Destino?

Tu, fedele al buio che ti porti appresso, perché avresti dovuto essere diversa? Stessi modi, stessa sequenza. Forse per sentirsi, accettarsi, perdonarsi, non fare domande e affrontare un nuovo dolore di se’, meglio confondere le acque, attribuire ad altri la propria stanchezza, la paura di non essere amati. Rovesciare le situazioni finché l’immagine allo specchio si confonde. E poi sentire che e’ una nemesi che si compie. Ma dov’è stata la colpa? E chi l’espiera’ assieme a te? Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma e’ diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché sia diverso. E’ solo più difficile perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati. La lotta con il daimon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed e’ fatica muoversi. Tu non lo fai, attendi, e come sempre pensi sia il tuo destino. Verrai solo tu a questo appuntamento vuoto e ancora non ti riconoscerai.

inutili fedeltà

Noi siamo il nostro destino ed esso comunque giunge a compimento, ma è diverso accettarlo supinamente oppure lottare perché esso sia differente dall’apparenza. In entrambi i casi interagiamo con esso e ciò che si produce è un poligono di volontà che genera situazioni, fatti, realtà.

E’ solo più difficile esserne consapevoli sino in fondo e trovare l’energia necessaria perché non tanto l’obbiettivo, poca cosa spesso, si realizzi, ma perché ci sia la coincidenza di noi con l’azione, o con ciò che avviene. Quindi il conformarsi al caso è un agire conformandosi a sé, accompagnati dalla coscienza di noi stessi: essere nella corrente e gestire la nostra direzione conformemente a noi.  Perché la diversità ci rende differenti, ci toglie l’alibi delle abitudini e del conosciuto e soprattutto ci estrae dal bozzolo della predestinazione in cui noi, non il destino, ci siamo ficcati.

La lotta con il daemon apparente ci spinge avanti verso quello profondo. E’ movimento ed è fatica muoversi. 

Se non lo si fa, se si attende e si pensa sia solo il destino a governarci, cosa resterà di noi? Come ci assomiglieremo davvero? 

Verrai solo tu a questo appuntamento,

vuoto di te,

e ancora non ti riconoscerai.

 

 

 

 

vite semplici e vite complicate

SAM_0491Il mondo è semplice, i sentimenti sono semplici, noi siamo complicati. Ovvero siamo complicati perché non vogliamo che la semplicità si manifesti, perché siamo combattuti tra ragione e desiderio, perché il compromesso consente un equilibrio e soprattutto rinvia una scelta. Infatti la semplicità esige una disciplina che passa attraverso un scegliere e uno scartare, più che aggiungere. E invece le vite sono additive. Aggiungono complessità. Così sembra dolce il sapore di ciò che si decompone perché lasciato, mentre è amaro il sapore della linfa della scelta.

Cos’è la purezza primigenia se non la semplicità della scelta, anche, e quando, questa passa per il dolore della rinuncia, solo che nella purezza, in realtà non si lascia nulla perché tutto è reversibile, tutto può ricominciare, ma noi abbiamo assunto il tempo cronologico nelle nostre vite dove nulla ricomincia e tutto si somma. Questo vale anche per i sentimenti, naturalmente, dove ciò che viene dopo non è un prima che rivive, ma il perenne, eterno nuovo che riassume per suo conto il precedente. Forse per questo scegliamo le vite complicate, cerchiamo un’innocenza che è rispetto di regole, quando essa in realtà non ne conterebbe alcuna se non il seguire il vivere e il considerare che la colpa ( altro concetto cronologico che si somma) non esiste finché non viene vista e conosciuta da altri. L’innocenza così è semplice perché non ha un prima e un dopo, non complica la vita, si alimenta del presente è ha un futuro totalmente da scrivere, intonso, ma non è possibile perché esiste il controllo sociale e la colpa, così dobbiamo accontentarci. Per tornare all’età dell’innocenza si deve riconoscere un giusto condiviso, la scelta che ci fa vivere nell’approvazione e allora la vita semplice diventa un desiderio tra vite possibili che cercano di complicarsi il minimo necessario.

tre scalini

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Non è il bere ma il luogo. Passati i tempi in cui ci si imbastardiva di chiacchiere e vino, di spritz a cui seguivano prosecchi per poi finire nel rosso, perché il rosso pulisce la bocca e allora mangiamo un’acciughina e poi un bianchetto. Finiti. E se sono finiti bisogna prenderne atto. Anche il camminare adesso è footing o tapis roulant, gente che corre in mutande griffate, ma sempre mutande sono. E sono criceti o topi, similia similiantur, i pod, musica nelle orecchie, telefonino e corsa, prima erano vasche, ragazze, parole buttate da un marciapiede all’altro, allegria, insieme, risate, battute. Basta, finito!

E’ il posto non il bere. E il bel vedere umano e di pietre che fluisce attorno. Pieno di giorno: psicologia e ingegneria alimentano flussi alla Escher. Chissà dove andranno, entreranno, usciranno, ascolteranno, con i patemi d’animo di necessità, le pulsioni di necessità, gli slanci di vita di necessità. Ecchè è una condanna l’università? Poi la sera è diversamente pieno (cioè pieno con diversi, ché mica sono sempre gli stessi), solo perché e’ un bel stare, passare, andare. Credo che passare sotto la porta sia benefico, visto quanti vanno e tornano. Perfino la scalinata del porto ha sempre ragazzi che parlano, amoreggiano, bevono. Eppoi si mischiano con i docenti, con i congressini dove finite le relazioni fa figo bere all’italiana e tutti parlano inglese, ridono e s’annoiano da morire. Si mescolano con i fancazzisti come me che passano, si siedono e fumano mezzi toscani, con i tossici, gli spacciatori (adesso pochi, chissà dove sono finiti), quelli che arrivano in barca remando alla veneta, attraccano e vengono a bere e poi se ne vanno chissà dove, quelli che studiano in disparte e il mondo non esiste, quelli che discutono di fisica e si prendono a male parole sulle baggianate delle pseudoscienze, sullo spiritualismo, sulle religioni, sulla filosofia e trovano un accordo sulla musica, mentre si fanno un rosso e un prosecco, quelli che chiedono quanto costa uno spritz e intanto ti scroccano da fumare, quelli che fumano e non hanno mai da accendere, quelli che si prendono le pizze alla focacceria e il vino al bar, così si spende meno, quelli che sbarcano dal Burchiello e sono rintronati di sole e tompegane e non sanno più dove sono e vagano in gruppo tutti soli, quelli che cercano un ristorante e finiscono dai cinesi, quelli che sono lì per il concerto due ore prima, quelli che le zanzare e ‘sto cazzo di comune che non fa niente, quelli che si fanno la birretta, poi lo sprizzetto, poi il bianchetto, poi il rosso, poi il tramezzino, poi non c’ho fame e mi gira un po’ la testa, quello che vende il pop corn che nessuno compra ed è vestito di bianco come un gelataio, quelli che si sono laureati e cantano dottore dottore del buso del c.., quelli che gli hanno fregato la bici e vengono a vedere  le occasioni al volo, quelli che vorrebbero stare quieti e per i fatti loro e hanno proprio sbagliato posto.

E poi c’è Julija che fa gli esami per fare la psicologa terapeuta e tutti facciamo il tifo per lei, Julija che fa uno spritz buono e carico di bitter che due sarebbero troppi, ma il troppo non stroppia, Julija che parla dell’olio di canapa e dei suoi benefici effetti e tutti capiscono altro, Julija che sorride mentre dà la seconda dose di patatine, Julija che canta ma mai al bar, Julija che viene da distante ed è di casa, Julija che ti chiede come stai e sembra volerlo sapere davvero. Poi sulla terrazzetta ci sono Ale e Moreno, la partita di calcio sul lenzuolo, e tutti a dire e a criticare e magari si tira tardi, fino all’ennesima fumata perché tutto è un’altra storia e anche a parlar di tutto, alla fine poi si chiude e ognuno se ne va.

C’è un mondo in quel posto, che a coglierlo bene ti strappa dai pensieri di prima e di dopo, un mondo durante dove si vive solo lì, perché non si porta via e neppure si toglie, un mondo dove ricevi e dai quello che vuoi, un mondo dove tutti aggiungono e nessuno ha il bandolo del puzzle, perché è nell’aria, nelle pietre, nell’acqua, in quei tre scalini che sono quattro, nelle persone che si fermano e in quelle che passano, nei cani portati a spasso e non hanno voglia e in quelli che corrono sull’argine, nelle biciclette nel canale e in quelle appoggiate ai muretti, nel vociare, nei sorrisi, nei silenzi, nelle lacrime che qualche volta seguono un esame, un amore, un pezzo di vita, come la coda di una nutria che attraversa il fiume, guarda la barca e chi rema e poi se ne va.

silenzi

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Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, direte, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma se usciamo dal contesto del proprio ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.

Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. E non è che, essendo mentitori, dicano di meno, anzi portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio del Pd sulle vicende attuali di Berlusconi, è un silenzio imbarazzante, prono ad equilibri inconfessabili, un silenzio che non è rispetto verso la magistratura, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. Ma come, ci sono condanne che si susseguono nei confronti della stessa persona che è stato prima avversario e poi nemico, e non si dice nulla? Ci si trincera dietro al fatto che le sentenze si rispettano e non si commentano? E la mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro e del potere, non vale nulla? Una sentenza ripristina un confine, dice ciò che sta da una parte e ciò che è dall’altra, ripristina il bene comune, la giustizia, riconciliandola con l’etica sociale. Tutto questo non merita un commento? Oppure il timore è che cada il governo? E se anche fosse, un tornare verso i valori importanti per tutti, non basterebbe per essere evidenziato, detto ad alta voce? Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.

Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.

Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.

chi scrive non ha patria

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I libri sono vite. Per sentirli davvero bisogna vestirsene, guardare come stanno addosso, lasciare che entrino, entrando noi in loro. Oppure tenerli alla porta, ignorarli quel tanto, che si sentano incompresi. Cacciati o messi a posto, perché ci stanno bene distanti, su altri scaffali. Il ciarpame non manca e chi scrive cose utili a pochi, non di rado pensa d’essere il definitivo contributo ad una storia. Già, non possiamo condividere tutto, quello che scava davvero, lo fa prima con i polpastrelli, e non teme di ferirsi, poi passa alle unghie. Anche se oggi c’è un gusto dell’estremo che ottunde. Come prendersi a pugni sullo stomaco per saluto. Così, ed è un artificio non da poco, la paura del colpo, irrigidisce, fa perdere la sensibilità del toccare con leggerezza, e si attende  la botta successiva, a questo punto ben più importante del narrare, del sentire e delle sue sfumature.

Chi, come me, ha una pulsione verso i libri, acquisisce abitudini particolari, spigola e cerca di capire al volo. Ho la fortuna di potermi fare un’idea di ciò che acquisto in libreria e un angolo in cui leggere a salti. Se oltre alla curiosità del titolo, della terza di copertina, vedo che la storia comincia subito a sanguinare, mi chiedo se ne ho bisogno. Non per quieto vivere, ma per partecipazione, perché è necessario scegliere con chi stare, cosa indossare e sentire addosso. Se emerge il tutto forte, o peggio, il banale, caffeina e oppiacei in vena, lascio perdere, perché a me piace il caffè, l’aroma, il suo gusto lento e persistente, non il gesto del berlo e l’agitazione da eccesso.

Chi scrive in fondo è apolide, ha come patria la sua testa, ciò che vede e sente. Può star bene ovunque e da nessuna parte, in città come sotto una pergola. E sta bene ascoltando tra mille segni di comunicazione, ma anche parlando alle oche o al cane in campagna. Apolide è chi scrive, perché persegue la sua autosufficienza, e per scrivere ha bisogno che sia imperfetta e forte. In fondo è un ossimoro quando sente ed è ciò che sente. Se si spoglia dell’appartenenza come fine, diventa di tutti e possiamo indossarlo e sentirlo nostro, oltre i confini e le patrie. Oltre. Allora la parola ci prende per mano, si deposita in noi, e ci riveste. Poi continueremo ad essere noi stessi, ma un po’ differenti.

Anche più alti e intelligenti.

Così pare. A volte…

je ne regrette rien

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Ricordo i vuoti pomeriggi di festa, le funzioni nella chiesa, le corse che rallentavano a sera.

Ricordo le nostalgie innominate, la pietra calda di sole, il sedersi a guardare, l’aspettare la cena.

Ricordo le piccole fatiche del vivere, la notte che consumava l’allegria, il gorgo rumoroso della festa.

Ricordo ciò che restava dei giochi, il senso fatato nel riporre, l’attesa del giorno seguente.

Ricordo la libertà di giugno, le sue promesse mantenute, le corse nel sole, i gridi al cielo, il sudore felice.

Ricordo e mi chiedo se il vivere nei giorni, con un nome, un’ora e un posto preciso, ma mai una scatola per riporli in attesa, non sia la nostra malattia, e se il vivere senza il giorno appresso, non manchi sempre di qualcosa.

Abbiamo preteso di chiudere l’ immenso golfo di mare nei canali, che ritmano ora il nostro piccolo nuoto, e alla notte si sente solo stanco battere di braccia e mi chiedo, mentre ricordo, se la pena d’allora che si scioglieva nel sonno, sia oggi la stessa, sapendo che in me, da sempre, convivono il sole e le nubi.

si scioglie a volte il cuore

Si scioglie, a volte, il cuore,

bagnando gli occhi di segrete sue emozioni,

traffica tra carte di pensieri,

perde il bandolo d’oggi e ieri 

e, bimbo pasticcione ride, mescolando tutto,

finché l’età scompare

risucchiata in gorghi di tempo breve.

Gli anni si perdono in piccole corse,

gli occhi s’aggirano, guardano,

colgono ciò che generosa offre la vita,

e a volte il cuore s’abbandona,

così lascio  in questo scorare

l’animo mio,

che scivoli nel fiore di prato,

nei papaveri di ferrovia,

nel muro giallo scrostato,

dove felice, una lucertola parla col sole. 

7 giugno 1984 : “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”

Stasera eravamo in 60, quella sera in 5000, una settimana dopo a Roma più di un milione. Stasera stessa piazza, molti volti sono gli stessi di allora. E gli altri?

Di quei giorni ricordo molto e ancor più la sensazione che cominciò a crescere a partire dai basta che si cominciarono ad urlare in piazza vedendo che stava male, fino alle notizie, prima frammentarie e poi nella notte più certe, che arrivarono: Berlinguer era in ospedale, operato, ma non era morto. Chissà. Dal momento in cui iniziai il servizio d’ordine in ospedale fino all’epilogo corsero tre giorni. Tre giorni fatti di visi importanti per la sinistra, entravano Pertini, Pajetta, dirigenti nazionali, uomini, donne e la famiglia. A noi, che eravamo fuori ad arginare gli intrusi, pareva d’ essere una membrana osmotica umana tra un dolore che riguardava chi l’aveva conosciuto e vissuto da vicino e gli altri, fuori, ad attendere notizie, che l’avevano parimenti vissuto, intuito e sentito come la parte buona del Paese. Poi ci fu il giorno della morte e l’inizio di un funerale che cominciò a Padova e finì a Roma due giorni dopo. C’era un’acqua battente, quel giorno a Padova, eravamo zuppi, con una folla che cresceva, che accompagnava. La stessa che per giorni aveva atteso sul piazzale, solo che diventava fiume, portava verso Roma.

Rischio molto con i sentimenti di allora, a ricordare, ma fu quello un momento di consapevolezza per come avrei voluto essere allora e poi. E non era solo una questione politica, ma la vita, la responsabilità, la società attorno erano state proposte nelle modalità giuste. Si poteva derogare, far diverso, ma il giusto si sapeva qual’era. Austerità nel vivere e nel consumare, quella che ora si chiama decrescita felice, lotta alla corruzione nella cosa pubblica e nei partiti, che adesso come allora si chiama moralità, diritti delle donne, crescita basata sulla conoscenza, difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, eguaglianza, libertà tra i popoli. Nel discorso all’Eliseo del ’77, c’era un programma sociale per il Paese, per un’Italia diversa e giusta e il PCI perse 4 punti alle elezioni. Non si accettarono quei principi che facevano, e fanno ancora la differenza. Dopo la sua morte, tra le cose che furono eliminate presto, ci fu la diversità, e invece in un paese conforme, sempre dalla parte del vincitore, disposto a giustificarlo sempre e comunque, la diversità serviva.

Qualche volta mi chiedono perché ero comunista, come se pensare all’eguaglianza, al diritto dell’uomo di essere pienamente tale, alla solidarietà, alla liberazione dalla schiavitù dei rapporti di subordinazione di genere e di classe siano cose non più necessarie. Con pazienza spiego che non è un’ubbia da giovani, un modo di non riconoscere la realtà, ma proprio il modo di vederla e di pensare cos’è giusto e cosa non lo è. E magari aggiungo che Berlinguer queste cose le mostrava con le parole e con l’esempio. Stasera non c’erano molti giovani in piazza, c’erano le bandiere della diaspora, almeno 4, perché Berlinguer non era di nessuno e neppure oggi lo è, però quello che diceva, l’esempio che portava nel fare politica, quello è di tutti. Per questo mi piacerebbe che molti giovani lo conoscessero, perché il suo modo d’essere, era il loro, con la visione, l’entusiasmo e la fede nel cambiare che solo i giovani o chi resta tale, possono avere.

« La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. »
(Enrico Berlinguer, da un’intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981)

giovane e’ l’amore

Hanno steso un telo per terra. Verde con dei fiorellini rossi. Si sono appoggiati al muretto,  sotto l’ibisco, e si sono riempiti di baci, di parole (immagino) dolci, di tenerezze e d’oscurità amica. Distesi, forse hanno fatto l’amore nel silenzio del vicolo, tra il verde, protetti dalla luce gialla del lampione.

E mentre salivo, le luci dei piani mostravano il solito granito delle scale, le porte scompagnate, le voci sommesse, le emozioni di chi vive,  è stato allora che m’ ha preso una dolcezza profonda che profumava di umano. Perché l’amore circola attorno a noi e ci abbraccia anche se vuole attenzioni disattente, silenzi e teneri occhi. Ed è generoso, l‘amore, mentre ci ricambia la comprensione con gioia di vivere e infinite onde di dolcezza. Così pensavo, abbassando le luci per non disturbare e il vicolo mi sembrava casa e più caro.