economica legata al lavoro è risolta, e in comune con gli altri casi restano i nuovi impegni da costruire, il tempo da usare convenientemente. Comunque anche la pensione è un ritorno a casa.  Ben lo sanno le donne che si vedono ritornare quest’uomo, che non conoscono durante il giorno, della cui presenza non sono abituate e di cui non sanno ben che fare.

Credo che per l’uomo la casa abbia una funzione diversa che per la donna, naturalmente fatte le debite eccezioni, è un luogo da cui uscire più che un luogo in cui stare. Per non pochi uomini sembra che la casa sia un limite, un luogo essenzialmente di riposo notturno e di lavoro manutentivo, che con difficoltà viene vissuto come il proprio “luogo”, magari per ozi piacevoli. Una fantasia che apparteneva molto alla generazione del posto fisso, attribuiva all’età della pensione la funzione del riposo e della saggezza per aver molto vissuto e visto e lasciava a quel tempo il compito del fare ciò che si era a lungo rimandato, adesso la riforma Fornero toglie la fantasia spostandola troppo in avanti in una realtà fatta più di stanchezza che di nuova età del vivere. Comunque Fornero o meno, non è così, ciò che non si è fatto era in realtà il sogno di una vita altra, un universo possibile che ha vissuto senza di noi quando si sono fatte altre scelte. E la pensione non è una vita altra o almeno, non è quel rovesciamento di opportunità che si pensava perché la testa fatica a mutare e il tempo è la prosecuzione di quello precedente da ricomporre e a cui dare un nuovo senso.

 

fine agosto

La città, al ritorno estivo, si mostra intorpidita. Alcune cose lasciate a mezzo attendono, ma il caldo permane e le giustifica: potrebbe essere luglio con il tempo dell’estate ancora nuovo.  Così non si bada troppo al lavoro sospeso nel corso, all’ arsura, lasciata alla partenza, delle piante nel vicolo, al bar ancora chiuso. Più in là l’edicola davanti al bar ha riaperto, ma è spoglia di copertine recenti ed attorno s’aggirano persone lente, almeno così mi pare, che camminano sotto i portici in cerca di fresco.

Eppure qualcosa sembra sul punto di iniziare, forse è solo una proiezione d’un bisogno. Sono convinto che, distante, altre braccia si stiracchiano e rientrano in città, altri occhi vedono le stesse cose e chissà che pensano dei loro vicoli ed abitudini appena smosse dal caldo d’agosto e dai giorni senza impegno. Delle mie vacanze “intelligenti” d’un tempo non ho nostalgia, e se accumulavo stimoli per il resto dell’anno, adesso semplicemente mi riposo e lascio scorrere i pensieri, gli “stimoli” arrivano anche così, solo che sono più inattesi.

Mi sembra ancora presto per dire che è finita l’estate. Sarà che attorno, nelle cose usuali, ancora un po’ estranee, il leviatano del lavoro, delle urgenze, delle incombenze autunnali, non s’è risvegliato appieno, è ancora torpido e mi guarda interrogativo, quasi non mi conoscesse.

Buon ritorno ai viaggiatori, facciamo che l’estate buona continui dentro e fuori di noi.

recensione

Delle 342 pagine se ne possono togliere almeno un centinaio, il romanzo perfetto, senza ambizioni di eternità, dovrebbe stare sotto le 250 pagine. I personaggi? Francamente troppi e si mescolano troppo con le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. La scrittura è nervosa, spesso indecisa, chiusa in frasi corte, a volte cortissime: è ghiaino che scricchiola sotto i piedi. E’ impossibile muoversi in questa storia, che poi sono molte storie intrecciate, smozzicate e lasciate spesso all’intuizione, senza far rumore. Quindi ghiaino e passi nel buio per il lettore che procedendo non capisce più se il rumore dei suoi pensieri-ghiaino, faccia parte o meno delle storie del libro. Questa è la cosa curiosa e, a mio avviso, di maggior pregio, ovvero un attrarre-respingere continuo del lettore. La mia copia è alquanto ammalorata perché ho interrotto, buttato il libro, anche materialmente, e poi l’ho ripreso, più volte, spinto da una curiosità pettegola su come voleva andare a finire. No, non bastava leggere la fine, o a tratti all’interno, serviva immergersi in un guazzabuglio tenuto lessicalmente assieme da un editor di rango, il vero autore del libro, ed è il cumolo di parole che generano fili di possibilità ad essere attraenti, non i personaggi mal scavati, privi di spessore, nessuno memorabile. La quarta di copertina dice un sacco di bugie, ma questa è una costante, mai fidarsi della quarta e neppure del colofon, alla fine se sarà il libro del mese o dell’anno, saremo noi a deciderlo. Questo, ha vinto anche un premio, e allora? All’editor dovevano darlo il premio, ma ai manovali nessuno pensa mai, ai più basta abitare la casa.

Insomma storiettee, raccontini cuciti con fatica, e non senza fatica si giunge alla fine, resterà un’impressione di orecchiato, di aver sentito qualcosa che prometteva molto e si è risolto nell’ennesima occasione sprecata.

Giunti all’epilogo, vi ripeterete: anche questa è fatta, adesso basta. Ma non vi ha obbligato nessuno. Ricordatelo la prossima volta.

p.s. mi chiedono spesso di scrivere una recensione, eccola.

scegliersi il giudice

Per eccesso di fiducia, scarsa valutazione od improvvisazione, non di rado nelle relazioni (trascuro i fatti d’amore che hanno altre implicazioni) ci si espone al giudizio di persone inadeguate. A giudizi che non accetteremmo mai in condizioni di parità.

Una partita a scacchi o qualsiasi gioco che metta in moto l’intelligenza e non abbia il solo schermo della fortuna, ha un momento in cui si ha la misura di sé. Se allora la somma delle nostre inadeguatezze è eccessiva, l’intelligenza ci porta a subordinarci per debolezza, spesso a giustificarci. Questo lascia un fondo amaro dove, non tanto il giudizio dell’altro, ma noi stessi ci giudichiamo inadeguati alla situazione e lo sappiamo ben più di chi abbiamo messo in posizione di superiorità. E’ la consapevolezza che abbiamo affrontato un rapporto senza la necessaria preparazione e ci siamo inutilmente esposti. E c’è un bel dire che la prossima volta si farà meglio, resta un bruciore che affonda nella considerazione di noi inutilmente ferita.

Se proprio ci serve qualcuno che ci dica i nostri limiti, è almeno necessario scegliersi il giudice e stimarlo quel tanto da sentirne l’incitamento a migliorarsi. Un buon giudice sarà intelligente ed amorevole, giusto ed equo; questo è quello che dovremmo cercare per sentire che siamo sì sciocchi, ma valiamo pur qualcosa.

Oppure, come Bertoldo, conservare almeno la discrezionalità dell’albero a cui impiccarsi.

matite

Mi piace temperare le matite, sentire l’odore del legno e della grafite: è il profumo delle vecchie cartolerie della mia infanzia. Ce n’era una vicina a casa, minuscola, un buco alto e pieno di scaffali con la carta, gli inchiostri, le matite, le file di colori esposte.  Andavo il pomeriggio, anche con una scusa, e m’incantavo a guardare le matite colorate e a pensare a tutti i disegni che contenevano. Dietro il banco, altissimo, c’era una signora, che a me sembrava bella oltremisura, come la maestra, alta, signorile. Sembrava in attesa che le servissero il the, e intanto vendeva, non i quaderni, ma i disegni colorati e le parole che si potevano scrivere. Quelle belle, nuove parole, che a fatica leggevo nei libri e poi compitavo nei quaderni.

I quaderni avevano la copertina nera, una pagina di frontespizio e poi le righe, sottili, azzurrine; le lettere formavano le parole, con sforzi sovraumani, si costringevano in quei binari, andavano a capo, si tenevano serrate o larghe come bambine in cerca di girotondi. Era un apprendistato ad una facoltà che, miracolosamente, metteva assieme quello che si formava sotto i ricci con la realtà e, pensa un po’, restava fermo, anche dopo che i pensieri erano andati, pronto ad essere riletto, rivissuto. 

Non ho più smesso. Da sempre mi piace scrivere con le matite tenere, sentire il taglio netto del temperino, vedere la scia di grafite che scorre veloce sulla carta. Se tengo stretti gli odori del passato è perché mi piacciono adesso, non rimpiango nulla, ma farei un profumo che odora di cedro e grafite temperata, lo chiamerei graphis, oppure mots, od anche lettere. Ne metterei poco sul collo e sulla punta delle dita, e lo annuserei per scrivere nel pensiero.

In silenzio, guardando dentro e fuori, quando l’aria è dolce.

la vita sobria

Il cuore degli uomini, temo, dev’essere in continuazione fatto, confermato. E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre, ma senza trarre subito dinieghi, pensate a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine, quanto si misura con tempi che non sono nostri e che neppure, forse, vorremmo, e quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno necessario e costante. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia arrogante, ad una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze di questa ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere, sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che mette priorità, un prima e un dopo, valenza nelle persone e nelle cose. Ed in questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano. Forse il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che s’è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo, e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua, e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

limes

Non si tratta d’ uno scarto improvviso, d’ un colpo di polso sul volante che sbanda e poi raddrizza, ma d’una lenta deriva verso il ciglio, corretta in continuazione eppure attratta da questo.

Frequentando il limes, lo fanno in molti, si sente l’odore del vuoto, dolce e pungente come l’ozono, che è simmetrico a quel piccolo vuoto interiore dove qualcosa se n’è andato, s’è disperso per aria. E’ accaduto indietro nel tempo, prima, cosìcchè non se ne può sentire il profumo, ora. Si può pensare a com’era, immaginarlo, e lì ci pare d’averne ancora traccia addosso. Ma è andato via qualcosa d’importante, lo sappiamo, come aria da un pneumatico forato che pian piano s’affloscia, e sente sempre più le asperità del correre e della strada e devia dalla veloce linea che si pensava sicuramente tracciata.

Guardando indietro, si trova la ragione, ma essa soccorre poco, è causa di quel piccolo-grande vuoto, non rimedio. E questa consapevolezza crea l’attrazione verso il limes, come a volerne spostare il confine, mantenendo una vita in continuità, solo un poco mutata. In questa percezione d’una estensione del solido sotto i piedi s’immagina che, prima di tornare indietro, ci sia un altro passo per andare avanti (che è invece follia, ma quale contraddizione d’immagini, l’indietro come necessità del procedere) e si possa avere esperienza d’un vuoto maggiore che non impaurisce, perché catatonicamente lo si guarda e se non ci si getta in esso è solo per indifferenza, e per un piccolo, esile, filo rosso che ci racconta di nuovi aspetti di quell’assenza già stata, come se fosse il ricordo ad essere ragione, a farci tornare, e di nuovo andare e dare speranza.  

Tornare è andare innanzi, trovare una ragione forte che non mantenga sul limes, perché lì non è vita, è solo odore di rischio, di emozione per essere vivi.

il piacere

Il piacere finisce, è il suo limite. Ha bisogno di filo di ricordo per essere ricucito, è cornice e non quadro. Non resta nulla, neppure il ricordo se qualcosa non lo lega a noi. Quando mi viene detto che ogni lasciata è persa, non capisco cosa si sia perso. Semplicemente si addiziona, ma la somma è polvere con il tempo. E diviene ripetizione, abitudine, ha bisogno di variare, sperimentare, cercare, mentre si esaurisce nell’abilità. Anche quella, infine, ripetizione.

Ho bisogno di aggiungere senso, altrimenti mi perdo nei miei pensieri, ad ogni pulsione ho bisogno di aggiungere senso e so che è una contraddizione in termini, ma a che mi gioverebbe essere uomo senza saper gestire, e crescere, sulla contraddizione.

il senso del menare il can per l’aia, ovvero Enigma vs Colossus

Difficile e predittivo l’inizio, diceva la mia insegnante di lettere, poi il resto è opera d’artigiani del pensiero logico. Ed io facevo inizi folgoranti, salvo poi seguire le mie fantasie per pagine tortuose. E’ questione di pazienza, le dicevo, se si legge abbastanza magari non si coglie il senso dello svolgimento rispetto al tema, ma quello della testa, sì. ( Non mi pareva vi fosse eccessivo interesse per la mia testa). Mi consolavo, pensando che le migliori cose sono quelle fuori tema e visti gli insuccessi del folgorante, ero passato all’inizio ansante, quello che sembra un cagnone fermo un poco enfisematico, un inizio senza corsa, fatto di pennellate rapide, convulse, come se il passato fosse davvero già avvenuto, mentre chi scrive sa bene che il passato è davvero avvenuto solo quando lo si è scritto, prima è una sequenza di fatti, di frames a cui non essendoci un filo logico (il filo è sempre nel futuro, perché lì si capisce cos’ è accaduto davvero), solo la logica delle parole può dargli un senso. Insomma io scrivevo storie che promettevano molto e poi menavano il can ansante per l’aia. Non mi capiva nessuno, neppure l’insegnante di lettere, che pure mi elargiva bei voti d’incoraggiamento e mi diceva, ma cosa volevi davvero dire? Io facevo il misterioso, alludevo, le parlavo della festa della sera prima e di quella della sera dopo, così lei capiva che ero festaiolo e un pochino m’invidiava, perché diceva, bella età, ma poi i nodi vengono al pettine. 

Ecco questa dei nodi che vengono al pettine mi è sempre parsa una partenza fulminante, per niente scontata, perché per me era il pettine che veniva ai capelli, ammenocché non essere un aspirante milite e mettere il pettine fisso e la testa mobile per pettinarsi. Faccenda questa dei nodi anche un tantino pericolosa, io avevo i capelli ricci e i nodi si scioglievano passandoci le dita aperte, ma forse si trattava di nodi più difficili e dolorosi rispetto ai miei, e se per caso cadevamo nella configurazione topologica gordiana, la cosa diventava critica, un qualsiasi Alessandro il grande, con un colpo di spada scioglieva il nodo, ma si sarebbe fermato a tempo? Ecco, queste cose mica le potevo spiegare alla mia insegnante di lettere, al massimo potevo dirle che il pettine Alessandro non mi piaceva e subire il rischio che ancora una volta lei non capisse nulla di quell’allievo che molto prometteva e nulla manteneva,

Fu così che determinai da allora che in ogni storia che si rispetti, anziché mettere in premessa ciò che poi sarebbe venuto, l’inizio sarebbe stato un parlar d’altro, e che il senso l’avrei criptato e nascosto tra le  frasi del testo successivo. Pezzetti d’una storia che non finiva in un comporre chiuso, ma diveniva una sciarada che continuava a svolgere il suo senso. Devo dire, sommessamente, per chi avesse capito l’andazzo linear circolare dello scrivere, che mica ne posseggo la soluzione, al massimo ne intuisco il divenire. Turing, genio assoluto e co inventore con Newman di Colossus, la macchina per decrittare i codici che i tedeschi creavano con Enigma, mi avrebbe sputtanato in un attimo e m’avrebbe raccontato per filo e per segno la storia, quella che ancora non so come vada a finire, ma la mia insegnante non era Turing, era bella e discuteva volentieri, per questo perdeva il filo del discorso. L’avessero saputo i nazisti, l’avrebbero utilizzata subito, non si sarebbe capiva molto del messaggio, però era un bel vedere. Lei spiegava benissimo, molto e d’altro, ma chi m’affascinava era Gadda, chi volevo essere era Boccaccio, per via degli ormoni giovanili applicati alla letteratura, entrambi mi sembravano perfetti.  Glielo dissi, lei mi rispose che c’erano altre sorprese nella letteratura. Non le credetti che al 78%,  finché non scoprii Calvino. Lui non lo sapeva, ma alla stregua di Borges e della riscrittura del Don Chisciotte, la lezione di “una notte d’inverno un viaggiatore” io l’avevo già svolta, solo che non l’avevano capita.

Il segreto si nasconde nei dettagli, parimenti al buon diavolo, oppure nella pancia dove sembrano dormire le parole, e il rasoio di Occam serve a far la barba, l’inizio è solo un inizio a cui se ne sovrappone un altro, così in sequenza perché se è vero che se si vuol sapere dove vuole arrivare questo scemo (Totò), ci sarà sempre uno che capisce e dice: ma mi faccia il piacere (idem).

chissà se ho chiuso il gas e altri 100 modi per tornare sui propri passi

In attesa della perfezione d’un recinto, un quadrato di novanta caratteri di larghezza e quaranta cinque righe d’ altezza, torno sui miei passi. Verifico con minuziosa attenzione ciò che non vedo, mi pongo domande urgenti del tipo, ho chiuso il gas? e la porta, ho poi chiuso la porta? Come se dei gesti, delle abitudini, divenissero magia di scongiuro: la sicurezza, il tenere gli affetti, il conservare integro il me, e che per un gesto, di ciò che è, non restasse traccia, perché una vita nuova si fosse rappresa in una fobia che parla d’altro.

Basta scrollare il capo, scavalcare con lo sguardo il momento, per sanare un pentimento e già la vita si ricompone ordinata, come un caleidoscopio in cui, non il disegno ma,  il colore diventa importante. (e qui vorrei che le parole cadenzassero, acquistando il ritmo loro di battuta, staccate ed eguali scendessero nella tua, come nella mia mente)

Trattare le paure con paure più piccine,

scomporle in singole perle, fidando che la collana potrà riprendere splendore,

inseguire l’idea che le cose, come le parole, possan divenire scabre;

non definizioni di vocabolario, ma duri pezzi di bambou pronti all’uso d’astuccio.

Fibra che s’addensa. Non fa così la vita? S’addensa,

in qualche sfera che c’appartiene e non si condivide davvero, se non per lucentezza

e preziosità, sapendone difficile il racconto del suono nel rimbalzare, il suo correre veloce, l’essenza di luce e madreperla dura e fragile,

così che un bicchier d’aceto potrebbe dissiparla per farla definitivamente nostra.

E a che servirebbe allora, aver bevuto l’essenza? se tutto si riduce a fisiologia di desideri, scariche di liquidi ed ormoni,

dov’è la preziosità nostra? Lo dico a te, essenza di conoscenza,

che non sai trattenere e dissipi pensando che sia questo il modo di fuggir la morte che t’ impaurisce,

te che non credi d’essere eterna e percorri di corsa ogni parete di stanza.

Non sono le stanze tue, forse ricordi di ciò che non sei? di ciò che vorresti essere e mortifichi

in tratti ben più semplici di vita?

Mi viene in mente che solo gli scolari negligenti non cessano mai d’essere tali e quella sensazione di colpa per non aver appreso a tempo debito, li accompagna e spinge a sapere e mai accontentarsi. Ed al tempo stesso hanno sensazione che la loro inutile fatica riempia le vite, ma dia loro una continuità che ammette l’eterno. Nel finito l’eterno, nella fobia la paura d’altro, nel tornare sui propri passi il sentore di miele amaro che rivede ciò che è stato, ciò che potrebbe essere, ma non ciò che sarà. La fobia e il vivere disordinato, il desiderio d’ordine, di sequenze accoglienti, di punti fermi e bricole a cui attaccare la propria barca e la prigionia d’un mare dove la terra è sempre in vista.

C’era un inizio fulminante, poi il romanzo m’ha condotto altrove, lo so, lo ricordo eppure non sapere cosa sia stato meglio, mi consente d’andare, d’avere altre possibilità, di mescolare  la permanenza dei sentimenti con la mutevolezza del vivere.

Così mi sovvien l’eterno andare, e la certezza che porta mia è chiusa, che nulla verrà di me sottratto ch’io non voglia, si riposa nella sensazione di pace del riaprirla.

Gesto bello e salvifico del tornare.