Parlare di lavoro oggi quando, pensando fosse altro, ci è mutato tra le mani e ora la capacità di capirlo costringe a rincorrere i dati più che a quello che essi contengono, ci porta a ipotizzare mondi possibili ed economie alternative che per la loro difficoltà diventano di immane difficoltà realizzati va. A questo si aggiunge la crisi climatica e ambientale che le aziende non hanno capito e non capiscono, ma essa muta il lavoro e la sua condizione oltre che la vita comune.
Deaglio analizza da tempo il lavoro com’è e dice che bisogna partire da come esso è diventato oggi e su questo esercitare una comprensione e una guida che lo muti o almeno ne attenui gli effetti più impattanti in termini di precarietà.
Ad esempio se la competenza diventa rapidamente obsoleta bisogna avere percorsi pagati di formazione continua che siano a carico di chi lucra su queste forme di innovazione e quest’ultima dovrebbe diventare una componente del ciclo lavorativo.
Portare il sostegno a chi perde il lavoro non verso la pensione ma verso un nuovo lavoro dovrebbe essere la caratteristica assistenziale di questo mercato mutato che non si basa più sul lavoro fisso e la competenza acquisita. Mutare in questo modo il mercato tra domanda e offerta di lavoro non può prescindere dalla constatazione che gran parte di esso è ormai concentrato nei servizi e che la manifattura in Italia produce un quarto del PIL.
Tutto questo e molto d’altro giustificherebbe una comprensione della situazione e un intervento da parte dello Stato che progetti un nuovo futuro e non lo subisca. Difficile che lo faccia un solo Stato con successo, diventa più semplice se questo è un problema europeo.
Quello di cui si parla senza soluzioni è che il lavoro, anche quando c’è, spesso non è sufficiente nella sua retribuzione per assicurare una esistenza libera e decorosa. Questa esistenza tutelata solo a parole dalla Costituzione e di fatto negata, anche ora, dai governi, avviene solo per una parte dei lavoratori e segmenta chi è attivo nella popolazione tra chi ha troppo (minoranza) e chi ha troppo poco.
Troppo o poco, in a una società che impone livelli di consumo insostenibili e funzionali a una produzione globalizzata, è che comunque retribuisce troppo poco gran parte del lavoro che impiega. Una via d’uscita sarebbe quella di aumentare costantemente il valore di ciò che si produce attraverso la ricerca e l’innovazione, ma questo è il settore in cui l’Italia spende meno. Altra consapevolezza da acquisire sarebbe quella che il lavoro senza limite a cui viene soggetto chi ha un contratto precario e non solo, isola ulteriormente la persona dal contesto lavorativo e sociale, non diviene parte di un gruppo che produce qualcosa di cui sentirsi protagonista ma è solo un fornitore senza identità collettiva. Questa parcellizzazione della persona che segue le tante altre presenti nella società della realtà digitale, impedisce una crescita comune. Si guarda il PIL ovvero quanti beni e servizi vengono prodotti ma non la società che li produce e così una nazione di schiavi potrebbe avere un pil elevato ma nessun diritto per chi lo ha prodotto. Ebbene una nazione di schiavi ha ancora la possibilità di un senso collettivo dell’identità derivante da una funzione, può socializzare l’ingiustizia e il sopruso e ribellarsi, una nazione di individui in competizione tra loro, con retribuzioni al limite della sopravvivenza non percepisce più l’ingiustizia come fatto collettivo, anzi la ingloba nella percezione normale della realtà. Questo è il campo in cui un nuovo umanesimo socialista dovrebbe esercitarsi.
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il racconto unifica i ricordi
Ognuno di noi ha ricordi differenti degli stessi fatti, concatena cause ed effetti sulla base di tesi più che di domande. Forse dipenderà dalle opinioni che si consolidano anche sotto la spinta del pensiero dei media che vorrebbe diventare pensiero comune. E questo pensiero procede per assoluti. Abbiamo vissuto fatti comuni ma ciascuno di noi era diverso e spesso sono le nostre ragioni a prevalere nel giudizio.
Si tende all’elegia di ciò che si è maturato prima di un’epoca senza ideali e con il sé come riferimento. Delle piccole miserie si toglie traccia: disperse all’aria dopo aver ben battuto i tappeti sotto cui erano state messe.
Siamo ottimisti o pessimisti e la realtà è indifferente a ciò che pensiamo, se non per quanto ci riguarda e così nascono i nostri ricordi. Forse per questo servono gli storici e un uso confacente a noi del presente e del futuro. La narrazione è altra cosa e non fa neppure bene, perché il racconto politico sociale unifica i ricordi, fa un fascio delle vite, le sterilizza di ciò che hanno provato e fanno prevalere il più forte, non la verità o la ragione.
la tua estate

L’estate la desideravi negli acquazzoni di giugno, la trovavi nell’odore di cloro dell’acqua della piscina, nella sera quando i muri emettevano calore e ci si sedeva sugli scalini di fresca trachite, a parlare di ciò che mancava nelle nostre vite. L’estate era nei pranzi che facevi da solo, nelle scatolette di tonno con salsa e piselli, nel loro pessimo sapore di unto e di latta, nella fame che s’era accumulata in una infinita nuotata. L’estate era l’ombra dei portici alle quattro del pomeriggio, era l’alito di muffa e di fresco che veniva dalle grate delle cantine, era suonare un campanello per cercare qualcuno che era già andato via.
L’estate ti prendeva a tradimento, sembrava che fosse lenta ed era un fulmine di caldo, ti faceva domande a cui non sapevi rispondere. I giorni correvano pregni di sudore, desiderando il buio, le camminate nella notte, le sedie di legno dei bar già chiusi, da solo o in compagnia, ad attendere qualcosa che doveva farsi esatto, una scia nel cielo, un segno, un presagio. Era estate e non s’era sentito il suo passo lento, il vestito leggero, il profumo di pelle sudata, la sequenza d’ombre e sole che spingeva verso i muri sotto i portici.
Sarebbe arrivato agosto, il mare, la pelle ancora più scura, esposta, nuda nel giorno e nella notte, il salso che si screpolava, che tirava e poi prudeva, i giorni già più corti, pieni d’una luce che non finiva mai, con la sabbia tra le dita, poi nelle lenzuola di lino fresco, e un prendere a calci il tempo per gettarlo innanzi, oltre una duna, un casotto, una pianta arsa e feroce di spini, un richiamo a cui non badare.
Il giorno iniziava presto, il sonno scioglieva nella notte e nel fresco la stanchezza, poi c’era il profumo del caffè, la luce che premeva sugli scuri accostati. Sentivi il suo richiamo ad uscire nel profumo del sole, violento, possessivo, privo di pudore. Il sentiero tra le dune già scottava, attendevano giochi ormai adulti, e presto la sabbia ricopriva la pelle, c’era l’urgenza del mare, anch’esso gioco e indiscreta bellezza, le corse, il gettarsi nell’acqua, il riemergere con gli occhi pieni d’acqua e di luce.
La città paziente, attendeva i ritorni. Scompariva dal ricordo, lo sapeva. Si consolava con il brivido delle lucertole che uscivano dalle crepe degli intonaci roventi, guardava con gli occhi dei vecchi dietro le imposte accostate, il giorno che scorreva nel sudore dei pochi rimasti. La sera le rondini davano spettacolo, pochi le vedevano attendendo il cielo della notte per uscire, poi una spuma fresca, una fetta di anguria, i semi sputati, rimandando il riposo difficile nelle case. La città strascicava il tempo, lo offriva lento a chi era rimasto, sapeva distrarre gli amanti tra schiocchi di vecchi mobili e lo scorrere d’aria delle finestre “in corrente”.
Tu, assieme agli altri, i lontani, saresti tornato con l’estate non ancora finita, le piazze si sarebbero di nuovo riempite la sera e i portici cercati per l’ombra nei pomeriggi infuocati. Avevi storie da raccontare, pensieri nuovi da fare, silenzi da imparare, la notte veniva prima ed era più fresca. Odori e profumi si mescolavano, andavi a letto sempre tardi, l’estate non finiva mai.
un paese di vecchi
Diciamo la verità, questi vecchi che bazzicano la politica e le televisioni, non solo hanno stancato ma non sono mai piaciuti. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno ricette per tutto, ma soprattutto non mollano il potere reale che gestiscono. Ostentano saggezze che i loro gesti contraddicono, raccontano storie che non sono la loro vita, si ammantano di conoscenze che non hanno previsto nulla di quanto accade. Sono pervasivi, occupano i posti nella comunicazione, nella narrazione della politica, non vanno in pensione, casomai fanno finta di farlo e cambiano lavoro togliendo spazio a chi vorrebbe averlo. Ex direttori di giornali ora fanno gli storici, ex giudici sono ministri di giustizia, deputati e senatori, ex imprenditrici fallite dovrebbero rilanciare il fascino italiano, vecchi industriali hanno ricette per governare il paese dopo aver ceduto le loro imprese, tutti sanno tutto e non stanno zitti.
Pensate alla funzione di Vespa e dei tanti sosia da lui generati, in questa realtà così composita, difficile, divisiva, pensate al ruolo che hanno avuto, a come è stata raccontata la realtà del potente di turno, quanto posto gli è stato dato per le sue narrazioni sino a confondere gli spettatori nel percepire il futuro come un apocrifo del presente. Nessuno di questi ha migliorato il paese, non c’è più solidarietà, più senso critico, una percezione equilibrata della realtà.
Il grande imbroglio è cresciuto con gli anni, e ha fatto danni ovunque a partire dalla politica sino a far scordare cosa sia il senso del potere come servizio. Nella sinistra ha cancellato la diversità, l’orgoglio di essere tale, annacquando la sua identità e facendole desiderare di essere ciò che doveva combattere. Il vecchio per restare al potere fa scegliere il nuovo per il nuovo, in specie se disgiunto dalle vite e dai bisogni concreti.
Questo è un paese di vecchi, lo dice la demografia, con pensieri vecchi e amnesie frequenti, che rifiutano di essere tali e di analizzare ciò che accade davvero, dovrebbero essere saggi, donare il sapere accumulato, ma in una società dove vale il singolo, l’io che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso o una minaccia. Chi è forte e ha potere, glorifica se stesso, stipula alleanze senza limiti di età purché funzionali ad eccellere sugli altri, ad usarli finché servono. Questo ha un curioso effetto che genera un’eugenetica surrettizia esercitata in modi diversi a partire dalla solitudine dell’io. Per chi non ha potere, c’è la coscienza di essere parte di un mondo che gli diminuisce la sua comprensibilità e in cui è difficile trovare un ruolo. Chi possiede affetti veri ha la possibilità di sentire l’età come possibilità di un nuovo sconosciuto, se c’è chi si prende cura di lui prosegue una indipendenza di pensiero e azione, trasmette cultura sociale, è tramite per una continuità di valori. Altri, invece, e non sono pochi, vengono travolti da un sistema burocratico che medicalizza la solitudine, diventano incapaci di tenere un ritmo che enfatizza la quantità sulla qualità, si isolano da un mondo di finti giovani e popolato da vecchi abbienti e determinati a fare i propri comodi e dimenticarsi degli altri. Assentono ai vecchi che non si pensano tali per il potere detenuto, diventano inermi, attendono, si lasciano andare rassegnati. Questa è l’eugenetica che viene praticata e non è poco crudele, ma insensata e inutile. Generatrice di anomia e di decadenza sociale.
lo stato che predica bene e razzola male
Nella solita ripartizione tra trasgressivi e benpensanti, in particolare nei governi che mettono la famiglia come centro del loro interesse si sorvola comunque su un fatto, che in questo paese ci sono più sepolcri imbiancati che chiese, che abbiamo tristi primati di turismo sessuale, che non esiste una educazione ai sentimenti che faccia bene all’amore e ai rapporti di coppia. Tra poco mi aspetto che torni alla ribalta il tema della prostituzione, perché non solo esiste, ma riguarda almeno 6 milioni di clienti, e un numero che si avvicina alle 100.000 prostitute, con un fatturato di almeno 90 milioni/mese esentasse ma rilevato in parte nel Pil. Quindi affrontare temi etici, portando alla luce la realtà non è una caratteristica della politica che ha sempre un doppio binario tra le virtù civili e morali e il laissez faire della pratica comune. Questi ultimi 30 anni non hanno chiarito la vita sociale, se non per il fatto che l’etica si basa sul potere e così hanno glorificato il furbo, il potente, colui a cui tutto è permesso perché neppure l’infrangere la legge alla luce del sole è un limite se si hanno buoni avvocati e prescrizioni favorevoli. A volte basta chiudere un occhio, a volte entrambi per non cogliere le contraddizioni, come tutti fossero conniventi e nulla di ciò che viene detto avesse un qualche valore civile. Siamo lo stato dell’etilometro che impone la tassa sull’alcool, che lucra sul fumo, che guadagna sui carburanti inquinanti, che ha un tasso di corruzione elevato e diminuisce i controlli, che respinge in mare gli emigranti e non controlla le disumane condizioni di lavoro di molti di essi nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Un sentire comune si è fatto strada ovvero che la legalità sia un optional, che la sicurezza riguardi solo alcuni e alcune parti del paese, che i servizi pubblici che rendono eguali i cittadini possano diventare accessibili solo per chi può pagarli.
Viene da chiedersi se l’unico discrimine non sia etico o civile (qual è il grado di civiltà di un paese che dice una cosa e ne ne permette un’altra), ma basato sull’utile che può essere tratto da una pratica di massa, da un sentire comune che rende prioritario il proprio desiderio o tornaconto e neppure esamina come evolve la libertà individuale e quella collettiva secondo regole che devono essere comuni. Non si può discutere di suicidio assistito ma si può rendere la sanità e il sociale così impervio per i 10 milioni di poveri o quasi tali, da non poter accedere in tempo alle cure o vivere una vita dignitosa. In questo pervertirsi del bene comune, della politica come servizio ci sono le deviazioni di una intera comunità fatta di eccezioni e non di regole. Anche in passato ci sono stati tempi terribili e bui, ma ciò che mi sorprende è che l’indignazione si sia smarrita, che comunque tutto diventi normale e sparisca il legante sociale. Nelle fiabe si dice la verità, il re è nudo, nelle nostre fiabe, la realtà scompare e con essa ciò che ha valore e può far crescere un popolo, una comunità.
abbiamo bisogno di ringraziare

Abbiamo bisogno di ringraziare, farlo ci cambia dentro, il cervello accoglie endorfine che cambiano l’umore, il corpo diverta morbido, accogliente, la percezione positiva del tempo si estende e trabocca nel futuro. Ringraziare fa bene, magari lo facessimo spesso, perché la vita è generosa, ed essa non si nega a chi la accoglie e la festeggia.
Eppure spesso non ringraziamo e non parlo della parte formale che fa parte della buona educazione, ma non riconosciamo ad altri quello che abbiamo dentro di nuovo e buono e che consapevolmente o meno, essi ci hanno generato. È una comunicazione positiva ricevuta, se non viene riconosciuta a chi l’ha provocata, si piega su se stessa, resta un momento di benessere che si affievolisce.
Il concetto di utilità permea l’agire sociale, trasforma il gratuito in superfluo o in dovuto e lo misura con il desiderio. La comunicazione profonda, e l’emozione ad essa connessa, si riduce a ciò che si pensa di aver ricevuto, misurandolo con il desiderio, mentre non si sente il valore di ciò che è gratuito e che dovrebbe attrarre la nostra attenzione. Così non si capisce ciò che è generoso, privo di richieste, se non per l’attenzione che esso vorrebbe. Anche se non risponde ai nostri desideri questo ricevere non ha meno importanza. Non siamo il centro desiderante delle relazioni ma una parte di esse. Forse per questo non capiamo quando davvero finiscono le comunicazioni possibili e i ruoli, quando è l’ora di andarsene perché non c’è più nulla che tenga assieme e troppo è stato dissipato. Quando il cervello e l’emozione non ringrazia e sente solo vuoto, è il tempo di togliere il disturbo, di non insistere più e di uscire dalle ossessioni del ricevere. Un buon metodo è ringraziare per ciò che non abbiamo chiesto e lasciare che entri un po’ di silenzio e guardare attorno lentamente per vedere ciò che si è trascurato, prigionieri dell’io desiderante. Molto ha continuato ad essere profuso, ha atteso d’essere riconosciuto, e pur dato si è disperso in un’aura positiva. È il momento del nuovo, del vedere ciò che consideriamo poco o nulla, per superficialità e disattenzione, ma esso è stato l’ambito del nostro vivere, ciò che ha permesso altre felicità e desideri.
bisogno d’africa
Di questo sole inconsistente conosco tutto, l’ho sgranato tra le dita come pannocchia, maturata e già mezza divorata nella baruffa d’uccelli e d’insetti. L’ho sentito il calore senza tregua, nell’estenuata fatica di tenersi assieme e camminare cercando ombre, vibrava nell’aria che faceva danzare polvere rossa e fili d’erba secca. Così fino alla notte quando improvvisi afrori di spezia cercano liberazione dai cespugli stenti. Attorno, gli alberi si riempiono d’uccelli, il fresco scende dal cielo, mitiga la terra, rallenta le parole. È subito buio, s’accendono candele sui tavoli, poco oltre aumentano i bisbigli. Ragazzi allenano i muscoli alla lotta, qualcuno s’accoccola sui talloni e guarda il mare che ancora ha luce ma già riflette l’argento dei pesci in caccia e in branco. Ho desiderio del sole d’Africa, dell’assoluto buio delle notti insonni, dei rumori sul tetto, tra le coperture di foglie, del primo canto del muezzin che si confonde con la brezza e il breve sonno.
Mi manca il profumo del caffè crudo messo a tostare, il rumore di stoviglie e le prime grida d’acquaioli e venditori di tè. La tazza in cui si rapprende la bevanda bruna è dove s’apprende a vedere il futuro. Il pensiero che genera ha sapore dolce e amaro, si fonde con il profumo del cardamomo da tenere in bocca. Posando la tazza, le parole si fanno più lente dei pensieri lenti e l’ampia tunica, in cui far ballare il corpo, dona nuove libertà al sentire.
C’è sempre un mercato da percorrere con i sensi, tra colori e cose, con l’odore forte del pesce disseccato, la carne halal, i tuberi arrostiti e l’acqua profumata di limone che riempie la caraffa, la fa sudare di frescura nell’attesa d’essere versata.
Qualche volta le parole s’intrecceranno nel buio, fino alla cerimonia del salutarsi per un sonno che non giungerà sotto il baldacchino delle zanzariere, e gli occhi fisseranno la finestra nera di notte, da cui viene il ciarlare delle scimmie.
Domani è solo tempo, è il presente che scrive dentro con molteplici dita, che usa tutti i sensi per comporre le sue storie. Non lontano, il fiume, le mangrovie, il mare, il deserto e i termitai immensi, sono atlanti per esseri che c’erano prima di noi e che ci sopravviveranno, nell’abitudine indifferente del vivere come necessità del giorno.
sono le sei
Sono le sei. La luce filtra dalla finestra posta nella stanza alla fine del corridoio, lo percorre allegramente e illumina, appena più intensamente la porta aperta della stanza in cui dormo. Un tempo avrei aperto gli occhi per la variazione di buio e mi sarei fermato, indeciso tra l’ultimo frammento di sogno e la coscienza che riaffiorava. Mi sarei alzato dopo poco, avrei riempito la stanza di luce e mentre il caffè saliva lento nella Bialetti, cinque gocce d’acqua sul fondo perché non bruci il primo affiorare, mi sarei goduto i tetti e il primo affaccendarsi di rondini tra le case.
Mi sono immaginato spesso il giorno prima. Il giorno o l’ora che precede qualsiasi cosa. Oggi è il 24 maggio e nel 1915 il forte del Verena, alle 4 del mattino, apriva il fuoco contro i forti austriaci dello Spitz e del Verle sul Vezzena. Più o meno alla stessa ora, la flotta imperiale austriaca bombardava Ancona, Iesi, e la costa adriatica. Cosa pensavano le persone che erano nei paesi vicini ai forti, oppure nelle città che sarebbero state bombardate? Proseguivano la vita di tutti i giorni, avevano bambini che andavano a scuola, vecchi in casa da curare, lavori che assicuravano il necessario e lo proseguivano. Tutto era normale, prima e attorno all’evento, poi le cose gradualmente mutavano. Ho cercato di immaginare cosa facesse mio Papà, nato da poco, in una città tedesca e arrivato in Italia, cosa pensasse mio Nonno e la Nonna e credo che nessuno di loro fosse distante dalle cose di tutti i giorni. Questo è il futuro, quello che può accadere per l’addensarsi dei presagi e delle condizioni che li rendono reali, ma anche ciò che rende gli uomini dipendenti da altro da sé. Così guardo ciò che sta attorno e penso che il suo fulgore, il suo nascondere i particolari al disattento, il vivere in quell’universo parallelo dove ciascuno di noi colloca la sua personale vita fatta di attenzioni e di affetti importanti, sià qualcosa che ci appartiene e insieme ci determina.
Cogliere i segni, leggerli, interpretarli a priori, non a posteriori ché a quelli son buoni tutti, come a dolersi di non aver capito o trascurato, è proprio questo immergersi in sé e godere dell’attimo, vedere ciò che può essere e insieme vivere profondamente. Sono le sei e la giornata si apre oppure ancora sonnecchia cercando un altro sogno da mettere in cantiere per tirare a lungo. Alzarsi e prendere possesso di sé nel giorno, essere nelle cose che non solo si ripetono, ma sono parte dell’abitudine che si è naturalmente costruita per leggere la propria giornata oltre i segni e dentro i segni, oltre l’umore che muterà se sarà preceduto da un meditare sul bello che abbiamo creato attorno. Alzarsi e dire la propria libertà dal tempo, da ciò che altri creeranno per noi, perché la vita è uno sguardo che apprende, che fa proprio il tempo, che rende importante ciò che non lo è e che derubrica dalle scalette della nostra concezione del mondo ciò a cui non possiamo arrivare.
Sono le sei, penso ai tantissimi uomini che ciascuno nel loro mondo fanno, dormono, pensano cose così diverse che solo il pianeta può tenere assieme e il cielo interpretare, sono i mondi paralleli, ciascuno con storie vita e bellezza proprie e mentre penso alle loro, guardo ciò che mi viene dato e sono grato.
maggio quasi giugno
Mettiamo che in una qualsiasi sera di maggio, con un caldo anomalo, quasi da giugno, il verde con la luce radente diventi sontuoso, che le siepi comincino a profumare e che gli alberi siano carichi di foglie pulite. Una serata che attrae fuori di casa e mentre cammina, un po’ per consapevolezza e un po’ per intuizione, il nostro protagonista si accorga, che molto di quanto ha fatto, pensato e vissuto come occupazione principale in una infinita sequenza di giorni, non era poi così importante. Pensa che fare programmi non è il massimo dell’intelligenza, che le persone, anche quelle care, sono libere di muoversi come meglio credono e secondo le loro vite e che i pensieri per incontrarsi, hanno bisogno di essere comunicati con verità e innocenza.
Cammina tra il verde splendente che gli ricorda altre sere ormai passate così tanto da non essere ben collocabili, allora, giustamente, il nostro protagonista respira a fondo. Come se così facendo i pensieri ritrovassero almeno l’ordine cronologico, se non quello dei sentimenti e delle delusioni. Anzi, pensa, che avere più tavole che mettano in ordine, il quando, il come e l’intensità del sentimento consentirebbe di avere una visione della propria vita, delle connessioni, forse anche degli errori naturali, della misura del tutto e del trascurato.
Perso nel fascino di questa molteplice tavola del vivere e del sentire, si siede vicino al fiume che ha visto in ogni età della sua vita e si accorge che non riconosce la città in cui è cresciuto, ovvero, riconosce i monumenti, le pietre, i percorsi, ma non conosce nessuno di chi gli si muove attorno. Questa sensazione si fa più forte e gli sembra che una immane commedia sia in corso, che i partecipanti/attori ne siano consapevoli, ma che gli spettatori non lo sappiano.
Passa un volto noto. Saluta e parole senza sostanza si scambiano tra i volti. Da un sorriso riceve un sorriso e gli pare di vedere le parole, trasformate in lettere, che escono e si sciolgono prima di arrivare: un mucchietto di impalpabile cenere di conversazione che li unisce. Il mestiere lo aiuta per troncare con le frasi fatte usate all’uopo la conversazione che vorrebbe prolungarsi, l’interlocutore non ha fretta, lui ha necessità di silenzio e di guardar meglio ciò che accade. Ragazzi si raggruppano, scoppi di voci, si formano e si sciolgono brigate. La sera avanza, sanno dove andare, lui si chiede se tornare perché la rappresentazione non solo non è finita ma non ne ha ben compreso la trama e il senso.
Ora è la notte che fa paura. La notte dei sentimenti, delle prospettive. Ricorda che basta ripetere gesti semplici per tenersi assieme, ma tenersi assieme non è vivere. E lo sa. Si guarda attorno e la piazza si sta vuotando, lungo il fiume si sono accese le luci e tanti piccoli chioschi mescolano alcolici, tolgono la schiuma alle birre. Montagne di patatine arrosto, profumo di salsicce, sembra una città tedesca però priva delle tavolate bagnate di birra, delle canzoni ritmate con i bicchieri. Il profumo è quello dell’acqua morta, il verde, quello delle erbe che marciscono nell’acqua bassa. Dovrà camminare per immergersi nei giardini, per sentire il profumo dei tigli, delle siepi di gelsomino, qui vivevano altre vite che non ci sono più. E’ la sua città che non lo riconosce, adesso capisce il senso di qualche scena a cui ha assistito e allora ricorda NIetsche: non guardare troppo l’abisso, altrimenti, l’abisso guarderà te.
Se qualcuno sa davvero cos’è la solitudine può parlare con il nostro protagonista, mentre medita camminando. La solitudine è il vuoto che aspira i pensieri e le speranze, le certezze e le illusioni. Riconosce le pietre e i portoni, le scritte antiche che nessuno è riuscito a cancellare, si è formata nella sua testa una mappa che gli dice dov’è senza l’ausilio delle vie, come ogni luogo fosse un appuntamento e un ricordo. Gli torna in mente l’idea delle tavole da sovrapporre con il tempo, il luogo e ciò che è accaduto in lui, a questo dovrebbe aggiungere ciò che non è accaduto fuori di lui, i fatti mancati, le occasioni perdute, le delusioni date e ricevute.
Ci penserà, intanto con un sorriso ricorda una cronaca ciclistica di tanti anni or sono:” un uomo solo al comando, è Fausto Coppi”. Coppi non era solo, quella volta: aveva una meta e l’Italia che gli facevano compagnia. E’ stato molto più solo quando per seguire il cuore, l’hanno messo sui giornali, processato, isolato. Il nostro protagonista, che non è un campionissimo, pensa alle sue vittorie e alle sue sconfitte, pensa a Coppi e a Pantani, così grandi, così diversi eppure simili, troppo simili alle parole scambiate prima nel ricordo di troppe persone.
Pensa a cosa si concederà stanotte. Il ripasso di Puer Eternus di Hillmann, un film, una visita ad una persona gradita che lo riconosca davvero, una lettura a casa, una pizza?
la furia
Alle volte mi prende una furia silente. Fuori non si vede nulla, forse si scuri e il volto è s’accorciano le parole ma i gesti hanno la gentilezza automatica di chi li ha appresi per tempo. Scomporre la furia non è facile, la furia è un blocco unico che si alimenta di innumeri rivoli, fatti, circostanze, che vede la realtà come i modificabile e priva di giustezza e ragione. Per questo rischia di diventare rabbia e di non confluire nell’azione tranquilla che scaturisce dal ragionamento, eppure basterebbe pensarci guardando in modo diverso, uscendo dagli stereotipi che vedono noi e ciò che facciamo come determinanti della vita per capire che ciò che ci scuote sta scuotendo la realtà e che essa troverà azioni e modi per sorprenderci, per porci dinanzi ad un nuovo che non pensavamo. Le strade che abbiamo di fronte sono il lasciar accadere e capire intanto cosa non va del nostro vivere, oppure il tentare di modificare le cose partendo da uno dei rivoli che hanno generato la furia. Spesso si scopre che ciò che ci indigna è distante e accadrebbe comunque ma che è anche il prodotto di un mondo imperfetto, ineguale, ingiusto, prevaricatore. Questo mondo è così, lontano dalla perfezione o anche solo da un moderato danno nei confronti della maggioranza delle persone e ciò che per noi è giusto per molti altri è indifferente. Allora con chi dovremmo prendercela, chi dovremmo modificare se è proprio la somma delle furbizia, arroganze e l’esercizio del potere che rende i eguali le persone, causa sofferenze, piega le vite in ambiti così angusti da far desiderare sempre la libertà. La furia è la mia impotenza, l’indignazione è il mio giudizio anche se non voglio giudicare ma capire, l’inazione è l’impotenza dello spirito che si arrende di fronte alla violenza della diseguaglianza perseguita come valore e dimostrazione che non siamo eguali. E invece penso che siamo eguali e differenti, eguali per nascita e opportunità che devono essere date e differenti perché la somma delle visioni penetrarlo la comprensione profonda del rapporto tea noi stessi, il mondo, la società che viene costruita. Nulla è dato per sempre e ognuno può ricevere e dare, se la mia furia si quieta, potrò capire, procedere, sentire che la strada è giusta, almeno per me. E nel sentire tutto quello che non va aggiungo me stesso perché solo la calma e il credere in ciò che si fa sgretola l’ingiustizia.



