una tesi sulla decadenza

C’è uno stupore morboso con cui l’intelligenza contempla la decadenza e l’associa a categorie morali, così Berg è affascinato dal cammino di Lulu in quello che, per essere accettato dalla morale prevalente, deve aggettivare con il termine degrado. Il degrado morale come conformità all’ordine comune, all’appartenenza e soprattutto alla sessualità che rispetta canoni. Tra la felicità, il piacere e l’ordine la scelta è il terzo, se la prima è priva di regole, il piacere dev’essere anch’esso regolato. In questo consiste la superficie della morale, la crosta che sotto aspira ad altro. Alda Merini con l’aiuto di una follia temperata e quieta, nella poesie e nel comportamento, salda la felicità al contemplare se stessa, ne trova ragioni che non contraddicono, in questo c’è non poca parte dell’amore che la circonda oggi, non prima , quando era viva. Perché la follia, nelle sue accezioni di rottura dell’ordine non consente tutto. Ad esempio non consente la felicità come esibizione di tranquilla pienezza, dev’essere sguaiata, esibita, oscena per il suo imporsi come libera e assoluta, folle e priva cioè della regola che ne consente il controllo sociale. Nel fascino della decadenza si trova non solo il vecchio che non ha percorso pienamente la vita, non ha avuto, ma ogni persona regimentata e insoddisfatta, segretamente colpita dal fatto che ciò che sembrava assicurare felicità in realtà non abbia mantenuto la promessa. Così l’ordine esteriore ed interiore più che un modo di vivere che sia compimento di sé diviene abito che occulta e dissimula, viene favoleggiata un’innocenza innata che è prima della morale e quindi libera di essere, la si colloca in un tempo di cui non c’è ricordo ma dev’essere esistito. Finzioni dell’intelligenza e contraddizioni non ricomposte. Anche oggi che il decadere è fuori moda: non si decade più e nell’ esaltazione del giovanilismo come condizione permanente in cui tutto è permesso, non viene colto il nesso tra una condizione di ricerca della felicità e il suo materiale farsi. C’è sempre un giudizio morale che deve riportare l’ordine. La libertà sessuale così indagata in tanta morbosità pseudoscientifica da rotocalchi, dovrebbe rivelare un passaggio innanzi nella felicità e nell’appagamento, essere una felicità 4.0 e invece emerge una confusione, un disorientamento che fa oscillare tra giudizio morale e desiderio d’essere differenti. Non si evidenzia ciò che già nell’età precedente era il bivio in cui aspettava il demone: le vite scelgono tra la tranquillità e il rifiuto dell’eccesso di piacere oppure la libertà di essere, pena il decadere. Il resto è materia di follia e di corrosione e l’unico elemento nuovo, oltre al giovanilismo, è lo spostamento del limite della percezione, ossia possiamo includere più comportamenti evidenti nel catalogo della non decadenza. Il tema può sembrare astratto, ma le civiltà decadono a partire dai comportamenti collettivi e dalla loro relazione con la giustizia distributiva, ovvero se è l’individuo a prevalere e il suo essere felice non è tensione collettiva il tessuto si rompe, le persone perseguono secondo i loro mezzi il loro destino e non lo rendono partecipato. Subentra il privato, quello che Berg spia e Merini esibisce, ma così ognuno ha una felicità, un piacere e un evolvere, ciò che non viene accettato come comune diviene degrado o follia.

7 novembre 10/17

In questo scartafaccio che è willyco, si sono accumulati articoli, scritti, frammenti di cui non ho precisa memoria. E questa è una buona cosa: quando rileggo verifico i ricordi e cosa sono diventati. Ma non è solo questo, è il riassumere il com’ero che m’interessa, soprattutto nella sua dimensione pubblica perché l’altra è più personale e la può leggere solo chi ne ha la chiave segreta della conoscenza diretta. Sollecitato da facebook sono andato a rileggere un post scritto 7 anni fa in questo giorno. In esso parlavo dell’autorottamazione politica avvenuta per tempo, parlavo della libertà acquisita e del fatto che la politica è una passione che si manifesta in molti modi, ma che erano finite le attese personali, insomma essermi fatto da parte per tempo e non accompagnato alla porta aveva avuto vantaggi notevoli. In quelle parole che forse allora non erano ancora così serene, c’era una verità personale che verifico anche ora, ossia che si può fare politica per tutta la vita ma non si possono interpretare tutte le stagioni e che l’esercizio del potere è una conseguenza dell’agire politico non la sua motivazione. In questi giorni si discute delle elezioni in Sicilia, della vittoria della destra, della sconfitta di Renzi e del PD, della sinistra che non decolla e non trova l’aggregazione necessaria per essere credibile di fronte agli immani problemi di una società che ha basato sulla paura e l’individualismo la conservazione del benessere acquisito o presunto. Di tutto questo parlare mi interessa poco, e credo che a parte un profluvio di personalismi parlanti non ci sarà nessuna analisi seria di ciò che sta accadendo. Allora mi sono chiesto, come allora, che significa esercitare la mia libertà in una democrazia delegata, quanto essa incida sulla mia vita e su quel noi che è prossimo, che suscita emozione e identità comune. La risposta è che la critica e la partecipazione sono ancora gli unici strumenti che ho a disposizione per esserci in questa società. Che l’identità collettiva è un insieme vuoto se si traduce solo in una presunta liberazione dalle regole comuni, che la politica e l’amministrare sono questioni serie e centrali per la vita di tutti ed esigono competenza e capacità unite all’onestà personale e collettiva. Mi direte, e questo che c’entra con la Sicilia? C’entra molto perché se i numeri del familismo politico sono particolarmente acuti in Sicilia, se l’economia di quella regione è sostanzialmente un’economia basata sull’impiego pubblico, mi devo chiedere quanta Sicilia c’è in me che non ci abito, quanto è stata deviata la cosa pubblica verso l’interesse del singolo, quanto si è giustificato l’illegale per avere un equilibrio in cui tutto convivesse. Facendo questa riflessione mi sono accorto che quanti hanno votato il candidato di destra pur essendo di sinistra hanno fatto un ragionamento di comodo, ovvero quanto quel candidato mi può assicurare in termini di mantenimento dei privilegi e quanto perderei in una modifica radicale di essi? In questa democrazia delegata basata sul calcolo dell’interesse personale si piega la politica locale e nazionale. E si subisce il mondo. Per uscirne servirebbero non lacrime e sangue ma verità e giustizia. Verità per dire le cose che tutti vedono e giustizia per togliere alla realtà una interpretazione che si basa solo sulla forza e sull’arbitrio. In fondo per far questo c’è bisogno di uomini che considerino la parola un vincolo d’onore, che non promettano cose che non sono possibili, che siano di parte e difendano interessi ma con l’onestà di dirlo. Non si può fare a meno della politica, si può scegliere, come ho fatto, di non esercitarla ulteriormente con compiti pubblici, ma si deve essere conseguenti con quello che si pensa, se vogliamo un Paese migliore dobbiamo essere migliori ed eleggere persone migliori, non compari. In questi anni si è consumato un tragico errore ovvero quello che le cose possano migliorare da sole, non solo non è così, ma nessuno saprà proporre una via alternativa se questa non viene costruita e partecipata assieme. Riflettete su questo, dal 2007 anno della più grave crisi economica degli ultimi 100 anni, tutto si è concentrato non su come essere diversi da prima, ma su come uscire dalla crisi per fare le stesse cose di prima. Cioè come ricreare le condizioni della malattia che ha cercato di uccidere nazioni e democrazie. Questo è il senso della politica e del suo cambiamento, mutare le condizioni che hanno generato l’abisso, aggiungere equità e togliere povertà, assicurare diritti spendibili e libertà comuni. Quanto di tutto questo è contenuto nelle politiche attuali in Italia, in Europa, quanto la regione Sicilia o la mia regione, vorranno modificare il loro stato di dipendenza dal favoritismo, come vorranno crescere e mutare le condizioni di vita di chi ci abita. Ecco, queste domande fanno parte della passione politica e non si curano delle parole che sentirò in questi giorni, del teatro in fondo credo non interessi più a nessuno se non agli attori, ma in questo copione noi quanto vogliamo esserci? 

lontano vicino

Al centro della piazza c’era una grande vasca circolare col bordo arrotondato, era vuota d’acqua anche se al centro c’era una chiazza d’umido che la calura forte non riusciva a prosciugare e veniva da una canna per lo zampillo di rame ossidato con un color ramarro umido dove l’acqua non si vedeva ma da qualche parte ancora arrivava e perdeva. Il bordo veniva usato come panchina, sin dalla prima mattina, da chi riusciva a conquistarne un pezzetto su cui sedere e davanti c’erano quelli in piedi, che conversavano con uno di quelli seduti e attendevano che si liberasse un posto sotto il sole. Si alternavano, seduti e in piedi diversi, perché c’erano quelli che andavano altrove verso incombenze misteriose, però le conversazioni non finivano e non parlavano tutti della stessa cosa. Si capiva dall’animazione di alcuni e dalla calma di altri, dai silenzi asincroni, dai gesti che animavano diversamente le mani e i corpi. L’insieme generava un ronzare forte di voci, di sillabe e consonanti aspirate e si protraeva sino al mezzogiorno, quando la piazza si vuotava per il pranzo.

Su un lato della piazza c’era un armadio di metallo per i contatti telefonici. Era sempre aperto e ogni mattina, davanti, c’erano due operai in tuta che discutevano animatamente. Uno di questi aveva una grossa cornetta telefonica nera, di gomma, in cui parlava e contemporaneamente dava ordini all’altro operaio, che metteva pinzette e tranciava fili da grosse trecce colorate che spuntavano dal terreno. Spesso discutevano tra loro e con qualcuno che stava all’altro capo del telefono. A volte sembrava arrivassero al limite della lite e l’operaio che aveva il tronchese e le pinzette, tagliava dei fili che facevano imbestialire l’altro operaio. Allora tutto si fermava e la discussione assumeva toni concitati, sinché trovavano un accordo e la conversazione attraverso la cornetta riprendeva. Anche loro sparivano a mezzogiorno  e lasciavano per terra una miriade di pezzetti di fili di colori diversi che i ragazzini provvedevano a far sparire. In 20 giorni di passaggi per quella piazza ho sempre visto la stessa scena e a casa il telefono e la connessione funzionavano secondo algoritmi misteriosi, quasi mai di giorno e a volte verso sera e di notte, come se l’accordo tra loro fosse per una tregua notturna. 

Sul lato della piazza si apriva un grande viale alberato di palme altissime, con tende bianche per proteggere i tavolini dal sole a picco nei bar migliori; negli altri le persone e i tavolini si assiepavano sul lato in ombra e spostavano sedie di ferro e tavolini tondi seguendo l’andamento del sole. Finché potevano, poi si trasferivano all’interno in sale piene di polvere e di vecchi tavoli di legno. Nell’angolo c’era il bancone con poche bottiglie alle spalle e una vasca piena di pezzi di ghiaccio in cui galleggiavano i colli delle bottiglie di birra. Di prima mattina, quando la calura era accettabile, giravano dei carretti coperti con un cofano di lamiera zincata, da cui venivano estratte delle stecche di ghiaccio lunghe e pesanti. Le prendevano in due uomini, con degli uncini molto appuntiti, uno dei due aveva un sacco di juta sulla schiena, e con un movimento morbido si piegava a fianco del carretto, si metteva sotto la stecca di ghiaccio, e la ruotava  posandola sulla juta tenendo l’uncino piantato. Veniva scambiata una parola e l’altro toglieva da sotto il proprio uncino, così la stecca gocciolante cominciava a muoversi con piccoli passi verso le ghiacciaie dei bar o dei macellai. Vista controluce, lanciava dei bagliori che la infuocavano e con l’uomo piegato quasi a novanta gradi, formava un misterioso carattere cinese che nella mia immaginazione mescolava gli opposti fuochi del sole e del gelo in un unico sentire. Per terra una scia di gocce segnava i percorsi sulla polvere gialla e sottile e guardando il corso si poteva scorgere una sorta di spina enorme d’ un pesce misterioso che aveva propaggini nei negozi dell’una e dell’altra parte.

In uno di questi negozi stava un uomo di età matura e non riuscivo a definire come, del resto, mi accadeva per gran parte di quelli che vedevo. Stava sempre appoggiato con i gomiti sul bancone di legno, che credo fosse eucalipto perché il negozio aveva sempre un profumo pungente e gradevole, e leggeva un giornale aperto con una foto sulla destra. Le volte che entrai per acquistare qualcuna delle poche cose che vendeva, mi sembrò sempre la stessa pagina e lo stesso giornale. Alle spalle c’erano su due scaffali, dei barattoli con delle polveri colorate, gialli e rossi accesi, ma anche ocra, blu intensi, verdi di varie tonalità. Poi delle matite, delle bottiglie d’inchiostro Pessi, fasci di canotti di legno per pennini, pennelli sottili e qualche risma di carta di varie pesantezze. Era una cartoleria che vendeva anche giornali. Andavo da lui per avere notizie dall’Italia, ma i giornali erano talmente pochi e vecchi di almeno 15 giorni che spesso mi sforzavo di comprare qualcos’altro per giustificare la conversazione che seguiva l’entrata. Parlava un italiano vecchio, con parole e costruzioni sintattiche che riportavano a molti anni prima. Qualcuna di quelle parole le avevo sentite usare da mia nonna quando usciva dal dialetto e voleva affermare qualcosa con l’autorità della lingua, in lui, invece, c’era tutto il discorso. Parlava lentamente, faceva domande discrete sulla provenienza. Restavo sul vago e lui capiva che non era un argomento di curiosità, allora mi mostrava le cartoline che aveva, i francobolli. Mi sembrava tutto fuori corso, ma mi fidavo e le cartoline sono arrivate. Sostavo per curiosità e per quella nozione di lontano che emanava la situazione. Non avevo giornali, il telefono era praticamente inutilizzabile per i fusi differenti e tutto, a parte gli affetti, sembrava così distante da apparire piccolo e in un mondo parallelo. Mi chiedevo cosa avessero provato gli italiani che erano rimasti lì a lungo. Non quelli che conoscevo e che insegnavano alla scuola italiana o lavoravano all’ambasciata, ma quelli che erano venuti per restarci e che non potevano essere poveri perché il regime non permetteva che i conquistatori fossero poveri, che non potevano mescolarsi con i nativi perché c’era la segregazione razziale, che dovevano vivere come in Italia ed erano distanti tre settimane di navigazione dall’Italia. Naturalmente non parlavo con lui di queste cose però un giorno cercò dentro delle cartelle molto malmesse dei piccoli manifesti, ed erano degli alfabeti per scuole elementari, che mettevano in corrispondenza i caratteri di due lingue diverse con le lettere latine. Ne acquistai due perché le lingue a confronto non erano solo quelle principali, ma ce n’erano altre che si riferivano ad altri conquistatori.

Confusamente gli parlai della nozione di lontano e vicino e lui mi chiese, sempre con quella sintassi strana: ma voi a cosa siete vicino? A qualcosa che è dentro di voi o a qualcosa che dovete per forza vedere fuori? Qualcosa imbastii come risposta e gli dissi quello che mi mancava. E, come non avesse capito, lui ripetè la domanda, poi senza attendere la risposta, arrotolò i manifesti e disse: domani, forse, arrivano notizie nuove, ma saranno già vecchie. Ci impiega tempo, il tempo a raggiungerci.

Ci furono visite successive, dei canotti di bachelite e dei pennini Fila, per identificare un vicino nel lontano, ma non era quel giorno. Fuori c’era un sole a picco e uscendo vidi che tornava con i gomiti sul bancone, al suo giornale e il carretto del ghiaccio non c’era più. Prima della piazza mi fermai a bere una birra ghiacciata e seduto mi misi a guardare gli operai che riparavano i telefoni e litigavano: cos’era lontano e cos’era vicino?

presbiopia

Le cose si sono ricomposte seguendo percorsi che stanno sotto la ragione. Fanno sempre così le cose, hanno una loro intelligenza che non insegna. E invece dovrebbero insegnare, diventare coscienza e prevedibilità possibile, non lasciarci spettatori di quello che pare il mare del caso e poi ficcandoci dentro ad esso.

Non sai nuotare, impara…Come servisse saper nuotare se non hai una direzione. Si resta a galla, ci si salva, ma il posto dove costruire non è il mare del caso, è la terra dove poggi i piedi, dove senti, vedi e prevedi.

Le cose si ricompongono, diventano leggibili, ma passa un sacco di tempo e si accumula dell’altro, che a volte c’entra e a volte è solo conseguenza, finché subentra un po’ di calma.

Si penserà, poi, con malinconica meraviglia, a come eravamo, ma avremmo preferito saperlo allora. Insomma nell’adesso, non ci si vede bene. Forse perché ciò che pare realtà non lo è mai davvero, salvo in momenti particolari e c’è bisogno di quiete che non hai, di distanza per vedere bene e non c’è.

Presbiopia. Era comunque diversa la realtà percepita da quella degli altri. Ciascuno ci aggiungeva di suo, ti mostrava qualcosa che sembrava attraente e si mescolava con te, e così le cose avevano punti di vista. Hai mai provato a farti raccontare una cosa che ricordi bene, che hai vissuto, da un altro che c’era? Ne viene fuori qualcosa di così differente che alla fine non cerchi i fatti ma le cose comuni. Ti sforzi per avere uno straccio di ricordo uguale e non è detto che tu ci riesca.  Eppure le cose erano quelle e se le abbiamo vissute diversamente, certamente non si poteva dire allora. Ti avrebbero preso in giro: ma non vedi, ti avrebbero detto, è evidente… Dimostra tu che l’evidenza non è proprio così evidente e comune.

Forse era l’eccessiva fedeltà a sé che travisava. Le convinzioni costruite con fatica, i desideri spasmodici dell’età che mascheravano i bisogni, le notti insonni, i giorni attoniti, le parole eccessive come i silenzi e le offese. Le rabbie, l’incapacità di capire, la presunzione di sapere, la negazione o l’esasperazione dell’intuito, tutto gonfiato in una lente che avvicinava, selezionava, scartava, teneva da conto fatti, cose e sciocchezze marginali. E ora come si è ricombinato tutto questo nei ricordi?

Mah, se si vuole uscire da quella sensazione d’aver sbagliato troppo spesso un particolare che ha rovinato l’evolvere, bisogna leggere o sentirsi raccontare storie di passioni sconcluse da altri. Ascoltare. Lì c’è un confronto con qualcosa che pare d’aver vissuto anche se non è la stessa cosa. E non è la passione per i fallimenti che ridisegna i terreno dei fatti, delle cose accadute, ma la consapevolezza che altrove è accaduto qualcosa di analogo, un ricordo quasi comune che fa compagnia, che toglie l’onnipotenza, la preveggenza, la forza invincibile della volontà e ci consegna a un limite.

Noi siamo un limite, e quando lo capisci, è una cosa che improvvisamente sembra bella, perché non ti sei adagiato, hai continuato a sbagliare, di poco, di un nonnulla e le cose che già erano incastrate nel reale, non le hai perse. Estrai da un sacco il buono che si è composto per capire quello che si ricompone ora. Nel limite, hai fatto, hai portato avanti senza la vista a fuoco e se resta un dirsi nostalgico per l’età perduta, non è per i momenti mancati, perché capisci che ne verranno altri. E sbaglierai, di poco, ancora, perché è la possibilità che interessa non il percorso che non si è fatto e tantomeno quello che non si farà.

antico amico caro

Abbiamo passato notti a fantasticare su cosa ci sarebbe piaciuto essere e diventare. Essere, in quel momento, che pareva sempre incompleto, essere per riuscire a dar sfogo all’ immensa energia che serpeggiava e ribolliva. Essere, per trovarsi oltre l’ apparenza abbandonata in quelle lunghe chiacchierate. Parlando, comunicavamo davvero perché qualcosa diventava urgente, chiaro e possibile. E prima non lo era. Eravamo dentro la nostra determinazione di essere ossimori felici, grandi e ricchi di indecisioni e sfumature. Perduti in un presente e ansiosi di costruire il futuro, nostro e altrui. Quello era il diventare, il sogno ad occhi aperti che diventava urgente e plausibile. A volte mi tornano a mente quei ragionamenti, quella necessità di essere, ora e domani assieme. Si arrossava il viso, parlando, e la testa ribolliva, e ogni difficoltà sembrava sciogliersi, come cera che spandendosi, ravvivava la fiamma. Dicevo che avrei voluto fare il giornalista e lo scrittore e tu mi parlavi del tuo voler essere un chimico che costruiva nuovi materiali. Facevamo le stesse cose, studiavamo sugli stessi libri e le vite si realizzavano nel giorno ma anche nella prospettiva. Quanto rispetto e consapevolezza avevo per le tue doti, per la rapidità nel capire cose che mi costavano fatica e, credo, lo stesso facessi tu con la mia capacità di mettere assieme cose parallele e apparentemente scombinate. Mi chiedevi il nesso di un accostare ardito e discutevi, come io facevo per quanto riguardava un processo oppure una relazione acido/base al limite della comprensione. E quanto in una definizione di valenza, dalla materia e dai legami trasbordava in quel quotidiano che poco si capiva e in cui eravamo immersi. Chissà se i pesci si chiedono del mare e dei suoi flussi oppure se ne lasciano permeare e si formano in essi secondo natura e attitudine.

Attorno accadeva di tutto, ne eravamo partecipi e discutevamo: si sentiva, la necessità di capire cosa stava nascendo perché in esso saremmo diventati altro,  ma non da soli, in tanti.

Eravamo una somma di desideri e di possibilità che, ci pareva, sarebbero stati la nostra generazione e il mondo. Sapersi generazione comportava una gran quantità di novità comuni, di desideri condivisi, cose da fare, idee da pensare, tanto che quei materiali a cui tu pensavi per me diventavano lo zucchero colorato delle sagre, estruso in lunghi bastoncini colorati. Dolce, fragile e continuo, questo era il futuro che nasceva da un presente fatto di parole, di entusiasmanti fatiche senza orari, di scoperte e necessità di raccontare ciò che accadeva per capirlo. Non è forse questa la comunicazione, il dire profondo che interagisce? Eravamo consci di non sapere, felici di scoprire, di avere sogni e un’ energia che correva l’un l’altro, dappertutto. E c’erano gli amori timidi e forti, le tristezze infinite e le gioie immotivate, c’erano le parole difficili da dire e quelle che uscivano incaute ed erano così enormi che poi ci si doveva abituare alla loro realtà. C’erano i sogni di una generazione colma di rivolta e di voglia di fare, c’era un noi che sperimentavano ovunque e ci pareva che solo così potesse essere.

Che ne abbiamo fatto del nostro diventare? Il tuo più determinato si è realizzato a suo modo, il mio ha trovato strade così tortuose che spesso mi ha fatto pensare d’ essermi smarrito. Certo, non ho realizzato il diventare di allora, ma il noi e l’ essere sono rimasti e con essi la voglia di cambiare. Mi chiedo quanto siamo stati utili alle  nostre vite, alle nostre felicità, e quanto a quelle degli altri. Insomma quanto siamo cresciuti tutti assieme e quanto stiamo meglio. Allora sembrava naturale che i figli potessero avere più desideri dei padri, che ciò che a loro non era stato possibile, si potesse diversamente realizzare. E  ognuno aggiungeva a sé, ma anche ad altri, il nuovo. Certo esistevano le stesse invidie , favoritismi, incapacità glorificate in immeritate posizioni. Ma ci faceva ribrezzo e non volevamo assomigliare a quel familismo che pensava al singolo, che toglieva e diventava ingiustizia da combattere. Eppure assieme al rivoltarsi c’erano attese semplici e conformismi, eravamo la coda staccata della lucertola del romanticismo. Forse era questa vitalità indomabile che spingeva a un diverso comune, al cambiare radicale che i padri non capivano, ma che non li eliminava del tutto e non lo sapevano. Nessuno uccideva i padri e però mettevamo assieme la mediocrità e il sublime che sempre accompagna gli uomini con quel noi che c’è ogni crescita comune, gloriosa di piccole cose e cambiamento.  Oggi ho l’ impressione di un noi frantumato, di una Magna carta fatta coriandoli e gettata al vento. Cos’ è rimasto di tutto questo? E senza voler invadere chi è venuto dopo, c’è ancora la smania di capire dove siamo, in quale mare nuotiamo ed esiste ancora, la più grande cosa, che oltre all’ amicizia, ci siamo scambiati allora: vogliamo ancora capire il mondo per quanto possibile e diventare in esso, magari, a volte, felici?

il concerto

Aveva il vestito delle occasioni importanti, la cravatta e la giacca. Attorno, a parte i maggiorenti cittadini e qualche altra persona attenta alle tradizioni, era tutto un fiorire di felpe, di camice a quadri, di abiti da mezza stagione e jeans. Molti i giovani che erano lì per la musica e non per salutarsi e farsi riconoscere, da una parte all’altra delle file di poltrone rosso fuoco. Lui era vestito bene, magari con un po’ di ferro da stiro la piega e la giacca sarebbero stati più freschi però era suo agio perché la sera meritava un vestito per l’occasione. Dopo alcune parole del direttore la musica era cominciata e il pensiero oscillava tra la vista di tutti quei musicisti sul palcoscenico e la musica che essi producevano. Gli sembrava strano che da quel muoversi, quel soffiare, battere a tempo venisse fuori qualcosa di così armonico che sembrava non avere relazione con chi lo produceva. Riconosceva gli strumenti, sentiva l’assonanza e la dissonanza, coglieva nella massa di note un flusso che lo trasportava dentro qualcosa che sembrava prescindere da quelle persone, eppure tutto era connaturato, legato: l’interpretazione, lo spartito, la direzione. C’erano stati momenti lunghi nella sua vita, in cui la musica era stata il luogo in cui sciogliere le tensioni e tenere assieme il bello col presente. La musica era stata un veicolo fortissimo di emozioni, poi le emozioni erano venute da altre parti, ma la musica aveva conservato una magia particolare che solo qualche libro aveva eguagliato. Era questione di sintonia, aveva pensato, di comprensione senza mediazione. Nessuno gli aveva spiegato nulla, le cose erano venute per loro conto, poi la ricerca, ma sempre in subordine perché troppa analisi sembrava sporcare ciò che le note provocavano. Si sorprese con gli occhi chiusi, lo faceva per lasciar entrare, per non distrarsi con il pensiero dei gesti che vedeva, per farsi sorprendere anche se conosceva la sinfonia che stavano eseguendo.

Il tempo scorreva per suo conto, in quell’udire/sentire c’era il tempo musicale che aveva caratteristiche diverse dal tempo ordinario. Era un lasciarsi vivere, condurre. Si sorprese a coincidere con il palmo, le irruzioni degli attacchi, l’entrata dei timpani, il chiudere di un assolo. Si ricompose e aprì gli occhi, l’orchestra era lì davanti e affrontava l’ultimo movimento. Lì guardò con meraviglia, sapeva che si emozionavano anche loro, ma adesso sembravano coincidere nel fluire che si gonfiava e poi restava teso, staccando improvviso in silenzi senza tempo, come un trattenere il fiato per poi riprendere. Chiuse nuovamente gli occhi e si lasciò immergere nel suono che così sembrava più corposo. Era dentro un pensiero collettivo, ma con la sua individualità, con il suo essere se stesso nelle sensazioni che provava. Ormai la sinfonia volgeva alla fine e negli ultimi tre assoli che si smorzavano in un sempre più piano, sentiva la vita dell’autore che sfuggiva. Sentiva il suo sentire, ma anche il raccontare qualcosa che riguardava tutti. Parlava della vita e del suo mutare in altro, parlava del dialogo della vita con le passioni e con la morte che le aspirava in un silenzio così ricco di mistero e buio che nulla trapelava da esso. Una lacrima cadde sulla mano ora ferma, poi un’altra. Piangeva senza sapere perché e non voleva aprire gli occhi e neppure asciugarsi il viso: si sentiva estenuato dall’emozione, ma aveva timore del ridicolo. Il finale assorbì l’ultima nota, così leggera che tutta la sala tese l’orecchio per capire se ce ne sarebbe stata un’altra. Non c’era un’altra nota, lo sapeva, e ascoltò il silenzio lunghissimo, che sembrava non finire mai e assorbiva il fiato. Aprì gli occhi e vide la mano del direttore che piano scendeva verso il leggio, e nessuno si mosse sinché non fu posata. Poi, un timido battere di mani, poi altri si unirono, finché liberatorio, l’applauso riportò la realtà e il tempo. Applaudendo scorse i sorrisi soddisfatti, gli strumenti, ora staccati dal corpo, dei musicisti, e guardando con attenzione vide che sul viso di qualcuno la luce rifrangeva. Forse era sudore o forse una lacrima simile alle sue. Pensò che fossero lacrime d’emozione e che quelle parole, che si scrivono alla fine di un racconto del sentire, non concludevano nulla, ma riportavano all’eterna ruota della vita.   

due giorni a cent’anni

Due giorni e le date si sovrapporranno. Neppure il calendario giuliano e quello gregoriano riusciranno a separarle, cosicché destini differenti si presteranno a essere letti, per l’ennesima volta, attraverso le celebrazioni o l’indifferenza interiore. A poco conta quello che avviene fuori se esso non risuona dentro, se non trova corrispondenza, se il passato non rende attive due funzioni, quella della riflessione su di sé e quella del capire cosa accade del futuro.

Le celebrazioni sono la sublimazione delle speranze deluse. Il contenitore di ciò che avevamo capito e non si è compiuto. E in ogni compiersi c’è l’insufficienza della somma delle realtà, il confluire delle forze che piega i rami dell’albero della storia,ma non lo sradica, lo muta alla nostra vista e percezione e quindi in noi. Per questo, e per chi lo sente come evento della storia a cui appartiene, pensare a ciò che avveniva cent’anni fa allo Smolny, a san Pietroburgo, oppure meditare sulla pace apparente del 22 ottobre nella conca di Tolmino, è materia incandescente e viva. È un guardare dentro a un vulcano che generò passioni, un insieme di braccia che presero e trascinarono la storia altrove. Nulla nasce in un giorno esatto, persino le nascite degli uomini sono convenzioni legali, ma c’è un momento in cui il presente schiocca le dita e diventa lo scollinare delle forze che hanno creato l’evento, allora dilaga la realtà e coinvolge e travolge.

Allo Smolny in una presa di potere che passa attraverso milioni di menti e di braccia, vibra e incalza la certezza che il dopo sarà definitivo e migliore per l’uomo. A Caporetto, il Kobarid di adesso, l’attesa è silente, si muove attraverso gambe e menti che si chiedono cosa sia la guerra, che speranze essa contenga, per chi e per cosa, si muore. In entrambi i casi una rotta d’un argine di certezze con qualcuno che irrompe. A San Pietroburgo, chi irrompe è la speranza di un mutamento radicale della condizione dell’uomo, di una pace nella crescita degli -e dell’uomo- finalmente libero dal bisogno. A Caporetto irrompe la volontà di un esercito avversario che vuole chiudere la partita, ristabilire l’antico ordine violato e chiudere da questo fronte una guerra che sta affamando e dissanguando i popoli dell’impero Austro Ungarico e della Germania.

Mancano due giorni a cent’anni, e se si leggono le cronache di ciò che avviene nei soviet, di come si dispongono le coscienze, le parole determinate che infiammano, mi chiedo dove sarei stato, perché questa è la domanda che pone la storia: dove ci saremmo collocati? E a Kobarid, intruppato al posto di un nonno, l’altro era morto due mesi prima poco distante, come avrei reagito alle interminabili attese di un massacro che si consumavano nelle trincee. Le scelte che ci mettono in situazioni non vissute sono solo in parte ipotetiche perché sono le nostre vite che testimoniano dove saremmo stati. Quello in cui abbiamo creduto, il nostro leggere la storia ci colloca da una parte e la rendono cosa viva, ci fanno interrogare non sul dove ma sul quanto. E ancor oggi nel misurare le speranze deluse, pongono il tema del fallire. Ricordare, celebrare per evidenziare la caduta di un sogno non la sua vacuità. A San Pietroburgo si accendeva una speranza che sovvertiva il mondo, quanto di quella speranza, in altre forme, con altri nomi e parole è ancora presente nel nostro vissuto? Quanto vige la necessità di riconoscere nell’altro diritti eguali, trattamenti dignitosi nel lavoro, opportunità comparabili, vite prive dell’assillo del bisogno materiale? E a Caporetto, in quel disfarsi della grande macelleria e dell’Italia, che trovava se stessa nelle domande, nel perché combattere e per chi, non si faceva forse un’altra Italia che si metteva assieme e rifiutava il prima, ma poi trovava in una linea di difesa i modi per essere finalmente un Paese. Come per il Comunismo bisognerebbe capire quanto c’è di San Pietroburgo nella visione personale del mondo, per l’idea di essere popolo, sarebbe necessario capire dove sia la Caporetto in noi e come essa generi una linea di consapevolezza dell’essere uniti da un destino comune. I fatti non sono mai definitivi, ma la storia e gli uomini sono costruiti dai fatti, dietro ad essi ci sono le idee, e più in basso c’è quel fondo di identità dove l’io si confonde con il noi. Ci sono i bisogni innati, la giustizia che deriva da un processo naturale e da uno di civiltà, c’è tutto questo che viene riassunto nell’appartenere. A un’idea, a un sogno, a una forza comune che evolve e che diventa più grande.

Umanità è parola femminile e inclusiva, generante storia, feconda e inesauribile. Umanità era quella che assaltava i palazzi del potere, che dilagava e bivaccava tra ori e lussi inenarrabili pensando alla propria fame trasmessa nei secoli. Umanità era quella che si difendeva sino all’ultimo uomo, che veniva vilipesa da chi era incapace di vederla, che tornava verso valle, lacera, dopo aver lasciato amici, affetti profondi a marcire nel fango. Era la stessa umanità che si ricomponeva dinanzi a un pericolo e nuovamente si riconosceva. Non per la patria e per il re ma per le famiglie, per la possibilità di avere un futuro che non fosse di servaggio. A questo servono le ricorrenze, a misurare il fallimento ovvero ciò che manca al successo, a chiedersi dove siamo adesso perché lo sappiamo dove saremmo stati allora. Servono per capire cosa ci sia ancora dentro di noi del futuro che ci attende e di cui il passato è dimostrazione del suo farsi con gli uomini. Non a caso un centenario di come mutò il mondo viene ridotto a poca cosa, bisogna togliere le punte acuminate alla storia perché non rinascano domande; la manipolazione a cui siamo soggetti è questa: non l’esame dei fatti, delle idee, non lo schierarsi per l’una o per l’altra parte, ma l’indifferenza che renda tutto obsoleto, tutto cosabile ovvero ridotto ad avere e non avere. Quando saremo solo cosa, privi di umanità, cesserà la storia. Sarà indifferente e la passione scomparirà dalle vite. Ma sono sicuro che un’idea, una bandiera comune troverà sempre chi la alza e costringe a prendere coscienza, posizione, insomma essere.

 

Riporto due ignominie di allora, ovvero come l’alto comando italiano di Cadorna cercò di nascondere la propria incapacità e di come, altrettanto maldestramente, il governo Orlando, tentò di correggere. Come a dire che le vite valgono poco solo per chi non vede gli uomini e vale allora come adesso.

Il bollettino censurato su Caporetto:

La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

Orlando comprese che al disastro materiale si sarebbe aggiunto quello morale per l’intero esercito e senza conoscere la verità, ben diversa da quella del bollettino, la stessa sera, fece sequestrare i giornali che riportavano il comunicato Cadorna sostituendoli con nuove edizioni nelle quali il bollettino nella sua prima parte veniva ammorbidito come segue:
“La violenza dell’attacco, la deficiente resistenza di alcuni riparti della II° Armata hanno permesso alle forze austro-ungariche di rompere la nostra ala sinistra del Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare il sacro suolo della Patria.”

Circolò anche un’altra stesura, che era nefanda per il morale e all’opposto della verità, apparve nelle edizioni di alcuni giornali della provincia o fu fatta circolare, ciclostilata, o addirittura scritta a mano:
“Per la forte pressione dell’avversario, ma più ancora per l’ignobile tradimento di alcuni riparti della II° Armata e più precisamente delle brigate Roma, Pesaro, Foggia e Elba, il nemico ha potuto invadere il sacro suolo della Patria. Che Dio e la Patria li maledicano e il fango e la vergogna li coprano in eterno”.

Di questo testo misterioso non si conosce la mano, ma di certo era ancora una volta lontano dagli uomini e vicino al potere.

con fusione

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Le parole sono liquidi insufficienti, si plasmano all’interno di contenitori oppure si spandono. Dilagano inghiottite da tutti i ricettacoli che le portano altrove. E si sporcano. Possono essere gettate in avanti, in faccia, trattenute, le parole. Possono essere comprese in silenzi, espresse dalle mani, dagli occhi, dal muoversi del corpo. Quando esse diventano segno, attribuiamo loro un compito immane, ovvero quello di suscitare emozioni, trasmettere concetti, essere verità. In quel momento diventano parziali, insufficienti e reticenti, quasi sempre falsificanti. Non sempre accade, però le parole e i segni prendono la mano. Si deve finire un discorso, la sintassi ha una sua condizione costrittiva, i lemmi a disposizione hanno più significati che verranno corretti e precisati da ciò che precede e segue. E l’intuizione fa i conti con la verità della forma, sottrae energia alla sostanza per descrivere, suscitare, convincere. Un bacio è molto più esplicito e coinvolgente del dirlo, ma se devo descrivere un bacio, se voglio virtualmente darlo, o c’è un patto del silenzio tra chi lo riceve con me, un sentire così comune che non ha bisogno di parole, oppure devo circostanziare. Per questo i baci bisognerebbe darli più spesso di quanto si raccontino. E così la tenerezza, l’amore, il bene. E lo stesso vale per le parti oscure delle emozioni, per la collera, il disprezzo, l’indignazione, l’ira. Ma mentre il sentire e l’intuito sono emendabili e transitori, le parole restano, scavano, diventano atemporali. Riferiscono di un momento o di un tempo in cui avevano quella forza che si è tentato di descrivere, ed è il loro ossificarsi, diventare sasso. La parola scritta non fa eccezione e solo il vorticare, la marea del dire, diluisce il liquido, ne toglie il profumo. Come a dire che a parlare e scrivere poco, non molti riescono e se dicono una verità nel suo farsi ed evolvere, allora bisognerebbe ascoltarli con attenzione, perché sotto ogni parola, ogni gesto, ce ne saranno altri mille contenuti e pronti ad essere dati. E il con fondere diviene un fondersi assieme. 

incerta la fredda stagione

Intanto dissemina foglie e piccoli rami,

ma è incerta la fredda stagione.

Aggiunge lane sui corpi,

aggrega a crocchi sotto le luci,

in disparte, ma poco, una coppia si bacia,

stringe e non basta,

cerca, si ferma, indecisa,

poi s’allontana nella fretta d’un pensiero che cresce,

mentre attorno scosciano voci, accenni di canto: 

colpisce il ricordo, si esalta il colore della sera,

e nel cuore si conficcano parole

che vorrebbero ascolto mentre si fanno tra labbra

sono fruscio di foglie che ondeggiano,

e cadendo poi mulinano in vortici

nell’ irrisolto ancora tiepido vento.

il confessionista

 

Ogni sportello genera una particolare specie umana bisognosa di un sovrappiù di relazione: il confessionista. Come faccia un bancone, un’organizzazione a generare una cosa viva non si capisce, però è così, e se lo studio del processo spetterà ai genetisti molecolari o ai neurobiologi, la specie si forma comunque ed è davanti a chi aspetta il suo turno. Guardandoli da dietro, i confessionisti, hanno una gestualità inconfondibile: accavallano i polpacci, appoggiano al banco i gomiti e si confessano all’impiegata che sta dall’altra parte del banco. Se sono all’USL, hanno con sé involucri voluminosi, sacchetti da cui spuntano buste gialle con radiografie fatte direttamente da madame Curie, referti di luminari radiati dall’ordine, ricette, buste bianche misteriose e chiuse, ed estraggono, cercano, spargono, chiedono, parlano. Raccontano la loro storia personale con i particolari intimi che farebbero arrossire uno psicanalista reichiano, indicano parti del corpo, mimano, abbassano la voce, si protendono. Elencano sintomi diffusi che dovrebbero essere utili alla guarigione o al decesso, raccontano di aver letto articoli sulla patologia e sulla posologia di farmaci wudoo, che hanno risolto il loro problema, ma si trovano solo in Costarica. Dissertano sui vaccini, sulla chirurgia ricostruttiva e demolitiva, sulle macchine più moderne per la diagnostica che sono negli Stati Uniti o in Svezia, si lamentano della loro assenza in Italia e del sistema sanitario, ma in fondo devono fare un’ecografia.  Però se ci fossero sarebbe meglio. La preparazione? Beh, non sono proprio digiuni perché la mattina gli gira la testa se non mangiano qualcosa col caffè. Che sia la pressione bassa? Eppure stanno curando l’ ipertensione. Si potrà pur fare lo stesso, no? Eppoi, non c’entra, ma proprio ieri hanno sentito una fitta all’anca. L’impiegata li guarda. Ma lei deve fare un’ecografia al fegato. Questo per un attimo li ferma, ma poi, con parole proprie, spiegano che tutto si collega e si tiene, che un medico gli ha spiegato bene che il dolore riflesso è subdolo e allontana lo sguardo da dove si dovrebbe guardare e così non si guarisce. Per questo sono lì: non guariscono.

Hanno scordato l’impegnativa. Tragedia. La sala sente un brivido collettivo lungo la schiena collettiva piegata dall’attesa, già la mattina si affievolisce verso il pomeriggio, tutti  si chiedono a che ora chiudono? Il confessionista ora rovescia l’intero contenuto della storia clinica sua e di qualche parente stretto sul bancone, la ricerca è affannosa, emergono prescrizioni scadute da anni, richieste di indagini diagnostiche che il confessionista vorrebbe rimettere assieme agli esami. Non è possibile, l’impiegata lo vuol mettere da parte a cercare. Ma il confessionista non vuol perdere il turno, finalmente dopo aver cercato di spacciare impegnative simili e già scadute (ma non è lo stesso esame?), emerge la prescrizione. Sospiro di sollievo della sala. Si passa al numero successivo, mentre intanto il confessionista raduna i suoi referti, le radiografie, gli esami ematologici, quelli sulle deiezioni varie, e ascolta distratto i mali altrui. Questo è il momento più critico perché se l’esame da fare è lo stesso ci sarà un prosieguo di confessione, in un’altra sala d’aspetto verranno messi in comune le malattie subite, i casi della vita, il futuro a breve, a medio, a lungo. E anche l’umore più positivo, virerà verso il cupo, perché nella gara a chi sta peggio il confessionista ha un vantaggio: ha provato tutto.