vorrei parlarti del mio vento d’aprile

Golfi così ampi e campi, sembrano respirare

nello sguardo che si perde,

e tra essi,versi crepitanti, odorosi di resine,

bruciano, nei fuochi di stoppia e rami.

Vento d’aprile,

dall’orizzonte vicino di collina,

dalle altezze d’albero, 

dal verde verticale, che spinge

verso il blu di cieli rigati dalle nubi

e poi s’atterra in tinte pastello, e bruni

risucchiati verso il nero d’anfratti e terra: 

pianura, monte e mare,

c’è vita tra bianchi di calcare,

grigi di selce, 

rumore di sassi smossi dall’onda,

spuma che si scioglie o vola via,

strappata.

Di questo, e del vento che accarezza le foglie

prima di strapparle nelle ventate d’aprile, 

del suo percuotere lamiere, 

e fischiare con voce di basso, 

di tutto questo vorrei dirti,

ma le parole

sono bulimici ciechi di gusto

e divorano perdendosi nel senso.

Per questo non so dire,

né dirti, se non un silenzio

che nei miei occhi canta.

la religiosità dell’umano

Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse una inclusione, una apertura oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché ci si è messi 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere questo sì fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Più facile credere in un dio che salva piuttosto che nell’uomo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo ed invece punta a dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni ed analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.

nessun sforzo vede più della serenità

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Da qualche parte c’è un punto luminoso,

piccolo come una stella,

lo cerco,

tra tante altre piccole luci,

sereno.

E’ un buco nell’universo

che lo taglia e lo ricuce,

la sostanza, ne mostra appena,

l’accenna, indelebile intuito,

e mi riguarda.

i gemelli

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Seduto nell’auto in parcheggio, aspettavo e guardavo. Il piccolo prato occupava di verde metà del campo visivo, così le persone sul marciapiedi erano nella parte superiore dello sguardo. L’erba verde di pioggia era alta, frammezzata di margherite e di bottoni gialli di tarassaco e finiva in una piccola fila di giacinti, che assumevano la funzione di fingersi siepe a delimitare l’asfalto. Su quel marciapiedi passavano i gemelli. Corpulenti e larghi nei giubbotti imbottiti, camminavano piano, parlando fitto, come al solito, in quella che pareva, una serie di rimandi serrati di parole e fumando. Di cosa parlassero, non so, ma li avevo sempre visti così: vestiti senza pretese, ma puliti, vicini, che fumavano e parlavano a domanda-risposta oppure per frasi ripetute. Entrambi semi calvi, con una coda di capelli lunghi, e di un’età tra i 50 e i 60, portavano entrambi un berretto da marinaio. Si somigliavano oltre misura, ma non totalmente, come avessero bisogno di una differenza da tenere più per gli altri che per sé. Da piccoli li avranno vestiti uguali, pensavo, e poi da adulti s’erano differenziati senza un reale bisogno che non fosse l’estro. Si intuiva la comunanza che diventava sovrapposizione, come vi fosse stata l’accettazione che le loro vite fossero sorprendentemente intrecciate. Tanto vicine da non distinguerle, non solo nei tratti, ma anche nei modi. In questo stava la sincronizzazione dei gesti. Naturalmente questo colpiva me, che non vivevo la differenza dei nomi e delle identità che ciascuno di loro teneva per sé. Ma in tutto questo somigliarsi, pensavo che forse li aveva stupiti che due persone tanto diverse, i loro genitori, li avessero generati così uguali, ma che alla fine non avevano sentito il bisogno di staccarsi e, per mantenere la differenza, erano rimasti assieme.

Il giro del piazzale sui marciapiedi, attraversa 6 strade, loro lo percorrevano tutto. Li avevo visti spesso che, senza alcuna fretta, guardando ad ogni strada sincronizzati, a sinistra, poi a destra, di nuovo a sinistra attraversavano e facevano il giro. Fino alla chiesa dei cappuccini e in quell’aere sacro, a sorpresa, facevano il segno della croce, sincronizzato anch’esso. Così il fumo perenne, l’aria vagamente trasgressiva, il loro modo strano di vestire ed essere sempre assieme, nei miei pensieri, subiva un’ulteriore trasgressione: erano religiosi.

l’odore dei libri

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In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.

voglia di Barbagia

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Magari resterei due giorni per paese, ma ho un’improvvisa voglia di Sardegna, e di Barbagia in particolare. Di fermarmi a Tonara o a Teti, in quell’agriturismo dove la sera devi mettere un limite ai colungiones, al porceddu, al cinghiale. Alle ondate di sapori che arrivano dopo un antipasto, che a casa ti avrebbe saziato per un giorno. E siccome sembra non ci sia fine alla bontà, è difficile smettere, perché la gentilezza di chi cucina ti travolge, così vorresti che il tempo fosse lunghissimo davanti al camino acceso, spezzettare il pane guttiau, parlare ancora un poco, sorseggiando cannonau di Oliena, perché andare a letto sembra uno spreco di tempo e poi mica dormiresti. E fuori c’è un cielo di una limpidezza incredibile, dove hai avuto un’esperienza del buio, incredibile e mai più ripetuta. Poi il mattino proseguire per Austis, andare a trovare un’amica, che è in campagna elettorale, e che stimi oltre ogni amicizia, salire verso il convento restaurato, camminare sino a sa Grabanissa e guardare tutt’attorno, Verso il lago Omodeo e oltre verso il mare, finché lo sguardo si perda e senti di essere non al centro della Sardegna, ma al centro del mondo. Fermarsi nei bar a bere un vermentino o una Ichnusa, ascoltando il barbaricino. Senza capire. Solo per il suono. E guardare i gesti ora lenti, ora veloci. Lasciando che il pensiero trattenga l’impressione di una enorme pila di vite sovrapposte e incastrate, come le pietre a secco dei nuraghe, che ora si depositano attraverso le parole che ascolti.  E pensi che c’è un filo grosso che cuce tutto, che ritrovi nelle case in cui il fuoco è abitudine dall’autunno sino a Pasqua, come lo sgabello in sughero vicino al camino; pensi che è un refe fatto di tradizioni senza apparente motivo, di gentilezze mute, di abitudini che scendono giù, giù, attraverso le parole, i nomi, i gesti, il tagliare un pane, l’offrire un dolce o una fetta di formaggio, verso la luce delle giornate, i lavori, e le pietre, i luoghi che hanno spirito e significato, gli ovili, le sughere rosse di vergogna per aver perso il loro mantello prezioso. Giù in un’arcadia fatta di luce e di regole ancestrali. E questo ti rassicura, come scendere dentro il tuo calore interno, com’essere nel mondo e dentro il suo significato.

Ho la strada in mente, l’ho percorsa tante volte da solo, scandendo i nomi: Mamoiada, Fonni, Ovodda, Tiana, Teti, Austis, Sorgono, Tonara e poi indietro. Due volte, Aritzo e poi il Gennargentu. Oppure da Ottana verso Sarule, Ollolai, Gavoi, Lodine, aspettando apparisse il lago Gusana. E ricordo le svolte in cui mi sono perso e i punti di riferimento che mi dicevano che ero sulla strada giusta, la sensazione di solitudine e di natura che avvolgeva totalmente, la voglia di guardare e di andare assieme, perché la natura alla fine ti fa desiderare un riparo, una casa dove riconoscerti.

Ho voglia di quella pace che ti accoglie, quando non hai più il tempo che ti sta attorno, ma solo il tuo, quando condividere è importante più della meta, quando le cose ti parlano per metafore, di te. E la notte ti addormenti sentendo gli ultimi belati, qualche uccello che non conosci, il maestrale che scuote le sughere e le lamiere dei ricoveri e la mattina ti svegli con gli stessi suoni. Ma il giorno dopo non c’è una meta vera, solo da ascoltare, vedere, sentire, per capire dove sei. Non qui, ma altrove. Un punto nave, insomma, senza alcuna utilità che non sia tu stesso.

di musica e d’altro

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Ascoltavo molta musica. Anche quella che inizialmente sembrava difficile e non mi piaceva. Applicavo alla musica gli stessi criteri della lettura, leggevo qualsiasi cosa e dove non capivo, rileggevo, più volte finché mi sembrava di aver compreso, oppure cercavo altrove scomponendo ciò che sfuggiva. A lungo, con caparbietà, prima di arrendermi. Ascoltavo dovunque. Avevo l’abbonamento alle stagioni concertistiche, ma questo era solo l’evento eccezionale, nel frattempo c’era la radio, i dischi, i nastri, le prime cassette.

Poiché la musica mi provocava emozioni forti, non mi opponevo, e abbandonandomi cercavo di capire cosa agitasse la gioia o la tristezza che provavo, da dove venisse quel momentaneo senso di pienezza che mi faceva muovere le braccia e cantare a voce alta. A volte dopo aver provato sensazioni forti mi sentivo caricato, pieno di energia, altre svuotato, come ci fosse un’ assenza disperante e senza nome.

Cantare le canzoni, la musica che ci stava attorno, era quasi naturale, mi ero lasciato travolgere dalla mescolanza del testo e della melodia quando avevo capito che si potenziavano assieme. Non capivo nulla o quasi di musica, mi aiutava l’orecchio. L’adolescenza aveva fatto il resto: con la musica si socializzava o ci si separava. La musica classica era stata una scoperta personale, quasi un atteggiamento finito male, perché poi l’oggetto mi aveva preso. E sembrava pure di facile ascolto questa musica così piena di suono, di colore, densa e a suo modo naturale. Altre volte solenne, lunga, impervia e poi placida, comunque sempre sorprendente. Fosse la magniloquenza dell’organo, naturalmente ero partito da Bach, o la gioia della nona di Beethoven, oppure il barocco,  che scoprivo in Vivaldi, qualunque cosa fosse, la compitavo, e la riascoltavo fino ad assorbirla e sentirla dentro che suonava per suo conto e all’unisono con me. Compitare e memorizzare vanno assieme, riconoscevo gli stili, azzardavo. Nella mia ignoranza, mai migliorata col tempo, pensavo per blocchi, ascoltavo per collocare e discernere. Mi sembrava che inzialmente, nel barocco in particolare, le contaminazioni fossero tante e che la brillantezza o il colore scuro appartenesse prima al luogo che al compositore. Cominciai a pormi il problema degli esecutori più tardi, perché sentivo differenze grandi sulle stesse note e non era solo questione di tempi di esecuzione o di registrazione, qualcuno mi sembrava più bravo di un altro, ma non ne sapevo il motivo. Come un rompighiaccio procedevo, l’ignoranza restava, acquisivo nozioni e il mare anziché restringersi diventava più vasto. Mi mancava la teoria, le basi che avevo erano talmente vaghe e consegnate alle esperienze di canto corale, che non ne vedevo alcuna utilità. Certo conoscevo qualcosa di gregoriano, qualche nozione di base di notazione musicale, ma non seguivo uno spartito, se non ascoltandolo con la musica. La carta non mi suonava dentro. Eppure capivo che era questione di lessico, anzi di lettura. Se nella mia ignoranza grammaticale comunque riuscivo a leggere cose strane e difficili (almeno per me lo erano) e assorbirne significato e musicalità, mi illudevo che lo stesso funzionasse nel linguaggio musicale, ma in realtà non era così perché mentre scrivere era relativamente facile, tradurre in note quello che mi passava per la testa era impossibile. Comunque continuavo la mia esplorazione, naturalmente erano i brani più popolari, però in un insieme di rimandi e collegamenti finivo in altre epoche, stili, generi, autori, interpreti. Un’autentica scoperta fu la musica medioevale, a cui arrivai attraverso Respighi.

Questa piccola passione un po’ mi allontanava dalla musica dei miei coetanei, anche se continuavo ad ascoltare canzoni, a cantarle da solo e in compagnia. L’altra musica era però una scelta personale e solitaria. Un poco me ne vergognavo, quasi mi stessi collocando fuori dalla mia età sociale. Non riuscivo a parlare delle emozioni che provavo, era un fatto privato come leggere certi libri, fare certi pensieri, scrivere certe cose.  Credo che questa modalità di ascolto e di ricerca, facilitasse un isolamento e una riflessione personale e siccome la musica, come tutto il resto la trattavo a sensazione, lasciandomi prendere, ne accettavo una sorta di potere, di magia su di me, per cui le attribuivo capacità terapeutiche.

Mi si era formato in testa un pensiero: la musica ti salverà. E da cosa mi avrebbe salvato, lo identificavo nella fatica di crescere, nella difficoltà di comunicare le proprie emozioni agli amici (la famiglia non serviva più per questo) e che erano più compagni di gioco o di scuola, che compagni di sentire. La musica mi avrebbe guidato nelle pulsioni nuove che sentivo, nella paura del disamore, avrebbe mitigato ed esaltato in accordo con me. Insomma mi avrebbe tolto in maniera assolutamente singolare dalla solitudine.

Poi, ma fu molto dopo, ho capito che qualsiasi cosa ci risuoni dentro, sia essa una melodia, o dei versi, o un pensiero che legge ciò che sentiamo, sono ausilii che ci vengono donati. Siamo noi che ci riconosciamo in un gioco di specchi e così noi soli ci possiamo salvare. Ma se portiamo con noi la capacità di riconoscere la bellezza, allora le boe, le zattere, le navi con cui percorriamo i nostri mari sono strumenti che ci vengono donati da altri inconsapevoli amici, che ci fanno sentire meno soli anche se la fatica di andare nella vita, è nostra. Ho capito anche che ci salveremo lasciandoci andare a noi, riconoscendo le nostre ferite e lasciando che guariscano, pur permettendo che ciò che ci appassiona lenisca. E questo perché ci è dovuto e siamo importanti a noi.

Con parole che ora mi sembrano troppo tronfie per qualcosa che è semplice, penso sia importante che nella ricerca costante di amore ci sia una colonna sonora, che parole efficaci ci accompagnino, ma poi spetterà a noi trovare strada. Insomma essere forti e ripetersi: in dulci jubilo come fosse davvero rivolto a noi.

che cresca la capacità di cogliere il nuovo: sabbah an-nur a tutti voi

Leggevo un vecchio articolo di Gramsci su l?Avanti nel 1916, contro la festa del capodanno (.http://www.qualcosadisinistra.it/2013/12/31/il-capodanno-per-antonio-gramsci/).

Capodanno è ogni giorno, diceva, e ogni giorno nella sua continuità è l’occasione di un cambiamento, di una discontinuità, parlava di attingere energia alla parte di natura che possediamo, che ogni giorno e ogni ora fossero nuovi pur in continuità con ciò che “possediamo”.
L’idea del fluire la condivido profondamente, così l’idea del nuovo e della forza vitale che esso propone, ma ogni giorno non è uguale per i cicli del nostro pianeta. Ad ogni giro attorno al sole qualcosa ricomincia e qualcos’altro si perde disperso in una nuvola di atomi di passato. Le stagioni si succedono sufficientemente uguali da rassicurarci nell’attesa e sorprendentemente diverse da farci attendere il cambiamento. Nulla è uguale a ciò che è accaduto, lo è anche per i sentimenti, e ciò che è nuovo è assieme il riassunto di ciò che abbiamo provato sinora, ma anche la pagina non scritta del futuro.

Impercettibili, a noi, m,a non al nostro corpo, correnti e forze ricomposte, cambiano gli assi magnetici, venti di quota disperdono vita in semi e cambiano la terra sottostante, precipitandole contro, tutto muta eppure ci rassicurano le stagioni che il nuovo torna, che l’energia vitale spinge il mondo. 

È incongruo il prepararsi delle gemme in questo inverno sin troppo mite, ma anche se una gelata cambierà le fioriture, un nuovo equilibrio si chiamerà primavera. E non sarà eguale ad altra conosciuta.  È così anche per i sentimenti, l’amore muta e ciò che chiamiamo amore è qualcosa che racchiude il passato che conserviamo, ma anche tutta la carica del nuovo che proviamo. Quindi il nuovo esiste, e questa è una grande speranza. Il nuovo inizia ogni giorno, ed è questa la continuità della vita. I cicli si susseguono mai eguali e noi con loro finché aspettiamo il nuovo. Se hanno un inizio, che abbiamo fatto coincidere con il superamento di gran parte dell’inverno e con l’attesa della primavera, ciò è prefigurazione di questo bisogno di continuità e di rinascita.

Le giornate si allungano, la luce entra nelle nostre vite, lasciamo che entri assieme al nuovo, al mai provato, perché se siamo ciò che abbiamo vissuto, cambieremo per ciò che proveremo.

Buon anno a tutti quelli che passano di qui, che ho la fortuna di sentire amici.

Buon anno a quelli che sono fedeli a se stessi e cercano gli altri.

Buon anno a quelli che hanno voglia di amare.

Buon anno a chi fa fatica e non si arrende.

Buon anno a chi da una mano senza chiedere.

Buon anno a  chi ascolta.

Buon anno a chi apre e lascia entrare con fiducia il nuovo.

A molti altri non auguro nulla tanto non capirebbero e forse neppure gli servirebbe: gli va bene così.

Ps a me auguro di lasciare per strada qualche insensatezza e di sostituirla con qualche altra nuova, mi auguro che ragionare sia sempre meno che sentire, mi auguro errori veniali e in buona fede, mi auguro di continuare a stupirmi di chi conosco e sentirne la bellezza, di riconoscere i miei limiti che sono importanti e di superarli, di accogliere il nuovo quando mi verrà offerto.

mi piace ancora :

sabbah an-nur

una luce poco fa

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Ho messo un lume sul davanzale, è santa Lucia.

Senza pensare a significati religiosi, l’attesa di luce travalica ciò che si conosce e sconfina dove non arriviamo. E il bisogno di luce in questo inverno che continua, dentro più che fuori, è forte. Ma non vorrei l’estate e il sole del Riccardo 3°, no, vorrei che i desideri si ordinassero, che il pulviscolo che da troppo tempo ci fa tossire e impedisce di vederci, calasse. E vedere un ordine disordinato alla luce. Un ordine allegro, un posare le armi, un ordine rispettoso dell’altro. Ben visibile.

Vorrei la luce per capir meglio che fare, la luce per riposare. Siamo tutti nervosi, poco attenti a chi pestiamo, non vediamo la rivalsa che porta il tempo distante dalle nostre vite, lo spreca senza utilità e non lo vede scorrere. Ed io invece vorrei veder bene ciò che accade, ne ho bisogno, come ho bisogno di dimenticare le categorie che mi facilitano la vita e mi chiudono gli occhi.

Vorrei la luce discreta dei doni che non fanno invidia, la luce che permette di vivere a proprio modo. Mi servirebbe anche la luce per cogliere la bellezza che c’è dentro e si rintana. E una luce morbida di penombra che sia misericordiosa, per il molto che non va. Chiarezza e comprensione. Lo si può chiedere alla luce?

Se penso a me, non so dove si finisce, ma non ho capito bene quando ho cominciato. Mi pare, vado indietro, ripesco ricordi che, tenuti tra le mani dei pensieri, devo rigirare per riconoscere davvero, il dono della luce forse non li renderebbe più chiari, ma li collocherebbe al loro posto. Com’è giusto sia. E di questo mi pare di aver bisogno.

Allora a quella zona dove non si capisce bene se sia finito il razionale ed iniziata finalmente la speranza, affido la mia lampada per i desideri di questa notte. Non ho fretta, semplicemente attendo un po’ di luce, perché in fondo ciò che serve è riconoscere il buono che verrà.  

il senso nei luoghi

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Arrivano le feste, metto in un piccolo mantra le necessità:

-raccogliere i piccoli grandi disturbi delle abitudini,

-farne legna per il camino che riscalda la testa prima del corpo, come accade per le passioni nuove,

-non fare bilanci, guardare dentro con spirito nuovo. 

C’è un luogo dietro piazza dell’Unità a Trieste, che ora sarà freddo. Scuro della collina che lo sovrasta, scuro della bora che s’infila tra le stradine, passando sotto il volto del municipio, scuro del vento che taglia i visi e che si butta in Cavana, o su per via commerciale verso Opcina, ma non si disperde. Sembra infinito il vento, la bora in particolare. Però in quel pezzetto di strada c’è una libreria antiquaria. La vedi dalle vetrine che semplicemente mostrano il dentro stracolmo di oggetti, e libri, e lampadari, e boccette bicchieri vasi, e tovaglie, e tessuti, e giocattoli, e persone, tutto stipato in stanze che si infilano l’una nell’altra, come una bestia grossa che s’è accoccolata. E dorme. Le persone s’aggirano curiose al calduccio, prendono in mano, stropicciano, guardano in trasparenza, vanno altrove con la testa, annusano la polvere, il sentore di tempo. Lo vedono sulle cartoline, sui libri, sui bicchierini da rosolio, sui pizzi che li hanno accompagnati. Svevo, Slataper, Joyce, Saba e via andare in questi angoli incrostati sono oggetti preziosi caduti in acqua, visti in controluce rilucono di ciò che è stato immaginato e vissuto.

Ma non m’interessa la libreria, non questa notte. Appena dopo le sue vetrine, c’è un ristorante che ho sempre visto troppo tardi. O s’era appena mangiato, o non c’era tempo, oppure era chiuso ed io, ogni volta, mi ripromettevo di andarci a pranzo. In un giorno di bora. Sedermi, passare le mani sulla bella tovaglia bianca, un po’ inamidata come adesso non s’usa, e attendere che il vecchio cameriere, con la giacca nera e la camicia bianca, arrivasse. Mi sono visto prendere il menù dalle sue mani, guardare, alzare gli occhi mentre aspettava che decidessi, parlare quel tanto che superava un nome sconosciuto, evocare un ingrediente, trascinare un giudizio (qui si va sul pesante), con un sorriso. Poi scegliere e attendere il cibo caldo e lento, sperando che la bora, nel frattempo, dimenticasse dove siamo. Ché quando s’uscirà, il pensiero non sia il che fare fino a sera,  sennò si passa da un caffè all’altro, da un piccolo desiderio di vetrina al successivo, così senza meta né luogo vero. E invece il protagonista di questo andare, che poi è essere e raccontarsi, è la solitudine che sta meglio se ha un luogo.

Difficile parlarne davvero, chi la conosce non ne ha bisogno, gli altri ti sollecitano a metterci buona volontà. E invece la solitudine è quella sensazione che ti impedisce di lasciarti andare completamente, di dire una sciocchezza in più, di pensare così leggero che neppure pare, di fermarsi su una sedia lasciando scorrere le parole, o i silenzi, che tanto fa lo stesso, di frequentare il limite della veglia come un vedere senza guardare. E’ tutto questo e altro, insomma le sensazioni che ciascuno porta dietro come sa, e che nel mio pensiero erano il protagonista di una strada, di un luogo preciso, di un andare che essere lì perché non si sa come rapprendersi altrove. Perché la solitudine rende solidi come blocchi di ferro e insieme gassosi. Se guardi un parallelepipedo di ferro ti sembra leggero, ti chini per provarlo e il suo peso ti sorprende, fai fatica a prenderlo con le mani, alla fine, con fatica, lo sollevi e ti sembra già inutile averlo fatto. Non è quel che sembra, ma è ciò che è, eppure tu non sei quel blocco di ferro, però ora ne senti il peso. Anche se ti pare di essere un gas rappreso in una nuvola, qualcosa che sta in aria, che non afferra e non è afferrata. Questa è la solitudine. E quella stradina di Trieste con la sua libreria e il ristorante e il cameriere, è il racconto di tutte le domeniche pomeriggio senza amici, di tutte le letture senza comunicazione, di tutto il cibo mangiato per abitudine, di tutte le ore che hanno atteso qualcosa che si compisse e quel qualcosa non si è poi compiuto. Potrebbe essere una sala d’aspetto di piccola stazione il luogo, ma ormai non ci sono più, potrebbe essere un vicolo che conosci bene a Mantova, o un piccolo angolo di Roma, potrebbe essere ovunque. Ieri sera mi veniva in mente Kiev e la tristezza che vi ho visto. La tristezza è oltre la solitudine, si conoscono, ma non sempre vanno assieme, a Kiev c’erano entrambe. Perché Trieste? Forse per il suo essere sempre passato, altro che è avvenuto, eppure presente. O forse solo perché mi piace, è una città in cui vivrei perché  c’è il mare e i triestini sono allegri per combattere la solitudine che hanno dentro.

La solitudine è una turista provetta, una buona compagnia che ti segue ovunque, se a volte parla più forte è per attirare la tua attenzione. Come quella sera in una latteria di Alfama, a Lisbona, a mangiare baccalà tra mattonelle bianche e due signore anziane che canticchiavano il fado e alla fine s’è parlato in due lingue e si sorrideva. Oppure potrebbe essere quella strada di Buenos Aires, dove ti avevano detto di non andare, vicino a La Boca, e finché parlavi con il tassista hai scoperto che erano tutti genovesi e veneti rimasti poveri. Mi ha regalato un coltello, il tassista, e non ha voluto che gli pagassi la corsa, però l’ho ascoltato che cantava un tango di Carlos Gardel e alla fine ci siamo abbracciati.

Potrebbe essere ovunque, basta che la porti con te, l’importante è parlarle, stabilire i desideri reciproci, strapparle una sensazione positiva o almeno la promessa che qualcosa si proverà assieme e che da questa condizione per un poco, oppure per sempre, si uscirà. Chissà che significa non provare più solitudine, chissà come si vive semplicemente vivendo. Chissà. Non riesco ad immaginare una vita senza questa presenza, non so neppure se mi piacerebbe sempre. Quello che capisco è che questa vita potrebbe esistere, che altri la vivono, ma io non so che  cosa sia. E così convivo, mi tengo l’ironia per sorridere, uno scuotere del capo per non dare troppa importanza e capisco che questa presenza spinge a trovare qualcosa che manca, che è un motore, allora mi pare che non ci sia un’età dell’innocenza in cui essa non c’era, ma che ci sia sempre stata e che l’importante è viverci bene assieme. Ecco perché una jota bella calda stasera spazzerebbe via la bora, allungherebbe le gambe sotto il tavolo, alzerebbe un bicchiere di refosco in più, fino al sonno. Poi domani si comincia.