lasciare

Comincia quando ci si rende conto e ci si prepara al lasciare. C’è sempre un senso strano nel finire un’esperienza. Il senso dell’incompiuto e della possibilità interrotta, ad esempio, ma anche le soddisfazioni e l’interagire forte. Poi la stanchezza per le sconfitte, ché queste sempre fanno capolino nei bilanci, assieme al senso di onnipotenza frustrato dalle cose. E questo non è male, perché insegna la misura e l’ autoironia nel vedersi fare. Senso del proprio tempo, cosa diversa dall’età, percezione dell’essere il prodotto attivo di un passato che ha una sua visione sul futuro. La libertà che è connessa a questo è impagabile se non giudica, se è curiosa, perché possiede la partecipazione e il distacco.

Cosa resta di un anno vissuto nella novità e nel confronto? L’aver appreso cose inusuali, visto le solite piccolezze, i contrasti umani che definiamo umani per tollerarli, sentito la propria inadeguatezza e allo stesso tempo la spinta a fare cose nuove. Insomma materiale importante per l’area grigia che precede ogni futuro.

Ci sono anche molti chilometri percorsi. Hanno un senso strano i chilometri, sono occasione di vedere, scoperta, stanchezza, stazioni di servizio, mutare delle stagioni e del tempo, lavori in corso, file, ritardi e anticipi, pensieri. Soprattutto pensieri che non possono essere fissati, che evaporano e si respirano, pensieri che accompagnano e quindi amici. Anche pensieri grevi, decisioni, contrasti, insofferenze, sconfitte. Ecco che torna questa parola, sconfitta, ed è il lasciare che la fa emergere perché la rende definitiva. Senza una possibilità di cambiamento. Riscatto si sarebbe detto un tempo quando sembrava che le cose davvero potessero mutare per nostra collettiva volontà. Lasciare e non essere mandati via, c’è una voluttà nel pensarlo che allevia il senso dell’incompiuto. Lasciare per volontà è una bellezza che ci si dedica. 

p.s.volevo titolare queste righe con un termine poco usato: onusto. È quello che associamo alla pienezza di un fare, riservato ai condottieri, ai pensatori forti, ma io credo, anche a chi ha davvero vissuto. Purtroppo e per scelta sono un miles, quindi l’essere onusto non mi appartiene, perché il miles ha tutte le difficoltà dell’incompiuto e il sorriso consapevole che a far danni non si smette mai.

 

la luce era dietro

La luce era dietro la sedia. Una sedia comoda, abbastanza alta da raccogliere la schiena, una sedia per scrittura e lavoro più che per una lettura che prevedesse la sospensione dello scorrere le righe, il distogliere dello sguardo, il pensiero che toglieva oggetto allo sguardo trasferendolo all’interno. La sedia era collocata in modo da potersi agevolmente girare verso un interlocutore, quindi una sedia per conversare oltre che per lavorare, e in questa posizione, di interlocutore per l’appunto, vedevo il viso controluce, i capelli pettinati con una cura sbarazzina, e non ne capivo il colore proprio per la forte luce che mi abbagliava. Anche i lineamenti avevano una dolcezza e bellezza intuita più che verificata perché il tratto sfumava, e con esso l’età, la stessa condizione sociale, tutto era finito dietro la luce forte e piena. Mi rifacevo alle parole, al tono della voce, ai concetti e alla calma che li accompagnava. Mi veniva da interrompere per assentire, per condividere, per aggiungere la sensazione di benessere che provavo in un processo di comunicazione che si gonfiava morbido e avvolgeva entrambi. O almeno a me così pareva. 

il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

il tempo dell’elicriso

Fuori piove. L’elicriso ha rallentato la fioritura, così la lavanda e il rosmarino. Nella mia immaginazione, essi s’interrogano perplessi degli improvvisi sbalzi di temperatura. Ieri era un caldo quasi estivo e oggi fa freddo. E sarebbe tempo di coccole e calduccio di pelle con un tempo infinito e vuoto davanti. Un tempo in 3D. Da riempire oppure sospendere, da bere e assaporare, tempo proprio e non d’altri. È un’invenzione recente il tempo. Quello esatto e invadente, intendo. Prima trionfava un tempo pressapoco. Come quello dell’elicriso: è ora di fiorire, di mandare profumo di sera, di godersi il sole, di passare verso la maturità del verde, toh, guarda, fa freddino, è ora di scivolare nel letargo vigile dell’inverno. Tempo regolato sull’altezza del sole e sul succedersi delle lune. È bello il tempo regolato dalle lune, stabilisce quando è ora di crescere e di declinare, incessantemente. Dà una sicurezza che il tempo esatto non fornisce, ovvero quella che qualcosa comunque accade. In questo sta il tempo lento del riempire, il tempo 3D, che non è retta, freccia, ma è vischioso o fluido, e ha quella piccola baulatura della tensione superficiale che fa credere che qualcosa spinga da sotto. Come ci fosse un sentimento che vuol emergere, che rende vivo il tempo. Ecco il tempo dell’elicriso è un tempo del sentimento. Dell’amore sospeso e di quello impellente. Dell’amore ciclico che rinnova se stesso e di quello fedele a ciò che muta. Un tempo che accade, esattamente come l’amore, cioè pressapoco.

il sud, la magia e me

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… il violinista fa il barbiere il resto dell’anno. Cito a memoria, era il violinista che suonava la taranta in Sud e magia, e penso che pochi libri sono stati così importanti per farmi capire che c’era un’ Italia silente, presupposta e sconosciuta. E arcaica in modo alto e sapiente perché conteneva il mito, la tenebra vischiosa che albergava in noi ancora visibile, il prima che era oscuramente adesso.

Cos’è primitivo? Quello che precede, e non è un giudizio di valore. Con la tipica esterofilia e con i pregiudizi politici che ancora esistono tra le pieghe della nostra accademia, negli anni in cui De Martino scriveva i suoi libri di antropologia dedicati alla “sua” quistione meridionale, alla piccola taranta, alla magia, si celebravano nelle nostre università e sui giornali, Levì- Strauss e Margaret Mead. E lui, era altrettanto grande. Anche di più, ma negletto perché demoliva i luoghi comuni del sottosviluppo, il facile giudizio dell’intellettuale che bollava come inferiori le culture povere, e cercava tra noi le ragioni dell’irrazionale e del reale dell’uomo. Quello che viene prima, qui, conteneva, come oggi contiene, il mitico-religioso, quel bagaglio/fardello culturale che serpeggia nelle nostre giornate, che è superstizione, e rifiuto del male prodotto dall’ambiente. Certo, scegliere gli umili, gli sconfitti, è una parte della realtà, oggi più di allora si celebra il falso egualitarismo delle possibilità: tutti possiamo ascendere la scala sociale, tutti possiamo essere felici. E questo distoglie dal contesto, ovvero dal perché siamo in basso e perché siamo infelici. De Martino dava una risposta indiretta, e rendeva evidente la contraddizione. Introduceva concetti come appaesamento, domesticità delle soluzioni, l’essere nel mondo comunque. Evidenziava il ruolo della magia e riportava la follia nel disagio infinito dell’estraneità. E per farlo, andava sul campo, ascoltava, metteva insieme alle situazioni. Non rifiutava il magico, non lo espelleva dal reale. Se intervistava la figlia della maestra, come la madre, anch’essa maga, le faceva dire degli incantesimi, ed allora emergevano gli amori asimmetrici e disperati, le gelosie, le paure per la salute, la malattia senza risposta.

“Il mondo popolare subalterno costituisce, per la società borghese, un mondo di cose più che di persone”. Ed io nelle cose che leggevo di De Martino, riconoscevo racconti che avevo ascoltato da bambino, la presenza della magia nelle case, nei letti, le malattie strane come le guarigioni, gli incantesimi e gli scongiuri, segno che tutte le culture arcaiche s’assomigliano e sono fatte di uomini che cosificano il disagio, non diventano loro stessi cosa. Mi colpiva la nettezza con cui emergeva una questione sessuale, un’ interpretazione del desiderio in chiave mitico religiosa, l’estensione del concetto di possessione come de responsabilizzazione di fronte al disagio. E le risposte erano ancora presenti nella presunta razionalità dei riti, nelle benedizioni, nei giudizi che partivano da presunzione di realtà. Ma ancor di più mi colpiva la considerazione sul camminare: noi eravamo la somma di atti ripetuti che avevano cambiato la condizione dell’ominide, tanto da renderla naturale ed automatica, ma quell’ancestrale scatto verso l’alto, un affrancamento dal suolo, era una condizione che conservava il pregresso. Il prima, il primitivo. E così era con la magia. Sembra strano oggi parlare di magia, ma oltre al razionale apparente, se si scompongono gesti e pensieri, emergono le stesse paure, le risposte apotropaiche attualizzate ai nuovi/antichi disagi. De Martino per me arrivò troppo tardi, anche se ero molto giovane non ebbi il coraggio e la forza di lasciarmi attrarre da una strada possibile di impegno di vita. Più facile fare altro, ma oggi se qualcuno portato ad essere sensibile a ciò che avviene attorno e agli uomini, mi chiedesse cosa studiare, gli direi: studia filosofia, sociologia, economia politica, biologia e antropologia. Non so se troverai mai un lavoro, ma di sicuro troverai tante domande da non annoiarti mai.

 Riporto tre, tra le tante citazioni che allora, come ora, mi colpirono.

l’Antropologia è “un modo di pensare noi  stessi come altri”.

“Felice oblio quello per il quale io non debbo totalmente impegnarmi ogni momento a mantenermi nella stazione eretta, ma avendola appresa da infante con l’aiuto degli adulti, e avendola appresa la specie umana già con gli ominidi,  io posso “perdermi” in quel mondano che è l’abitudinario camminare sulle gambe, restando “disponibile” per fare una passeggiata conversando con un amico. Felice oblio quello di una “domesticità” nella quale mi muovo, e delle cose con i loro “nomi”, sonnecchianti nella semicoscienza o sprofondati nell’inconscio, onde ogni cosa “dorme” con la sua etichetta di potenziale operabilità, e solo così può dormire, altrimenti si sveglierebbe come problema ed io perderei me stesso e il mondo, non potendo più scegliere e valorizzare ‘qui ed ora’ solo questo o solo quello. Quando si parla di carattere inaugurale dell’economico in quanto progetto comunitario dell’utilizzabile, si deve porre mente ‑ fra l’altro ‑ alla forza liberatrice condizionante del ‘dimenticarsi’ nel mondo. Nel che risplende di nuova verità quella necessità di perdersi per salvarsi che sino ad ora ha avuto un significato religioso proprio perché non è tentato a riconoscere all’ economico il carattere di valorizzazione inaugurale del mondo…”

“Come si delimita l’orizzonte ‘mondo? Come una immensa possibilità  da cui viene emergendo, nella continuità di un concreto esserci, una graduale limitata attualità culminante nella presentificazione dominante del momento. Il mondo: cioè gli spazi cosmici, il nostro pianeta, gli astri del cielo notturno e la luce solare di quello diurno, le piante, gli animali, gli uomini e tutto questo nel tempo, che abbraccia la storia del mio esserci, e quella di tutti gli altri esseri umani, e che retrocede verso un infinito passato e avanza verso un infinito futuro. Questo è il mondo che dorme in me, cui sono legato mediante il mio corpo e il mio inconscio: un dormire tuttavia che è un potenziale svegliarsi. Ogni mondo, quindi, e anche il mondo magico, è un mondo che legittima la sua esistenza sul piano della creazione culturale collettiva, mentre il mondo del folle è un “mondo” che non riesce a formarsi proprio perché pretende di nascere sganciato da quelle ovvietà preliminari che non devono costituire più un problema: il mondo del folle pretende di formarsi sganciato da un mondo dove si risvegliano continuamente i significati dormienti, in un balbettare oscuro intorno a eccessivi problemi che lasciano la realtà sempre indecisa e pericolosamente vischiosa.”

e per continuare a ragionare, tra il tanto a disposizione:

Il mondo magico di Ernesto De Martino

http://www.siderlandia.it/2.0/da-ernesto-de-martino-a-pier-paolo-pasolini-una-difficile-eredita-2/

 

elogio del poco o tanto che viene

Mica tutto si può dire. Si può raccontare l'apparenza, celare tra le righe espliciti enigmi, si può mostrare il mostrabile.

Il mostrarsi non è forse conseguenza del non bastarsi, della solitudine che non si colma?
Fortunati quelli che hanno avuto un grande amore di cui lamentare l'assenza, più disgraziati gli altri che si arrabattano nel costruire un presente che almeno odori di futuro.
È per questo che raccontare il passato ha il profumo dolce dell'elegia, nel mentre dire davvero come si sta, cosa si vorrebbe, raccontare la propria debolezza, non può essere cosi esplicito. Non viviamo nel dolore e neppure nella gioia, ma in un infinito relativo crepuscolo da cui trarre luce. In questo relativo, decifrare, se c'è interesse, passione, è la condizione di un futuro. Non ci si appassiona al passato, e in questa verità c'è il senso di ciò che si desidera, si mostra, si dice.

ala

Spesso la vita m’appare come un colpo d’ala. Poi seguito da un altro e avanti ancora, all’infinito, per restare in volo.

Talvolta sento l’inquietudine dell’uccello di mare quando da troppo tempo non vede terra, ma passa se il cuore ha il coraggio di fermare l’ala e s’affida a sé per galleggiare nell’aria.

Così nel pensiero nasce un bisogno rassicurante di geometrie

 

e rileggo parole di John Donne:

Il bene dobbiamo amare, e dobbiamo odiare il male,

perché il male è male, e il bene è bene, sempre,

ma ci sono cose indifferenti,

che non possiamo odiare, né amare,

ma prima una e poi un’altra provare,

a seconda di dove il capriccio va.  

Questo mi pare sia il senso del dono delle ali e dell’utile volare.

 

 

 

 

tempo grosso

Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo e riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

In questi giorni si celebrano due ricorrenze che riguardano due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Ebbene penso che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro.

Sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere culla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio, non preparazione della notte.

coercizioni

I balconi aggettanti, dei palazzi sembrano ornamenti vuoti.  Neppure un fiore, nelle rigorose geometrie ed assenze. Sotto, incuranti dell’ordine, le robinie hanno cosparso il marciapiedi di fiori bianchi e rosa, con dovizia allegra dello scialare in bellezza. E non conta la modestia dei piccoli petali, prevale il trionfo del colore senza richieste a chi vede.

Domenica mattina nelle vie attorno casa. Larghe, umbertine, vogliose di rappresentare ciò che sembrava eterno e immutabile. Il benessere, la posizione raggiunta, i legami con altre case, le famiglie. Ma ciò che hanno messo all’esterno per abbellire e ordinare i marciapiedi di pietra, ha avuto più storia delle loro fortune. Ieri sera guardavo nelle poche finestre che restavano aperte allo sguardo; si vedevano alti soffitti, lampade di calda luce gialla, qualche quadro che un tempo aveva avuto una scelta, un piacere e una contrattazione. Stanze grandi riempite di tavoli, poltrone, schienali di divani e librerie con dorsi colorati. Pensavo che raramente ho visto una persona che s’affacciasse. Mai nessuno sui balconi. Le presenze s’intuivano invisibili.

La pioggia serale intanto aveva liberato i tigli, c’era un profumo deciso nell’aria. Guardando a terra e verso l’alto si vedevano i fiori bianchi: quelli che avevano resistito al vento e quelli arresi.

Prigionieri d’ un loro rito, d’una stanza, d’ un ruolo, gli abitanti invisibili perdevano la bellezza che li attorniava. Persino il profumo acuto dei tigli restava fuori dei vetri. ” Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” E questo pensiero mi regalava malinconia e speranza, perché non si è prigionieri di nulla se si vuol vedere e sentire l’ infinita, transitoria bellezza.

 

relatività quotidiane

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Quasi nulla è come appare.

Quasi nulla è come si sente.

E nel sentire ci stanno tutti i sensi, intuizione e intelligenza annessi.

La verità è imprecisa, un po’ dilettante nel raccontarsi, usa parole che servono più a noi che a lei. Si direbbe che lisci il pelo al gatto. Per questo dovremmo definirla misericordiosa?

Quando la si conosce, la realtà, si capisce che è maestra severa, e siamo noi che ci adeguiamo a lei e smettiamo di sognare. Ma nessun insegnante dovrebbe (che brutta parola, ma solo perché serve) derubricare da chi lo ascolta, il sogno.