Uno fa il caporeparto. Arrivi prima degli altri. E’ così se vuoi che il lavoro inizi. Arrivi e trovi il titolare impiccato nel capannone. Corri, cerchi soccorsi, gridi, chiami al telefono, cerchi di capire se è vivo, aspetti che arrivi qualcuno e non sai che fare, come tirarlo giù. Poi arrivano, l’ambulanza, ci provano e intanto arriva anche la polizia, anche i giornalisti arrivano e tutto prende un percorso burocratico, ti fanno domande, chiedono l’ora, chi c’era, un sacco di cose. E tu invece pensi a cosa ha pensato lui prima di scalciare la sedia, quanto solo è stato in quei momenti in cui c’erano tutti nella sua testa e nessuno contava abbastanza, pensi a quando ha deciso che vivere era troppo.
Uno fa il poliziotto, ti chiamano, arrivi e trovi il ferito, il morto. Non ci si fa mai davvero l’abitudine, diciamo che non fa impressione, non tanta almeno e questo sembra abitudine, ma sono tutti diversi e così ti fai domande. Perché? Poi arriva il giudice, e questo aiuta, ti dice cosa vuol sapere e quindi cosa devi fare. Anche il mestiere aiuta, perché ne hai visti altri, ma le domande uguali disegnano persone diverse. Cerchi di metterli in una casella conosciuta. Funziona, aiuta a trovare le cose comuni, però non è mai davvero lo stesso. Guardi l’espressione, il volto, forse vorresti leggere qualcosa di una storia, ma questa è letteratura, c’è la pietà invece. La pietà aiuta a distinguere gli uomini, chi non ha pietà è una bestia.
Uno fa il portantino. Volontario. Un giorno alla settimana. Ti pare di fare qualcosa per gli altri. Lo fai e speri sempre che non sia grave. Poi ti mettono dentro l’ambulanza, arrivi, ti rendi conto e anche se il medico ci prova, spesso hai già capito. Ci speri, i miracoli succedono. A volte. Continui a sperarci e poi ti arrendi. Fai il tuo lavoro dopo i poliziotti, le fotografie. Intanto pensi che poteva non andare così, che la vita è importante, che ormai sono troppi, che non dipende da te ma qualcosa si dovrebbe fare. Sei sconsolato, correre non è servito a nulla. Adesso toccherà ad altri. E’ bello quando qualcuno nasce o si salva, poi no, non è bello, ma qualcuno lo deve fare.
Uno sente la notizia da un amico. Sa che conosci l’azienda, i titolari. Ti dice che si è suicidato in fabbrica, pensi che l’hai sentito da poco, che ci si è fatti gli auguri e guardi subito il giornale sul web: è il fratello. Lo conoscevi poco, ma il resto lo conosci bene. L’azienda, l’innovazione costante, le macchine inventate sul posto, i prodotti di punta, la crescita e poi il cambio euro dollaro, la concorrenza cinese, il mercato che non perdona, gli stabilimenti che si chiudono, le banche che non finanziano, la crisi che cresce anche se i prodotti sono nella fascia più alta del mercato. Conosci il luogo, il lavoro e le persone, quanto è successo ti prende e non sai come partecipare. Scrivi un messaggio. Pensi che per molti è quasi concepibile, logico in un mondo che non perdona: o successo o niente. Ma hai fatto anche il sindacalista, hai difeso gli operai, hai cercato giustizia ed eguaglianza, però i padroni non li hai mai odiati. Venivano in trattativa, s’incazzavano, ma lavoravano anche loro, erano avversari. Cercavi anche allora di capire dove chiudere, fin dove si potesse arrivare senza rompere. L’economia non è il regno dei desideri. Forse per questo pensavi che senza toccare il mercato, la finanza e i meccanismi dell’economia, non sarebbero cambiate le cose. E hai sempre pensato che quelli che s’ammazzano sono quelli che non hanno portato via i soldi e le aziende, che le hanno tentate tutte, che si sono mangiati il lavoro di una vita. Ne hai visti altri, troppi che conoscevi, che a un certo punto non ce l’hanno più fatta. Ti prende la sensazione che stia traboccando qualcosa che si porta via gli uomini, che ci sono troppe falsità sul valore della vita, che la giustizia e la solidarietà perdono terreno. Per questo hai una grande tristezza e volevi scriverla nel messaggio al fratello, ma non ci sei riuscito e ti pare che attorno si sia fatto più buio.
Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.
Guardo con attenzione, conosco, e vedo nei volti, la traccia della vestizione prima di un concerto, di una serata particolare. Conosco la camicia che scivola sulla pelle, il colletto aperto, le mani che frugano nell’armadio, indecise tra abiti che apparentemente si somigliano. Pensieri di accordo e di armonia, poi la scelta. La stoffa che non ha l’abitudine usata del corpo. I calzoni indossati e l’insieme che inizia a comporsi. Una cravatta, il nodo. No, non va bene, serve morbidezza. La stessa pretesa dai tessuti che si deve sposare con il sentirsi. La giacca, uno sguardo alla combinazione con la cravatta. Un ripensamento e un cercare tra i colori, le righe o i disegni: trovare il tono proprio nella serata. Sarò così, quel colore, quelle righe, quella punta di contraddizione e differenza, non voglio essere scontato o ripetitivo.
Infine tutto ha forma e si accorda con lo star bene. Che non è ciò che vedranno gli altri, ma come ci si sente. E guardando poi chi sta attorno, si vedrà, oltre i visi, i gesti, ciò che ha preceduto questo mostrarsi. Si riveleranno i caratteri sommari, la generosità o la taccagneria del sentire, il conformismo e la voglia di stupire, l’affermazione che non ascolta e la disponibilità al dialogo. Tutte variazioni sul tema della morbidezza, dal ruvido all’estenuato. Emergerà il gusto, la sicurezza e il suo contrario, la sensualità delle donne, il ritegno, il voler dimostrare degli uomini, la richiesta di approvazione esplicita. Il risultato della vestizione rivela molto più di quanto voglia sembrare, di rado è una maschera. Di rado non lascia trasparire, indica e suggerisce ciò che si è, e si è pensato, per comunicare ciò che pensiamo di noi stessi.
La prova di un concerto e il concerto sono una metafora e assieme la rappresentazione di ciò che significa armonia, accordo, vestizione e comunicazione. Chi ascolta, al tempo stesso mostra sé e omaggia ciò che gli viene donato.
“Gli uomini cercano il bello, perché la bellezza ricorda loro vagamente il buono. L’arte racchiude una bontà che rischia altrimenti di sparire.” Ulf Peter Hallberg: Trash europeo.
E’ più facile cercare la bellezza nelle cose, nei ragionamenti scritti, piuttosto che nelle persone o nelle situazioni. Anche la razionalità solo nell’attimo acuto della dimostrazione del vero oggettivo ha una sua bellezza assoluta, ma poi degrada nelle singole verità e nella competizione. Diventa brusio del vero. C’è molta più bellezza in dialoghi che evocano e che all’apparenza sono sconclusionati piuttosto che in ragionamenti che cercano di portare la ragione da una parte per interesse, arroganza, intrinseca debolezza.
E ci doveva essere del bello in ciò che accadeva, nelle cose che venivano dette, nel succedersi di parole così piene di umori gettati contro qualcuno, contro un’idea, contro le pareti, il soffitto, visto che anziché guardare negli occhi spesso veniva fissato ciò che stava oltre. Doveva da qualche parte esistere una bellezza che ricomponeva uomini, parole, conseguenze. Se si fosse fermato il momento in una fotografia si sarebbero guardati i visi, i gesti, la noia, la tensione di alcuni, il disinteresse di altri. Ciò che portava quelle persone in quel luogo, e le teneva assieme, era uno scopo comune. Solo che ciascuno aveva una propria idea dello scopo, idee e obbiettivi, anche personali, differenti. Il legante era che altrove la possibilità di un successo, di un riconoscimento della giustezza del proprio sentire, si sarebbe affievolita, sarebbero tutti diventati singoli e soli.
Se c’era una bellezza in quell’esile tenere assieme era difficile farla emergere. Forse per questo sentivo l’ineluttabilità del decidere l’altrimenti da ciò che pensavo, e così speravo finisse presto. Perché comunque la fine è un inizio, comunque è una consapevolezza maggiore, comunque se non insegna, almeno riporta ordine alla possibilità e riapre al sogno. Perché prima di ogni cosa che contenga bellezza c’è un sogno, e nel farsi quel sogno deciderà se contenere ancora il bello oppure attraverso la delusione, puntare oltre. Sognare di nuovo e riprendere il bisogno di una bellezza che si vorrebbe tenere, ma sfugge, com’è giusto sia, perché non c’appartiene. Non appartiene. Il massimo a cui possiamo aspirare è condividere la bellezza. Nulla di più, il resto è al suo servizio.
Nel vicolo dove abitava mia cugina, era accaduto qualcosa di terribile. Lei ne parlava a bassa voce, voleva proteggerci, noi bambinetti, più abituati alle favole e le corse che alla realtà. E poi il fatto non era accaduto nel vicolo, ma in montagna. Nel bosco.
La montagna e il bosco, per me, bambino di città, erano una illustrazione di sussidiario, un manifesto di vetrina invernale. E la fotografia che c’era sul giornale la vedemmo quasi di sfuggita. Era una di quelle foto di allora, fatte di pallini con tonalità di grigio, che mostrava delle lenzuola bianche stese a terra, tra quelli che si intuivano alberi. A lato, il bordo di un’auto, poi il titolo, quello che mia cugina aveva solo sussurrato, attutendolo: Ragioniere stermina la famiglia e si suicida.
Loro abitavano in fondo al vicolo, in una villa con giardino protetta da un cancello oscurato da lamiera grigia. Noi giocavamo spesso lì vicino, era il luogo dove non destavamo preoccupazioni e il cancello faceva da porta per il calcio. Ogni tanto l’auto arrivava, suonava il clacson, il cancello veniva aperto da un cameriere, l’auto entrava e tutto si chiudeva. Quando accadeva, noi ci fermavamo, attratti da quella vista preclusa, ma alla fine della villa conoscevamo solo la forma di casa squadrata, la ghiaia del cortile, i grandi alberi dello sfondo, il cameriere con quella buffa giacchetta a righe e lui che guidava. Ci pareva anziano: non aveva neppure 50 anni quando si suicidò dopo aver ucciso tutti.
A quei tempi le notizie erano pudiche, il suicidio peggiore dell’omicidio, mia zia parlò di dissesti finanziari. Disse proprio così: dissesti finanziari e fece seguire il commento esplicativo: el se gera rovinà (si era rovinato). Non capivo bene quella parola, che evidentemente era stata letta sul giornale, ma già il fatto che qualcuno si fosse rovinato sembrava più una ferita grave a sé che qualcosa che avesse a che fare con il denaro. Mio zio aggiunse: el gera falio (era fallito). E così finirono i discorsi, nessuno rispose alle nostre domande e non se ne parlò più. Anche tra noi non ne parlammo più, però rimase un’aria di sospensione su quel luogo e facevamo fatica ad andare a giocare sul fondo del vicolo, così spostammo i giochi verso il Prato, sotto il portico.
Non ho mai capito quelle morti, mi sembrava tutto così assoluto e relativo, come esistesse un mondo parallelo in cui quelle cose avvenivano e però non era il mio. Mio padre, tempo dopo, parlando d’altro, disse che ci si uccideva per onore. Sembrava che questo, nei dissesti, riparasse i debiti, ma non salvava la famiglia dalla miseria. Registravo ciò che mio padre diceva, come fanno i bambini che tacciono finché la testa lavora e collega, e il pensiero tornava sul vicolo. Quei due ragazzi, la moglie, le lenzuola della foto sul giornale. Mi pareva tutto sbagliato: non gli era stato chiesto nulla, qualcuno aveva deciso per loro ed erano spariti dalla realtà pur continuando ad esserci nel pensiero.
Anche adesso, e accade spesso, quando passo davanti al vicolo, il pensiero torna e ho la sensazione di una ferita nel giusto, di aria che manca. Poi il pensiero va altrove, ma una lapide che ricordasse quelle morti ingiuste io la mettterei.
La locandina del giornale locale riporta: nei guai anziano pensionato disturbava commessa. Rivedo il titolo al bar e , incuriosito, cerco l’età del vegliardo: 62 anni. L’articolo non spiega molto, pare che l’anziano pensionato cercasse di conquistare la commessa, avendo male interpretato la sua gentilezza.
Mi colpiscono tre cose: l’età, il pensiero dell’eterna giovinezza del fascino, il bisogno di attenzione.
Per i giornali l’anziano comincia ben prima dell’età Fornero, sono rimasti a due generazioni fa quando uomini e donne sessantenni erano ormai vecchi. Ospiziabili. Non è necessario correggere nulla, anche se è più difficile leggere: anziana pensionata disturbava commesso. Le donne sono effettivamente differenti, ma per gli uomini la società contiene una generazione che a 60 anni non esce dal lavoro, e neppure da vita e sentire. Le donne, pur avendo analoga vita e sentire, hanno uno stile differente, e questo ancora una volta fa pensare.
Il pensiero di essere attraenti è una gran cosa, fosse solo in termini di autostima. Don Giovanni non muore mai e sulle panchine ha sempre imperversato, oggi di più. Solo che non si limita ad esercitare sulle panchine, ma ovunque. Diciamo che c’è un po’ di confusione tra teste che, giustamente si sentono attive, e questa giovinezza protratta che sembra non finire. Pare esista solo il biasimo sociale nei comportamenti fastidiosi, e néanche tanto, visto che i modelli divistici e culturali, infrangono in continuazione i vincoli di età, a far da discrimine. Mentre credo che la cosa dovrebbe ritornare nei canoni della consapevolezza e dell’educazione sentimentale, magari fondando sulla gentilezza i rapporti e lasciando ai singoli il compito di dire se la cosa è opportuna oppure no. Forse il problema vero è che in tutti i rapporti bisogna essere in due e che questa percezione non è sempre presente, e naturalmente nella parte più debole si preferisce confondere qualunque attenzione, fosse solo per un narcisismo persistente che ha bisogno continuo di verifiche. La cosa in realtà comincia presto, e continua, e si rinfocola secondo un ciclo, è mia opinione, dove ad ogni età sociale, subentra, dopo una prima paura, la consapevolezza di non corrisponderle perché i segnali che arrivano dal corpo e da ciò che si fa sono differenti. Insomma ci si sente più giovani e attraenti di quanto si è.
Il bisogno di attenzione è comune a tutte le età dell’uomo, ma con gli anni aumenta e fa perdere la cognizione reale di sé. Per cognizione reale, intendo quella legata all’età vera, al proprio corpo com’è, che cose come lo star bene e la vigoria fisica sembrano invece confondere. Dovrebbe essere una cosa bella, un godersi la vita più a lungo. Le età hanno bellezze proprie, e non poco intense, se si riesce a coglierle. Una donna nell’età di mezzo, ha una bellezza particolare, lo stesso vale per l’uomo, ciò che dovrebbe essere un piacere è un peccato diventi un problema.
Mi sto chiedendo se mi sto consolando: sono più vecchio dell’anziano pensionato e guardo pure le donne, per strada, al bar, ovunque. Sorrido. Per fortuna non hanno scritto, un vecchio pensionato, o peggio hanno puntato sul laido individuo, che a una cert’ora, è sempre in agguato sulle scrivanie dei giornali per fare un titolo da locandina. Insomma è andata bene.
p.s. magari ridiamoci un po’ su, ma Leporello racconta i sogni maschili come fece Fellini in 8 1/2
Ci risiamo. Quattro regioni a rischio. Sott’acqua i soliti noti e qualche new entry. Solo che non è novembre, è febbraio e di solito in questi mesi gela, ma non piove. Ciechi col bel tempo e non anfibi. L’amara constatazione è che non siamo gechi, anche se qualcuno comincia a sperarlo. I titoli dei giornali sono, al solito, privi di influenza, narrano di cause e di realtà che assumono i contorni dei telegiornali, realtà gridata, quindi irreale se non ci riguarda. Passiamo alla prossima notizia. Se questo paese è preda della natura non è mica un caso, solo che tra due giorni non farà più notizia e si tornerà alla legge elettorale. La stampa che è riuscita a far dimettere un presidente della Repubblica non riesce a far emergere la necessità di curare il giardino di casa.
La pioggia spruzza il vetro. Sotto il ponte, un’acqua marrone, carica di terra, sommerge gli alberi e le erbe delle golene. Gli occhi misurano la scala altimetrica, mancano almeno 4 metri. Qui. L’ondata di piena, la seconda, arriverà stasera e gli argini non hanno mica sempre la stessa altezza. L’acqua scorre, lo scirocco ci sta graziando. E’ un moto lento che trascina con insistenza. Un tirare irresistibile. Oltre ci sono gli sbarramenti aperti, l’acqua defluisce. Gli uomini sugli argini guardano il cielo e l’acqua. Le cose si congiungono, non c’è alcuna fatalità, e tutto ha una relazione. Penso. Come quelle villette così carine e addosso all’argine. Com’è che le vendevano? Vista fiume, tra l’acqua e il verde. E quei condomini anonimi di 2o anni fa, riempiti quando tutto cresceva, pieni di garage sottoterra dove non occorre la piena per tirar fuori le auto. Han sempre avuto problemi, ma i costruttori si sono dileguati, sciolti nei fallimenti. Bisognerebbe spostare le cose dagli scantinati, oppure si rischia, andranno a letto con la solita apprensione, gli abitanti, frustrati dal fatto che con il sole nessuno li ascolterà.
C’è qualcosa di malsano in tutto questo. Questa è terra di fiumi, sempre si è andati sotto fino a metà’800, poi non più. Bastava fare e regolare i fiumi pensili, pulire i fossi, far sgrondare i campi. La baulatura, parola bellissima, serviva non poco perché si sapeva cosa c’era sotto e quanta acqua riceveva. Poi i campi sono spariti e quello che è rimasto ha coltivazioni stanche e violente che poco si curano delle baulature. Fare opere grandi e piccole, non si fanno né le une né le altre, ci si affida alle idrovore. Poi qualcosa accade altrove, un muovere d’aria, mai casuale, uno scaldare di co2 in eccesso, e i terreni impermeabili, i fiumi tombinati, i fossi interrotti sfiottano in una forza indifferente e tranquilla d’acqua che ci riporta a noi, all’insipienza, all’incapacità di porre le priorità. Non impariamo, insisti pure acqua marrone, rifaranno gli argini, il minimo che serve per un po’. Non impariamo, aspettiamo che ci vada bene o tocchi a qualcun altro. E’ la logica della bomba d’acqua, un caso che non è un caso, che colpisce e poi si spera non ritorni.
Confesso che da giorni inizio a scrivere queste righe. Le guardo e poi ricomincio insoddisfatto. Cos’è che vorrei dire? Chiunque scriva dovrebbe chiederselo. Anzitutto penso che quanto accade è complicato e che parte da un pregiudizio più che dall’oggettività, cioè che i nostri criteri vadano bene ovunque, poi che nell’est europeo ci sono non pochi movimenti nazionalisti e di destra estrema che da noi sarebbero tenuti a bada, in terzo luogo che l’Europa, ancora una volta, si dimostra inefficiente, sia in politica estera che nelle politiche economiche collettive, e infine che l’ Ucraina un po’ la conosco per esserci stato cinque volte. Detto questo sono al punto di prima. Così parto dalla fine.
Chi ha avuto modo di arrivare in Ucraina di giugno, venendo in auto da sud, ricorda le distese di grano tra le città e i villaggi. L’oro che si muove all’unisono con un vento piatto, un soffio lungo che rasenta il terreno scuro, quasi nero. E’ il vento che arriva dal mar Nero, da Odessa, è caldo e sa di terra grassa, la stessa che ti mostrano prendendola nella mano destra e sbriciolandola nel palmo. Una terra densa di umore vitale, calda. Da sempre una benedizione: è la più fertile terra al mondo. L’Ucraina è grande davvero e ospita più popoli, dal mar Nero alla Bielorussia è un susseguirsi di pianure in cui molti hanno dilagato fino al limite dei Carpazi. Anche le religioni hanno corso parecchio, il cristianesimo in particolare. Ci sono ortodossi fedeli al patriarcato di Kiev, ortodossi fedeli al patriarcato di Mosca, cattolici Uniati, cattolici vari, protestanti, ecc. Noi stiamo andando verso Lviv, la città che guarda la Polonia, e che è forse la più ucraina delle città, anche se a 120 km da Cracovia. Un punto di snodo prima dell’oriente russo. Lviv ha più nomi, Lvov per i russi, Lemberg per i tedeschi, Leopoli per noi, qui c’era il comando dell’Armir, per poco è stata pure italiana. Fa un po’ ridere pensare come un posto sia a seconda del principe di turno, tedesco, austriaco, polacco, russo, addirittura italiano. Chissà cosa pensano gli abitanti di tutto ciò. I buoni, bravi borghesi che si irritano solo se i commerci vengono toccati, se i privilegi cessano, se la libertà non serve davvero a fare i propri affari. Lviv è più città assieme, poco bombardata, conserva l’impianto medioevale e rinascimentale. In centro c’è ancora la sede dell’ambasciata di Venezia, che non è stata trasformata in boutique, ma è una casa in cui qualcuno abita. Molti non sanno che qui doveva arrivare un corridoio europeo per merci e persone, il Lisbona- Kiev, che non andava a Kiev ma si congiungeva a Lviv con un altro corridoio europeo che dal nord della Francia andava verso Mosca. Insomma un incrocio senza semaforo, dove tutto doveva arrivare e mescolarsi, ripartire, e alla fine non è ancora arrivato nulla. La sensazione è quella di essere in mittel europa, siamo in Galizia e l’impero austroungarico prima della fine nel 1918, ha costruito parecchio. Però se si guarda con attenzione si vede che le anime sono parecchie, Ucraina anzitutto, poi polacchi, russi, tedeschi, ebrei aschenaziti, gente del Baltico. Gli ebrei, oltre 200.000, tra residenti e immigrati furono sterminati dai nazisti, che cominciarono ad esercitarsi già dalla notte dei cristalli, uccidendo e dando fuoco alla sinagoga rosa, ma nonostante di ebrei ce ne siano pochi, si sente che esiste qualcosa di inconfondibile, di culturalmente importante che proviene da loro. La sera arriva presto a Lviv, le luci si accendono nelle strade piccole nel centro, illuminano i colori pastello delle case. La scelta dei colori sembra un togliere dalla pelle il buio, un ribadire il primato della luce.
Ero Lviv quando cominciò la rivoluzione arancione. Non la riconobbi e la presi inizialmente per una processione. C’era una lunga fila di persone che andava attraverso il viale della Libertà verso una piazza del centro, davanti stendardi religiosi, santi e madonne nere, icone tenute alte con le braccia, pope, turiboli e incenso. Dietro una folla a segmenti, gruppi folti, uno spazio, bandiere con scritte per me incomprensibili, bandiere nazionali, poi di nuovo un gruppo folto. Quando la testa arrivò davanti a un monumento si fermò e tutti assieme cominciarono a scandire slogan. Il clima si scaldò e un amico mi prese finché fotografavo portandomi alla sede della stampa estera. Parlo di Lviv e di quei giorni perché tutto iniziò da lì e successivamente è stato un continuo ribaltare di posizioni, con l’Europa incapace di dire altro che le solite litanie sulla democrazia, ma senza soldi la democrazia non vive. E così veniamo ai nostri giorni. La Russia di Putin ha messo sul tavolo 14 miliardi di dollari, in gran parte come forniture di gas, e in Ucraina adesso è -20, eppoi in contanti. L’Europa non ha messo sul tavolo nulla oltre l’inizio di un processo di adesione. E’ chiaro che quando il pil del paese è fatto per oltre il 50% di rimesse degli immigrati, oltre la povertà conseguente, la tentazione di spostarsi tutti verso dove pare ci sia il benessere è forte. Non è questo che ha motivato il percorso della razza umana dall’Africa fino alle estreme propaggini del mondo? Ma in un mondo governato, come si può non mettere logica ai processi, come si può pensare che non ci siano interessi forti strategici nell’area, come si può ignorare che quando si è in una zona d’influenza l’economia sarà sempre costretta dentro vincoli, con difficoltà a crescere? Eppoi se le elezioni, pur validate come democratiche hanno dato un risultato, come possono le democrazie ribaltarlo se non è soddisfacente? E’ accaduto in Egitto, sta riaccadendo in Ucraina, continuerà ad accadere, ma se investe ad esempio la Spagna con i processi autonomistici, che accadrà? In Ucraina sono presenti più partiti, non è una repubblica comunista, non pochi di questi partiti sono nazionalisti, altri rappresentano una destra estrema, da sempre presente nell’est europeo. La storia degli alleati del nazismo dimostra che il terreno era fertile, anche i pogrom di Lviv ebbero protagonisti locali. Già la contraddizione dell’Ungheria dovrebbe inquietare l’Europa, eppure sembra ci sia un distogliere lo sguardo, un combattere partite che poi i cittadini europei non saranno in grado di sostenere. Dal basso costo del lavoro agli aiuti economici allo sviluppo e alla gestione dello stato, ben superiori alle capacità comuni di tenuta in una economia che non ha prospettive comuni, ma nazionali. Il benessere della Germania resta tedesco, l’impoverimenti degli stati mediterranei è affar loro per gran parte. Quindi mi stupisce che si siano perduti almeno 10 anni per non analizzare un problema, quello dei confini dell’Europa, soprattutto ad est e non agire di conseguenza. Deficienze gravi di politica estera comune, di politica economica comune. Ecco perché guardo con preoccupazione quanto accade, perché non è una crisi governata, perché la piazza ha ragioni che dipendono dalla miseria e dalla speranza di superarla, ma non da un progetto politico economico. Dire che ci sono ultras del calcio, partiti nazionalisti, destre xenofobe accanto a patrioti che vogliono una indipendenza regionale piena, non basta. Guardare le immagini e pensarle nelle nostre piazze, incute paura. Sapere che ci saranno colloqui tra Unione Europea e Russia non basta. Sorprende infine il ruolo degli Stati Uniti, ben presente a Lviv con una università, che oscilla in politica estera, tra principi e convenienza. Se l’obbiettivo è dare fastidio a Putin, allora tutti sono usati, gli ucraini per primi, ma il risultato di tutto questo sarà una mossa di scacchi che non risolve una partita irresolvibile.
P.S. Di quelle piazze di Kiev, oggi piene di barricate di neve e mezzi bruciati, ho presenti gli alberghi da realismo socialista, le chiavi tenute al piano dalle portinaie che si svegliavano quando arrivavi, i casinò improbabili nella sala da colazione, le piazze e i viali, gli spazi scenografici da regime, poi l’ingresso dell’occidente con i marchi del commercio mondiale: abbigliamento, cibo, automobili, orologi ed elettronica. La sensazione era quella di una città che faceva fatica, dove il lavoro mancava, dove lusso e povertà si misuravano mostrandosi, non sapendo le ragioni dell’uno e dell’altra. Sono impressioni di una città visitata per lavoro, dove si vedono cose più che uomini, si sentono progetti più che idee, dove la misura economica travolge tutto. Però c’era un malessere che le prospettive non cancellavano, quello di essere usciti da un regime e di non vedere ancora i vantaggi della libertà. Su questo mi fermo a pensare perché insegnare la libertà non è semplicemente introdurre l’economia di mercato.
Affiancando le bici al muro ti ho chiesto: le leghiamo assieme? Dopo quelle parole non ne ho dette molte altre e quell’ora e mezza, dopo tanto tempo, se n’è andata in ascolto, immaginazione, in stupore per ciò che raccontavi. Luoghi e te. Ma di te conoscevo assai, erano le piste della Mongolia, i sospetti e la furbizia dei Curdi, l’epicità silente degli scontri tra furbi occidentali, gli accaparramenti di lavori, le fughe, i cantieri veloci e quelli abbandonati. Ascoltavo questa dimensione del mondo e del lavoro, l’avventura in un’epoca in cui sembra che solo i turisti abbiano bisogno di scoprire. E le grandi opere, che qui non farebbero un passo con mille comitati, altrove cambiano il mondo e ciò che ci sta attorno. Non avevo prevenzioni etiche, cercavo di capire. C’è differenza tra disboscare la foresta amazzonica e tracciare una strada, tra creare una città di appartamenti vuoti e costruire un ospedale. Il mondo non è mai così com’è ma il pensiero di ciò che sarà. In un senso o nell’altro. E così pensavo ai 100 km di strada nel deserto che portano collegamenti inimmaginabili per il tempo e l’economia, mentre lasciano stupefatti i pastori e gli animali selvatici. Ma dove portano quei chilometri di asfalto? Non in un posto, ma nel senso della modernità. C’è molto di scontato nel progresso che spinge oltre. E lo pensavo tra i tuoi racconti di cantieri ben gestiti, dove centinaia di uomini e macchine seguivano programmi, avanzavano dei giusti metri al giorno, restavano concentrati su un nastro di pietrisco e asfalto largo 18 metri, ma neppure guardavano attorno perché l’oggetto del lavoro era su una mappa, su un progetto tenuto a bada da un teodolite. E attorno c’era deserto e yurte, pastori e cammelli, sassi e temperature che chiedevano solo riparo. Nulla da vedere? Meglio non vedere.
Sentendoti parlare, mi è tornato alla mente Primo Levi e la sua passione per la chimica, al fatto che questa, e il tedesco, l’avessero salvato nel campo di concentramento. Ma la chimica non gli aveva impedito di vedere attorno, di essere dolore nel dolore, di provare rassegnazione e paura e assieme a tutto questo, voglia di vivere. Una ostinata voglia di pensare e di vivere.
Scusa, m’ero distratto, il pensiero di Levi mi ha portato altrove. Volevo dirlo, ma non l’ho detto, non avresti capito, è solo la sproporzione tra le opere di pace e quelle sotto il ricatto della guerra, che mi colpisce. Ovunque opere, ingegneri ed esperti che risolvevano un problema alla volta, senza guardare al fine, senza un giudizio etico. Quando si spezzettano le decisioni si perde il senso del perché si fa e non si vede più quello che sta attorno.
Ascolto le tue notti nei poveri alberghi, tra case di nomadi e latte di cammella al mattino, i discorsi, i gesti. Immagino la forza di un’esperienza che di giorno lavora e che la sera torna a sé, al proprio mondo bisognoso di calore e di relazioni. L’uomo si è sempre cimentato con opere grandi, e l’opera ha assorbito le persone nel senso che queste non contavano più. Le vite, le fatiche, tutto annullato nell’opera, nel segno sulla terra.
Continui a raccontare, non ci siamo neppure detti come stiamo, quello che stai facendo ha assorbito anche la tua vita, che ora coincide con il lavoro. Siamo ciò che facciamo. Per molti è vero, è così, per altri siamo quello che mangiamo, oppure il piacere che proviamo, oppure festuche di paglia in attesa di posarsi chissà dove. Potevi anche scrivermi. Ma non ne avresti avuto il tempo ed io che ascolto sono qualcosa di diverso da un nome collocato chissà dove. Ho una funzione ascoltare, ho un funzionamento interiore: penso, traduco ciò che mi dici oltre la meraviglia. Lo riporto su di me e su come vedo il mondo. Non farei le tue cose, viaggerei di più, questo sì, ma il lavoro lo terrei dove penso di sapere cosa produrrà, a me, a chi mi sta attorno. Non è un giudizio morale, semplicemente una scelta conforme.
Stiamo separando le bici, il lucchetto si scioglie, un abbraccio, la constatazione: ho sempre parlato io.
Si vede che ne avevi bisogno. Dico.
Ma tu come stai?.
Bene, ma ne riparliamo un’altra volta. Forse… Quando parti?
Presto.
Hai un’espressione un po’ dispiaciuta. Passerà in fretta, un nuovo abbraccio e la strada di ciascuno prende altra direzione. Adesso capisco perché mi chiedi sempre dove sono quando mi chiami, è perché non sai dove sei tu.
Prima ascoltavo Schumann, poi una musica yogi. E’ la radio. Le differenze dei mondi che si sovrappongono sono in noi, fuori sono ben nette. Pennellate rugose, laccate, tenui di acquerello. Le gamme del sentire. L’arte ne è specchio. Le nostre nevrosi generano suoni e pennellate. Anticipo o fine di amori. L’urlo di Munch non ci sarebbe nell’India dei maestri yogi. Freud non avrebbe grande attrazione in Africa. Un continente che non è tale, l’europeo ha maturato i suoi secoli. Era incinto della sua storia e per necessità ha generato il romanticismo e così ha tolto il coperchio di sensazioni prima deviate altrove. Ha fornito la base per ciò che è stato vissuto e si vive. Guerre e opere d’arte comprese, puntando sull’individuo dentro grandi contenitori di passioni. Un sogno, è stato un sogno che doveva essere sognato e dura ancora. E genera realtà.
Sentire individuale e collettivo, dal fuori, dentro, in profondità. E poi l’abitudine che insegna a vedere, estrarre, capire a volte, sempre stupita di ciò che si contiene. Le civiltà sono gli uomini che le costruiscono in un sentire comune, un flusso che accompagna, imbeve, coercisce fornendo gli strumenti del liberare.
Chissà a che serve l’occidente europeo in un mondo globalizzato, ma si può essere davvero altro da ciò che ci ha generato?