perché non me la prendo con i politici se non quando davvero serve

È facile prendersela con i politici. Si mostrano molto e pavoneggiano, dicono sempre troppo e senza obbligo di coerenza, fanno cose di parte spacciandole per tutti, non capiscono la realtà che viviamo davvero e non sono più intelligenti di molti di noi, ma solo furbi.  E si sa che i furbi non piacciono, anzi si piacciono solo tra loro e si stimano per questo.
E noi cosa c’entriamo?
Durante la formazione in quel percorso che ci ha fatto cittadini di un paese democratico, ci è stato insegnato che chi esercita il mestiere dell’amministrare e del fare leggi, è il terminale temporaneo di un processo di dislocazione del potere

Un potere che essendo del popolo dovrebbe partire da noi, approvando, attraverso il voto e la delega, un progetto e dar mandato a chi lo propone. Ma soprattutto verificarlo nella sua attuazione.
Tutto questo per ordinare e rendere equo e giusto il mondo in cui viviamo. Poi ci accorgiamo che non è vero, che non accade quello che ci era stato detto, ma soprattutto verifichiamo che non siamo uguali detentori del potere perché ci sono molti altri più “importanti” di noi che ne hanno uno infinitamente superiore al nostro e questi non hanno bisogno di delega per trattare con la politica: le banche, i potentati economici, i grandi funzionari pubblici, sono pezzi di potere senza elezione. E ci accorgiamo che le loro decisioni non hanno di fatto sindacabilità. Quindi solo un pezzo di potere viene da noi e questo non ci fa cambiare le cose, cosi preferiamo pensare che quando si vota si esaurisca la responsabilità di una scelta, mentre è in realtà il controllo che ci tiene in democrazia e ci fa contare davvero.
Il controllo è quella cosa che non accetta ciò che gli viene raccontato, ma fa la fatica di verificarlo e apprezza chi è indipendente più di chi si conforma.
Eppure viviamo in un livello crescente di baggianate, di eccitazione alle soluzioni semplici quando il mondo è invece complesso e rende tutto precario. Pensiamo alle nostre vite, di facile c’è ben poco ma sappiamo che senza un po’ di fatica non si va avanti, per questo dovremmo pretendere dalla politica e dai politici, di rispettare i programmi ed essere coerenti con la realtà. Però non basta perché trovato un evidente responsabile poi non ce la prendiamo allo stesso modo con il vicino che non pratica la legalità, che dice cose che non condividiamo, che è esso stesso furbo.

Al più si ribatte, si evita che invada i nostri spazi e in nome di una libertà precaria dal punto di vista concettuale permettiamo che pensieri e pratiche illiberali, coercitive, razziste allignino tra noi.
La religione con le sue barriere ha aiutato i processi di delega, ha giustificato il peggio in nome di qualcosa che doveva essere più alto e soprattutto ha reso indiscutibile la delega del potere. Aveva capito che nel portare il potere verso il basso si generano processi di discussione e di controllo che se aumentano la differenza rendono anche più evidenti le storture e urgente il loro metterci mano.

La società laica dovrebbe quindi esercitare costantemente la critica e controllare la delega ma non solo verso l’alto ma anche e sopratutto in orizzontale perché senza una presa di coscienza che le idee perniciose restano tali anche in democrazia non si riesce a vedere la stortura che esiste nei comportamenti, nella prassi quotidiana, nelle furbizie, nella giustificazione dei piccoli abusi, nell’interesse che pur essendo giustificato ha un limite: non togliere nulla agli altri, non far male, rispettare le regole comuni perché questa è la base del rispetto reciproco. E se le regole non vanno bene protestare finché cambieranno. Per questo me la prendo con i politici il giusto che conservi il rispetto per la funzione che hanno, ma me la prendo molto di più con la chiacchiera che osserva ciò che sta nel piatto dell’altro e non guarda nel proprio, me la prendo con chi non fa nulla e si lamenta, me la prendo con chi non ha un’idea comune, che non fa nulla per un futuro in cui si stia meglio. E questo è più difficile di imprecare contro qualcuno che è talmente distante da non sentire.

 

Tamigi

Sotto la terrazza ci sono piccole onde marroni che sciacquano sassi marrone. Dove ci sono uffici e pub c’era una fabbrica di pesce affumicato e in salamoia. L’odore è entrato nella calce e nei mattoni che non sono stati demoliti, e si sente. Bisogna annusare e ascoltare ma si sente. Arrivava il pesce e le mani delle donne toglievano ciò che non era necessario. Fanno sempre così le donne. Poi immergevano i pesci squamati nella salamoia calda e poi in quella fredda. La mani erano rosse e levigate dal sale, se le avessero messe a bagno nell’acqua trasparente l’avrebbero colorata e succhiata dalle unghie, dai polpastrelli, dai palmi. Respirando sale e pesce il naso si affila, diventa trasparente come porcellana controluce, annusa e scarta. E sogna, ma per suo conto. Meglio la salamoia che l’affumicatura che entra in tutta la pelle, sotto i vestiti, ovunque ci sia qualcosa da imbibire di fumo e di carne di pesce. Però le cassette di aringhe allineate e luccicanti d’oro erano più belle dei barili pieni di pesce che guazzava in un sale marrone. Estetica del conservare. Ma questo era prima. Ora c’è una terrazza sull’acqua e si vede bene il tramonto. Anche attraverso la birra, si vede. Nell’angolo c’è un signore vestito di lana scura, pesante per la stagione: guarda l’acqua e i palazzi dell’altra riva. Ha un bastone di legno duro levigato dal palmo. E il palmo si è curvato per accogliere il bastone. Non guarda i ponti e nemmeno il tramonto, guarda l’acqua che si sovrappone con piccole onde marroni ai sassi marrone. Le mani sono grandi e pulite, nodose di artrite, solo le unghie hanno una corona nera del tempo in cui trasportava carbone dai barconi.
Pensa alla sera, a un naso che sembrava porcellana contro la lampada e le mani rosse che lavavano le sue nel secchio. A lungo.
Alza gli occhi verso i grattacieli e annusa il muro che sa ancora di salamoia e pesce. Poi guarda l’acqua che sposta i sassi e non sposta il tempo.

ad alta voce, inflessibili per un poco

I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. C’è il bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere per rafforzare la propria coincidenza con il mondo. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato? Non ne vale la pena, ma se non accade matura una frattura che fa dire cose assolute in un mondo evanescente e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Non ritorna molto delle nostre posizioni e un embè seppellisce come un like. Allora tornare a noi, che conteniamo problemi e soluzioni, sembra l’unica cosa davvero giusta.

gli amori del limite

I confini, che a nessuno davvero appartengono,
sono il luogo dove tutto accade
e resta immobile, in attesa del farsi:
lì sono gli amori del limite.
E sembra vi sia la sfida
del cercare di noi lo sconosciuto desiderio,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia,
eppure era erba,
un verde senza pensiero,
ma prefigurava una stella
dove ora s’annodano energie convergenti
e prima  era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
nella stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà,
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge
mentre il sole lo rende diamante.

17 agosto 1917

Il 17 agosto era il suo compleanno. 17 anni li aveva lasciati nel secolo precedente e 17 nel nuovo. Era abituato a fare conti, confrontare numeri, vedere i risultati. I numeri erano curiosi a volte, ma non tradivano, si sommavano, sottraevano, dividevano, ma alla fine restava un numero che rappresentava qualcosa di univoco. Un dare e un avere. Lui pensava che doveva ancora avere molto. Aveva persone che amava, due figli, una moglie, un lavoro, una vita da vivere assieme, quindi i conti erano aperti, i numeri dovevano tornare.
Quella notte ci fu il trasferimento che era stato comunicato in giornata. Poche parole in italiano ripetute dagli ufficiali, verso i sotto ufficiali, e poi giù fino alle orecchie dei soldati. Le sue. Tra soldati parlavano in dialetto, il battaglione era stato costituito all’interno di due province vicine. C’erano anche altri che venivano da regioni diverse e parlavano altri dialetti, ma alla fine ci si capiva. Lui era abituato a capire lingue e dialetti differenti, parlava anche la lingua di quelli dell’altra parte dei reticolati, ma non serviva, non c’era molto da dirsi in linea, c’erano solo urli e sfottò. Ed erano meglio i secondi perché significavano quiete.
Venivano da un turno di riposo, dopo essere stati in linea dal 13 maggio al 23 luglio, sempre da quelle parti, ed erano stati dimezzati: 1806 uomini e 36 ufficiali morti. Poche centinaia di metri conquistati, erano passati da quota 224 a quota 247. Numeri che erano piccoli dossi e buche che lì si chiamano doline. Buche in cui si ammucchiavano vivi e morti, pietre e ordini, assalto e fortuna. Numeri. Si contavano muti, la sera, poi c’era la notte per pensare e la speranza che la sera dopo si potesse contare di nuovo.
Chissà cosa pensava ricordando maggio, giugno e luglio. I visi si confondevano, le persone e i fatti, tutto nel rumore degli scoppi, la corsa dell’assalto, l’acquattarsi nella dolina. Fare, sparare, correre e attendere la notte, non pensare, restare vivo.
Nei momenti di quiete ci si aggrappa a quelli certamente vivi, alla famiglia. Contava la famiglia e lui, lui e la famiglia. Vivo.
Durante il riposo e le esercitazioni si formavano gruppi, assonanze sociali, quasi parentele, ma sapevano tutti che erano su un crinale, vivere era questione di attimi, dipendeva da una coincidenza con una pallottola o una scheggia, dalla caduta di quello a fianco, dal caso.
Fino ad agosto riposo, meno di un mese e poi il 17, il giorno del suo compleanno, di nuovo in linea, immersi nel caldo torrido del giorno, con la pietra che si arroventava e lì c’era solo pietra. I pochi alberi erano stati spazzati via dai bombardamenti preventivi, i cespugli bruciati dai lanciafiamme. Pietre a pezzi, sminuzzate, frammiste a metallo di scheggia, reticolati, doline e trincee, teli sbrindellati e la comunanza di essere accalcati gli uni sugli altri. In attesa.
Il tempo si comprime e dilata, lì per giorni si caricava con la molla dell’attesa. Non passava mai ed era sempre corto, immediato.
La notte del 17 era fresca, come tutte le notti, si faceva sentire l’alito del vento del mare di Trieste che s’incanalava tra quelle valli strette, lambiva quei cumuli di pietre.
A luglio, dal colle di Sant’Elia, il mare si vedeva e sembrava così strano che laggiù ci fosse una vita normale, che le persone andassero al lavoro, a casa la sera, dormissero in letti normali, facessero l’amore, bevessero birra fresca nelle osterie e a cena accarezzassero la testa dei figli chiedendogli com’era andata la giornata. Li, anche se non  formalmente, c’era la pace.
Il Papa aveva parlato di inutile strage per tentare di fermare la guerra, non c’era riuscito anche se i re e gli imperatori erano tutti cristiani. Ma poi quelle parole così comprensibili e adatte ai tempi non erano esse stesse una contraddizione: quale strage può essere utile?
Lui non pensava tutte queste cose, la notte del 17 agosto, sentiva che andava in linea, compiva gli anni, e sperava che quella pace poco distante nelle retrovie avrebbe potuto raggiungerla. Contava i giorni in cui restare vivo. Iniziava quella notte l’11.a battaglia dell’Isonzo, un numero palindromo. E bisognava conquistare quota 219 poi quota 246, la dolina della bottiglia.
Ma tutte queste cose non gliele dicevano, quando la molla del tempo si scaricava, usavano parole semplici: baionetta in canna, tutti fuori, all’attacco. Qualcuno gridava Savoia, qualcun altro moriva subito, altri correvano e i feriti urlavano. Col cuore in gola, sparavano e correvano, vivi, finché durava.
Era la notte del 17 agosto, compiva 34 anni, si chiamava Antonio, aveva due figli piccoli e una moglie e li amava tutti.
Restò vivo e li pensò fino al 22 agosto, in quattro giorni morirono tra quota 219 e 246, 1594 soldati e 67 ufficiali. Numeri, ma Lui fu uno di questi e il suo luogo convenzionale di morte fu indicato in quella dolina della bottiglia che ora non c’è in nessuna carta geografica.

buon ferragosto

 


Ieri c’è stato un pullulare di arrivi. Era la seconda ondata di furbi, quelli che avevano evitato le code del sabato e della notte di venerdì e si sono ficcati in quella della domenica. In questi giorni l’altopiano moltiplica per nove gli abitanti. I ristoranti sono zeppi e fanno i doppi turni, le strade dei centri dei sette comuni si riempiono di persone che si trascinano da un negozio a una gelateria e poi a un tavolino per arrivare a pranzo o cena.
Il turismo è invecchiato, i giovani non amano le camminate da malga a cima a malga, così arrivano i proprietari delle case costruite negli anni del miracolo economico veneto ormai anziani e il turismo di prossimità che cerca refrigerio rispetto alle temperature asfissianti di pianura. Qui il benessere è stato ostentazione e incentivo a un costruire privo di criteri e di cultura locale. La tradizione era logica, forte e povera, con una lingua propria e incomprensibile che non aveva nulla di altoatesino o austriaco, era il costruire di chi lavorava e non poteva rappresentare le icone dei cittadini di pianura che confondevano l’ altopiano con le Dolomiti o il cadorino. E i locali hanno aiutato ad estraniare il territorio nel riprodurre case tutte uguali e fuori della tradizione del posto, anzi, e se ci sono comuni che hanno oltre l’80% di seconde case un motivo c’è ed è evidente: l’interesse e l’arricchimento facile. Ne hanno usufruito tutti, costruttori, commercianti, artigiani, professionisti, agricoltori, alberghi e ristoranti, ecc.ecc. finché si è creato un clima di separazione basato sul solo interesse tra chi risiede e chi dovrebbe venire in vacanza ed è sempre più di passaggio. Innumerevoli case non si aprono più perché i figli hanno altre destinazioni e gusti rispetto ai padri e se devono ostentare qualcosa lo fanno altrove. Così i cartelli di vendesi si mostrano sui balconi di legno, sui legni tagliati alla tirolese e pur con un’ attività di acquisto favorita dai prezzi abbordabili, fanno fatica ad essere tolti. Quindi il futuro di questi luoghi, anche a causa del clima, sarà diverso e dovrebbe essere nella testa di chi ha capacità di intuire il futuro e potere per propiziarlo, mettere in atto ciò che serve a salvare l’antico e rendere più innovativo il nuovo. Cose difficili perché hanno bisogno di tempo e di discussioni che rompano luoghi comuni e abitudini facili, ma si potrebbe fare.
Intanto i vigili impazziscono per l’afflusso di auto e si celebra l’orgia lipidica di ferragosto. Ieri per i sentieri un po’ erti non c’era quasi nessuno, a parte le auto che devono dimostrare perché si acquista un fuoristrada per muoversi in città e i quad, l’equivalente delle moto d’acqua, questi sì con giovani pieni d’ansia di sgommare in salita, ma tutto sommato erano pochi e appena fuori dalle strade forestali correvano gli gnomi. Capire il cambiamento dovrebbe essere il tema di questo pezzo di mondo che si autocelebra, ma non intellige, non produce novità che renda le crisi davvero semplici. Sembra che tutto si riduca all’equazione: chi possiede, ha futuro e invece proprio questa equazione viene messa in crisi non dall’etica o dalla morale, magari fosse così, ma dalla stessa economia che divora il mondo e  che ha bisogno di acquirenti per le merci e di denaro da trasformare in spazzatura.
Qui ancora la natura e il dialogo con essa possono fare la differenza e trasformare i luoghi di brevi vacanze in posti in cui vivere. C’è molto verde e aria buona fuori dalle strade. Stasera faranno i fuochi per deliziare gli spiriti e cacciare i demoni che affollano le strade. Buon ferragosto.

dei tanti modi del bene

Dei tanti modi del bene vorremmo anche quello che accetta la tristezza e non la compara con le proprie.
Che non minimizza l’importanza personale delle cose che con fatica raccontiamo, perché vorrebbe dire che viviamo dentro vite banali.
Che non considera il nostro tempo come qualcosa che si possa confrontare con il tempo di altri perché siamo diversi anche quando assomigliamo.
Insomma vorremmo essere visti come persone che hanno una vita e che combattono o trovano compromessi con essa.
Vorremmo non essere giudicati per il nostro bene ma accolti per il bene che suscitiamo e che diamo.
Per tutte queste ragioni e per chissà quante altre,  la parola si spegne, diventa poco utile e scivola nel silenzio.

andare

Andare dove il sasso viene tradito dalla languida carezza dell’acqua
e del gelo,
là dove il vento agita le erbe e sparge colori tra i rami,
mettere il passo dove le voci ascoltano e gli animali scordano il vivere dell’uomo,
andare seguendo un pensiero che si radica,
e oscilla tra terra e cielo, indeciso.
Andare inseguiti dal futile e in cerca di appigli,
andare sapendo dove s’annida la verità,
vicina alla vipera e al ronzare delle mosche,
presente e minacciosa perché muta la percezione,
e andare ad essa che avvelena i pozzi dell’acqua di città.
Andare dove la radice prende la forma della serpe e la sua fatica si somma
e si sottrae al tempo,
andare sapendo l’ignoranza di sé e stupirsi d’ogni bellezza che impudica si palesa.
Andare come a un difficile amore
che cambia
e nuovo ti fa ritornare.

ti parlo della pioggia

Questa notte, era prima dell’alba, è iniziata una pioggia violenta, continua. Si sentiva sul tetto in lamiera, sulle persiane chiuse. Insisteva per scrosci e ventate. Nel cortile c’era un rumore di ruscelli che si congiungevano verso la grande grata in ferro. Sembrava trascinassero le piccole pietre aguzze divelte dalla terra, tolte dall’asfalto, le foglie strappate, gli aghi di pino accumulati in piccoli mucchi e nulla si fermava in questa violenza d’acqua che inzuppava il terreno e ne traboccava, con rumori che si confondevano e diventavano un tutt’uno che sembrava travolgere ogni cosa. La tempesta è durata a lungo, ha smesso che era già luce piena e il cielo si è illuminato di sole e d’azzurro, lasciando vedere le tracce d’una lotta notturna, una baruffa tra cose dove qualcuno aveva resistito, altro era prevalso, ma il tutto si era ricomposto in un nuovo ordine che attendeva d’essere asciugato e reso stabile. Ho pensato, ai racconti di città che riportano una forza più stabile delle cose: non ci raccontiamo dello smottare, del confondersi di rami e dell’impotenza delle case, piuttosto pensiamo alle sicurezze degli spazi che si sono consolidati, alle cantine che a volte s’allagano, ma rendono stabili le case. Ci rendiamo conto che gli edifici dell’uomo sono conficcati come rocce e di rado, nelle nostre pianure, se ne vanno per loro conto. Forse per questo non ne parliamo e ci sembra naturale sia così, ma stanotte non sembrava fosse tutto così stabile e persino il bosco poco distante si muoveva e aveva rumori strani di terra strappata, di rami che si staccavano e venivano portati altrove.
Non è accaduto nulla d’importante e forse per questo, più tardi, tutto s’è oscurato nuovamente. Il grigio ha inghiottito sole e azzurro, ed è diventato del colore delle terre di fonderia, come avesse esaurito la sua capacità di dare cose utili e ora attendesse solo di cadere esausto al suolo. E così è stato, in una nuova bufera d’acqua e grandine che scaricava le nubi del grigio ma ancora non si contentava. Pioveva da un cielo bianco, candido di nubi rapprese e spesse, pioveva con violenza e grandinava. Guardavo la casa poco lontana e la sua grondaia che traboccava ondate d’acqua e grandine, come usano fare i pescatori sul pesce preso e disposto in cassette, quando buttano la graniglia di ghiaccio e sale, senza risparmio, così, allo stesso modo, i tetti distribuivano sui cortili, sull’erba, sui terrazzi inermi, ciò che veniva dal cielo.
In questi giorni si parla spesso di siccità, si vedono terreni arsi dal caldo, piante avvizzite, questa violenza d’acqua sembrava essere la loro conferma perché si sarebbe esaurita presto e dispersa in fognature, in fiumi che s’ingrossano d’un nulla mentre i laghi restano vuoti e le fonti tacciono. Pensavo agli animali che erano sui prati e che ieri s’azzuffavano per bere in una pozza e ora si rifugiavano stretti gli uni agli altri ma di certo non avrebbero avuto grande beneficio da tutto quello scrosciare, anzi il passo sarebbe diventato malfermo. I declivi per un poco sdrucciolevoli, sarebbero stati pericolosi, mentre intanto il terreno carsico avrebbe inghiottito tutto fino ad un nuovo secco.
Questo procedere per scossoni d’acqua e sole, m’ha fatto pensare alle nostre rincorse fatue, al cercare equilibri difficili e momentanei in attesa che qualcosa consolidi l’ordine delle cose. E se le cose non avessero un ordine che ci piace, mi sono chiesto? Dovremmo adattarci ma non tutti riusciremmo e la riottosità non servirebbe a nulla o quasi. Dovremmo leggere le cose nel loro divenire, anche se sembra sempre così difficile perché nelle nostre vite attendiamo un nuovo che ci sia amico. Lo vogliamo così forte che quando non c’è o ritarda ci sembra di cancellare il buono che abbiamo e che ci attornia e allora disperiamo. Accontentarsi non è una virtù, è una resa al passato, a ciò che è stato.
Pensavo a cose che entrambi conosciamo, ad esempi che ciascuno potrebbe invocare a propria giustificazione per il non fatto, per ciò che si è evitato per paura o dolo e così evitiamo in egual misura gioie e dolori per lo stesso timore ovvero che la delusione ci prenda e ci annichilisca nelle forze nel tentare qualcosa di diverso.
Intanto l’acqua cominciava a scemare, procedeva per scrosci e mentre ne zittiva uno se ne preparava un altro, ma sempre più debole e meno convinta. Come la furia si quietava e lasciava tracce attorno, non c’era un nuovo stabilirsi del futuro: si era sfogata e ora guardava indifferente. Priva di colpa e di un progetto che non fosse l’essere guidata, se la si voleva amica. Anche nell’indifferente quiete aveva molto da dire e io ho pensato che se mai ti sia capitato d’insegnare questa parte del caso, che è apparente, ed è in realtà solo fatica e ignavia per il nostro non volerlo vedere. Come per gli amori indecisi, ho pensato, che hanno bellezza e struggimento, ma poi si spengono altrove e non se ne capisce il motivo semplicemente perché non si è indagato nel semplice divenire delle cose che non si ripetono e lasciano rimpianto. E allora ho pensato che nella bellezza e nel momento in cui accade bisogna capire d’esserci e che tutto, anche nella tempesta, assomiglia alla fine della sesta di Beethoven condotta da Kleiber, così definitiva da lasciare intuire, a chi l’aveva ascoltata, la bellezza nel suo divenire e di come essa possa essere quando venga messa nel giusto ordine. Allora la consapevolezza ci lascia ammutoliti e indecisi se manifestare la gioia che si è generata oppure se tenerla dentro di sé in un attimo che dura all’infinito. Pensieri incongrui alla furia e al bene dell’acqua caduta: ora nel prato giocano i bambini e tutto sembra nuovo. Perdona il divagare che si sofferma sulle cose, però mi auguro che un poco del fresco che ora avvolge tutto il verde, che lo rende splendente, ti arrivi e sia come un dire sommesso che non si capisce bene cosa racconti, ma è caro al cuore e accarezza.

 

 

la nuova casa sul colle


Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno,  i suoi  muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato.
Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo  il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .