san Valentino e il mal caduco

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La chiesa del Servi è una chiesa bella e strana. Parallela alla via Roma, una delle strade importanti del centro cittadino, ha la facciata romanica chiusa tra case, in vicolo corto e ortogonale senza il piazzale che contraddistingue l’accesso alle chiese. Ha un bellissimo e largo porticato, sopraelevato rispetto alla strada, contraddistinto da archi leggeri, sorretti da dieci colonne esili di marmo rosso che provengono dalla chiesa del Santo. L’ingresso principale è proprio sotto questo portico e quindi laterale rispetto alla navata. Questo mi ricordo che varcavo, accompagnato da mia nonna, il giorno di san Valentino. Di certo non guardavo il meraviglioso crocifisso ligneo di Donatello, neppure notavo gli affreschi o l’altare maggiore, perché lo scopo era di far benedire una piccola chiave di alluminio o bronzo, molto strana perché aveva una testa trilobata che non vedevo in nessuna chiave, e che mi sarebbe stata appesa al maglione per qualche giorno. L’altare presso cui avveniva la benedizione è un altare imponente e incongruo rispetto alla chiesa. Barocco, di grandi dimensioni, proprio in corrispondenza della porta laterale e che per questo sembrava l’altare principale, come se chiesa fosse un pensiero disordinato, privo di equilibrio. Guardavo le statue, l’affollarsi di bambini, nonni e mamme, i ceri accesi, le colonne tortili e aspettavo finisse perché il premio sarebbe stato qualche dolciume prima di tornare a casa.

Per molti anni mi sono chiesto cosa significasse quella piccola chiave, perché chiaramente era un simbolo e ciò di cui mi parlava mia nonna non era cosa che conoscessi: san Valentino proteggeva dal mal caduco. Non si parlava di innamorati, quelli vennero poi, e non sapendo di quale male si parlasse, semplicemente accettavo il tutto come una delle ritualità magiche che costellavano l’educazione di un bimbo in quegli anni. Poi ho capito che il male era l’epilessia e che il dialetto era molto esplicito, riferendosi al cadere a terra convulso. Però restava l’enigma della chiavetta e quello l’ho collegato poi, alla povera terapia immediata del popolo perché si metteva una chiave tra i denti della persona  in crisi epilettica per evitarne il soffocamento.

Passando sotto al portico dei Servi, riflettevo, qualche giorno fa, sulla potenza dei simboli. Ne ho parlato con mio figlio, che non ha nessuna di queste esperienze, e capisco che con la mia generazione si chiude un’epoca. Non riguarda solo una religiosità popolare che pervadeva di processioni, reliquie e miracoli,  città e campagne, ma di un modo di intendere la vita dove magico, religione e speranza interagivano con la vita quotidiana. Di fronte all’impossibilità e al mistero, non restava che il miracolo, il rito e la protezione del simbolo. Non rimpiango nulla, capisco solo che è finita e che ciò che era vivo ora si trasferisce nei testi di antropologia.

Certo, non è così lineare il ragionamento religioso ufficiale, c’è altro se due santi, uno anche dalla mia città, sono stati portati a Roma, proprio per riconoscere che il rapporto con il mistero non ha un canone, non c’è una regola, anzi si riconosce che il popolo si costruisce una sua religiosità che deve trovare riscontro in quella ufficiale sennò semplicemente si tiene la sua. Questo mi farebbe pensare a un relativismo ufficiale, da parte di chi lo ha sempre rifiutato agendo attraverso il dogma, e quindi un capire,  un ammettere il dubbio e il diverso  nel proprio terreno. Alla buon’ ora  per chi, come me, non ha dogmi, ma principi, non ha religione ma rispetto e dubbi per ciò che non capisce, ma non è questo che mi fa riflettere. È il senso di un mondo che c’è nelle persone e che cerca nei simboli comuni. Un mondo che reinterpreta la paura e l’insicurezza ma non collega, e ha una cultura fatta di singolarità. Servirebbe De Martino per capire cosa ci sia dentro la società fluida e come essa sia nei gesti e nelle credenze di tutti i giorni. Io avevo una maestra , mia nonna, che mi trasmetteva un passato con riferimenti tangibili, mio figlio questo lo può avere solo attraverso i libri o dei ricordi. Finisce un’epoca, per l’appunto, i ricordi sono passato quando non interagiscono col presente, e l’irrazionale non può essere controbattuto. Ho l’impressione di una povertà senza nome, e un rimpianto, non di un’epoca o di riti, ma di qualcosa su cui ragionare e differenziare le vite avendo un senso comune.   

neve di carnevale

È neve di carnevale che oscilla beffarda tra consistenze farinose e grossi fiocchi fradici. Neve da infreddolire maschere, bambini a manina con costumi da appartamento, madamine, tigrotti con coda a penzoloni, big Mario salopettati, tutti di fretta verso il caldo. La neve infradicia le suole e Il piede scivola sulla crosta di ghiaccio sotto il sottile strato di neve fresca. I marciapiedi vengono ripuliti sempre sommariamente, la cura è riservata alle strade, senza un filo di ghiaccio. Restare in piedi è una soddisfazione: c’è ancora agilità. Quella che gli amministratori pretendono da chi va a piedi.

E che diamine, o prendete l’auto o restate a casa.

C’è una civiltà che va a piedi, in bicicletta, ma non ha idee politiche forti, è trasversale. Un tempo era operaia o contadina o montanara, oggi è quasi una scelta di vita che ha innumerevoli corollari, uno stile che investe cibo e abitudini, medicina e case. Ma lì c’è da far soldi, mentre la libertà di muoversi di chi va a piedi implica marciapiedi, servizi di trasporto accessibili e pubblici, e, se possibile, chiede di avere un trattamento paritario con la libertà dell’auto. È un nodo eversivo perché queste persone, sociali o asociali, rivendicano diritti e spazi propri.
Una persona ha visto il recupero d’equilibrio, sorride, i malfermi inducono il sorriso. Considerati i muscoli messi in movimento nel viso e il pensiero che ho distolto e alleggerito, stare in piedi è un dono fatto a chi osserva. Cadendo forse si sarebbe mossa prima la risata e poi la solidarietà: troppo muovere di muscoli, pensieri e perdita di tempo. Meglio stare in piedi.
Il cielo muta con velocità montanara, l’altopiano accoglie ciò che si scatena sulle vette, nevica, esce il sole, rabbuia, torna a nevicare. Le micro società di montagna sono più stabili del tempo, ma non meno critiche. E producono effetti sociali sui singoli e sul gruppo, che nella vicina università di Trento sono stati studiati, aprendo spazi per capire le società di pianura. Il tasso abnorme di suicidi in montagna, ad esempio, oppure l’anomala condizione di vivere al servizio d’altri nelle località turistiche, gli effetti del rapporto col denaro facile, l’espansione della droga, il chiudersi al possibile insediamento di nuovi abitanti stanziali, il folclore assunto a identità fittizia, il taglieggiamento del turista. Tutto più caro e un rapporto vorace col denaro che si estrinseca nei clan. Nel trasformare il successo economico in roba.
Ci si saluta spesso e si parla poco, viene chiesto da dove si proviene, tra gli abitanti si usa il “di chi sito“, di chi sei, a chi appartieni. Capire sempre chi si ha davanti e una identità a due facce, genera anomia e  clan che vivono in un paradiso di scontento e dannazione. Dalle piccole comunità emerge il disagio, lo spaesamento, gruppi che si chiudono invece di aprirsi e ripercorrono antichi modi d’essere in un mondo globalizzato. Sono territori a economia debole, spopolati, che dovrebbero accogliere, cercare di crescere. 13.000 abitanti diventano anche 200.000 nei momenti di vacanza. Pochi giorni e via, e invece si dovrebbe operare per rendere stanziali quelli che cercano una vita alternativa alla città.
Nevica, il marciapiede è infido, il passo breve e attento. Scorrono auto dirette ai soliti ristoranti, qualche mascherina s’affretta. Ieri c’era un sole corrusco di luce oggi nevica, anche il cielo è meteoropatico.

Un posto bello non è mai uguale e merita di farsi largo dentro, il resto, anche il pensarci troppo, è in più.

il senso del limite della linea continua

Mentre la linea dei monti risucchia la luce e cova un bagliore di rosso inusitato, qui l’ombra diventa nero e scende la percezione della notte. Liquore di realtà che scalda e brucia, condizione dell’umore o dell’assenza che dir si voglia. Allora ci si accorge che sono finite le parole e gli aggettivi, che le iperboli sono vuote per conservare abbastanza chiaro, che non servono per illudere la vita e dirle, persuadenti, ch’essa è altro, che ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, che distante e vicino coincidono in noi, che fantasia e pensiero sono un’antidoto allo scrocchiare delle ossute dita del reale, che esso al più digrigna dubbi mentre noi…
No, non è così che ci si scinde tra una parte che altro vive ed una che invece s’imbeve d’abitudine e di reale.
È una quotidiana resa dei conti che riporta a sé, la sera, mentre prima siamo stati altri. Anche d’altri. Forse per questo conserva in sé il germe della malinconia dell’assenza, dello scemare, della piccola fine del segmento che ancora è linea. Senso del limite che diventa parentesi prima della stanchezza insoddisfacente d’essere stati altri da sé, prima della realta del sogno. Come se a tutti noi fosse concesso d’essere più volte e differenti, ma senza consapevolezza. E quando ne parliamo, invece, dicessimo del poco che appartiene a tutti.

P.s. e nella sera mi difendo dalla piccola delusione dell’ incomprensione, dalla distrazione di chi può contare, dalla dislessia di chi non legge tra le righe. E sorrido, sí sorrido, perche nessuno l’insegna la lettura dei silenzi e degli spazi dove scrive il cuore.

domattina

Domattina mi alzerò parecchio prima del solito, accade più volte nella settimana, ma c’è chi lo fa sempre e io sono fortunato. Compirò i gesti che vanno bene per il mattino. Per ogni mattino indipendentemente dall’ora. Gesti che rassicurano. In questo ripetere c’è ciò che un tempo abbiamo ricevuto come cura al risveglio, poi lo rendiamo nostro ed è affetto verso noi. Ci saranno molti chilometri in auto, radiotre e il silenzio, alternati. Di questo tragitto conosco bene i luoghi del vedere, gli alberi e la campagna, i cartelli e gli abitati a lato dell’autostrada, il campanile delle chiese, le case ammassate prima della grande curva che divide le autostrade, la montagna sullo sfondo, poi ancora pioppi da cellulosa vicini ai fiumi, le petraie che scruto per vedere se piove in montagna, i campi limitati da alberi fatti solo di rami, fabbriche e ponti. Attraverso parecchi fiumi con nomi sconosciuti o altisonanti. Fino all’ultimo, prima di uscire, immerso nel verde, poi il traffico di città e un altro caffè per cancellare la stanchezza prima di iniziare.

La mattina, le cose da fare, gli appuntamenti, i problemi. Tanti e sempre gli stessi. Domani sarà diverso, tornerò in un luogo che conosco, bello come un lavoro scelto, perduto come un’area industriale fatta nei tempi in cui tutto cresceva.  È un bar tra le fabbriche, in una piazza che non è mai stata tale. Mi piace sedere all’aperto e guardare. Ne scrissi anni fa. Sentivo il fascino di questi luoghi in cui ci può essere una poesia indistinta che dialoga tra natura e fabbriche, e le fa sentire meno solide, piccole di gloria e destino, ma vere. L’uomo c’è e c’è il contorno. Guasto e redimibile, che diventerà diverso, ma resterà a ricordare un’epoca, più che persone o fatti. 

Il bar si riempie ad ore canoniche di operai e poi è vuoto, ha baristi che leggono il giornale o puliscono la macchina del caffè. Si può mangiare fuori orario e non sempre bene, c’è quello che avanza, ma anche una sensazione di libertà da orari. Seduto su sedie di alluminio, pronte a qualsiasi stagione, guarderò, oltre i capannoni, le dolomiti neglette e aspre, quelle senza turisti lontani, conosciute solo da queste parti eppure bellissime. Quest’anno solo qualche cima è spruzzata di neve, i fianchi sono grigi di roccia e marroni di faggi, il cielo è spesso azzurro intenso. Ma tutto questo non riguarda i capannoni che ronzano di macchine, e sono senza voci d’uomo. Al loro posto il ritmato sospiro delle calandre e il traffico quieto dei camion pomeridiani. In fabbrica si parla poco, quelli che lavorano e usciranno a notte, hanno il pensiero rapido di tornare a casa.

Guardare e ascoltare darà un senso di pace, svuoterà di ragioni la fretta, e le scaramucce che sembrano battaglie torneranno ad essere quello che sono, ovvero piccole sciocchezze di posizione e d’orgoglio. Nell’aria fresca, penserò che potrei essere altrove, che potrei farne a meno, eppure faccio. Penserò che ci sarà una ragione a tutto ciò. Poi riprenderò l’auto per tornare in sede, fino a notte. Il ritorno lungo, la stanchezza stemperata con la radio e le telefonate. E la strada sembrerà diversa, punteggiata di cartelli e di lavori che procedono lenti, ma non lo sarà. I riferimenti saranno l’arco dei ponti, le torri piezometriche degli acquedotti col faro rosso in cima, qualche svincolo mal segnalato da non sbagliare, le stazioni di servizio, i caselli. Ho scoperto di nutrire affetto per le luci gialle, rosse e bianche delle stazioni di servizio. Ma solo per le luci. Di rado mi fermo, lo faccio solo nei tragitti davvero lunghi. Le autostrade sono luoghi di solitudine, con i loro riti, e le stazioni di servizio sono anch’esse parte di quella solitudine. Ma ognuno ha i suoi riti e la sua solitudine.

Poi ci sarà la casa, e ancora una volta ci saranno altre abitudini o diversità, la notte profonda, il sonno. Dopo.

il tappeto sbagliato

È un tappeto d’oriente e sbagliato. Amato per questa sua irregolarità. Indagato anche sul rovescio, per capire il perché di questa fine anticipata di tessitura. In fretta si chiuse con la ripetizione del bordo, trovando soluzioni irregolari e tranciando forme geometriche. Mancano 7-8 cm di tappeto che non sono surrogati dalla fantasia dell’introdurre piccoli decori non simmetrici, è come fosse mutata la mano per un qualche motivo irrevocabile. Portata via la mano originale? L’irregolarità e il rovescio, portano a una tessitura artigiana, casalinga, poco intrisa di tecnica e programmata. Penso a dita veloci e sottili, rovinate dai fili di lana, percorse di tagli e inusuali callosità. Una geografia che forse veniva guardata in momenti di tenerezza, amore lento, scambiato, attento. Per guardare le mani serve tempo, attenzione amorosa e confidenza, e allora si seguono i fili tracciati sulla carne, se ne sentono i presagi e la ricchezza. La contrattazione sul tappeto sbagliato certamente ne alterò il prezzo e venne comprato per una cifra irrisoria rispetto al lavoro. Buttato poi sul mercato, senza garbo, affidato più all’ignoranza che alla perizia del compratore. Una seconda scelta. Il mistero che porta con sé, me lo rende prezioso, è un generatore di immagini. Evoca sabbia e luce accecante filtrata dall’incannucciato alle finestre, polvere, matasse policrome di lana, colori caldi, richiami, silenzi e parole smozzicate, quasi colpi di tosse. Riso bianco e spezie con carne rossa e dura, dita che lo prendono e lo portano alla bocca, rimproveri, notte che scende nera e rapida, luci fioche, freddo, sonno e sveglia all’alba. Così sempre, sembra, e poi qualcosa sposta, spinge via, interrompe, riprende, dimentica e ricorda. Altrove. Tornare e già sono mille, duemila anni di cerchi, di ellissi. Mille anni di polvere di tarlo, di telaio, di odore di lana, di grasso sulle mani. Si chiama lanolina. Non importa. Quello è l’odore delle greggi che passano tra le case la notte e aspettano in periferia, che strappano erba, che lasciano ciuffi di lana sui fili di ferro, sui reticolati. Mille anni di contrattazioni sbagliate, di subordinazione, di mercanti col passo leggero, le vesti strane e distanti, che ripartono carichi di tappeti. Mille anni di acqua limpida e freschissima, offerta con un sorriso, aromatizzata, infusa nelle foglie d’ibisco e nei pezzetti di cannella e di mela, nel tè. Mille anni di richiami tra una stanza e l’altra, di pianti di bimbo, di filastrocche sussurrate, di vestiti rigidi, rossi, ricamati d’oro e monete. Portavano zecchini per ornare le donne e volevano tappeti e tessuti di Damasco. Non il deserto, non la luce abbagliante, non il caldo, ma il lavoro, le mani, l’ingegno. Mille anni e un tappeto interrotto, sbagliato. Dita veloci, fruscio di telaio, la soluzione abbozzata. Bisognava venderlo, darlo, che andasse distante. Un tappeto che ricorda così platealmente l’imperfezione dell’uomo è un’eresia, un’accusa per chi l’ha fatto. Cosa volevi dimostrare, gli avrebbero chiesto sbattendo la porta, sedendosi senza grazia e senza permesso, la tua imperizia, oppure dire qualcosa con le figure interrotte? Meglio evitare, via, via… In ogni tappeto c’è un errore che restituisce all’Innominato la perfezione, bisogna però cercarlo, perché mentre l’Innominato è evidente, l’uomo si deve trovare nella sua opera. Ma qui l’errore è squillante, dice troppo dell’uomo. L’eresia di un buon tessitore dice troppo: è una deviazione dalla canonicità del disegnare, del far incontrare serenamente le strade dei fili. Come fossero cammino degli uomini. Cosa volevi dimostrare?  Quell’errore dice troppo, rompe una consuetudine, è uno scatto d’ orgoglio, oppure d’ avidità. Non si poteva tenere in casa, quel tappeto, bisognava mandarlo distante attraverso i mercanti che vengono e vanno,  che confondono, che lasciano sul posto, che non spingono via. Mille o duemila anni che sono qui, l’errore voluto per gettare un ponte, per farsi riconoscere, per restare, perché si ama la polvere della lana, la luce accecante, la notte nera di luce, l’alba, il fruscio del telaio. 

 

mi rendo conto della lunghezza, non biasimo chi non condivide, chi non legge sino alla fine, ma se qualcuno ha pazienza bisognerebbe leggerlo a voce sommessa, percettibile. Come mille anni fa, perché scrivendo ci si parla sempre.

ancora mare d’inverno

 

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Forse è questa la soluzione: spegnere la televisione a pranzo, confinare i pensieri fuori da ciò che si fa per non perderne senso e piacere.

La realtà comunque preme su porte e finestre, e il mare ci sopravviverà implacabile.

Penso a ciò che avviene attorno a noi, vedo il bandolo di molte matasse, e non sono capi del filo che porta fuori dal labirinto, ma l’invito ad inoltrarvisi.
Così godo del mare d’inverno, cammino sulla spiaggia piena di relitti che incessantemente s’arenano e sono noi, le nostre cose, il nostro naufragio, il rifiuto ch’esso sia avvenuto e, forse, un nuovo modo per scorgere terra.

In fondo, anche dalla riva, l’uomo è un coffiere che vuole lanciare per primo il grido d’un approdo. E solitudine è presumere che solo noi pensiamo sia così.

mare d’inverno

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Anche se mi riempie di bellezza, non riesco più a vedere il mare allo stesso modo.

Come quelli che non mangiano più tonno fresco, spengono il telegiornale all’ora di pranzo e non sopportano di sentirsi raccontare le difficoltà di chi ha.

Penso al freddo, all’acqua che stringe il corpo, al buio, al senso di speranza di chi lo affronta e sta fuggendo da qualcosa che un poco mi riguarda.

Ma c’è un senso di impotenza, di fatalità, che ci allontana e impedisce di vedere il giusto in ciò che accade. E così non vediamo più la pena di chi ci è vicino e nessuno vedrà la nostra. 

 

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Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

cuore di pezza

Un cuore di pezza, che facilmente s’aggiusta. Ad impunture grosse oppure a serrati punti croce. Un cuore rosso fuoco, morbido al tatto, favorevole alla tenerezza, propiziatorio nel fraintendere, generoso nel darla a bere. Un cuore che si preoccupa dell’altro scegliendo per se solo, che sconta i suoi tradimenti qualche volta verso sera, che trova le sue ragioni e le abbraccia comprensivo. Un cuore che si ripete che la vita è prima di tutto sogno e poi risveglio.

Un cuore autonomo, con sentimenti morbidi, uso all’uso, perché di cuore si vive e prospera. Un cuore che ragiona, confortevole, che scinde mantelli, novello san Martino, ma non scende da cavallo se non c’è motivo. Un cuore che accoglie il razionale, gli riserva il giusto posto a capotavola, si ricorda che rompere è facile, aggiustare difficile, non ferire, impossibile.

Un cuore per l’assedio, la carica e il corpo a corpo, ma anche per l’ozio e la distanza. Un cuore che accolga il nome dell’odio e dell’amore e li distingua bene, ma non dia soverchia importanza. Né all’uno né all’altro. Un cuore che cresca col tempo, che sia portatile e pronto alla bisogna. Un cuore da gettare oltre l’ostacolo per vedere l’effetto che fa.

Un cuore che ben nuota tra i sentimenti, che usa la solitudine come arma, che sa che è cambiato il tempo e dura tutto troppo poco. E allora si fa una ragione prima d’una scelta, perché sa che gli addii sono così frequenti che l’abitudine li rende accettabili. Ma il cuore serve rosso, morbido e presentabile, meglio se con qualche cucitura ben in vista. Serve a far consolare, a rendere definitivo il relativo, eterno il momentaneo, reale l’immaginario. Serve assai un cuore di pezza, peccato che chi lo possiede non lo ceda e chi lo vorrebbe non riesca a costruirlo.

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che permangono, l’indignazione è sterile. Non muta nulla. Il disagio è fisiologico, l’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome ad esso e il potere comprende l’uno e l’altra.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa mi/ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Immagino che ci sia qualcuno che cerca il massimo comun divisore sociale e questo signore non mi piace. Meglio quello che persegue il minimo comune multiplo. Aritmetica di base per una società di atomi, di molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto? Pensateci perché è necessaria. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene sono difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Non mi interessa dell’altro e a poco a poco starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, della propria importanza e possibilità: è un dare cappocciate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo…