il mondo imperfetto

Pensiero un po’ greve del lunedì, poi si migliora.

Viviamo in un mondo imperfetto, conduciamo la vita attraverso l’approssimazione e l’errore, impariamo da esso eppure lo rifiutiamo nei pensieri. E’ difficile pensare di sbagliare, molto più facile pensare in termini di perfezione. La perfezione fa perdere la nozione del reale, lo idealizza e visto che questo è lontano dall’uomo, lo porta verso quell’età dell’oro e dell’innocenza, che magari non è mai esistita, ma è quantomai necessaria per pensare alla perfezione. Quasi un liberarsi dalla fatica del percorso delle vite per essere migliori, ma che restano pur sempre umane. La perfezione elimina la contraddizione, quella che ci portiamo appresso con l’errore insito nel fare e che sembra non riguardare il mondo pensato, desiderato. Ma  il mondo che genera questa perfezione sarebbe un mondo vuoto, privo delle imperfezioni degli altri uomini, un mondo in cui saremmo soli, persi nella contemplazione della perfezione. Un mondo francamente noioso.

Questo è un mio pensiero imperfetto, ma che ha conseguenze pratiche. Se penso alla minaccia  alla pace di questi giorni, all’Ucraina, capisco che categorie ideali vengono applicate a un paese reale. Chi conosce quel paese, sa che è una pentola in cui sta bollendo di tutto, eppure come per l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia si accoglie l’idea che la rivolta di popolo sia la palingenesi della politica: dalla dittatura alla democrazia senza passare dal via. Salvo poi accorgersi che la democrazia è essa stessa imperfetta, che non genera automaticamente quello che vorremmo e allora si accettano le violazioni delle regole se esse sono convenienti.  Così in Egitto un presidente, democraticamente eletto viene deposto e l’occidente, Stati Uniti in testa, riconoscono il regime che lo sostituisce. In Libia (chi si ricorda più della Libia?), milizie armate si muovono indisturbate, parlamentari e cittadini vengono uccisi, il governo non è in grado di controllare il paese, nulla o quasi di quanto sembrava possibile, ovvero una democrazia che assicurasse diritti, benessere, tolleranza, accade, ma in fondo basta che arrivi il petrolio. In Siria, ci si accorge troppo tardi che il cambiamento può portare verso la creazione di uno stato islamico, jiadista, quindi ancora più privo di freni, antidemocratico e antisemita del regime di Hassad e non lo stato libero favoleggiato. E’ possibile continuare, quasi ogni teatro di conflitti genera risultati diversi da quelli ipotizzati: è questo il mondo perfetto che si evoca nell’immaginario? Accettare l’imperfezione a livello collettivo, non significa rinunciare ai diritti, a un mondo migliore, ma partire dal mondo che c’è e chiedersi come esso possa essere mutato dicendo la verità. In Ucraina, ad esempio, la diplomazia occidentale si è mossa più con l’intenzione di creare difficoltà a Putin e creando attese difficili da esaudire piuttosto che dire la verità agli ucraini, ossia che l’Europa non ha soldi per loro, che se vengono in un sistema capitalistico la casa e il gas dovranno pagarli, che l’occidente non è un prestatore di denaro a fondo perduto mentre una parte importante del 45 milioni di abitanti vive di assistenza e di rimesse dall’estero. Ma si sa quant’è la pensione di un professore universitario in Ucraina? (0 dollari al mese, gli stipendi sono poco oltre i 150/170 dollari, come si pensa che questa realtà sia immediatamente integrabile con l’Europa? Non a caso la Polonia preme per una soluzione, perché ci saranno masse di profughi verso l’occidente, da accogliere, a cui dare lavoro, se il cambiamento sarà repentino. La Germania considera, da sempre, il territorio ucraino almeno un proprio mercato e si comporta di conseguenza, ma qualsiasi azione che non sia solo commerciale, troverà per forza la reazione di Mosca, e non solo per la Crimea. E la Russia è un mercato ben più grande e ricco dell’Ucraina. Per questo non si comprende, se non in termini di strategia  militare perché l’azione dell’occidente e degli Stati Uniti, non sia stata quella di favorire passsaggi che fossero contrattati tra i veri attori della vicenda, ovvero l’occidente e la Russia. Difficile dire in un mondo perfetto che le sovranità nazionali e le democrazie contano fino a un certo punto, ma non è forse così anche per le economie, tra cui la nostra, dove trattati e diktat contano molto più dei parlamenti eletti? Se si parte dalla realtà e dall’imperfezione si possono trovare compromessi imperfetti che portano avanti, che approssimano le soluzioni e creano un mondo possibile dove le varie spinte vengono contemperate, altrimenti si gioca, come sempre si è fatto da secoli, agli aprendisti stregoni. Si è citato spesso l’esempio della Finlandia, un paese che aveva, ed ha, problemi non dissimili da quelli dell’Ucraina, neutralità e funzione antifrizione ne hanno fatto una regione tranquilla. Gli stati cuscinetto hanno una funzione per la pace, ma gli strumenti attuali sono troppo ideologici e rozzi per renderli politicamente assimilabili alle nostre concezioni di governo democratico. Questa è una delle tante imperfezioni insite anche nella democrazia, che non evolve se non è applicata alle situazioni e che non è libera se non attenua il suo essere funzionale all’economia capitalista. Capire che c’è un problema non significa avere una soluzione, ma agire per trovarla. Ecco, sinora questo approccio è sotto traccia e così ci si muove dicendo una cosa, che magari eccita gli animi, ma non ha la struttura e la forza per essere vera, e poi se ne pratica un’altra. La verità è imperfetta, per questo bisogna dirla, a partire da se stessi. 

Rischio Kiev sul rally delle borse, così titolava il Sole24ore di ieri. Come al solito salgono i titoli dell’industria e delle armi, ci si stupisce che l’oro non abbia già fatto un balzo e si valutano le esposizioni delle banche occidentali su quelle ucraine. La finanza non ha principi, solo pulsioni.

leggere

Uno di quei libri che ti prendono per stupore e scrittura. Dove attendi accada qualcosa che faccia bene al protagonista e a te. E tutto scorre verso una fine, perché bisogna pur concludere un discorso quando si sente che è ora. Può essere dopo 80 pagine o 800, basta non menare il can per l’aia. Anche per le storie diventa tardi e, dopo aver guardato i visi e l’orologio, resta solo da salutare e andarsene. Al più si può sperare che il sogno riprenda il raccontare e corregga la realtà, ma quando accade? C’è un momento perfetto per chiudere, quello in cui c’è una fine e non è desiderata. L’arte è cogliere quel momento.

Quei coriandoli nel deserto che danno titolo al libro diventano metafora della naturalezza dell’intelligenza e carnevale della vita. Della sua serietà nelle cose terribili che riguardano i singoli e noi tutti, ma anche del transeunte, del mutare l’importanza dell’immediatezza in un continuo introdurre variabili in un’unica equazione. La vita si complica e si semplifica, anche dove le storie sembrano così lineari. Sentimenti, personale, collettivo, passioni. E intelligenza, che si esprime secondo rivoli che i più subiscono, ma che riporta a sé, al bisogno di capire, di scomporre i problemi, conoscere e fare passi avanti. Capisco che non fu un confronto all’interno di un gruppo straordinario, forse irripetibile, che visse in Italia, a Roma, in quella via di Palisperna in cui si rivoluzionò la fisica, ma che riguarda tutte le intelligenze, quasi che alla fine il procedimento fosse lo stesso e tra il genio e chiunque, non esistesse un modo differente di mettere in relazione intelligenza e vita, casomai il problema è comporre tutto con i sentimenti, la sensibilità, le passioni. E’ inutile cercare di arrestare il progresso della conoscenza, l’ignoranza non è mai migliore. Lo afferma Enrico Fermi e il protagonista del libro, Enrico Persico, fisico pari a Fermi ma senza Nobel, racconta di averlo sempre pensato. Ma lui è diverso e, in fondo non accetta la sua diversità che lo rende umano e quindi grandissimo. Nella storia si comprende che ci fu chi vide l’implicazione della scoperta, anche nei suoi effetti distruttivi e se ne ritrasse e chi invece continuò. Si apre il dubbio su quanti modi ci siano per conoscere, quanti di questi siano silenti, leggeri sulla storia, non meno importanti e per altre vie si facciano strada. In fondo è così superficiale attaccarci ai simboli, alle mode, a un Nobel. Quando le vite sono così intrise di conoscenza c’è chi vede oltre e decide, anche di condurre l’intelligenza altrove, come fosse uno strumento e non un fine.

Bello leggere un libro di grande nitore e dolcezza, inusuale di scrittura e per ciò che evoca, dove le donne sono grandi in assoluto, nel loro modo così singolare di essere altro, e gli uomini si rincorrono. Come fosse un gioco, e forse è davvero un gioco preso troppo sul serio. E’ così bello e raro quando l’intelligenza si accorge degli altri, frequenta l’ironia, e non il sarcasmo, che vien da pensare che questo sia il modo di conoscere davvero. Non l’unico: quello che si vorrebbe.

il libro è Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi e questa non è una recensione, ma una manifestazione di felicità di leggere.

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Ascolto Strauss, che accettò Hitler e ne trasse vantaggio. Ascolto gli ultimi lieder, ed è tangibile la sua malinconia di fronte alla fine del bello, della cultura tedesca sotto i bombardamenti, della vita. Sento che questa malinconia comprende cose e uomini assieme. Ciò che c’era non ci sarà più, nessun nuovo compenserà l’annientamento. Eppure era chiaro, insito fin dall’inizio che il reich avrebbe distrutto oppure sarebbe stato distrutto. Perché Strauss non vide? Ascolto il suo stupore dolente di essere stato privato della vita consona al genio, ma della vita altrui perché prima non è importato? Per convenienza, o incapacità, anche l’arte diventa cieca e i grandi cadono in misere pozzanghere. Resta arte, anche se proviene da chi non capì o non volle capire, e perse poi (l’arte dei vincitori non ha problemi)? Sì ma così si rivela il limite dell’arte, la sua imperfezione e approssimazione. Il genio non muta, ma si stacca dall’uomo quando non vede la realtà nel suo divenire (uno scopo dell’arte è cogliere il muovere della storia e l’assoluto insieme) e si induce al compromesso, alla connivenza. Perde la purezza in cambio del potere e del denaro. Non sempre e non tutti, ma è forte l’attrazione del successo, dell’adulazione e dell’assoluto per decreto. Ed è il limite dell’arte che nasce dall’uomo: l’uomo stesso. La natura non ha di questi problemi, frequenta il reale e l’assoluto, assieme. 

del perseguir l’inutile

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Oggi qualcuno, in radio tre, si chiedeva perché e a chi si scrive. Sembrava mi stesse parlando: scrivi per te? E chi se ne frega…

Capisco, bisogna scegliersi un interlocutore. E allora io scelgo te che sei curioso e paziente. Maschio o femmina, ti chiedo di sederti e ti mostrerò le parole che metto in fila. Alcune mi piacciono molto, sono piene di significato e simboli, altre le uso perché sono me, le porto appresso da sempre o quasi, altre ancora mi sono piaciute ma si perderanno, comunque quello che ne esce mi riguarda. Ma qui mi fermo perché la testa è tua e se posso permettermi, quel chi se ne frega, lo puoi adoperare subito, ma è un po’ fascista. Cioè si interessa poco degli altri e in particolare di chi non la pensa allo stesso modo, ha la puzza sotto il naso di chi si sente al disopra. Però se questo è il limite dell’attenzione, allora forse rappresenta in modo improprio, ma bene, ciò per cui uno può scrivere, l’utile ad esempio. Oppure l’attenzione legata a un vantaggio possibile (ancora l’utile). Oppure, ancora, il bisogno d’apparire (che è anch’esso legato ad una utilità personale). Naturalmente ci sono molti altri motivi per cui una persona scrive, ma se guardi bene, il concetto di utilità si troverà spesso. Qui invece c’è molto di inutile, diciamo che al più riguarda i curiosi, i perditempo che si fermano a guardare i lavori e giustamente pensano che li farebbero meglio.

Il rapporto tra chi scrive e chi legge, mi ricorda la fatica di chi guarda, da dentro, l’orologio della torre. Si è saliti per il panorama, ma se si legge l’ora, ascoltando il ticchettare dei meccanismi, è una soddisfazione. Così emerge che, per me è importante ciò che non ha un fine su cui si misurare il successo, e la fatica di leggermi sarà, al più, un andare assieme da qualche parte.

Allora scrivere è distillare parole, lasciare che salga il loro grado alcoolico attraverso il sentire, berle degustando, e pensare ad altro. Ché poi è proprio quest’altro che c’interessa, non l’utile o quello ch’è scritto, ma ciò che ha suscitato.

dove l’amicizia non può vivere

Il potere non ha amici. Basterebbe ricordarsene quando lo si esercita, ed è un dovere esercitarlo se l’hai cercato e accettato. Basterebbe saperlo quando hai folla attorno, quando le lodi sono eccessive. Lo sono sempre e lo sai. Basterebbe capirlo quando ti parlano male dei tuoi avversari, per cercare il tuo consenso. Basterebbe che te ne facessi una ragione e non cercassi l’amicizia dove non c’è. C’è una diversa solitudine nel potere, una solitudine che inebria, che distacca. Non è la solitudine che acquieta, ma quella che inquieta ed isola. Bisognerebbe combattere il potere che porta via da noi, riportarlo a servizio, a coscienza del non essere indispensabili, ma solo portatori di un’idea che ha la grande occasione di diventare realtà. Basterebbe capire che si è davvero soli, e accettarlo. Per quanto dura. E non cercare di farlo durare per sempre.

l’odore dei libri

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In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.

un dialogo solipsistico

Oggi mi sono sentito offeso. E lo dico a me perché se parlo con chi mi offende questo direbbe che non esisto, che sono uno zombie.

Come mai? Prova a cercare dentro le ragioni dell’offesa. Cos’è che ti fa male?

Credo sia la mancanza di rispetto, la protervia. Tu sai che non condivido quello che accade per fare un nuovo governo. Non ero neppure d’accordo sul governo Letta, figurati adesso per il modo e la maggioranza che viene scelta, ma l’incontro(?) Renzi- Grillo mi avvilisce. Mi dice che quelli che si oppongono, che pensano di cambiare le cose restando nelle regole democratiche sono degli illusi. Che io sono un illuso. Mi chiedo perfino se sono conservatore, se non capisco davvero quello che accade. Eppure sono immerso nella realtà, la cerco e devo fermarmi nei giudizi, perché mica accetto facilmente che un milionario mi faccia la paternale, mi dica cosa non va in questo paese. Tu sai che di alcune cose ho un minimo di conoscenza diretta. Ebbene si spacciano idee che non hanno alcun riferimento con la realtà, i mi piacerebbe con il reale. Si parla di green economy senza conoscerne consistenza, possibilità di occupazione, realtà economica. Si parla di cose sovvenzionate che vengono spacciate come modelli principali di crescita. E chi paga se non i consumatori, i cittadini. Si parla di uscita dai mercati come fossimo nell’800, di schiavitù dell’uomo alla macchina. Se una persona non ha mai visto una fonderia non può capire che le macchine lì sono il modo per rendere compatibile il lavoro immane, il pericolo che esso contiene, che l’uomo senza macchine è schiavo della fatica, che questo accade in ogni parte del mondo e che casomai bisogna inventare cose nuove per creare lavoro non togliere le macchine. Se una persona conosce ciò di cui parla per averlo sperimentato, non dice sciocchezze, casomai migliora il modo di lavorare. Ma vedi che mi monta la rabbia e non sono sereno?

E ti sei chiesto perché ti sale la rabbia, il rifiuto?

Credo di averlo capito oggi, pensandoci dopo l’ incontro e il comizio successivo travestito da conferenza stampa. E’ l’impotenza, il buttare all’aria la possibilità di una protesta che costruisca. A me non piace distruggere, mi piace costruire, modificare le cose, renderle conformi all’idea di giustizia ed equità, e il costruire non ha scorciatoie, neppure chi demolisce ci crede perché per ogni cosa che sparisce bisogna fare la fatica di rimpiazzarla con altro. Ci sono gesti e modalità d’agire che mi ricordano l’assalto ai forni del pane. Quando la gente ha fame abbatte barriere, regole e la farina viene buttata per strada, il pane nel fango, perché non si può passare dalla fame all’indigestione. E’ la cultura della rabbia e dell’attimo, mentre io penso che per cambiare le cose occorra costanza, forza nel tempo, rigore dopo aver davvero capito come le cose funzionano. Ma così mi pare di giudicare le persone ed io non voglio giudicare chi protesta, solo sento che vengo violato anch’io che mi oppongo. Penso a come si sono comportate persone come Gramsci o Pertini, i tanti che con un regime vero hanno cercato prima attraverso le regole e poi attraverso il pensiero strutturato di cambiare le cose. Cambiando le abitudini, le persone, cercando una giustizia che fosse tale. Ma qui neppure ci si ricorda di ciò che è stato, di queste persone che si opponevano nel rispetto della casa comune, anzi vengono messi in disparte, derisi come incapaci nel modificare davvero le cose. Collusi perché il mondo non è mutato. 

Forse ti dà fastidio il turpiloquio, la violenza del linguaggio, il fatto che non ci siano proposte, ma ultimatum.

Può essere anche questo, ma in fondo ne ho vista di violenza a partire dalla fine degli anni ’60. Ci sono stato in mezzo. Sai proprio in questi giorni c’era l’anniversario del comizio finito male di Lama alla Sapienza, con gli insulti degli indiani metropolitani e degli autonomi, la cacciata di Lama che diceva che non bisognava dividere lavoratori e studenti, e poi la conquista del palco, la sua distruzione da parte di chi contestava. Cos’è rimasto di quegli anni, di quelle persone? La cronaca, non un gesto successivo, un’opera che ci abbia resi diversi davvero, niente che potesse mutare il Paese, perché non c’era una proposta, c’erano velleità e voglia di rompere uno schema, ma quale fosse quello alternativo era un desiderio. Comunque a me non interessa il passato, è questa incapacità di rispettare la casa comune che mi mette in difficoltà. Mi chiedo quali siano i limiti della democrazia, se essa possa contenere la sua distruzione e ammetterla come forza positiva. Insomma mi sento vecchio e conservatore con il mio oppormi democratico, con il rispetto delle regole, e questo mi mette in un profondo disagio. Ho l’impressione che i giornali per conformismo e interesse spicciolo, una parte non piccola di altri interessi anche economici, liscino il pelo al gatto perché quando l’attenzione è sullo show passano sotto silenzio ben altre cose.

Insomma ti senti arruolato tra i governativi.

Peggio, mi sento arruolato tra gli stupidi, tra quelli che non capiscono, tra gli utili idioti di qualcosa che pensano di combattere e questo mi interroga e infastidisce profondamente. Devo togliermi dalla testa che in realtà sono persone privilegiate che cercano di conquistare il potere per imporre le loro regole, e che queste non sono migliori di quelle che ci sono. Perché questo è un giudizio, e i giudizi non servono a capire cosa c’è sotto, da dove nasce la rabbia. Oggi ha detto che non è democratico, che vuole una dittatura morbida. Sono impaurito da queste affermazioni, dal fatto che non ci sia un contraddittorio, una qualsiasi comunicazione. Mi inquieta che si dica, noi e voi, ma voi non esistete, dovete morire perché solo così potrà nascere il nuovo. Io non sono voi e se penso in maniera diversa continuo ad essere noi, questa è la società, non la democrazia, la società. Per questo mi fa paura il dividere tra amici e nemici, perché c’è chi ci crede e la cultura del nemico rende fragile la democrazia anche quando sembra forte. La democrazia non ha antidoti contro la violenza di massa che non rispetta le regole comuni. E non è solo la crisi che rende questo terreno, fertile per le avventure, è lo scarso senso del bene comune. Il fatto che l’evasore additi il privilegio, che il comportamento deviante voglia che la sua condotta sia riconosciuta come prevalente. In questo le responsabilità della sinistra, parlo di quella perché Berlusconi e la destra hanno favorito questo processo di relativizzazione del giusto, del privilegio come norma, ci sono e sono importanti. Dov’era la sinistra quando già c’erano i segni del disastro, perché non si è fatto tutto quello che si poteva fare? Per paura di essere moralisti? Perché comunque i privilegi si sono spalmati in talmente, tali e tante, forme che toccarli poi davvero significava mettere in discussione il proprio elettorato? Credo che  nei comportamenti che hanno ignorato, girato la testa altrove, ci si sia giocata una grande occasione di riforma in senso giusto ed efficiente del paese, ma detto questo come posso pensare che l’unico modo per uscirne sia demolire tutto? Comunque se questo è il ragionamento che prevale, se questa è l’opposizione, mi sento inutile. Inutile a una possibilità di cambiamento. E questo mi offende ed avvilisce. Ecco questo è il sentimento, oggi mi sono sentito offeso ed avvilito nel mio impegno contro questo stato di cose. 

piccole libertà

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Prendersi un’ora per sognare. Ad occhi aperti, come da bambini, e guardare fuori dalla finestra.

La voce della maestra (c’è sempre una maestra) che diventa brusio dolce mentre gli occhi s’attraggono senza fuoco né fretta.

Gli occhi collegati ai pensieri, scorrono e fissano. E’ guardare senza vedere, cogliere colore da mettere nel sogno.

Gorgogliano le immagini dentro: una polla traccia cerchi attorno. 

Coscienti piccole libertà, ed una incosciente cura.

Manutenzione della fantasia. Dono a sé. Arte del sognare.

utili idioti

E’ riemersa la categoria dell’ utile idiota, magari adesso riscopriranno pure lo scemo di guerra, il marrano, il minus quam… Utile idiota è colui che viene manovrato per un fine da cui non trae vantaggio. Credo che quasi tutti quelli che si sono scambiati l’epiteto, abbiano, in realtà, tratto vantaggio, c’hanno sguazzato, eccome se c’hanno sguazzato tra leggi ad personam e carriere altrettanto ad personam. Confesso che la cosa mi lascia indifferente nell’epiteto, ma molto meno in quello che è accaduto. E sta accadendo. Perché in realtà una possibile utile idiozia è davanti a quella parte di sinistra che appoggerà un governo che tratta solo con la destra. Di fatto da almeno tre presidenti del consiglio, gli ultimi, continua l’apertura a destra e non è come dal sarto che ti chiede dove lo porti per regolarsi, no qui si sta prendendo una piega innaturale dove la sinistra porta avanti programmi liberisti. Allora il mio dubbio è: qual’è il vantaggio della sinistra del PD ad appoggiare un governo che tratterà solo con lo schieramento a destra nel parlamento? Perché per le definizioni di cui sopra, un qualche motivo bisognerà trovarlo. Può essere un buon motivo salvare il Paese? Sì, lo è, ma se lo si salva davvero, ovvero si salvano i cittadini. Proviamo a chiedere ai ceti medi, agli operai, ai milioni di disoccupati se è stato salvato il Paese; questi qualche dubbio ce l’hanno. Poteva andare peggio? Per molti è difficile andasse peggio, per alcuni certamente. Ecco allora che bisognerebbe chiedersi chi si è salvato e perché.

Il nuovo governo farà una patrimoniale? Una legge sul falso in bilancio? Sul conflitto d’interessi? Oppure punterà a ridurre i contratti nazionali, riformare la costituzione, cambiare il titolo V e la legge elettorale? Perché c’è una differenza sulle priorità e sugli interessi preminenti dei cittadini e su questa differenza si capisce se si è utili a qualcosa che non ci appartiene e quindi idioti. Ma l’idiota che lo sa non è tale, quindi è meglio emerga questa utilità che non si vede, perché con l’emergenza si sono nascoste altre cose. La paura di votare, ad esempio, se si fosse andato a votare anziché aver fatto il governo Monti o Letta, qualcuno avrebbe vinto e portato avanti un programma di parte e certamente chi l’avrebbe votato ne avrebbe avuto utilità. Quindi non di idioti ma di persone intelligenti e determinate, abbiamo bisogno. Quello che non ha queste caratteristiche serve solo a portare avanti i problemi, a salvare chi non ha saputo fare. Ma gli italiani sono immemori, di queste cose non si ricordano e se si andasse a votare ancora una volta voterebbero per chi non ha fatto i loro interessi. Strano allora che vi sia confusione nella politica? No, purtroppo, no.

al solitario viene chiesto

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Al solitario, senza genere, in fondo viene chiesto di vivere nel presente. Di apprezzarne il gusto forte e le sfumature, di essere nelle situazioni adattandosi, e restando se stesso.  Di passare dalla tecnologia all’assenza di essa, dalla presenza travolgente dell’amore alla sua carenza, dall’equilibrio ordinato al disordine noncurante. Gli si chiede passione e tranquillità, forza e gentilezza. E chi gli chiede tutto questo? Una indole, una natura che lo porta a cercare la compagnia e il luogo in cui isolarsi, il rumore e il silenzio. Un capolavoro di ossimori, insomma, e siccome un equilibrio vitale è dinamico o non è, il suo controllore non sarà mai pienamente soddisfatto, al più ogni tanto gli ripeterà che è stato bravo e che si è sterili senza l’imperfezione. E che questo vale ovunque. Quindi sia felice e continui.