menta piemontese

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Doveva essere un caldo terribile quell’anno se la madre di uno di noi, ci aveva lasciato, insistendo molto sull’uso, un fiasco di menta piemontese. Proprio un fiasco di quelli impagliati col tappo di sughero, col cui contenuto avremmo dovuto trasformare ettolitri di semplice, buona, fresca acqua in bevanda dissetante e toglierci la sete de-fi-ni-ti-va-men-te durante la giornata. Proprio così disse: definitivamente. E ci vedeva al sole che sorseggiavamo, finalmente liberi dall’arsura. E invece dopo il primo litro buttato quasi tutto, ne era seguito un altro con l’idrolitina che aveva fatto la stessa fine. E poi basta perché ci riempivamo di birra, cocacola e facevamo mattina raccontandoci quello che avremmo fatto l’indomani, pasticciavamo con patatine, salame e sozzerie, dormivamo fino alle 11 quando in tenda era impossibile stare. Ed era una vacanza epica, sempre pieni di sale e in spiaggia fino a notte, mai nessuno che ti chiamasse, se non per prenderti in giro, mai nessuno che ti dicesse fai questo, fai quello. Avevamo 17 anni, la menta era il legame con la fanciullezza, il sostituto del tamarindo Erba, in spiaggia, il pomeriggio, la mamma e la famiglia. Via tutto, eravamo uomini che ansavano vita vera.

Alla partenza, il fiasco lo regalammo al tedesco della tenda di fianco, e mentre ci salutavamo dall’auto in movimento, alla prima curva, vedemmo che, felice, lo brandiva. E ci salutava. E lo stappava. E stava per berne dal collo una lunga sorsata. Era scritto “soave” sul fiasco e il tedesco non doveva contare molto se la Germania non ha poi dichiarato guerra all’Italia.

31.7.13

L’ultimo giorno di luglio era caldo e palindromo e qui l’osservazione si poteva fermare. Però era rimasta quella leggera soddisfazione che procura il notare la particolarità delle cose. Che spazio esiste tra una favilla d’attenzione intelligente (da intelligere, senz’altra connotazione di misura) e la gestione dell’eccezione, del meraviglioso del vivere? Ovvero ci si può meravigliare spesso e impunemente?

Con la ricerca dell’utile e del sapido, si declassano i gradi intermedi, le piccole gioie e così si banalizza tutto ciò che non è comunicabile facilmente, che esige aggettivi sfumati, relegandolo ad intima sensazione di soddisfazione. Insomma questo modo prevalente di vivere non ammette la comunicazione di ciò che si fonda sul rapporto tra sé e ciò che si sente tra gli estremi, tra ciò che resta personale e non diventa collettivo perché non risponde ad alcuno dei parametri di utilità  e sapidità del sentire.

Ma allora per chi si ribella e non accetta questa necessità fisica ed economica di superlativi, può essere dato un mondo che contempli l’inutile meraviglia? Forse no, ma la vita individuale, quella sì, può essere scissa dalla tirannia dell’utile, e portata a godere di cose poco usuali. Gustare la bellezza di un pasto di fichi e pane fresco, il profumo del caffè fatto con cura, il vino buono senza etichetta, la frescura dell’acqua e il suo non sapore, una carezza che resta, un abbraccio lungo, un bacio che ascolta.

Chi ha digiunato per necessità conosce l’esaltazione dei sapori quando lentamente si torna al cibo, la meraviglia del poco che sprigiona sensazioni, l’avvertire le particelle di sapore nei sensi acuiti. Tutto questo viene ucciso dalla quantità, dalla varietà eccessiva. Quanti paragoni con i sentimenti e il sentire, con lo sbocconcellare senza fretta, ascoltando… 

solstizio d’estate

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Due scie di cemento, ora grigie, ora rossastre, perfettamente levigate, tagliano la città. In mezzo una rotaia, una sola, su cui corre il tram. Una riga nera e argento, come un nervo scoperto. Viste dall’alto, le scie, sono un sentiero che tra lunghi tratti dritti e svolte dolci punta da nord a sud. Un cardo maximo che si inoltra tra case e portici, piazze e riviere, affianca acqua e ponti antichi. Un filo per tagliare la polenta che non avrebbe neppure bisogno del mezzo che lo percorre, perché esso è percorso e percorre. Da nord a sud. Instancabile. Se ci pensi ti accorgi che da questi punti corre il senso, cardo del vivere, dall’alto al basso, senza scorciatoie e viceversa. 

La casa dava sul canale, quello che ora scorre sotto. La città si è rivestita di pelle e muscoli, un tempo il sangue era alla vista, diceva cose talmente passate che contrastavano con la voglia d’essere nuova e giovane. La città è un corpo. D’estate è un corpo che si mostra. A quest’ora ero già davanti a un bicchiere di spuma gelata, con un biscottone, un zàleto, in mano. Nel cortile dell’osteria tra le piazze c’era la televisione. Mia nonna mi portava per tempo. a me non interessava molto la tv, erano spettacoli per grandi, commedie, lirica, politica. Mi piaceva il percorso, il ponte, la strada in salita, le piazze, l’odore della carne e del pesce, i mattoni che trasudavano calore, la calcina per sanificare le case, la pietra, il porfido e la trachite arroventate dal giorno. Poi l’androne e il cortile. Sopra il cielo. Guardavo il cielo, la spuma, sgranocchiavo il zàleto. Aspettavo. Attorno giocavano a carte. Mi parevano tutti vecchi, non era vero e insieme era vero. Mia nonna chiacchierava in disparte con le sue amiche, poi arrivava qualche altro ragazzino e cominciava il gioco. Via dal cortile, in piazza, dove una palla aveva trenta piedi, una caduta un pianto trattenuto, una baruffa si concludeva ridendo. Avevamo tutti le stesse cose, calzoncini cortissimi, canottiera o maglietta a righe, sembravamo tutti fratelli. La palla andava altissima, mai orizzontale, la città è ricca di vetri da rompere. Poco oltre passava il tram, ma l’altro, non quello d’adesso. Bisognava che la palla non ci finisse sotto, il tram non aveva pietà. Le sere finivano tardissimo e andavo a letto a ore impossibili, stanco, lavate le ginocchia e le mani, il catino con l’acqua che diventava mattone e rossiccia. Macchiavo le lenzuola di sangue. Mi piaceva l’odore delle lenzuola di lino, mi addormentavo, sognavo. 

Le scie attirano come le sirene i ciclisti, poi la ruota finisce nel solco e cadono. Bestemmiano, si rialzano, riprovano se non ci sono danni, sono irretiti da quel liscio che sembra scivolare in avanti. Un tapis roulant. Meglio a piedi, mettere distacco e curiosità e seguirle dal portico. lasciare che accompagnino. Mostrano quello che si può, magari entrassero per i vicoli, lì fino a quel muro alto da cui spuntano foglie e rose, oppure lungo le altre riviere, quelle da innamorati, che scuotono i capelli dopo essersi baciati e ridono perché i tigli lasciano cadere fiori gialli. Ci sono marciapiedi gialli, dove l’aria è zeppa dell’ umore penetrante del tiglio, camminare è morbido, anche le suole per poco diventano gialle e odorose. Bisogna lasciare le scie e ritrovarle, andando da ovest verso est, come fanno i viandanti e i perditempo, quelli che cercano il sole e ne sono attratti. Se la vita scandisce le svolte, una ogni tanto, il sole riempie i vuoti e l’attesa, pare di vivere tutto e invece s’attende qualcosa. Se ne intuisce il peso, ciò che cambierà davvero, ma non si sa cos’è e intanto ci pare, riempiamo i giorni di abitudini, piccole sofferenze, gioie repentine, come continuasse tutto allo stesso modo, ma non è così, lo sappiamo. Poi c’è chi crede che la vita sia comunque amica e tenera, e chi ne ha paura, ma entrambi si muovono a zig zag nel sole. Da ovest a est e viceversa, instancabili perché altrimenti il silenzio pone domande e la vita si riporta da nord a sud. 

Io so cos’è la solitudine. La sera tiravo in lungo, gli amici, il bar, le discussioni infinite, poi la compagnia si sfaldava, le parole che avevano riempito l’aria, mosso sentimenti, aperto e chiuso idee, comunicato per puntiglio e per noia, si dissolvevano. Non tornavo a casa, giravo e sapevo dove alla fine sarei finito. Lì, sulla piazza davanti alla mole ciclopica del salone, dopo mezzanotte il bar all’angolo chiudeva, ma lasciava qualche sedia e qualche tavolo. Seduto sentivo il caldo che calava dall’alto e momentanei sbocchi d’aria, come se altrove qualcuno aprisse una porta, una finestra e in quella corrente ci fosse il ciabattare insonne, la fatica di affrontare il letto e insieme la stanchezza del giorno seguente, già pronta, che pesava prima d’essere vera. Le voci si spegnevano, qualche richiamo, i barboni che arrivavano con il bottiglione di vino. Parlavo, ascoltavo le parole corrotte dall’alcool, poi tagliavo con una risata, mi spostavo. Cercavo la solitudine che riassume, rimette ordine. Il giorno dopo sarei andato al mare, gli esami erano un problema, ma adesso ero davanti a me e guardavo. Mi guardavo. Lasciando che il resto fosse cornice, non più sono, ma il dubbio. La solitudine veniva poco a poco, raccontava della difficoltà di dire, di trasmettere le sensazioni, diceva dell’impudicizia del dire la verità, ossia ciò che si pensa davvero, e questo non riguarda l’altro, ma ciò che si sente. Raccontava dell’unicità come colla per tenere assieme tutto, come scusa per non procedere oltre, accettarsi, vedere i lati positivi, non scavare. Mi sarebbe piaciuto non avere dubbi, vedevo quelli che non ne avevano, quelli che dicevano io, che erano così sicuri e immemori, così pieni del loro scegliere, pagare, vivere che non s’accorgevano che tutto quel daffare era un rifiutare la solitudine, il dubbio che essa portava con sé. Era una piccola sicurezza o forse mi sbagliavo anche in quello? Stavo lì in piazza mentre la notte acquietava tutto, leniva le voci, finché non parlava più nessuno. Neanche i barboni. Il sonno prendeva. Il giorno dopo, il sole, il mare, l’esame sempre in ritardo, i desideri e le voglie, il pensiero di qualcosa che mancava. Domani. Tornavo a casa, aprivo piano, al buio mi spogliavo e mi raggiungeva la voce di mia nonna: sito tornà. Ero tornato per modo di dire, non si torna mai davvero in un luogo, si torna dentro. Era già estate. Una lunga estate.

Due scie di cemento tagliano la città da nord a sud, in mezzo una rotaia, un nervo scoperto, una corda che risuona in tono di basso: solstizio d’estate.

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il gregge

Le notizie punteggiavano i giorni,

suicidi che anziché scegliere la solitudine volevano essere pubblici e forti,

delitti strani, violenze esibite e ripetute,

proteste che infliggevano dolore a sé e ad altri.

Inusuale, preoccupante.  Si disse.

E lo notarono quasi tutti, chi prima chi dopo,

molti però rimossero. Prima le notizie, poi la pagina di giornale.

Altri si fecero domande, si guardarono attorno ed arrivarono a conclusioni tristi.

Tutti si chiusero un po’ di più in se stessi,

cercando l’allegria sui visi, cercarono di ridere più forte,

molti dissero ad alta voce: c’è un po’ di pazzia in giro 

e controllarono due volte la chiusura delle porte.

Anche per strada, si guardava il vicino camminare a fianco,

meglio andar di giorno qualcuno disse, è più sicuro.

Ma quasi nessuno fece nulla, si disse ch’era un segno,

e si guardò il cielo, parlando della bizzarria delle stagioni,

così il primo passo restò indeciso e il futuro sembrava non mutare.

Fu presto certo a tutti che cresceva la mestizia,

e la speranza deperiva, tanto che assieme si rideva ormai di rado.

Tra le morti di quei giorni, alcune erano quiete, ma risuonarono più forte,

erano di persone sempre state un poco strane,

da artisti della vita, s’ erano impegnati in cose belle e inusuali,

e, lo sentirono tutti, in mezzo al silenzio la loro voce continuò a cantare.

Parlavano quelle voci, di sogni che non s’interrompono,

di star bene assieme, di amori senza codice, di altri da capire.

Un fremito percorse il gregge,

qualcuno si mosse in direzione diversa e s’ostinò a procedere,

qualcun altro lo seguì.

Poi quello che accadde non lo sappiamo,

ma visto che ancora lo sentiamo, di certo il cammino era importante e bello.

bisogni

Bisogno di silenzio, di chiarezza di pensieri senza suono, bisogno di presbiopia e di particolari, di finti eccessi da far diventar normali.

Bisogno di dire con certezza cos’è per me l’amore, bisogno degli amici che non hanno già le soluzioni.

Bisogno di naufraghi con cui dividere vino e cibo che non si deve raccontare, di ragionamenti senza schemi e pregiudizi.

Bisogno di strade che parlino, di case che non tolgano l’aria, di complessità quiete, di dimostrazioni fulminee e semplicità eterne.

Bisogno di settimane che finiscono il venerdì sera, di negozi chiusi la domenica, di osterie compiacenti, di polpette recenti, di chiacchiere senza tempo.

Bisogno di tempo circolare che torna ed è amico, di leggerezza e riflessione, di strade nuove che diventano certe camminando.

Bisogno di te, di ciò che pensi, delle parole che ti fanno sorridere, dei giochi per finta, del tuo cascarci sempre.

Bisogno di chiarezza, di gesti gratuiti, di non avere ragione, di parlare aspettando una risposta.

Bisogno di attendere senza pena, di godere di ciò che ci viene donato, di lasciare che ciascuno sia come gli viene.

Bisogno di camminare nel caldo e nella luce, di guardare dalla finestra la notte, le stelle e luna.

Bisogno di sentirti e ascoltarti, del silenzio che parla, del buon giorno la mattina.

Bisogno di sapere che si corre solo per gioia, di guardare il grande e il particolare, di godere del tempo che trascorre.

Bisogno di me, di te, di tutti, senz’ansia e con dolcezza, perché così si vive e ho bisogno d’impararlo.

Figlio caro

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Figlio caro, questi anni sembrano non finire, non ci sono certezze, mentre vorrei per te una stagione di grandi speranze. Vorrei che la tua fosse la migliore delle età, la prima di altri tempi e stagioni buone. Come quando eri bambino, la sera, vorrei raccontarti le storie in cui entrambi credevamo, usare le parole squillanti di speranza che trovavamo al mattino e invece la speranza è una conquista quotidiana, che ha bisogno di riflessione per farsi trovare. Non è che non ci sia, ma ora c’è una fatica della speranza che la mia generazione non ha conosciuto. La nostra era speranza che non solo alimentava il fare, ma faceva trovare occasioni vere, lavori solidi che permettevano di costruire futuri e progetti, ed era lì, ogni mattina che ti attendeva. Per questo forse potevamo criticare così profondamente il sistema, le convenzioni dei nostri padri, il potere, le parole vuote che ci circondavano. Potevamo ribellarci perché il futuro era a portata di mano, lo si poteva toccare e cercare di cambiare, mantenendone la possibilità che ci riguardava. Quella che vi è stata sottratta è stata anche questa capacità di critica profonda, la possibilità di sperare che cambiando la politica, il potere, cambiassero i rapporti tra le persone, e che insieme si stesse più bene.

Non riesco a capacitarmi come noi, padri, madri, non siamo stati in grado di vigilare mentre il Paese andava a rotoli. Per egoismo, forse, ma ancor più per incapacità di capire, isolati come eravamo, nel pensare alle rivoluzioni tradite, persi nei nostri libri, nella musica che parlava di noi, nel pensare la nostra meglio gioventù, mentre ci sfuggiva la vostra giovinezza, la vostra capacità di creare il nuovo. Noi quel nuovo che cercavate di mostrarci, fatto delle prime difficoltà, non lo capivamo, eppure avevamo e abbiamo bisogno di voi, ora come allora, ben oltre l’amore. Abbiamo bisogno della vostra freschezza, della vostra visione del reale. Siamo diventati ciechi e la realtà ci sfugge e così ci sfugge la percezione di ciò che è necessario fare. Non può essere altrimenti visto che abbiamo lasciato precipitare la situazione al livello attuale. Un Paese, il nostro, nelle mani della vita piccola di un uomo che condiziona alle sue voglie i problemi veri, ecco quello che siamo stati in grado di produrre con il nostro non vedere.

Eravamo già ciechi prima e quando cadde quel muro la polvere invase tutto. Non solo la politica, ma la vita, quella di tutti i giorni. E tu, voi, eravate piccoli, mentre noi pensavamo, non eravamo, pensavamo che sarebbe finito presto, che si sarebbe riaperto tutto dopo gli anni craxiani della Milano da bere e dei rampanti. E che quell’ondata di pulizia, così diversa dalla nostra, che veniva dall’esterno, fosse rigeneratrice proprio per quel suo provenire dall’interno, dai giudici per bene, non quelli fascisti che avevano per decenni insabbiato tutto. Un Paese nuovo senza corruzione né raccomandazioni, e questa cosa riguardava anche te, voi, che eravate piccoli, ma sareste cresciuti in un futuro pulito. Vostro e nostro, assieme. Ci sbagliavamo. Noi, i padri e le madri usi ai cortei, alle manifestazioni, ci sbagliavamo. Quel muro crollato lontano, in realtà travolse noi, non il malaffare e i ladri di futuro, mascherati da giustizialisti uscirono allo scoperto. Chi si era già intruppato ne approfittò per emergere, gli altri, noi, cercavamo di capire. E non capimmo. Le nostre vite si sono riempite di bugie, fuori bugie grandi per occultare, dentro bugie piccole, omissioni, per vedere ciò che ci sarebbe piaciuto. E le bugie oscuravano la realtà.

Mi sono chiesto come questo Paese abbia potuto diventare tanto indebitato e ineguale. Pensa che siamo ineguali come gli Stati Uniti, ma non abbiamo la speranza e la vitalità di quel paese.  Sono giunto alla conclusione che l’ineguaglianza è l’indice della perdita della misura del giusto. Dove eravamo mentre la giustizia veniva vilipesa da un uomo che si faceva beffe dei giudici e dei tribunali? Dove eravamo quando le grandi aziende, il sapere del fare cose complicate, venivano svendute? E quando la chiesa riprendeva a dettare le agende di governo, scopertamente, senza ritegno, dove eravamo. E quando cadevano i nostri governi per mano amica, quando non si facevano le leggi sui conflitti d’interesse, quando si taceva sulle quotidiane bugie sull’economia, dove eravamo? Eravamo confusi, sembrava che bastasse attendere e tutto sarebbe passato, che quanto accadeva fosse esterno alle nostre case, che dentro non succedesse nulla. Non era così, Figlio caro, e mentre la muffa fuori ricopriva le cose e le idee, quella stessa muffa penetrava nel nostro modo di vivere. Abbiamo via via accettato l’idea di non essere molti e determinati, ma singoli dentro al nostro naufragio ideologico. Sì, ci siamo lasciati convincere che noi eravamo i naufraghi, il nostro mondo, i nostri valori. Gli stessi che vi avevamo trasmesso e allora abbiamo cercato di proteggervi di più. Ci siamo illusi di potervi bastare, di essere sufficienti perché la muffa non entrasse nelle vostre vite, finché qualcosa, noi o il tempo, avrebbe rimesso in ordine le cose, pulito il mondo comune. Per questo eravamo impegnati a difendervi e difenderci. Ci siamo sbagliati, quel mondo che per noi era sbagliato, stava diventando il vostro. Abbiamo vissuto in un’altra realtà, in altre speranze, ma il mondo vero, in cui agire, era il vostro, quello che diventava sempre più grigio, sempre più chiuso.

Ciò che era stata una conquista, la scuola per tutti, diventava un’ulteriore diseguaglianza tra chi, dopo, avrebbe avuto un “padrino” e chi, invece, sarebbe stato affidato a se stesso. La stessa sanità per tutti, si avviava a non essere tale e diventare fonte di un potere inscalfibile. Questo ci faceva abbarbicare alle cose, al già stato più che immaginare il nuovo. Quello che era il nostro mondo migliorato da tante lotte sembrava non bastare. Eppure noi volevamo per voi vite normali e felici, esistenze che passassero attraverso la realizzazione di sé in una società amica. E invece quel mondo e quella possibilità cambiavano e noi non l’abbiamo capito, forse persi nell’illusione di bastare, di riuscire a conservare il buono raggiunto e cambiare le cose con la volontà.

Ci hanno separato, hanno scisso le vite e la comunicazione, mentre abbiamo bisogno di capire e camminare assieme a voi, di condividere la realtà e la speranza. Quella nuova, quella da costruire.  E’ tardi, ma non ancora troppo tardi, non siamo troppo vecchi e tu sei sano, molti di voi sono sani e non ancora rassegnati. Non basta più attendere che passi, abbiamo bisogno di voi, e voi, forse di noi, perché ci sia qualcosa di nuovo, perchè tutto non sia già visto e scontato. E’ con amore che lo penso, l’amore fuori discussione che non impedisce di vedere la realtà.

Il mio può sembrarti un discorso da reduci, ma non siamo tali perché la guerra non è finita e non abbiamo vinta una sola battaglia. Eppoi sono così noiosi i reduci, raccontano il passato e non sanno vedere il futuro. Spero che tu capisca che abbiamo bisogno di voi, che non siete soli, ma dovremo fare uno sforzo per immaginare qualcosa di nuovo, qualcosa che spinga avanti, che ci porti fuori dalle case, che faccia cambiare l’umore del Paese. Ne abbiamo bisogno tutti, voi per immaginare un future che vi appartenga, noi per non aver sbagliato troppo. Per questo ti chiedo di camminare assieme, di riprendere ciò che si è lasciato cadere e che sono i nostri ideali, di unirli ai vostri, in una visione del mondo che sia più grande di noi e che meriti i nostri sforzi, il nostro impegno. Con amore e con speranza.

la libertà e i sognatori

Se son benevoli, al più diranno che siamo fuori della realtà, destinati a vivere di sogni, eterni ragazzi che corrono dietro alle passioni d’un tempo.

E’ vero che ci perdiamo un poco quando pensiamo alla libertà, che lasciamo che ciò che racchiude la parola apra il cuore e faccia d’un sentimento individuale la presunzione d’un bene di tutti.

E’ vero che per la libertà abbiamo un’attenzione speciale, qualcosa che ci fa litigare, noi che siamo pacifici, è vero che la nostra libertà fa fatica a compiersi e quindi spinge sempre ad interessarci di cose che sembrano perdute, come la cosa pubblica, la politica, il bene comune.

E’ vero che questa parola così individuale nel sentire, non si riesce a racchiudere in qualcosa di solamente proprio, che c’è bisogno di pronunciarla abbracciando, e ci fa sentire molti solo al pensarla.

E’ vero che è stata usurpata, che ne hanno fatto la sigla di un partito, come essa potesse essere solo di una parte. Un partito, che proprio libero non è, visto che chi decide è uno solo.

E’ vero che è una parola e un sentimento di tutti che nessuno ha il diritto di sporcare e di sentire solo suo. E’ vero che essa ci appartiene e solo noi possiamo cederla ad altri, se non lottiamo per essa.

E’ vero tutto questo, ma noi siamo sognatori e ancora pensiamo che ci sia una religione della libertà che spinge a fare cose inaudite, a superare ciò che sembra impossibile. Un giorno fu Resistenza, lo è ora come allora, perché la libertà è esserci, ed anche se non è più solo resistere, adesso è fare e non lasciar decidere al nostro posto. Applicarsi al mondo e capirlo con la pazienza che solo il rispetto può dare. Ecco la libertà è rispetto nel fare ciò che si sente dentro, per questo la libertà non prevarica, ma permette, essa sola, di essere davvero.

Forse per questo i cinici, gli infingardi, i prepotenti, gli arroganti, sentono che la libertà l’abbiamo noi che sogniamo. Ed è solo invidia per le nostre passioni così piene ai loro occhi, per il nostro guardare avanti con speranza, ed è anche la paura più grande di chi opprime, perché la libertà riemerge e tutto ciò che l’ha conculcata sparisce, diventa polvere e passato. Per questo siamo lieti di sognare, non solo oggi, ma ogni giorno.

Buona festa della Liberazione a tutti i sognatori.

miserere

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Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti in questi giorni e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. E’ la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. E nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E restando più vicini, anche in questo mezzo così virtuale e doppio, non è forse in ciò che emerge come sofferenza che si riconosce che c’è dell’umano oltre la virtualità? Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, una bellezza che non ride, la sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore banale, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Credo che questi giorni, come tutti i giorni, parlino della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio, un’attenuazione e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma quanta speranza ci può essere se non c’è solitudine. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere ergiamo dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita che mettiamo argine a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, basterebbe nell’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, non dimenticarlo. Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza sta attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente, magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso oggetto, ovvero l’uomo, che dio, per chi crede, viene assieme all’uomo, che capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.

la vita realizzata e altri bagliori


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La sera si trasforma in notte. Le strade strette, quasi vicoli, pietre per terra che suonano nei passi, toc tac toc, rumori secchi che si rincorrono, scalano le pietre che salgono a costruire i palazzi, e poi si smorzano, rimandandosi di echi, tra loro, ai passanti, impermeabili. Case solide, scure, fortilizi di pensieri, passioni, dolori, gioie che non sfuggono dai muri. Mai un grido in più, una parola che oltrepassi il silenzio delle vite. Mai. Anche quando si urla le orecchie si chiudono, gli sguardi disapprovano, le vite devono restare impermeabili. Ora i passi si fanno più lenti, la mano passa tra i capelli a rastrellare pensieri, tiene un riccio sovrappensiero, e si distrae nella sensazione di pulito, di curato, di umido e di notte, reso tattile tra le dita.

Le vite realizzate hanno i loro usi e apparenze. Nelle donne un tocco di frivolezza e mistero, un accenno, un taglio di capelli, la fotografia di un voler essere a lungo cercato, un tacco scelto con cura, un particolare a suo modo sfacciato nel dire, un pensiero proprio da far affiorare. Negli uomini, un   segno indossato, uno stile, il colloquio con il proprio viso, un taglio di barba, un talismano infilato da qualche parte che spinge ad essere qualcosa, a riconoscersi. Questo e altro per entrambi, non è questione di generi, ma di tenere assieme un’identità.

La sera è notte, umida come le città vecchie, e scura, nei passi c’è memoria del pensare che la vita s’è svolta e, forse, si svolgerà. Non basta aver fatto, essere stati, aver costruito, amato, fatto figli, voluto, non basta perché ogni azione ha contenuto un pezzo di contrario, l’ha accompagnato, coccolato e perseguito come rivolta al conformarsi a sé. E chi rallenta lo conosce e dispera il toglierlo, sa che è parte di sé e questo curva appena le spalle, rende umido il fiato, densi i pensieri. Di giorno, dopo l’ennesimo caffè, stravaccato di fatica e di noia, direbbe che è bile poco fluida, amaro che si fa sentire, ma è notte e la notte chiude, prima di riaprire.

Si torna a casa per non restare, si torna con il segno della vita addosso, non ora, ma c’è il ricordo di entusiastici ritorni, di cuore e pensieri traboccanti. E’ accaduto. Resta, sono eventi, succedono, magari si ripetono, non sono consuetudine. Consola che chi pensa di addentare il presente, addenta se stesso, provi adesso a sentire quel vago ricordo di cibo memorabile, quel vino unico, digerito in fretta, senta quell’amore che sembrava riempire ogni ora, riprovi la disperazione che ha chiuso il cielo. Aver coscienza che il presente è parte delle vite, non le subordina, non alleggerisce il passo, semplicemente fa sentire che c’è altro da tener da buon conto e alla fine fa concludere che il presente è in questi passi, in questa solitudine soddisfatta di risultati e corse, che ha trovato compimenti e sconfitte atroci, ma solo quando si sono vissute, poi non più, perché chi non vive solo di presente non è mai domo davvero. In questi passi, nella serratura che fatica ad aprire un portone pesante di legno, c’è il senso di un risultato, e il senso salirà le scale, aprirà un’altra porta, accenderà una luce cercando un’abitudine che soccorra, un gesto consueto, uno sguardo che rassicuri, che allontani la voglia d’altro, di tempo nuovo, di vita, di cose non ancora stropicciate di vissuto, di pagine scritte da ripensare, di atti e gesti più lenti, di respiro, di tempo.

Ricacciare la fatica del nuovo fa ripiombare nella coscienza che mai non finirà, che tanti eguali fanno le stesse cose, rallentano gli stessi passi, si pongono le stesse domande, eppure non sono un popolo, neppure si riconoscono, sanno solo d’esserci, distanti o vicino, non importa. Tu a Parigi, o a Palermo, io qui, lui al Cairo, chissà. Restiamo, impossibili nell’essere diversi, anche qui, domattina, già diversi perché il tepore delle pareti, l’odore dei tappeti, dei mobili, dei libri, ha confinato l’umido della notte. Stanchi, paghi, realizzati.

Forse per questo si scappa, Africa, oriente, nord Europa, ovunque, pur di non essere abitudine, vincolo, e si diventa altro, si diventa un posto in cui vivere, sembra, diversi. Ma anche senza spostarsi, anche qui, domattina, diversi, perché già il tepore ha confinato l’umido della notte, asciugato i capelli e riaperto la speranza d’essere altro. Forse. Ma, a volte, in una liturgia senza religione, si spegne la luce, ci si avvicina alla finestra, e si contempla il buio, le vite intuite nel giallo delle finestre, il cielo che riflette le luci di città, fuori e dentro, finché subentra una sensazione di pace avvolta di buio, quello alle spalle, denso e odoroso, e quello spanto di grigio che tempera le notti tra le case. Una vita vive perché sa che ci sono vite, e così rende tutto relativo, anche il realizzato che è sempre incompleto e urge e chiede ancora. Ricordi? dopo un esame subentrava una pace innaturale, un mondo che s’apriva potente, infinito, possibile, finché scoccava la domanda: e poi? Anche ora sappiamo che non si compie davvero nulla, si fa, e al più si transita per tappe successive.

Noi, così. Popolo che si lancia messaggi e poi si ritira, timido d’una risposta che aprirebbe altre richieste, domande, vorremmo solo, visto che ormai s’è capito come funziona, che chi contempla la propria altezza fosse conscio della sua insufficienza, della miseria che lo accompagna, per averlo amico in questa notte che finisce nella consapevolezza, che tiene il buio alle spalle come una coperta calda e sente e guarda bagliori paralleli, che si assomigliano e ci sono. Per fortuna ci sono.

e che c’è da capire?

La domenica delle palme, forse più della Pasqua, evoca molto anche a chi non è credente. E’ molto umana, evidenzia la fugacità dei trionfi, l’osannare vacuo e interessato della folla, l’applaudire che si trasforma in dileggio. E’ l’anticipo del “crucifige” e chi è osannato dovrebbe ricordarselo. Basterebbe questo per riconoscere che molto di umano c’è nel religioso, e non solo il mezzo, ma l’insegnamento sulla relatività dell’uomo. Se l’uomo non si riconosce in sé, se non rifiuta la folla, se non si guarda dentro per trovare le ragioni che lo spingono e lo giustificano nei suoi atti, cercherà altro e soprattutto assoluzioni che non lo salveranno da sé, basteranno forse ad altri, ma gli altri sono quelli del trionfo delle palme.

Forse un agnostico non dovrebbe farsi troppe domande su ciò che vede, ma piuttosto badare a ciò che sente. Chi ha una fede è meno solo, ma non basta e non è per sempre. A volte chi non ha una fede se la costruisce, ne cerca la giustificazione in sé non nella razionalità, come fosse un salvagente lanciato nella notte: gli serve per galleggiare.

Chi non ha una fede sperimenta la solitudine e pensa non ci siano sbocchi se non nell’altro, nel sentirlo, affrontando con lui l’oscurità che emerge dentro. E’ la sola speranza che ha, ed è così flebile che la deve difendere da ogni evidenza contraria con una fede laica nell’uomo che spesso neppure la religione trova. Qualche anno fa mi trovavo la notte di Pasqua a Regensburg. Nevicava come in questi giorni, non avevo voglia di andare a dormire e mi ero messo a camminare per la città, anche se era tardi. Alla fine, mancava poco all’albergo e a mezzanotte, il freddo mi spinse nella cattedrale. La scena che mi si parò davanti mi stupì molto: la chiesa era zeppa di persone e totalmente al buio, solo verso l’abside c’era il cero pasquale acceso. L’officiante parlava salmodiando, ma da solo, al buio. C’era una sospensione tra le persone, un silenzio di attesa. Tutti sembravano solo respirare e ascoltare. E tutti guardavano verso l’altare che s’intuiva attorno alla voce. Guardavo attorno, con gli occhi che si stavano abituando al buio, quando all’improvviso esplose un halleluya e scoccando come una fiammata, dall’abside verso la navata, la luce invase la chiesa. Bianca e fortissima come divorasse l’oscurità. Il coro intonò un inno di giubilo. Adesso i volti attorno erano sorridenti e cantavano. Devo dire che l’emozione fu forte, forse troppo e dopo poco uscii. Avevo bisogno di restare solo.

Di solito a questo punto si scrive: quella notte capii… invece io non capii niente di più di quello che già sapevo, ovvero che c’è chi ha fede in qualcosa che non può toccare, eppure lo sente, e chi non ce l’ha, ma non per questo è sola razionalità. Però entrambi sono uomini e se condividono la spiritualità si possono parlare di cose immateriali che conoscono. Se non mettono in mezzo i dogmi, se guardano alle cose che possono fare assieme rispettandosi, si accorgono che possono fare tutto quello che è importante davvero. Poi se vogliono, uno metterà un limite e l’altro lo rispetterà, ma quel limite è cosa loro.

Star bene, rifiutare ciò che non appartiene, e tenere tutto il resto. Io credo (parola difficile per un non credente) che se ci si riconosce, allora anche l’osannare vacuo si perderà, la distanza si farà breve in ciò che conta. Non serviranno trionfalismi, solo l’idea che ciò che si fa è giusto e fa bene.