mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Altrove gli occhi, nubi ed erba bruciata d’autunno, distratta la mano nell’acqua, raccoglie, spartisce, ascolta, il pensiero che rattiene lo sciogliersi per furia il vestito, i capelli e poi tutta, seguendo lo scialo d’amore che preme. Dispera il sentire, ma la mente ribelle ricuce, rammenda il racconto di sé e ora l’acqua, stringe e rilascia la mano, come se il cuore, così vivido e netto, fosse tutt’uno col mordere la vita, di nuovo.
La sera che sgrana le cose, le offre alla verità della notte ma usa cura a difendere il verde, la nota d’un canto, il riposo della placida serpe che dorme nel fosso. Là dove si scioglie la luce un pensiero s’imbeve di te. Chissà cosa attendi, dove scivola ciò che t’interroga mentre nel cielo tracci cobalto e zaffiro e del tempo ch’è solo tuo tieni il pensiero. Pudico un canto riga lo spazio, altera il senso d’eterno imperfetto, è scarto eppure gioisce, cosciente d’essere ciò ch’è rimasto.
Anime che cadono in vortici a spirale, sono innocenti spoglie della pacciamatura di vite, immolate al vento d’armi che s’affila, che spiana il prato, percuote l’albero e le case.
Insinua orrende storie. ride dell’amore e dei sogni, che ancora raccontano trame intessute d’aghi di pino, altro vento graffia intonaci e rompe le illusioni perifrasi di vuoto. Dopo ha aperto una porta, sbattuto una finestra, ma gli ansimi ormai erano aria nella polvere.
Qui la notte è tiepida di pace, nel vicolo una bottiglia di plastica corre , giocosa sbatte con rumori secchi tra stretti muri, è solo vento che pulisce l’aria, rimette ordine, sparpaglia carte mischiando Il mazzo con le foglie dell’autunno.. È la primavera che musica le case, porta pezzi di note, si lascia derubare dagli sguardi, nello svolazzare di gonne e di cappotti. Dentro al bar, guardo oltre la vetrina. Aspetto, mi parlano, e sento le parole che vanno via nel vento, senza traccia, né memoria. Resta il pensiero d’un altrove fatto d’eguali dove le speranze vengono spente come in una maledizione che rovescia e schiaccia nella polvere, le candele accese.
La nostra misura è poca cosa ma è tutto ciò che abbiamo, e in essa si mescola la ragione e l’ambire dell’infinire nostro. Sentendo l’orlo della speranza, e la cinica attrazione dell’abisso, è ancora bello cercare nell’affinità, l’aria per dare ali all’intuire e non sentirci soli.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.
Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso, portici, selciati e palazzi, luoghi di voci e memorie felici. Il cielo ha raccolto amorevole ha proteso la luce ad avvolgere, e intese le cose, perché muto non è il non dire ma l’indifferenza senza l’ascolto. Indifferenti a sé prima che ad altri sepolto l’udito e lo sguardo, diventano inutili l’azzurro e le nuvole, eppure non se ne vanno, è paziente l’attesa, filo d’acqua che scrive la pietra e scioglie legami di molecole. Altrove le sparge perché continui la vita e sia fecondo il sentire. Ecco, che l’attenzione a te nasce da una parola pensata, non tua, dal tempo che libero, è stato posato ed essa ha parlato. Di te. Mi sono soffermato, e mentre intorno scorre la piccola folla, le case hanno alzato lo sguardo, il cielo si è unito al pensiero così si è sciolto l’arcano e palesata l’unione. E mai come prima urge sentire la tua voce, mentre cantano le cose.
Immagino l’attimo che precede l’evento, l’energia pura e senza nome, prima d’essere materia. È lo scoccare da cui il tempo inizia, prima era polvere di vibrazioni, ricerca di coagulo, ora implode, s’inabissa, sceglie, guarda stupita il sé che non conosce, ed era disperso in mille abitudini di pensiero. È la prima attesa in essa è ogni possibile, ma essa ha deciso: necessità libera d’assoluto, genera. È corpo velato e suono che sveste, tutto combacia e scopre nel tocco: è armonia di coscienza e desiderio d’essere, acqua di vita che scorre incessante, portando e ricevendo i doni del profondo.
La linea dei monti risucchia la luce, cova un bagliore di rosso che posa velluto d’ombra agli angoli e precede la notte. Il liquore di realtà che scalda e brucia, è dolore nel capire, condizione d’umore e d’assenza è la quiete pasciuta dove son finite le parole e gli aggettivi, le iperboli sono vuote di senso e non servono più per illudere. La vita è altro, ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, distante e vicino coincidono in noi, se lo vogliamo, come fantasia e pensiero, e sono lo scrocchiare delle ossute dita del reale, che digrigna dubbi indicando dove ci perdiamo.
Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io? Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo a cui incautamente mi sono affidato? La mia libertà è essere elemento e direzione, cosa ed essenza, ghepardo, delfino e aquila. E uomo. Tutto e infine, solo uomo.
Acqua notturna, divoratrice di luce, ogni ritocco suona nel lago, là oltre le tavole fruste del pontile, nella barca sommersa che attende ristoro Nelle chiglie che si sfiorano, vivono ciglia di promesse mai mantenute, là dove l’acqua sprofonda e conserva si mescola e sospira, ma non cessa di aggiungere sasso a sasso, onda a onda. Vende merce arcana di specchi, scintille di fuoco, e odore di freddo, di ferro, di sangue. Dai monti scende nell’acqua la quiete, disfa gli anni del cielo, e mostra, a chi si sofferma col cuore, il tessuto sottile, la trama, il tempo e lo specchio del suo volto profondo.