appigli

Pur insufficienti le reti basate sull’affetto tentano di funzionare. La famiglia, gli amici, i circoli, l’appartenenza o meno a una fede che comporti uno scambio tra persone, sono reti. E queste precedono la società istituzione che di fatto è diventata la rete più labile.

Un tempo le persone uscivano di casa senza chiudere la porta contando sul fatto che i vicini avrebbero scambiato protezione. E funzionava. C’era anche poco da rubare, allora, ma spesso quel poco faceva la differenza tra la miseria e l’autosufficienza. Mia nonna non chiudeva la porta di casa, più volte fu visitata dai ladri ma erano quasi parenti e in fondo non ci badava troppo.

Tornando alla rete di relazioni, essa diviene il discrimine non tanto della sicurezza ma della solitudine. Una buona rete di affetti permette a una persona che affronta un problema importante di non piombare nella disperazione. Soffermiamoci su questa parola: disperazione è il contrario della speranza ovvero del trovare una via d’uscita alla propria condizione esistenziale. Chi conosce questo tipo di solitudine sa che essa attacca gola e cuore, che annaspa e cerca un appiglio prima dell’assenza di forze e della prostrazione. Se c’è una voce, una presenza nella rete che si è costruita, allora è possibile dare un nome alla paura, raccontarla; già questo ne riduce l’impatto perché la voce sembra parlare di un terzo e permette di vedere/sentire dall’esterno. A questo sentire sé raccontare, s’aggiunge la presenza di una persona in cui è riposta fiducia, da cui si riceve condivisione e tutto questo permette di risolvere il primo problema ovvero l’angoscia disperante della solitudine non scelta.

Quanto funzionano oggi queste reti, quando tutto spinge all’atomizzazione dei rapporti e la loro riduzione al solo presente?

Sono nettamente in crisi e la virtualizzazione delle reti fornisce un’apparente risposta. Ci si racconta nel buio, si ricevono segnali, però si tende a reiterare i comportamenti, non a vedersi e ad ascoltarsi, per cui ciascuno fa i conti con la dimensione fisica del disagio che di virtuale ha ben poco. La solitudine e la paura sono emozioni/condizioni politiche, cioè nascono da una impostazione sociale che non solo non le risolve, ma le utilizza per propri scopi di mantenimento o conquista del potere. Ad esempio sono enfatizzate da una concezione fortemente competitiva della società che investe ogni campo sino ai rapporti di rete più interni ed elitari ovvero quelli amorosi. Lo status economico sociale interferisce con essi e in una situazione di precarietà competitiva, le reti diventano insicure perché la competizione si trasferisce all’interno della stessa rete. E non si tratta solo di competizione economica ma di solitudine ovvero la fiducia diminuisce se il disagio trova anziché l’ascolto l’esibizione di un altro disagio sentito come più importante. Insomma anche nelle reti più strette si introduce la richiesta esclusiva ed egoista che massimizza la propria condizione e la mette in competizione con quella di chi chiede aiuto, fino a banalizzarne la sofferenza. Questo è il danno assoluto per una relazione, ovvero una aggiunta di solitudine da parte di chi doveva dare fiducia. 

Siamo tutti più soli e comunque gridiamo nella notte, perché le nostre reti relazionali degradano per labilità di legame e mancanza di manutenzione.

Ci si dice che gli amici si riconoscono nel momento del bisogno ma quella è una scrematura che dovrebbe essere stata fatta prima perché quando serve, l’amico non è una finzione virtuale ma un punto reale di condivisione. Anche quando allarga le braccia per impossibilità reale è vicino e parte della rete di sostegno mentre chi trova scuse che si sentono fasulle avrebbe dovuto essere lasciato prima. Cosa non facile quando le cose vanno bene.

C’è però un modo per capire chi è vicino da chi non lo è e si basa sulla condivisione e la generosità: una persona che ascolta, che condivide e non sovrasta, che rispetta e chiede rispetto, una persona generosa, è parte sicura della rete che toglie dalla solitudine. Ci si può sbagliare ma accade perché si vogliono ignorare i segnali. Lo sappiamo anche in amore che ciò che non ci va bene sino a non poterne più, l’abbiamo sempre saputo, solo che per onnipotenza si pensava di essere in grado di aggiustare, di modificare l’altro. Però le persone cambiano principalmente per necessità, oppure per apertura e generosità e questo lo sappiamo, a partire da noi stessi, basterebbe tenerne conto e non aver paura della solitudine del dire la verità.

Molto dipende da noi, ma non veniamo aiutati nel mantenere coesione sociale, solidarietà, che è il primo e più importante vincolo di difesa di una comunità non immaginaria.  Per motivi di dominio e controllo troppo ci viene inculcato, imposto sotto vesti fasulle e non rispettose delle persone e ciò che ci viene socialmente offerto è un boccone fintamente appetitoso e avvelenato.

Resistere a tutto questo, creare reti di affetti reali è una risorsa impagabile e se in una vita restano punti di riferimento forti possiamo dire di aver avuto l’unico successo che conta: quello con noi stessi.

19 marzo

Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra.  E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.

Nel bene e nel male. 

Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha,  ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.

Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità,  e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe  non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità. 

Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite.  Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora,  e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.

l’infanzia del capirsi

Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione per essere capito, investigato. Fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che trascinavano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’entrata in quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano l’urgenza del capire e rendevano netta la sensazione di scelta. Si sarebbe perduto qualcosa di importante, eppure sconosciuto? Oppure lo si sarebbe avuto nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via l’attenzione portando il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile?

Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta e, di fatto, attento a un proprio tornaconto che s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità del tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, e in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima, mentre la clessidra mostra un tempo che pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrere via. Un tempo in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua in quell’ampolla che si vuota ed esso è misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto. Così anche il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, che guarda a quel volume disponibile di libero arbitrio.

E il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi.

Così ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. E per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e definitive la scelte. Possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnarci ad una necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo e ciò che ci meraviglia è incredibile inizialmente) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto. E questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È la manifestazione che noi riconosciamo in chi ci ama e ci comprende e vede oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo aver compreso profondamente non saremo più uguali.

Ecco perché nel limite ci troviamo amore.

Ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci.

Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

la misura geometrica dell’amore

Un’amica rifletteva sull’amore, e pensando a come andavano le cose, diceva fosse cosa sempre doppia per aver titolo d’esistere. E ancora poneva il fatto che dentro questa parola ci fossero le identità che si trovano, integrano, fondono.

Anche, ho pensato.

Però mi pareva che l’amore fosse pure un segmento che unisce due estremi e che nell’infinita serie di punti che li congiungono, ciascuno si potesse trovare, nella misura e nel senso. E a volte l’uno sorpassava l’altro, altre mancava un pezzo, ma ciò che contava era il fatto dell’andare verso l’altro e che il segmento fosse comune.

E poi la discussione è continuata.

fantasmi in rosa e il rosso

Questa mattina ci si è persi tra la festa (improbabile vista la ricorrenza e la sua genesi) e la giornata celebrativa.

C’erano sempre le donne che seguivano il ricorrere, ma non poche pensavano il rincorrere. Allora oggi era una rincorrenza? Macché, a guardar bene, sotto le discussioni s’agitavano consapevolezza e libertà. E se non dappertutto si discuteva, se i termini del discorso erano diluiti, rivendicati, accettati come processo in azione, se tutto questo era in questo angolino di mondo, però, però… una qualche differenza c’era. Insomma qualcosa accadeva e continuava ad accadere. Ma c’era un altro però e nel fare la prova finestra si notava (tutti, femmine e maschi, chi con dispetto, chi con sollievo, chi semplicemente rendendosene conto) che l’equilibrio dei colori non c’era: il rosa era un colore da lenzuolo, da fantasma, che in questo caso era davvero sostantivo femminile. Insomma poco rosa, serviva il rosso. Il colore che non accetta d’essere meno che se stesso. Voi donne direte: tientelo il rosso, noi abbiamo il rosa e questo è nostro. Anzi è una delle poche cose che voi maschi portate con imbarazzo. Vero, e se mi chiedeste perché direi che c’è una vergogna sottostante ovvero il non voler essere scambiati per qualcosa che abbia molto di femminile. Visto così, il discorso finirebbe. Io resterei con i miei pregiudizi, e prima di considerare il rosa un colore come gli altri, ci impiegherei tempo, convinzione, ma comunque non ne toccherei l’essenza, ovvero il rosa vi appartiene, è vostro. Però questa cosa del colore che ghettizza non mi va molto bene, su di voi stanno bene tutti i colori, persino l’assenza di colore vi dona. Per voi il colore non è mai banale, quindi li possedete tutti e se il rosa è solo vostro, gli altri sono in uso così personale ed esclusivo da fare una differenza incolmabile rispetto ai maschi. Un paio di scarpe rosse, un vestito rosso fuoco, non può esistere senza voi. Anzi ha senso solo con voi. Quindi i colori e ciò che sottendono, sono più vostri che dell’altro genere.

E questo attiene alla consapevolezza della differenza e alla libertà. Non sempre queste due forze dell’animo coincidono, la seconda, sicuramente, dona molta più dinamica fantasia della prima, ma senza di essa cosa sarebbe? Allora oggi potrebbe essere una festa della consapevolezza unità alla libertà?

Ma questi sono pensieri maschili, sempre insufficienti anche quando partecipano o sono imbevuti di stupore.

Questa mattina ho augurato un buon otto marzo a una manager al lavoro, con progetti urgenti da completare e, credo, senza troppa attenzione per mimose, ricorrenze o altro. Mi ha guardato stupita, ha scosso il capo e ha ripreso a lavorare e interrogarmi. Per lei è una giornata come tutte, in cui è donna e al tempo stesso soggiace e impone regole. Le ha accettate e non le mette in discussione da una posizione di potere. Il suo fantasma non è né rosa né rosso, il gessato, il tacco alto la rendono più forte, ma non la colorano.

Oppure sì?

Nel discorso molto tecnico, frammentato di commenti che rivelano le visioni del mondo, emerge da parte sua, un ragionamento sulle rappresentazioni iconiche, cioè sul fatto che ci si veste come ulteriore proiezione di sé. Mi pare strano che parli di questo, tra progetti che riguardano investimenti e sviluppo in paesi lontani, anche se il mio pensiero ritorna all’Africa e all’Oriente, all’uso del colore che fanno le donne, alla loro soggezione, alla fatica del liberarsi dai gioghi sociali e familiari e alle loro libertà che si accompagnano molto spesso al sorriso e allo sguardo. Quando le donne sorridono hanno motivi che gli uomini non capiranno mai davvero, al più possono intuirli da distante, ma non saranno mai loro. Così penso.

Per terra c’è una bellissima, irregolare corsia, azzurro carico, indicibile sfumatura della notte che è quasi giorno. Un tappeto molto folto, di lana grezza e tinta con pigmento naturale, tessuto da mani femminili e nomadi, con piccoli, rari, disegni e una lunghezza anomala. Ne chiedo notizie e lei mi parla di un viaggio, di una scelta in un luogo in cui sembrava non ci fosse nulla da scegliere, era per terra e le era piaciuto. Osservo che forse era un letto, un luogo di riposo con il colore della notte e le tracce dei sogni. Per la seconda volta mi guarda stupita, ma stavolta sorride (ecco il sorriso consapevole). L’ha scelto lei, felicemente, un uomo si sarebbe soffermato sull’irregolarità, sul colore atipico, sulla tessitura grezza e avrebbe chiesto altro. Ci salutiamo, ripeto l’augurio, scuote la testa.

Il pensiero scorre camminando, mi soffermo sul sentire ovvero sui sensi. Il femminile ha sensi differenti, ovvero ha sviluppato modalità e sensibilità d’uso degli stessi, non eguali e più penetranti di quelli del maschile. Il tatto d’una mano femminile, il percepire e attribuire gli odori, la scelta di cosa udire, lo scorrere e il soffermarsi degli occhi, il gusto e le sue connessioni che partono sin dalle labbra sono sensi collegati ad una percezione differente. Morbida e decisa allo stesso tempo, profondamente identitaria, con ascendenze che oltrepassano il ruolo e vanno oltre nella comunicazione. Quindi mi viene da pensare che anche i sentimenti sono differenti, non soggetti a un criterio di giudizio, ma più acuti per abitudine a distillare i segnali che ricevono. 

La giornata dove ci porta se non a guardare con stupore che esiste una buona metà del mondo che comunica, relaziona, pensa ed esercita consapevolezza e libertà, in modo sorprendentemente differente. E se il concetto di genere ultimamente è ben più scosso di un tempo, il femminile continua da essere l’unico luogo dell’identità che prende consapevolezza (noto che ho cercato un sinonimo di polo per evitare la sua opposizione magnetica e questo mi fa stare meglio) mentre il maschile arranca sulla ragione e si aggrappa all’abitudine, ai ruoli. Consapevolezza femminile irregolarmente diffusa, ma costante nella crescita, libertà difficile però rivendicata.

Essendo stato allevato da donne, sono di parte. Credo che l’amore sia presto sconfinato in una percezione della differenza così forte e misteriosa da giustificare una costante curiosità. Così ho anche capito che le donne hanno il dominio del tempo e che solo loro possono alterarlo, ovvero modificarne le modalità di fruizione. E pian piano ne acquistano consapevolezza e libertà nuove, in questo so che ne verrà bene per tutti. Molto bene per tutti e allora ritorno al rosso: sì, il rosso è il colore che le donne a volte possono concedere agli uomini ma appartiene a loro.

Cosa vi posso augurare signore, eterne ragazze, se non di essere solo voi stesse e di continuare ad essere generose nel donare a tutti quell’amore che riconoscendovi, cambia e salva la terra.

E ringraziare, infinitamente ringraziare.

numeri e persone

Per alcuni siamo numeri, per altri problemi, per non pochi opportunità e tra noi, persone. Che significano queste liasons di certo volute, labili e forti per ossimori di passione, di sicuro scelte e soggette a tutte le intemperie, ma tenute con quella refe rossa delle affinità che supera tempo e spazio. Certo, c’è affinità, curiosità che sollevano piano i veli, passioni e sentire comuni, ma se non fossimo persone mancherebbe quell’inizio di cura che sottintende ogni rapporto. Anche quelli virtuali. L’occasione di pensarci mi è stata fornita da Marta, e così mentre andavo a ripescare i nomi della piccola brigata che si è incontrata e ha parlato attraverso l’immaterialità di questo blog, ho visto il numero. Un numero così tondo da stupire, perché in fondo questa è una caratteristica dei numeri. Sono sempre altro dal segno che li rappresenta, dall’assoluto che sembrano delimitare e contenere. 300.000 volte qualcuno è passato, ha guardato e poi se n’è andato. Alcuni pochi, hanno seguito e seguono, altri non scrivono più e magari ci sentiamo nelle mail, tanti si sono perduti portati via dalle strade baluginanti che contiene il virtuale. In fondo restiamo quattro amici al bar, come nella vita, con storie da raccontare e molto da ascoltare.

Mi sono chiesto a chi mi rivolgo di voi. Spesso a tutti, qualche volta a qualcuno, abbastanza a me stesso, perché la vita è così: impersonale quando ci si vede e bisognosa d’ascolto quando la si indossa. Posso dirlo serenamente che mi sono stupito spesso dell’assenza di commenti nelle cose che mi piacevano di più e dell’attenzione su altro che mi sembrava contenere meno di me. Però se io stesso cerco la chiave del labirinto, non posso lamentarmi se in questo profluvio di fatti, pensieri, riflessioni, pezzi di vite vissute e ascoltate, ciò che a me sembra importante possa non esserlo per altri. Scelte ed io da molto tempo ho scelto di assomigliarmi. Per approssimazione, asintoticamente, ma con determinazione. Poteva essere differente lo scrivere? 

Condividiamo, come si può, più o meno 10 anni di strada, con vite sghembe che hanno una realtà così distillata da gocciolare parole. Ho sentito spesso il profumo delle vostre, contenevano così tanto di voi che mi pareva di conoscervi. Ho sentito l’accaduto e l’annuncio dell’accadere, non era bravura, è che mi piace ascoltare. Mi sono stupito e commosso, ho ammirato la bravura, sentito il rodere della pena che non voleva uscire ma forniva parole forti per essere ammansita. Mi sono rallegrato, ho scosso al testa sorridendo, ho riconosciuto l’affinità e la differenza. Mi avete dato moltissimo. Quello che ho restituito è una storia che continua, qualche passioncella, furori e non poca commozione che si ritrae. Ho seminato indizi, cercato di mostrarmi il necessario che non si discostasse dalla verità, ma fornisse anche la condizione del fluire. Eraclito, l’oscuro è ben presente nei miei pensieri, e oserei dire, anche nella mia vita reale. 

Vorrei che a tutti giungesse un pensiero di gratitudine, e di affetto per chi è rimasto. Spesso non mi sopporto e quindi capisco bene chi va altrove, anche se mi spiace. In fondo a quasi tutti piacerebbe essere capiti, amati, per ciò che si è e per ciò che si potrebbe essere.

Vorrei cavarmi con un augurio da questa spirale di parole, che questa volta non rileggerò: vi auguro che chi incontrate sia simile al vostro cuore, che abbia cura perché riceve cura, che sia sincero. E a voi resti la scelta sulla strada da percorrere, ma che sia sempre la vostra.

Grazie per la vostra presenza.

p.s. un particolare ringraziamento a Marta che mi ha fatto pensare a Voi.

https://tramedipensieri.wordpress.com/2017/02/10/laudario-di-cortona/

segni di vita

Crepitano i fuochi di marzo. Mucchi di sterpaglie da cui parte la rinascita, bruciano sulle colline. Sono legni incauti di gemme, che ardono assieme ai tagli d’autunno, che si fondono col marcio che s’era scordato, che cantano in un rumore di schiocchi e ansimi, che soffiano sibili d’umori, finché superato il crinale del primo calore, mormorano, col confuso uniforme di piccole voci delle cose che disfano. Legna attonita nel cambiar di stato, forma, intendimento. Si sarebbe sciolta nella terra e s’inerpica in colonne di fumo verso il cielo. La fiamma generata sospinge, sorregge, mostra nel crepuscolo, il fumo bianco di vapore, fino alla notte. Poi regnerà solo lo sfogonare delle fascine gettate per ultime, col fuoco che pian piano s’ acquieta, borbotta, fino al silenzioso letto di braci, rosso come il cuore della terra che cuoce. C’è ancora un piccolo rumore che permane, d’aria che si sposta e irradia, ma è simile a un vento che pur parla e si confonde con la brezza della notte. E nessuno l’ascolta mentre una forca o un badile disperde la brace. 

Distante chi vede i fuochi capisce che la primavera è annunciata. Lei, di sicuro, ha ordito da tempo, s’è gonfiata sotterra, ha risvegliato orologi di radici, ricominciato a bere liquidi e sali, si è stirata nel buio assoluto e ha capito con i suoi strani sensi, il calore che arriva. Ora ha bisogno di luce, allunga un braccio, una mano che scava, poi rizza le spalle ed inizia una spinta possente incurante del peso, della crosta così dura rispetto alla sua tenerezza bambina. Vincerà.

Lontano dai fuochi, qualcuno si chiede dei presagi, pensa disgiunto, che il cibo porterà bene alle vite. Ma cos’è il suo cibo? Smarrita la fame nell’oscenità della rappresentazione continua di cuochi che non vogliono essere tali, ma bensì capi e creatori. Artisti della serialità che si disfa, sollecitatori di succhi interiori, di sintesi mirabili raccontate, profeti di appagamenti dove il con-vincere è spesso superiore al reale. Consci che nell’artificio, della fama cosa resta se non l’apparenza e l’eccitar dei sensi? Così si muove il gusto che fonde e divide, la vista che s’appaga in geometrie sintoniche di colori (ma diciamocelo, ormai senza fantasia, e sempre uguali dopo la prima sorpresa), e l’odorato, pur in sé sufficiente (ahimè spesso vilipeso dopo la prima ondata di profumo e di calore), araldo contraddetto dal gusto nel discernere il buono dal bello. E tutto questo che c’entra col crescere del grano, con l’erba che ingrasserà animali di pascolo? Chi metterà assieme la semplicità d’una sapienza che ha trasformato l’uomo da raccoglitore senza patria in stanziale geloso di fatica e conoscenza? Nel cibo c’è la certezza della vita, il possesso che sottintende la continuità, in fondo le patrie sono manifestazioni di stagioni favorevoli e di abitudini a mietere e pascolare, di necessità di focolari, di lingue per dirsi e dare nomi alle cose prima che confini, ma la storia è fatta di bulimie più che di necessità soddisfatte.

I fuochi annunciano il tempo del curare se si vorrà raccogliere. Parlano oscuramente a chi non decifra i segni, a chi non legge le faville che seguono l’andar verso. Verso cosa se non noi stessi? Verso chi, se non oltre il limite delle vite che vogliono camminare e sono inchiodate su sedie, metafore di poteri immobili.

I fuochi parlano di fortuna, di correnti che la portano, parlano di cibo ancor vivo, di possibilità che si scontreranno nel caso. Segnano le colline e s’accovacciano nella notte, sono segni che possono diventare porte di significato, curiosità momentanea, ricordi di gesti ormai senza ragione, oppure scrollare di teste che corrono verso altri segni. Sono annunci d’immanenza che comunque avverrà, più forte di chi faticosamente l’interpreta e s’affida a ciò che si è ripetuto. Ma il segno è sempre più inquietante dell’apparenza e quell’oscura radice che preme è perifrasi del profondo che ciascuno contiene. Che rinasce comunque, lo si voglia o meno, in sommesso richiamo di cambiamento. Non ascolta nessuno questa forza, icasticamente rappresentata nei fuochi: ciò che si disfa e sale al cielo, feconda la terra. Così pochi si curano del nuovo che arriva e perdono i significati, eppure basterebbe l’acuta semplicità del connettere la vita col tempo e tutto assumerebbe un senso. 

con stima

La scelta di avere interessi lontani e inutili allo scopo delle “carriere” dona un distacco che permette di assorbire l’amarezza generata dai contrasti aspri con le persone obbligate. E a questo soccorre la disistima che sorpassa il valore, che certamente esiste ma è piccola cosa di fronte al comportamento e così si mette argine alla generosità, si separano i mondi. Questo accade nella vita di ciascuno, a partire dal lavoro dove la stima viene spesso violata e contraddetta in favore di un interesse personale oppure per arroganza o piccineria. Ma la stima è una consapevolezza che investe tutti i rapporti : non stimiamo tutti e di certo veniamo ricambiati. Non occorre neppure farsene una ragione, basta capire che la stima è una costruzione che si riferisce alla persona e non è immediata come la simpatia, l’affinità o un altro moto dell’istinto. La stima la si dà e la si perde, è un sentire dinamico dotato di un consistente intervallo di verifica.

Quando alla alla fine di una lettera si scrive con stima si dovrebbe pensare che quell’atteggiamento non è un obbligo e neppure una forma codificata per finire senza la banalità dei saluti. È un atteggiamento dell’animo che può non condividere, ma riconoscei caratteri positivi dell’altro e ne vede una statura eguale. Non è di necessità un amico ma è un eguale nell’agire, un simile. E questo non si riferisce all’umanità e non è neppure un porsi a qualche altezza vedendo chi ci è accanto, questa sarebbe un’aristocratica coscienza della propria condizione più che un’apertura all’altro. La stima è riferita invece alla dimostrazione del valore. Ovvero tu vali per me per quello che fai e non per quello che dici e questo mi fa pensare che il tuo pensiero coincida con l’azione. Non si stima l’intelligente disonesto, ma chi cerca di tirarsi fuori da una condizione difficile con onestà lo si stima. Quindi in quella stima, che si pone alla fine di un discorso, c’è un’ affinità e un’ eguaglianza nella diversità, per questo non la si dovrebbe disperdere inutilmente, proprio perché è qualcosa che si aggiunge a una relazione. La arricchisce, è la condizione per una sua crescita. Senza stima l’edificio che possiamo costruire sul sentire si sgretolerà e ricostruire una stima violata è sommamente difficile.

l’oltraggio della memoria

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C’è stato un trasloco. Uno scendere di mobili e scatole, poi gli operai se ne sono andati. Le persiane abbassate. La casa chiusa. Il vicino cassonetto della carta è stato riempito, ma non è bastato e così, nell’incuria che accompagna la fatica d’altri, classificatori, libri e fotografie sono ammucchiati sul marciapiede.

Ora immagini private, volti, corpi e situazioni accadute guardano il cielo tra gli alberi. Sono foto di bimbi, ora donne e uomini, ma lì in braccio a mamme e zie. Sono donne che sorridono nella neve, alcune mimano il gesto di sciare. In altre immagini, forse le stesse, sono su spiagge ormai sbiadite, a prendere il sole e conversare.

Si immaginano le cose di tutti : riposo, parole, amori, vita. Tutto racchiuso in album o sciorinato sul marciapiede tra cataloghi, preventivi, tracce di lavoro passato. Si mescolano, come accade a tutti, le vacanze, le intimità, con la vita esterna, fatta di obbiettivi, di sfide oppure di semplice routine. La stessa vita declinata su due versanti e qui riunita ai piedi d’un cassonetto.

In questo quartiere, le case sono spesso segno d’una condizione raggiunta, le ville spaziose, per famiglie ambiziose di successione o di immagine. I giardini piccoli e curati hanno lasciato tutto lo spazio al costruire edifici liberty o modernisti, dalle finestre alte, come vi fosse un ardire la luce e conservarla all’interno. Sono metafora delle vite con mete raggiunte, da mostrare prima che vivere e molto piene di cose. Quindi hanno molto di cui disfarsi quando un estraneo le conquista, oppure semplicemente, le abbandona. Così il passato finisce accanto al cassonetto.

Si saranno detti: basta la memoria o forse si cancella anche quella.

Nei mercatini dei paesi dell’Est Europa, trovavo queste ondate di passato gettate su carretti. Come se una burrasca avesse rivoluzionato l’ordine  e immesso strati di profondità sulla spiaggia e così le cose, forse amate un tempo, erano le une sulle altre, a generare un nuovo paesaggio. Ma durava solo un giorno e la sera, a mercato finito, per terra restavano carte, libri, fotografie di persone sconosciute, finché una scopa non metteva tutto assieme e archiviava passato e vite.

tu per me sei l’Asia

Pensa all’incontro della sera. Ai luoghi che conosce così bene. Alla case con le scritte sui muri. Ai respiri che da esse provengono per antiche conoscenze. Le ha detto.

Tu per me sei l’Asia che sfocia nel Pacifico e nell’oceano Indiano, le vie che contengono la seta, il mistero delle lingue che si trasmettono e mutano. Un immenso bivio di colore e senso. Sei ciò che si vede e che si lascia vedere. Ciò che si concede. 

Guardandosi attorno sente una sensibilità assoluta. Come si fosse fatto d’una strana droga. L’utile si scioglie nell’inutile. Ne sente la potenza passionale fortissima. Potrebbe contare i fili d’erba nei vasi, separarli dai fiori che verranno, cogliere la magia del verde che si fa colore per qualcosa di sconosciuto. Non è solo vibrazione d’onda, è altro quando viene smosso dal vento. È complemento oggetto di qualcosa di misterioso che è insieme parte e tutto. Dimostrazione d’alterità. Capisce cosa deve provare uno scienziato di fronte all’ultimo passo che poi apre a una scoperta: una porta che si spalanca e una luce che entra. Sente l’impazienza del nuovo che sarà seguito da una pace serena, un distendersi e lasciarsi andare nella fiducia. È lo stato di grazia, questo, si chiede? L’attesa può essere parte dell’incontro? Gli sembra di sì. E il pensiero si adagia e si sospende nel vedere. 

Sento il mistero che si svela. Non per mio acume e merito. Non per ragionamento, ma per sensazione e fiducia. Ciò che puoi dirmi è parte di ciò che realmente mi racconti e in questo mi sento privilegiato dalla vita, da ciò che accade. Mi sento accomunato ai tanti che hanno sentito e sentono diversamente ciò che a loro accade. Ricordo un pezzo di strada solitaria molto distante da qui. Potrei sovrapporla ad altri momenti in cui mi accadde la stessa cosa. È quella sensazione di essere già stato in un posto che tutti abbiamo provato almeno una volta. O almeno spero che sia davvero così per tutti, altrimenti ci si dovrebbe preoccupare, che dici? Sorride. In quella strada c’erano cose che non facevano parte delle solite esperienze. Piante non usuali, il paesaggio attorno, la consistenza della strada. Distanti, ma alla vista, c’erano opere d’uomo in rovina. E si sentiva la vita. Quella stata e quella in corso. Capivo che per un po’ di tempo dovevo solo lasciar entrare, permettere alle mie connessioni neuronali di sbagliare. Lo sbaglio è creazione, lo sai vero? Anzi cessa di essere sbaglio e diviene realtà proprio quando partendo da qualcosa che sembra certo, si ricombina e crea una nuova certezza. Lo facciamo tutti. Sono i nostri assiomi. E la differenza è tra chi riesce a metterne insieme di nuovi e quelli che ne restano prigionieri. Ossificati nel pensiero. Mi perdo seguendo il discorso che vorrei farti. In quel luogo, c’era una strada diritta. Non c’erano bivi, capisci, non c’erano scelte. Come se queste fossero già avvenute, risolte. E quelle costruzioni testimoniavano che non solo si era vissuto, ma prosperato in quei luoghi proprio per quelle scelte. E allora mi pareva di percepire che c’era una logica in quello che era accaduto che si ripeteva nel presente. Le scelte lasciavano i bivi alle spalle, rendevano diritta la strada, ma non ne toglievano il mistero. Io ero il mistero e ciò che mi stava attorno. Insieme.

Passa il tempo senza tempo. Sembra ci siano tantissime cose da fare. Tutte urgenti e tutte fuori dell’attesa. Come ci fossero infinite alternative. Perdo tempo, pensa, ma non mi muovo perché questa sensazione di acutezza del sentire è così bella e singolare che nulla è più importante. Si guarda attorno e vede, improvvisamente le stanze, le cose, come le vedrebbe una persona che entra a casa sua. In quel caotico disporre d’oggetti, di libri, di artefatti, di strumenti, c’è lui. Si sente nudo, mostrato com’è nel profondo. Si possono leggere le passioni, i dubbi, le scelte e il loro contrario. Si vedono le paure e le sicurezze. Ciò che è stato predisposto per ciò che non è avvenuto. Sa che il significato di tutto questo può essere banalizzato in un giudizio. Sa che questa nudità contiene non poco narcisismo, che il lasciarsi andare è modificare l’attesa verso il mistero. Non prevedere nulla. Sa tutto questo e si guarda come pensa lei lo guarderebbe. 

Di te ho solo un sentire buono. Un profumo, uno sfiorare che scatena il tatto. Ho il colore prima della forma. Mi è accaduto viaggiando, forse essere lontani ci libera dall’impero del contingente, di vedere il colore denso che parla per suo conto. Che dice qualcosa di misterioso. L’equivalente della lingua che non capivo e che ascoltavo nella sua musicalità. Le parole, quando sono pacate, ancor più nel sussurro, diventano musica. Sono un’estensione del silenzio. Tu sei la musica del silenzio. Il colore che si genera nel cristallo, e non ne è prigioniero. Si sprigiona. Tu sprigioni ondate di mistero, denso e accogliente. Una sensazione di dolcezza calda. Non so come dirla meglio, ma i sensi si passano il testimone in un procedere che assomma. Pennellate di senso che preannunciano una scoperta. E la certezza che ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Senza misura e senza fine.

Si prepara. Sta per finire il tempo dell’attesa. E si apre un’altra attesa, che non finisce. Capisce che in continuazione si gettano ponti tra attese successive e che se queste hanno la scoperta che le accompagna, in questo sta il muoversi della vita. Si guarda attorno. La casa avrà bisogno di essere guardata con i nuovi occhi. Ci saranno dei bivi da superare, scelte che rendono chiara la direzione e al tempo stesso ne accentuano il mistero. Esce. 

 

“SILENTIUM!”
Speak not, lie hidden, and conceal
the way you dream, the things you feel.
Deep in your spirits let them rise
akin to stars in crystal skies
that set before the night is blurred:
delight in them and speak no word.

How can a heart expression find?
How should another know your mind?
Will he discern what quickens you?
A thought once uttered is untrue.
Dimmed is the fountainhead when stirred:
drink at the source and speak no word.

Live in your inner self alone
within your soul a world has grown,
the magic of veiled thoughts that might
be blinded by the outer light,
drowned in the noise of day, unheard…
take in their song and speak no word.
______
Fyodor Tyutchev (1830), translated by Vladimir Nabokov