Questo sentire che trascina in basso,
non è niente,
è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto,
ma non è niente.
E non vivi come un animale
perché la loro cura del restare assieme non conosci,
non è niente e anche se fa male,
è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze.
Davvero vorresti vivere nel silenzio,
nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi,
nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi?
Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca,
quello che mai farai,
i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere
un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata.
Non è niente, passa,
bevi, dormi, sogna e passa.
Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi,
lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro,
e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio,
per questo non è niente.
È un prezzo, ma si può pagare.
Non è niente se pensi cambi e possa mutare,
non è niente.
Archivio dell'autore: willyco
cum dederit
Con la fiaccola ben stretta nella mano
generiamo sfere di luce,
attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio,
camminiamo e vediamo il piccolo tratto,
le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare.
Restano i desideri che vorrebbero colmare domande,
ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze.
Solo la passione per un poco ci salva,
e oltre quella sfera di luce, indica
un senso, un’attesa, un luogo
perché tornare sia nostro
come l’andare.
E la parabola
d’una torcia gettata nel buio
genera il giorno.
la magia del Natale
Per la vigilia di Natale, dovunque fossi, comunque tornavo. Spesso stanco, con gli occhi e la testa ancora pieni di altri luoghi, aerei che tardavano, problemi irrisolti, ma tornavo. Anche mio Padre lo aveva sempre fatto, tornava dai suoi lavori troppo distanti da casa e l’antivigilia, la sera, sentivo il suo passo salire le scale, la delicatezza con cui apriva la porta, il poggiare il cappotto e la valigia, il sorriso mentre salutava. Poteva essere tardi, ma arrivava. Era una certezza che faceva bene e accentuava la magia di quei giorni in cui eravamo tutti assieme.
Nelle mie programmazioni di lavoro non accadeva spesso che viaggi lunghi o incontri, fossero ancora urgenti a dicembre, ma succedeva. Cercavo di fare le cose in fretta, di chiudere attività non necessarie, però non sempre era possibile. Di fatto i giorni in cui si fermava tutto erano quelli che seguivano il Natale fino ai primi dell’anno, forse per questo alcune urgenze presunte o incontri indifferibili, venivano sollecitati prima. MI sembravano forzature e le subivo con un fastidio che mobilitava la pazienza, ma sul rientro alla vigilia ero inflessibile. MI sono accorto molti anni dopo, quando mio Padre non c’era più che quel tornare aveva un senso profondo e ho pensato che forse era un sentire comune che condividevamo pur tanti anni dopo. Credo fossimo attratti da qualcosa che non era sempre ripetibile: la nostra famiglia unita e strana si trovava ancora più presente a Natale. Non è mai mancato nulla: ci sono stati tutti i riti che hanno reso particolari quei giorni che diventavano il giorno della festa. Prima fra tutte la vicinanza e l’amore, poi i gesti, le letterine sotto il piatto e la poesia recitata, le stoviglie della festa, la tovaglia di lino bianchissima, il calore che faceva gocciolare i vetri, l’albero luccicante nell’angolo con i doni ben avvolti in quelle carte colorate con grandi fiocchi, che già erano regalo.
Mio Padre tornava da luoghi di fatica dove il Natale era una festa che si consumava in fretta, magari a turni di presenza. Tornava da locande in cui dormiva e consumava pasti anonimi, piccoli paesi in posti isolati dove al più Natale era un giorno che assomigliava a una domenica fuori calendario e i proprietari sbuffavano perché perdevano qualche giorno di pensione da parte degli ospiti. Per me, molto dopo, erano altri anni e tornavo da luoghi che riempivano di luci il centro della città in cui ero, che assiepavano bancarelle di dolci nei mercatini. In quel passar d’anni il giorno era già mutato, diventato opulento, con nuovi riti ed era uguale e diverso dovunque fossi. Uguale nelle luci, nelle strade, nel calore che veniva dalle porte sempre aperte dei negozi, dall’atrio dell’albergo con il grande albero e negli auguri dei portieri e degli inservienti. Era uguale nelle strade attorno, nei regali portati con passo sorridente da uomini e donne incappottate, già vestiti quasi da festa. C’erano pochi anziani, molti poveri per strada. Era come da noi, e chi acquistava sembrava felice di poter fare festa. Se guardavo attentamente le persone m’accorgevo che chi comprava apparteneva a quella fascia d’età in cui ancora tutto accade. Insomma sembrava che la festa fosse uguale a quella che viveva la mia città, anche se c’erano abitudini diverse a fare la differenza: le musiche per strada, gli stessi abiti e soprattutto le tradizioni di cui toccavo la novità. E c’era un cibo particolare per l’antivigilia, oppure i dolci che avrei portato a casa, riti che non coincidevano, come le lingue parlate, però tutto sembrava convergere in una necessità di stare assieme tra persone che si volevano bene o almeno si conoscevano profondamente. Anche le case sembravano differenti da quelle delle mie strade, più piccole, con balconi e stili diversi ma era la stessa luce che illuminava famiglie raccolte per la cena e così le chiese che già avevano il presepe e gli addobbi che sarebbero serviti per la messa di mezzanotte. Tutto metteva l’urgenza di tornare.
Mio Padre arrivava almeno due giorni prima, c’era una cura che le donne di casa riservavano alla sua fatica e che esigeva tempo, per ritrovare la diversità di una vita più calma, senza pesi e impegni a cui pensare. Il vestito grigio, dalla stoffa morbida e calda, ben stirato, la camicia di seta per la mattina della vigilia, la cravatta e la sciarpa color cammello da lasciare slacciata sul cappotto, come a prevedere un improvviso accesso di freddo. Il tutto nella luce di mezza mattina. Era importante quella luce per incontrare gli amici di una vita, nel centro della nostra piccola città, perché era un ritrovare persone e luoghi con la tranquillità di non avere fretta. Anche questo ho capito dopo: la luce, l’amicizia che dura, i saluti che mi sembravano sempre così calorosi tra uomini, il fatto che mi coccolassero e chiedessero di mio fratello se non c’era. E poi il parlare e il sorridere spesso, mettendo nei discorsi altri amici, altre storie che non conoscevo. A questo serviva il giorno della vigilia, a rimettere a posto le cose che contavano, apparecchiare la festa. Il pranzo della vigilia era già particolare, i bigoi in salsa e il bisato, Spaghetti riservati a quelle occasioni, che avrei rivisto al venerdì di Pasqua, strani nel colore bruno, nella ruvidezza e dimensione, conditi con quel sugo fatto di sarde sotto sale sciolte con la cipolla tagliata sottilissima. L’anguilla poteva essere cotta in vari modi ma non mancava mai di affogare nella polenta bianca.
Tutto si svolgeva come un rito, anche il pomeriggio che scorreva tranquillo. La stufa economica in cucina aveva i cerchi rossi di calore e i bolliti riempivano di vapore la stanza con un affaccendarsi quieto delle due donne di casa, che parlottavano tra loro di segreti che evidentemente ci erano preclusi. Poi ci sarebbe stata la messa a mezzanotte, i canti natalizi nella chiesa e un tornare assonnato verso casa nel freddo che pungeva sotto i cappotti. Quand’ero piccolo, qualcuno mi portava in braccio perché m’addormentavo prima dell’uscita dalla chiesa e mi trovavo la mattina dopo nel letto con le lenzuola che profumavano di sapone e la cioccolata fumante d’aroma con i biscotti che veniva portata, solo per quel giorno, a letto. Era anche questo un rito di casa che riguardava mio padre e noi ragazzi, come a sottolineare sia la cura che l’eccezionalità del giorno. Poi ci sarebbero stati i regali, il pranzo particolare e interminabile per la poesia recitata, le promesse da fare, l’attesa del dolce, e quel conversare che non aveva né fretta né tempo e sfociava nel pomeriggio inoltrato. Sarebbe venuta la sera e la certezza che il giorno dopo sarebbe stata ancora festa, ma minore e senza lo splendore dell’attesa. Però avevo un giocattolo nuovo e questo avrebbe accompagnato fantasie da inventare sul momento, in un angolo di casa tutto mio dove solo il gioco avrebbe posseduto il tempo.
Tornavo a casa in tempo per fare l’albero, con i doni già acquistati nei giorni precedenti, ma il dono più grande era essere a casa. Avevo il viaggio per prepararmi, per lasciar cadere le stanchezze, per ritrovare il rapporto con le persone che erano la presenza forte nella vita. Avrei ritrovato chi non era un biglietto d’auguri, sentito la casa, riconosciuta la città. Sentivo che Natale era un giorno speciale, che anche per chi si voleva bene era un giorno che aveva un’unicità particolare, perché ci sono cose che sono più uniche di altre e le chiamiamo magiche. E i bambini questa magia la sentono perché la lasciano affiorare, la vivono ed è attesa, felicità che deve arrivare, disposizione dell’animo verso un giorno che si carica di significati. Non importa quali perché la magia è la capacità di stupire se stessi prima che gli altri, accettare come naturale il nuovo e vederne la meraviglia. E tutto questo condividerlo senza limiti in una dimensione che mette accanto le persone importanti, care, quelle che capiscono oltre le parole, i gesti, gli stessi silenzi e accolgono. La magia che abbiamo dentro può essere il ricordo di qualcosa che si è perduto oppure la certezza che essa si nasconda da qualche parte in noi e che solo con l’innocenza possa emergere. L’innocenza del fidarsi dell’amore e dell’essere amati. Questa è la magia che abbiamo e che ha in sé una nascita che si ripete perché l’amore si ripete ed è diverso, nuovo e meraviglioso. Il fatto che accada a Natale o in qualsiasi giorno dell’anno dipende da noi.
Dipendeva da me che tornavo e che ora capivo mio Padre, capivo il suo quieto lasciarsi andare alle persone che voleva ritrovare, il tornare a casa per essere quello che era senza un ruolo. Essere se stesso con la vita che aveva costruito, solo felice di essere con noi.
mantra della sera
Non parlo di me. Conosco i miei limiti.
Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.
Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.
Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.
Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa.
Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto.
Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita.
Sempre si nasce purché lo si voglia.
è andata bene
Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.
lo spirito degli anni passati e di quelli futuri
Per trovare le tracce degli anni passati, occorrerebbero dita sottili, sensibili come quelle intente dei bambini che cercano tra le cose e sfogliano con curiosità. Scrutano il lento depositarsi dell’accadere e per quelle ditaocchi è tutto nuovo e allegro questo succedersi di fatti e meraviglie. Non hanno, come noi, l’astuzia che recuperiamo dal Tom di Twain mentre dipinge la staccionata della zia e osserva il colore che si sovrappone prima di vendere il lavoro al migliore offerente. E neppure soccorre la malinconica ricerca di un passo che ormai vaga nel libro, visto che non si trova nel capitolo giusto e lascia un vuoto che ci giudica, mentre i ricordi ballano ritmi d’un tempo che non conosciamo più. Anche se i piedi si muovono, la mano si porta al ventre e la schiena si raddrizza, la musica è fatta di colori più che d’armonia e ciò che è stato necessario si confonde con le scelte. Esattamente come accade in uno spartito, ma qual era la musica che si era scritta allora? Malamud mette il passato come somma di presenti, come volontà bisbigliante, nel retrobottega assieme al commesso e ai suoi sogni che diventeranno necessità per la figlia del padrone. Si è creduto di poter essere tutto, si è imitato e si è stati originali, ma poi si è scritta una storia passando dalla libertà verso piccole costrizioni che determinavano scelte e realtà. S’è scritto un libro dove le passioni hanno giocato alla grande, hanno fatto correre il cuore e i pensieri, prima d’adagiarsi per riflettere. Lo spirito degli anni futuri questo chiede: fermarsi per riflettere, guardarsi con bonomia e tollerare allegramente che molto si dissolva in un nuovo che ancora non conosciamo, ma che vogliamo benevolo e allegro quanto basta per aver voglia di scrivere e scegliere ancora. Vogliamo sogni nuovi di zecca e il profumo della carta e dell’inchiostro di quando eravamo bambini. Vogliamo l’accennare dei sorrisi che promettono assieme alla realtà di ciò che mette insieme parole e baci. Insomma una realtà per spiriti che hanno sperimentato la cecità di chi era vicino e la speranza perduta tra appuntamenti mancati. Non è così che le tante Helen dell’America alla fine scelgono chi non avevano visto sino a quel momento? E di questo depositare d’anni il vecchio Scrooge di Dickens non conosceva bene il freddo effetto eppure non ci badava troppo sino alla rivelazione di un sogno che mentre lo minaccia gli promette caldo e futuro più sereno? Basta fare qualcosa che sia davvero nuovo e scriverlo dentro di sé. Ma noi che abbiamo Natali e ricordi che si confondono, nevi che ormai sono nell’aria, corse e palpitare di speranze che allora annullavano ogni dovere. Noi che ci siamo messi a ricordare e abbiamo smesso subito perché il ricordo è un veleno che non fa crescere nulla se non la consapevolezza. Noi che vorremmo essere nuovi e inconsapevoli, immemori e memori creativi. Per noi lo spirito degli anni che verranno regga la luce, ci mostri il leggero e ciò che appesantisce, ci permetta di tenere il buono, il mediocre e il possibile e lasci che il resto diventi polvere e fatica per la mente che non ha più voglia di sbagliare troppo. Solo il giusto errare, quello che serve per imparare e che rende sottili le dita che sfogliano gli anni passati e strappano lacrime e sorrisi, mescolati a ciò che s’è vissuto e che vuol ancora vivere con noi.
mirabile
Ciò che ci rappresenta ci precede, perché non siamo mai perfettamente allineati tra una realtà che ci strattona e un io che fatica a riconoscersi.
Tu l’hai fatto e sei stata mirabile.
Mirabile è una parola che solleva lo sguardo,
senza mani addita e consola,
ha la materia dei desideri sereni,
il bacio sfiorato della bellezza,
suscita speranze senza invidia.
Mirabile è ciò che coincide
e non era conosciuto,
solo c’attendeva per essere disvelato,
unica sorte di desiderio che non s’appaga
per questo profondo e simile alla pulsione.
E ancora torna una parola che fa battere il cuore,
che solo quando non è cieca, coincide con esso
e riempie della scienza gaia di sé.
Grazie Lidia per la tua vita
Alcune donne e uomini hanno lasciato una impronta talmente profonda che le coscienze di altri sono mutate in meglio, sono diventate più sensibili e coraggiose. Hanno capito e fatto una scelta di campo. Queste donne e questi uomini, purtroppo pochi, hanno insegnato che non tutto è uguale e hanno mostrato le differenze, il campo del loro insegnare era ed è l’umanità. Come ci si rapporta con essa, cosa sono le idee e cosa contengono per fare di ogni vita una unicità. Lidia Menapace era una di queste maestre che hanno unito il fare all’essere diventando tutt’uno con le parole. La sua morte è una perdita di testimonianza enorme ma ha seminato, ha creato sensibilità e coscienza di ciò che è giusto e di ciò che vale per giustificare una lotta che non finisce. Grazie Lidia a te, a tutte e tutti quelli che con i fatti portano innanzi l’umanità di ciascuno. Grazie per non esserti stancata mai, per aver detto e vissuto che un partigiano non smette mai di esserlo. Grazie Lidia per essere stata forte e acuta nel leggere ciò che mutava negli animi e di aver ricordato ad essi che non cambia l’impegno di lottare per la giustizia, l’eguaglianza, la libertà.
ah l’amore
Il cielo non è per tutti, neppure il trasalire per amore lo è spesso. Gli anni fanno cadere i sogni a chi vuol essere vecchio, ma per chi non smette di vivere l’emozione del sentire che è diversa da quella del provare. A questo serve una mano nella mano, la dolcezza dello star svegli guardando un buio che s’illumina di pensieri che hanno un indirizzo e un nome. È bello che sia così la vita.
L’ autunno amoroso si scalda in sciarpe colorate,
è il rosso che confonde le guance e alimenta il cuore?
Oppure è il cucchiaino che s’avvolge pensoso nella tazzina:
è pensiero che indugia,
l’abbraccio che non si stacca,
la dolcezza che segue nella sera
e risveglia la mattina.
Non finisce e penetra nei sogni
con foglie che vorticano,
cieli che si perdono, in silenzi infiniti di dolcezza.
l’invidia
Caino, siamo tutti figli di Caino. Anche se non si crede nella Bibbia, questa è l’ascendenza, fatta di sopravvivenza e sopraffazione. Eppure nella specie qualcosa ha funzionato, i padri, usualmente, non hanno mangiato i figli. Le madri hanno protetto e accudito. Un cerchio si è stretto attorno ai nuclei ed un insieme di cerchi tangenti ha via via creato insiemi che contenevano insiemi. Ma siamo figli di Caino, ovvero ospitiamo l’invidia e le sue conseguenze devastanti. L’invidia è un vizio che non si confessa volentieri, gli altri vizi possono diventare un vanto, la lussuria in particolare di questi tempi, è segno di appartenenza ad una libertà che prima veniva nascosta. Ma l’invidia no, quella al massimo si occulta nelle forme tenere dell’emulazione, le si cambia nome e diventa componente della meritocrazia, molla per competere col vicino, ma senza regole né amicizia. Viene coccolata l’invidia, serve come corpo contundente nella politica e nell’economia oltre che nel tessuto sociale. Eppure l’invidia provoca guasti in ogni aggregato statuale, economico. Le scuole di pensiero manageriale, sia pure in altre forme, la favoriscono come “sana competizione interna” e generano particolari forme di mezze verità, di ipocrisia che mascherano le persone ed escludono la verità dei processi e dei fatti, sostituendola con quella dei dati. E cosa accade ai tempi della pandemia? Le cose si acuiscono. Stare attenti, non è un messaggio del ministro dell’interno ma il segno che sobbolle qualcosa che individua in nuovi nemici e non nel virus quello principale. Nuove diseguaglianze e nuove povertà senza solidarietà generano naufraghi, con invidia viene visto chi ha fatto -e fa la vita bella- mentre ad altri viene negato il necessario. E non cresce la solidarietà, se davvero non siamo tutti nella stessa barca. Così il solco è destinato a diventare tratto distintivo sociale, voragine che separa e contrappone. È l’invidia senza nome, che diventa facile pascolo per gli aizzapopolo, per nuove divisioni e chiusure: un motore terribile che non perdona e che chiede, pretende, non considera, senza disponibilità a capire e dare.
