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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

ritornare la sera

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Per prati cosparsi di bianco,
bagnati di luna e di neve,
preghiamo la terra e il cielo,
perché s’uniscano,
anche in questa patria
solo dall’acqua bagnata,
e sia profondo il nostro sentire
fino al cuore del mondo.
Forse l’ansia del cuore
non reggerà la luce di casa,
il ritorno all’umano,
col calore delle parole, conosciute e familiari,
e così la fatica dell’aria e del buio
sarà infranta.
Oppure no
e appena oltre i vetri d’una casa,
deposti i pensieri e l’intuizione dell’oltre,
questo basterà per un poco a lasciarsi andare,
stanchi di camminare fino al dolore.
Nel silenzio caldo, allora,
porre lo sguardo al cielo,
che amorevolmente accudisce
e spinge l’amore
sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.

la memoria dell’acqua

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Nella sera un arco rosso
intriso di emozioni,
nel canale gli uccelli,
rompono il ghiaccio davanti ai nidi:
con un suono di vetro, senza echi.
Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza,
l’esser stata pioggia sul tetto,
e poi il lento fluire.
Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra,
scavava immagini sepolte nel tappeto,
poi cercava tra il bianco del soffitto,
e bussava ai vetri
spargendo polvere nell’aria.
Aveva il suono sommesso,
del ricordo che fatica,
della carezza attesa.
Il tempo è acqua, conchiglia e mare,
onda limpida che trascina,
maceria di vita
e attesa d’essere altro
senza memoria dello sconosciuto nuovo.

la permanenza del donare

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Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.

Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.

Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.

Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi.
Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.

gennaio

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Fuori c’era il sole limpido
rosso di pomeriggio
come il viso dopo una corsa di bambini,
il vento accarezzava con piccole raffiche fredde
e tra l’una e l’altra,
c’era illusione che fosse ormai quieta
la gelida tramontana,
ma gli abeti si scuotevano,
e i faggi vibravano,
in una danza dionisiaca d’elfi giganti
intenti a sciupare vita e ultime foglie.
Mucchi di rametti secchi,
lasciati dall’autunno attorno ai tronchi
con foglie e aghi
si disperdevano in colonne e mulinelli
danzando le raffiche di vento.
Guardando questo inverno
ancora povero di neve
attorno ai ricordi m’aggiravo
e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato,
come in uno specchio d’acqua
che si confonde per il salto d’una rana,
e poi ritorna immoto
sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni,
fatti d’abitudini e di gesti,
ma ancora imprevedibili nel vento del presente,
e scordati nel loro risultato,
stupiva la radio che parlava ancora
della forza del più forte e del suo arbitrio,
e di Venezuela
come se l’uomo non fosse speranza e attesa,
desideri e carne.
Usando degli affini il noi,
desideravo l’abitudine
e del mondo giustizia e quiete
per le certezze d’umana identità
e il nuovo che in essa si produce.
Intanto chiuso s’era il tramonto
e nel tiepido del forno
tra i pensieri densi
infornavo il pane
solo per avere un profumo amato
e un porto a cui approdare.

l’anno che viene

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Sono numeri, eppure dicono molto. Parlano di bambini, donne, uomini. Speranze, vite, diritti negati. 116 affogati nell’ultimo naufragio prima di Natale. Condannati dall’indifferenza e poi cancellati dall’informazione.
Lo stesso accade a Gaza con centomila corpi sopra e sotto le macerie, e i vivi nel fango, nel freddo, senza acqua, casa, cibo. Vengono rimossi persino dai pensieri dell’occidente. Anche dai nostri pensieri.
Eppure il loro grido di dolore chiede attenzione, protesta, lotta.
Possiamo fare un augurio che non li ricomprenda, che riguardi solo noi e non che finisca l’ingiustizia, l’inumanità dei governi e di chi li sostiene?
Possiamo augurare la pace senza perseguire la pace?
Possiamo sentirci sicuri nelle nostre case, soddisfatti delle nostre vite se non guardiamo all’umanità che viene massacrata nel silenzio?

Raafat Alareer (1979-2023) poeta e intellettuale di Gaza, ucciso da un raid mirato per spegnere la sua voce, pochi giorni prima di morire, scriveva alla figlia, versi di speranza, perché il mondo deve cambiare, deve ritornare a vivere senza paura.

Se io dovessi morire
tu devi vivere
per raccontare
la mia storia
per vendere tutte le mie cose
comprare un po’ di stoffa
e qualche filo,
per farne un aquilone
(magari bianco con una lunga coda)
in modo che un bambino,
da qualche parte a Gaza
fissando negli occhi il cielo
nell’attesa che suo padre
morto all’improvviso, senza dire addio
a nessuno
né al suo corpo
né a se stesso
veda l’aquilone, il mio
aquilone che hai fatto tu,
volare là in alto
e pensi per un attimo
che ci sia un angelo lì
a riportare amore
Se dovessi morire
che porti allora una speranza
che la mia fine sia una storia!

Siamo creatori di speranza se la costruiamo, lottando per essa.
L’anno che viene facciamo che sia nuovo davvero, rinnoviamo il nostro giuramento sull’umano e I suoi diritti. Le nostre famiglie, il nostro mondo avrà continuità di lotta e una possibilità di cambiare.

forse per questo

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Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve,
nella luce umida di nebbia,
è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa
quando sazi del cibo e di parole,
s’ascoltano echi:
ti voglio bene, ci sei,
è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,
di certo sarà buono,
forse.
Resta l’ indecisione che si fa casa,
nel sonno da tepore e d’aria respirata,
mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.

È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.
Neppure la neve.
Si rammarica il cuore (?),
l’anima (?),
il semplice sentire (?),
dell’aver perso un treno,
ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo
molti fuggono via
dalle feste, dal pensare,
da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.
Forse per questo, o per altro,
ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,
e stupito ascolta parole che capisce a stento,
immagina, intuisce, guarda,
mentre attorno scavano fossati.

una carola sommessa

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Ho vecchi doni,
tracce di passate considerazioni,
che fanno compagnia più dei ricordi,
e suonano come usano le voci antiche,
dolci e sommesse,
intonate nel coro assottigliato.
Molto è diverso d’allora
ma ciò che resta non sono gusci vuoti,
residui di vita altra
che la risacca del tempo allinea
e toglie dalla riva,
no, sono miracoli di vita
che si trasforma
e ancora estende radici assetate.
È buona con noi l’età
se cerca limpidezze
nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende.
Distratti abbiamo percorso le stagioni,
c’era la foglia e il fiore,
e splendevano al mattino,
nella bellezza loro cantavano I colori
donati senza ritegno agli occhi e al cuore
e seguivano il tempo
senza opporre fatica al pifferaio lieto,
ora sono gemme fiduciose
impavide nel gelo
in attesa della promessa primavera.
Siamo rimasti non so quanti,
un tempo ci conoscevamo tutti,
alcuni han salutato,
ed ora il coro è mutato,
quasi un quartetto d’archi
dove la furia posa,
ed emerge la passione quieta
d’una carola sommessa,
guardo e mi soffermo,
come a ripassare una parte appresa,
una musica che torna alle labbra,
lieta.

I natali passati

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Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.

Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.

ancora il ragioniere

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Ero lì a cena l’antivigilia di natale,
le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, 
si mangiavano verze e cotechino
e questo faceva ridere parecchio.
Entrò un’orchestrina di fiati.
Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba.
Uno strepito incredibile
nell’ambiente ridotto e pieno di persone.
La cosa mise un’irrefrenabile allegria
gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli
urlando e poi ridendo,
assordati, c’affrettammo a dare mance generose
e loro, i musicisti, riprendevano
con un bis di ringraziamento,
finché ci fu uno scambiare di sfottò
tra le note di un’allegria generale.
Solo il ragioniere 
era rimasto imperturbabile.
Mangiava il suo brodo
e alzava appena gli occhi,
poi rivolgendosi al vuoto
distintamente disse:
ma come l’è, di nuovo il natale?
E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito
che la mia solitudine era un lusso.

il ragioniere

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Mi piaceva quel posto,
c’arrivavo la sera da un corso,
mai solo e con molta allegria.
Mi piacevano le tovaglie pulite,
il cotone pesante,
gli antichi lini un po’ lisi, alle feste,
le stoviglie retrò, le pesanti posate.
Mi piaceva il menù consigliato
la cucina milanese e toscana,
la cassoeula ed i pici,
il parlarsi tra i tavoli,
le vecchie glorie sulle pareti,
il fiasco di chianti al consumo,
la scelta del pane tra sciapo o salato.
Tra muri bianchi rivestiti di legno
un angolo di fotografie,
e un tavolo singolo per il ragioniere.
Col cappotto addosso
d’inverno cenava,
d’estate un gessato,
la cravatta col nodo stretto
mai fatto di fresco.
A monosillabi ordinava,
un sopra ciglio o l’indice alzava,
e non i piatti ma una sequenza
del suo menù personale
in cui c’era solo L’inverno e l’estate.
D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile,
poi patate lesse e costatina Ben cotta. 
Un minestrone d’estate, a volte insalata
o verdura cotta e il pollo lessato,
un bicchiere di vino, il fernet e il caffè.
Sempre solo, in mezz’ora mangiava,
alzava lo sguardo mentre i denti puliva,
poi il cappello metteva e salutando usciva.
Il mercoledì il posto alle otto era vuoto
più tardi arrivava.
C’era il varietà e al ragioniere piaceva,
le ballerine com’erano?
Il cameriere ammiccava
il ragioniere taceva.
Sorridevano entrambi.
E la cena iniziava.

https://youtu.be/1r7s8sdrZxc?si=zKhwh4-M5rtmfQsI