Ci sono ammissioni così staccate e definitive, semplici e forti, che ognuna di esse racchiude un pezzo di vita senza gli ammortizzatori dei gesti consueti, della quotidianità. E’ un dire che sfiotta ed è già tutto. Un ti ho amato come nessuno mai, oppure, sono stato così felice e quella felicità mi basta, oppure allora si è spenta la voglia di vivere, ecc. ecc.. Sono pezzi di esistenza che riassumono e scandiscono la vita, constatazioni senza giudizio e quindi senza appello. Non sono neppure rivolte ad un interlocutore, ma a noi che ne abbiamo consapevolezza assoluta. È così, lo è stato e fa parte del capirsi davvero a fondo, là dove non ci sono alibi, nel passato. Si può pensare che se così è stato non è detto lo possa essere ancora, Non allo stesso modo comunque. Si può pensare che sono gli insinceri con sé che di necessità cadono nella coazione a ripetere gli errori. Ma si può anche pensare che non siamo mai gli stessi e che ciò che era assoluto lo diventerà diversamente. E due assoluti coesisteranno, solo che uno è adesso e un altro è stato. Segno che non c’è un limite. In tutti i sensi e che come si è stati felici o infelici lo si potrà essere ancora.
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sul mio scrivere
Si capisce abbastanza presto che non si riuscirà ad essere un genio nelle scienze esatte. Non è questione di autostima, ma del fatto che non viene fuori il nuovo. Non basta capire, serve di più: coraggio e fuoco per imbarcarsi in un’impresa in cui si è sicuri di non sbagliare anche quando si sbaglia. Nelle scienze umane la cosa è più sfumata, cioè ci si impiega un po’ di più a capirlo, ma la faccenda si risolve che se non si è arrivati a dire qualcosa di veramente nuovo a 30 anni, il resto servirà più a noi che agli altri. E allora la domanda è: il resto della vita come lo si impiega? Nella ricerca di ciò che è apparente, nella medietà del sentire. Essere un po’ piacioni, insomma, oppure può andar bene coltivare ciò che piace senza altra ambizione che non sia il piacere in sé?
Lo pensavo leggendo la prosa bellissima di Cortazar, seguendo il caleidoscopio che evoca e al tempo stesso pensando che tra le tante cose che leggo ormai la distinzione è tra chi mi colpisce davvero, chi mi diverte, chi mi farebbe perdere tempo se continuassi a leggerlo. E il cerchio si stringe, sono davvero pochi quelli che stupiscono e attraggono nella pletora di pagine scritte che dureranno un paio di mesi. Vale ovunque, nel cinema, nell’arte, nella poesia, ma anche nelle scienze esatte, ciò che non ti cambia dev’essere almeno interessante. Il rischio che a fronte di tanto rumore per nulla si perda qualcosa di importante per noi, ma tanto non ce ne accorgeremmo. E quando lo si è capito sparisce il dolore del non essere in sintonia col mondo e si acquisisce una opinione precisa di sé, anche in una piccola cosa come lo scrivere.
Ho concluso abbastanza presto che non sarei stato uno scrittore, e certamente non grande, molte delle cose che scrivevo erano interessanti a pochi curiosi, ma ciò che mi piaceva davvero interessava solo me. Come potevo pretendere che ciò che mi attraeva o sentivo fosse importante a molti? Eppoi se si parte dal sentire, si fanno subito i conti con il mezzo: le parole. E queste mi affascinavano, come mi affascinano ora, le vedevo come scatole infiocchettate che avrei voluto aprire per espanderne il profumo e la densità, e quando lo facevo emergevano tanti e tali significati che mi perdevo in essi e loro diventavano la storia.
Così il mio scrivere si è involuto in questi anni, dalla ricerca della semplicità, attraverso il togliere sino a far sanguinare il senso e sperimentando il vuoto, sino all’opulenza ammiccante degli aggettivi, con il conseguente rigonfiarsi delle frasi. Uno scrivere che s’è riempito d’aria, perché troppe sollecitazioni lo percorrono, e i pensieri si sovrappongono ai pensieri, cose apparentemente insignificanti prendono identità e significato, le parole assurgono a demiurghi tolleranti e vicende attuali e ricordi si mescolano come se l’uno volesse parlare o peggio insegnare qualcosa all’altro. Così sono arrivato alla conclusione che mancando il genio, bisogna adottare un piccolo discrimine: se una cosa interessa, e fa bene (come lo scrivere) allora è divertente farla e la si fa senza uno scopo che non sia il piacere, e in questo caso non ci si accontenta, ma si gode e basta. Se invece diventa altro, e il genio non c’è, allora è artificio, inutilità, depressione, e alla fine non porta nulla che serva davvero, né a sé né agli altri.
pedemontana
Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.
Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.
La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.
Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.
La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.
eccessi e finte virtù
Camminando, dove non ci sono strade, ci si accorge della semplicità e rarefazione dei simboli rimasti. Le cose perdono ambiguità e ridiventano ciò che sono. Si semplificano, apparentemente, acquistando identità e profondità. Non o che effetto abbia tutto ciò sul corpo, magari qualche neuro scienziato lo spiegherebbe con i flussi, stimoli elettrici e quant’altro, ma sarebbe leggere una mappa, non sentire un territorio. La mia sensazione è che il corpo si accordi e forse da questo -e dalla fatica antica e nuova- si svuota la mente e subentra una serenità legata al luogo. Anche per questo dovrei spegnere il cellulare e casomai raccontare dopo.
Decodificare in continuazione stimoli e simboli affatica, anche se è in automatico. Riempie di semplicità apparenti, perché molti simboli contengono divieti. Lavora la testa e non il corpo. Nella natura, e non occorre che fatichi, le cose per me s’invertono, è il corpo che sente e comunica.
Ho l’impressione che si sia confusa la razionalità con l’intelligenza e l’efficienza con il benessere. Ciò che mi consente di comunicare mi rende più difficile sentire, come agisse costantemente un giudizio di valore che mi dice ciò che è buono e ciò che non lo è, e che tutto questo confliggesse con il piacere, ma per analogia non per esperienza. Una cultura edonista che ghettizza il piacere nel momento in cui lo esibisce in forma di eccessi o lo sottopone a finte virtù, ha ben poco di naturale, al più è un altro sistema di regole che si aggiunge ai precedenti. I limiti, in natura, sono più sinceri. Si può frequentare il pericolo, ma non a lungo perché la natura non lo tollera ed espelle, quindi il cammino è più piacevole , meno adrenalinico. Il corpo ascolta e dice, stabilisce ciò che fa bene. Anche sui pensieri lavora. E quando non libera mostra almeno una strada, e la lascia al nostro arbitrio. Finalmente libero.
Finalmente
Dopo giorni d’inusuale freddo, la magia dell’aria sul corpo nudo al mattino, il leggero aggricciare della pelle prima della carezza del sole, il profumo del caffè appena fatto. C’è la sensazione d’essere vivo nel mondo. E il pensiero si conforma, segue il succedersi del giorno, finalmente libero da vincoli e pareti.
palliativi
Ho bisogno d’aggiustar qualcosa,
un orologio, una penna, un libro,
anche una cornice potrebbe bastare.
Ho bisogno di piccole cose che corrano per il tavolo,
di vitine da stringere a fatica tra le dita,
della necessità di mettere a fuoco,
e aguzzando gli occhi, intanto pensare
perduto in problemi che hanno soluzioni.
Si potrebbe pensare che ciò sia metafora di qualcosa,
che altra sia la pena o il disagio
ma che conta se dalle risposte ingegnose,
verrà poi una strana pace
senza guerra né oggetto?
.
bradipo
Corro, divoro vita.
Io no, aspetto che mi venga addosso. Ho esaurito da tempo l’idea che la corsa mi dia di più del capire, che l’esperienza abbia un valore se non mi da nulla e non mi rende almeno per poco felice. Ho anche l’impressione che non sia la corsa ma la leggerezza il vero modo di andare innanzi. Che nella leggerezza ci sia un puntare all’essenza, un trovarla e poterla scambiare con chi ha tempo per condividerla.
Magari sono gli anni che si accumulano, ma la stagione delle corse ormai non mi attrae più. Ciò non significa che rinuncio ad andare incontro al nuovo, anche se mi attrae più la bellezza della novità. E la bellezza ha bisogno di tempo e leggerezza. Per accoglierla e per darle spazio dentro di noi.
Credo ci sia generosità nella bellezza, che sia un uscire da sé che non ha equivalenti se non nell’amore. Eppure è difficile trovare categorie morali nel fruire della bellezza. In una astrazione immemore di limiti è davanti a noi e si propone, basta coglierla. Sì credo ci sia generosità e semplicità nella bellezza. Se c‘è una cosa che il pidocchioso non potrà mai fare è innamorarsi della bellezza, perché vorrà possederla. Ma la bellezza è qualcosa che oltrepassa i mezzi, stabilisce un rapporto dove l’impossibile non è il possedere ma il non esserne posseduti e prigionieri. E dopo tutto diventerà più opaco e privo di luce, se la si perderà come cognizione. Per questo nella velocità e nel nuovo mi chiedo se c’è bellezza, e quando c’è non è né veloce né nuova, al più lo è a me che la scopro.
la necessaria attenzione
La vogliamo quando parliamo, quando siamo in compagnia con gli amici o con gli estranei. La vogliamo facendo all’amore e quando ci arrabbiamo. La vogliamo persino quando siamo soli e non per prenderci sul serio, ma per essere unici. Quali noi siamo. Di tutte queste affermazioni di noi, del bisogno che abbiamo sin da quando abbiamo pensato di essere indipendenti. Sin dal momento in cui ci siamo distaccati, non dall’amore che ci avvolgeva, ma dalla sua dipendenza. L’abbiamo sperimentata, per poi tornare le prime volte piangenti e poi man mano più sicuri e spacconi. E abbiamo sempre pensato, anche da disperati, che comunque l’amore non se ne va. L’abbiamo imparato allora, già in mezzo alla paura di perderlo, l’abbiamo trasposto in ogni amore successivo. Abbiamo sentito che come uno specchio si poteva infrangere, perdere la sua forma perfetta eppure continuare a rifletterci in mille immagini parziali. Ma non era quello che volevamo. Una voglia d’assoluto, di cose che restano. Per questo in ogni situazione che ci coinvolge vogliamo, vorremmo, ci serve, la necessaria attenzione Per esserci all’altro, per stabilire che in una forma spuria di bene, noi siamo accolti e tenuti. Questo in fondo sempre vorremmo, essere riconosciuti, tenuti per ciò che siamo, mai ignorati.
romanticismo di ritorno
Dopo la grande ubriacatura delle immagini, il progressivo analfabetismo che rendeva la parola scritta residuale rispetto al linguaggio verbale, personale e asintattico, da qualche anno la scrittura ha ripreso il sopravvento. Milioni di sms, di post, di twitt, ogni ora, in un ciarlare continuo, che percorre il mondo e chi ci sta a fianco. E all’interno di questo immenso dire mi sembra che la scrittura stia diventando una grande autoanalisi di massa. Niente di nuovo, il romanticismo aveva esaltato la parola come elemento che spiegava e rendeva rinnovatore il gesto. E così faceva emergere l’uomo e lo rendeva protagonista della storia. La letteratura in fondo è sempre stata una grande terapia che quasi mai guariva, ma che induceva guarigioni nei simili. Ora, grazie alla rete, la rappresentazione di sé è uno specchio continuo raccontato, un farsi che attende verifiche. Il mi piace è la ricerca di approvazione e anche il commento (seppure già indice di una comunicazione virtuale) lo è. Forse questo è il limite terapeutico della scrittura pubblicata sui blog, cioè il fatto che si fermi ad una impressione. Come un guardarsi allo specchio e non vedersi oltre il primo sguardo.
La scrittura come terapia e bisogno dovrebbe anzitutto essere rivolta a sé, andare verso un chiarirsi. Se scrivo per qualcuno ho l’obbligo della chiarezza, se lo faccio per me aspiro a una chiarezza diversa, ovvero non fermarmi alla superficie. Per questo restano i diari, le forme private di autoanalisi, quello che è chiaro è che se scrivo su un blog, dovrò trovare una forma intermedia che mi consenta di essere esplicito quanto basta e al tempo stesso consentirmi di riflettere, di scavare in me. Per farlo si usano tutti i mezzi che consentono una condivisione, la parola scritta in forma di prosa o di poesia, la fotografia, la musica, l’elaborazione grafica, il video, il collage. Quello che si sott’intende è un mostrarsi che viene regolato, chi in maniera evidente, chi in forma più criptica, ciò che in fondo differenzia è il mezzo non il fine. E il mostrarsi è molto romantico nell’affermazione di sé come paradigma. Perché questa possibilità abbia preso così tanto e in così poco tempo, dimostra che essa risponde ad un bisogno, ovvero quello di essere e trovare propri simili. E’ in fondo strano che nell’era dell’anomia, dell’incomunicabilità, quando si è usciti dal riserbo che l’educazione imponeva ai sani, ché il mostrarsi senza ritegno era peculiare per chi non aveva freni, ovvero i folli, emerga una sorta di antidoto che consente una comunicazione mediata. Come ci fosse una zona protetta, molto simile al reale, ma senza le stesse regole. E in fondo quello che si è creato con la rete è una doppia realtà, quella comunicativa tra sensibili e l’altra, fattuale, più mascherata, ordinaria e piena di banalità. Il reale è banale e il virtuale è interessante e l’entrare e l’uscire dall’uno e dall’altro è una nuova abilità mentale. Non una schizofrenia, ma il coesistere di più piani poco interagenti. Non siamo più espliciti su di noi al bar, non facciamo discorsi troppo personali se non in cerchie ristrette eppure sui blog si raccontano disperazioni, difficoltà, analisi spietate, fatti che non sono così evidenti a chi ci è vicino se non vengono esplicitati. E’ emerso un gigantesco bisogno di comunicazione e di condivisione che era tenuto a freno ed ora si fa strada nel reale. La ricerca dell’affinità, il bisogno di non essere soli sono sintomi della solitudine del mondo, e non sono terapia, ma consolazione. Poi sono i fatti che si incaricano di verificare la nostra adeguatezza e l’attitudine alla felicità. La dittatura dei fatti, però, forse viene in parte modificata dalle piccole sicurezze dell’autocoscienza, di sicuro si sta creando del nuovo che riscrive delle regole. E al solito la norma prende atto di ciò che avviene, non lo precede. Questo fa sperare che si sia messo in moto qualcosa che farà bene, che metterà più in luce i sentimenti e il sentire. Forse è per questo che sento la rete come un prodotto del romanticismo che riprende quota nella società. E il romanticismo avrà pur fatto disastri, ma ha dato un senso al vivere che nessuna tecnologia è stata in grado di surrogare.
2 agosto
2 agosto. Bombe a Gaza. Nessuna tregua, interessi inconciliabili. Servirrebbe una azione di forza dell’occidente, della democrazia per imporre la paca. Ma la democrazia non contraddice se stessa, soprattutto se gli interessi economici e di potere non sono evidenti. E’ assurdo pensare che la democrazia violi se stessa in nome della pace, dell’equità, del diritto a vivere dei popoli, dei più deboli tra essi, eppure è così. Da tempo si parla di democrazia mitigata, da tempo essa è operante, senza che nessuno lo affermi apertamente. Quindi lacrime virtuali, ciascuno sta dove è sicuro, il pilastro del valore della vita è una finzione che vale al più vicino a casa. Non inquietiamoci troppo questo è un mondo riservato a chi può goderlo e lasciamo che le paure restino virtuali. Ieri ricordavo il racconto di Brecht su chi veniva cercato e chi si disinteressava, credo che l’abitudine alla pace in casa ci abbia reso più sordi sulla sventura di chi la pace non ce l’ha. Così semplicemente, non c’è ricordo.
2 agosto. Ero a Rovigo, quando sentii per radio la notizia della strage a Bologna. Che fare? Mi chiesi allora. Speravo nella verità e nella sua funzione risanatrice. Così, assieme a molti altri, chiedemmo la verità, ripetutamente, senza stancarci. Chi non ha vissuto quegli anni, non ricorda che c’erano le stragi in Italia. Ripetute. Bologna fu ancora più grave, fu una pugnalata, e generò ancora più paura. Quando andavo a Roma in treno, la notte, nelle gallerie, dovevo forzarmi di dormire, di non pensare, di sperare. Cosa sperare? Che non sarebbe accaduto a me. E non cadere nella voragine della paura. Fare quello che era giusto fare, andare in piazza, fare il proprio lavoro. Poi senza sapere la verità, le stragi scomparvero dalle paure. Non c’è ancora un mandante per quanto successe, ma chi non ha vissuto in quegli anni non sa e non può ricordare e forse non gli interessa più di tanto. Interessa a me e molti altri e questo rende le commemorazioni un fatto di allora, ma dimenticare non fa mai bene, non aiuta lo Stato, né la democrazia.
2 agosto. Il primo grande esodo dell’estate. Bollino rosso. Code chilometriche. Così dicono le notizie, e sono le solite di ogni anno, anche se osservano che non è come gli altri anni. C’è crisi. Qui i villeggianti sono arrivati. Riempiono i bar, i mercatini, le piazzette. Parlano tutti assieme, di cibo, di politica, di sport, di gite, del tempo. Stanotte l’acqua scrosciava dolce sul tetto, sembrava una piccola cascata, ma questa mattina il sole filtrava tra le persiane. Fuori le nubi erano gonfie e bianchissime, su un’altopiano il cielo mutevole fa parte dell’arredo atmosferico. 21 gradi. Quest’anno verrà ricordato a lungo, lo dicono tutti, sto zitto perché so che non sarà così, se ne parlerà il giusto poi basterà un po’ di sole e una nuova estate in cui sperare, per archiviare tutto. Si lamenteranno più a lungo gli albergatori, ma un po’ ci siamo abituati e negli anni in cui la crisi non c’era i prezzi non calavano. Passerà.
2agosto. Una quiete da stagione estiva senza estate e da vacanza. Lettura, passeggiate, scrittura e pensieri. Va in vacanza la testa? Difficile. In altri anni sarei stato altrove, ma rompere le abitudini fa bene. Chi si rassegna alla dittatura del tempo resta prigioniero. E il tempo non fa prigionieri.

